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Maculopatia: individuati i geni che la causano

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Diabete: scoperto un 'super gene' che influenza la produzione di insulina | Sky TG24

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Scoperto un 'super gene' che influenza la produzione di insulina, giocando un ruolo chiave nel diabete di tipo 2. Ecco come funziona


Diabete: scoperto un 'super gene' che influenza la produzione di insulina | Sky TG24 Jun. 9th, 2017 Send to Kindle 3' di lettura A causa di questo elemento, le cellule che producono l'ormone regredirebbero e non sarebbero più in grado di svolgere a pieno la loro funzione Una nuova scoperta potrebbe segnare un passo significativo nella cura del diabete di tipo 2. Alla base della ridotta quantità di insulina dovuta a questa patologia, infatti, ci sarebbe un 'super gene' che influenza lo sviluppo delle cellule del pancreas che la producono, facendole regredire e impedendo loro di svolgere a pieno le proprie funzioni. Lo si apprende da un nuovo studio condotto dai ricercatori della "Sahlgrenska Academy" dell'Università di Göteborg che hanno pubblicato i propri risultati sulla rivista "Nature Communications". Una nuova spiegazione Alla base dello sviluppo del diabete di tipo 2 c'è una ridotta produzione di insulina da parte delle cellule del pancreas. La conseguenza è che il corpo non riceve una quantità sufficiente di questo ormone il quale, tra le altre cose, regola i livelli di zucchero nel sangue: così la glicemia aumenta. Esistono al momento due teorie per spiegare questa disfunzione. Una sostiene che sia dovuta alla riduzione del numero di cellule che producono insulina, l'altra, che la loro funzionalità sia compromessa. Dal nuovo studio condotto dai ricercatori dell'istituto di Göteborg, è emersa una spiegazione che, in sostanza, è una combinazione delle due teorie esistenti. Secondo il team svedese, infatti, le cellule che producono insulina regredirebbero nel loro sviluppo restando immature. E ciò comporterebbe anche una riduzione del numero di cellule funzionali. Il motivo, sempre secondo gli esperti, sarebbe racchiuso in un particolare meccanismo genetico. Il meccanismo del 'super gene' I ricercatori svedesi hanno analizzato 124 campioni di tessuto cellulare, 41 dei quali prelevati da pazienti con diabete di tipo 2, allo scopo di individuare i cambiamenti genetici che in essi avvengono. Ebbene, la regressione delle cellule che producono insulina e la conseguente riduzione del numero di quelle funzionali sarebbero dovute a un 'super gene' chiamato "SOX5", che regola il passaggio di informazioni di un gruppo di 168 geni collegati al diabete: si tratta di quelli più importanti tra i circa tremila che si ritengono collegati a questa patologia. Sopprimendo o disattivando questo super gene, le cellule regredirebbero. Al contrario, ripristinandolo, i ricercatori hanno rilevato che i livelli di insulina si normalizzerebbero. "È molto interessante osservare questo fenomeno – ha detto Anders Rosengren, professore associato dell'Università di Göteborg – È un po' come regolare il volume, per cui puoi aumentare o diminuire il livello di maturità delle cellule che producono l'insulina". L'importanza di stili di vita sani Secondo Rosengren, non ci vorrà molto perché vengano realizzati farmaci in grado di ripristinare le funzionalità delle cellule adibite alla produzione di insulina. Ciò potrebbe consentire di regolare la glicemia con risultati migliori di quelli ottenuti oggi con le iniezioni di questo ormone. Allo stesso tempo, però, l'esperto sottolinea l'importanza di stili di vita salutari, poiché anche un'alimentazione scorretta o la mancanza di attività fisica possono causare un malfunzionamento di SOX5. "È significativo ricordare – conclude Rosengren – che ciascuno di noi è diverso. Alcuni riescono a gestire sul lungo termine stili di vita non salutari. Per altri, il punto di non ritorno è molto più vicino. Ma, indipendentemente dalle condizioni genetiche, oggi si può fare qualcosa di nuovo per questa patologia". Leggi tutto

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Dalle piante in arrivo un contraccettivo naturale

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Un gruppo di ricercatori californiani ha individuato un paio di molecole anticoncezionali promettenti dalle piante: il lupeolo, contenuto principalmente nell'al

Dalle piante in arrivo un contraccettivo naturale Send to Kindle di Paolo Grillandi Pubblicato il: 24-05-2017 Dalle piante in arrivo un contraccettivo naturale © Thinkstock Sanihelp.it - Lo studio, recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Pnas, è stato effettuato da un team di ricercatori dell'Università della California a Berkeley, guidato da Polina Lishko. Gli scienziati, dopo aver studiato una serie di composti di origine vegetale, estratti da piante già impiegate dalla medicina tradizionale principalmente a fini anticoncezionali, hanno scoperto un paio di molecole in grado di influenzare la mobilità degli spermatozoi. La fecondazione avviene in questo modo: uno spermatozoo raggiunge la cellula uovo, a quel punto la sua coda comincia a muoversi con maggiore intensità per permettergli di pentrare la zona pellucida, ossia la membrana che circonda la cellula. Questa accresciuta intensità avviene per mezzo di una proteina - la ABHD2 - contenuta nella coda stessa: legandosi alle molecole di progesterone, la proteina mobilita gli ioni di calcio presenti nelle pareti della cellula uovo. Inizialmente, per impedire la fecondazione, i ricercatori hanno fatto ricorso a ormoni in grado di interferire con il progesterone per impedire il legame con ABHD2, ma le concentrazioni spesso troppo elevate necessarie a raggiungere il risultato li ha spinti verso un’altra direzione, ossia quella, appunto, delle piante, all’interno delle quali hanno individurato due molecole promettenti: il lupeolo (contenuta nell’aloe vera, nel mango e in altre piante) e la pristimerina (presente in un rampicante chiamato Tripterygium wilfordii). Gli scienziati hanno così scoperto che piccole dosi di queste molecole - persino dieci volte più basse del principio attivo che si trova nella pillola del giorno dopo - riescono a bloccare l’afflusso degli ioni di calcio senza danneggiare i gameti, per di più col vantaggio di non essere ormoni. Non resta ora che testare il meccanismo in vivo, ossia sui primati (giacché il comportamento dei loro spermatozoi è simile a quello degli spermatozoi umani). Se i risultati dovessero rivelarsi all’altezza di quelli ricavati degli esperimenti di laboratorio la scoperta potrebbe rivelarsi fondamentale e portare, eventualmente, anche alla realizzazione di contraccettivi permanenti tramite cerotto o magari anello vaginale. FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI FONTE - CONFLITTO DI INTERESSI: PNAS © 2017 sanihelp.it. All rights reserved. Ti potrebbe interessare: Ritorna di moda l'allenamento funzionale: cos'è? La personalità del proprietario rispecchia quella del pet Il look di Wonder Woman 5 benefici dell'abbraccio Promozioni: Commenti

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OfNews/ LONG LIFE

LONG LIFE. Alzheimer: novità e sperimentazioni

OfNews/ LONG LIFE Send to Kindle La vita si allunga e l’Alzheimer è tra le malattie che spaventano maggiormente chi entra nella terza età. A differenza però di quanto ritenuto fino ad alcuni anni fa, si tratta di una patologia multifattoriale, che è possibile prevenire mediante il controllo dei fattori di rischio e la combinazione di trattamenti farmacologici e non farmacologici: la stile di vita può incrementare efficacemente il processo di neuro protezione. A spiegarlo è il Prof. Alessandro Padovani L’aspettativa di vita è aumentata negli ultimi decenni e si allungherà ulteriormente. E il sogno di tutti è trascorrere la terza età per quanto possibile sani, così da goderne nel migliore dei modi. Tra le patologie maggiormente temute, dopo cancro e malattie cardiovascolari, figura l’Alzheimer, causa più comune di demenza associata ad una malattia neurodegenerativa progressiva. Per questo OF ha scelto di approfondire le ultime novità in materia grazie al contributo del Prof. Alessandro Padovani, Direttore della Clinica Neurologica dell’Università degli Studi di Brescia. padovani Of: quali sono i numeri che caratterizzano la malattia? Padovani: Gli affetti da demenza sono circa un milione/un milione e duecentomila soggetti in Italia, di questi si stima che circa 700.000 siano malati di Alzheimer. Un numero stabile, dovuto da un lato all’aumento legato all’invecchiamento della popolazione, dall’altro ad una riduzione dell’incidenza grazie ad un maggiore controllo dei fattori di rischio e al miglioramento della qualità della vita. Nel mondo, la prevalenza stimata di questa malattia nel 2015 è stata di 44 milioni di persone e si prevede che questa cifra raddoppierà entro il 2050 (Van Cauwenberghe C et al., Genetics in Medicine 2015). In Italia non si stima però un aumento così consistente, che si concentrerà in primo luogo nei Paesi dove ancora deve allungarsi l’aspettativa di vita. Nel 75% dei casi, la malattia si manifesta oltre i 70 anni di età. Of: E quali sono le cause? Prof. Padovani: La malattia è principalmente associata ad un accumulo di beta-amiloide e all’iperfosforilazione della proteina tau nonché a una diminuzione dei livelli di acetilcolina e una riduzione del flusso ematico cerebrale. Rispetto ad alcuni anni fa c’è maggiore ottimismo, basato sulla consapevolezza che essa non sia incontrastabile, in quanto legata non solo a fattori somatici e ad una predisposizione genetica ma anche a fattori ambientali. Of: In relazione a questi ultimi, cosa si può fare per prevenirne l’insorgere? Padovani: La dieta mediterranea, la restrizione calorica, l’attività fisica, la stimolazione cognitiva e la socializzazione hanno un ruolo importante nella prevenzione della malattia. Of: Cioè, in che modo? Padovani: La prima, in particolare, può migliorare la neuro protezione poiché si basa sul basso apporto di acidi grassi saturi, su un elevato apporto di acidi grassi insaturi e polifenoli, i quali, oltre a ridurre i livelli di colesterolo (uno dei principali fattori di rischio per l’Alzheimer), sono in grado di interferire con l’aggregazione amiloide; gli acidi grassi monoinsaturi hanno invece effetti antiossidanti e anti-infiammatori. Of: Poi, c’è altro che possiamo fare? Padovani: Un’altra dieta correlata ad un’azione neuro protettiva è quella asiatica, basata su thè verde, curcumina e ginko biloba, dall’effetto antiossidante e anti-infiammatorio. Un fattore di rischio è invece la dieta occidentale, tendenza verso la quale si stanno orientando anche gli italiani, perché caratterizzata da un livello eccessivo di zucchero e grassi saturi. È bene tenere presente che l’obesità, o meglio il grado di adiposità, rappresenta un fattore di rischio anche per l’Alzheimer. Of: L’alimentazione è l’unico rimedio? Padovani: No. Un numero consistente di evidenze ha fatto inoltre emergere come si possa contrastare la malattia con un trattamento preventivo con antiossidanti e farmaci anti-infiammatori. E ancora le patologie neurodegenerative (come ad esempio anche il Parkinson) possono essere favorite dal controllo della situazione microbiota. Nel caso dell’Alzheimer sono in corso sperimentazioni attraverso stimolazione neuronale magnetica (TMS) o attraverso correnti elettriche (TDCS), che oltre a riattivare networks neuronali potrebbero stimolare cellule staminali autoctone, ma si tratta di uno scenario futuristico. Of: Ci sono già alcune certezze? Padovani: È dimostrato invece, come accennato, che la maggiore scolarizzazione, la socialità, i rapporti umani incidano positivamente nella prevenzione. La solitudine rappresenta un fattore di rischio per l’Alzheimer ma anche per depressione, obesità, diabete, ipertensione e cancro. D’altro canto, è importante il controllo, cresciuto negli ultimi anni, sui fattori di rischio: ipertensione, diabete, malattie cardiovascolari. Of: per quanto riguarda invece gli studi in ambito farmacologico? Padovani: Non ci sono al momento farmaci in grado di modificare o arrestare il decorso clinico della malattia. Sono però numerosi gli studi in corso in Europa legati a farmaci biologici, nell’ambito dei quali è coinvolta la rete dei Centri Alzheimer italiani. La ricerca può essere suddivisa in due categorie: su trattamenti sintomatici come inibitori dell’acetilcolinesterasi e antagonisti del recettore N-metil-D-aspartato e trattamenti “disease-modifying”, ovvero terapie dirette contro i principali meccanismi neurodegenerativi che vedono come target l’amiloide e le alterazioni della proteina tau. In questo ambito vanno inclusi anche interventi in grado, da una parte, di intervenire su meccanismi associati all’Alzheimer e, dall’altra, strategie in grado di promuovere un’azione neuro protettiva. Of: Ci sono già dei risultati concreti? Padovani: Attualmente due sperimentazioni stanno fornendo risultati incoraggianti, i cui studi in fase tre (vedi studi clinici randomizzati in doppio cieco su popolazioni ampie di pazienti affetti da malattia di Alzheimer) si concluderanno per metà 2018. Of: altre novità in materia? Padovani: Certamente la possibilità di anticipare la diagnosi in epoca precoce, attraverso marcatori liquorali e mediante le neuro immagini (in particolare PET). Sempre più pazienti si presentano nelle fasi cosiddette prodromiche di malattia, ovvero con sintomi caratterizzati da sfumati disturbi di memoria o di attenzione, non sempre facilmente inquadrabili nei soggetti di età avanzata. In crescita è anche il numero di persone che desidera sapere se si ammalerà, in particolare chi ha un parente affetto dalla patologia (sebbene la forma familiare corrisponda a meno del 5% delle forme conclamate). Of: Quindi si può prevedere se ci si ammalerà? Padovani: Potrebbe essere un giorno possibile prevederne l’insorgere anche in una persona sana. L’approccio alla malattia dovrebbe mirare a valutare nel singolo il maggior numero di condizioni di rischio e predisporre un trattamento personalizzato che includa non solo interventi farmacologici ma anche interventi sugli stili di vita. © OF Osservatorio Finanziario - Riproduzione riservata

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Diabete: rapida ed efficace, ecco come funziona la nuova insulina “2x1”

Diabete: rapida ed efficace, ecco come funziona la nuova insulina “2x1” | Medic | Scoop.it

Sul mercato arriva una nuova penna che permette ai pazienti che soffrono di diabete di tipo 2 di mantenere controllati i livelli di glucosio nel sangue


"Send to Kindle Diabete: rapida ed efficace, ecco come funziona la nuova insulina “2x1” Soffrire di diabete mellito di tipo 2 significa dover monitorare costantemente i livelli di glucosio nel sangue e regolarli attraverso iniezioni di insulina che si ripetono anche più volte al giorno rendendo complicata e di non facile gestione la vita dei pazienti. In aiuto di chi soffre di diabete di tipo 2 adesso è arrivata una nuova penna dotata del doppio delle unità di insulina disponibili che riduce il numero di siringhe da dover gestire ogni giorno, semplificando la quotidianità. La nuova insulina lispro è la U200 che è da poco arrivata in Italia è conosciuta per la sua formula “2×1” che, come dicevamo, implica il doppio della concentrazione rispetto alle insuline normalmente utilizzate. Grazie a questa sua composizione, la forza necessaria per erogare il farmaco si riduce anche del 53% e la sua iniezione è più semplice, insomma la “2×1” sembrerebbe essere la favorita tra i pazienti con diabete di tipo 2. La funzionalità di questa nuova penna sta nel permettere al pazienti di mantenere costantemente controllati i livelli di glucosio nel sangue, problema questo tipico tra i pazienti diabetici che, a causa della poco facilità di utilizzo delle iniezioni, spesso non gestisce adeguatamente l'insulina rendendo il trattamento meno efficace. Come spiega Giorgio Sesti, presidente della Società italiana di diabetologia (Sid) infatti “gran parte delle persone con diabete non riesce a raggiungere i target metabolici prefissati. Una delle cause principali di questa difficoltà è connessa alla complessità della gestione quotidiana della terapia”. Con questa penna però l'ostacolo della gestione sembrerebbe superato, “basta iniettare la metà del volume per avere la dose consueta: questo riduce la forza necessaria a erogare l'insulina, rendendo l'iniezione più morbida e semplice. Inoltre dimezza il numero di penne da gestire e portare con sé” conclude Sesti. [Foto copertina di TesaPhotography]" Ritagliata da: http://scienze.fanpage.it/diabete-rapida-ed-efficace-ecco-come-funziona-la-nuova-insulina-2x1/ undefined

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Niente più «mosche volanti» negli occhi: c'è una nuova tecnica per curare la maculopatia

Niente più «mosche volanti» negli occhi: c'è una nuova tecnica per curare la maculopatia
Con la vitrectomia si può curare la degenerazione maculare (o maculopatia), una condizione che colpisce la parte centrale della retina e impedisce di vedere bene. Ne parla l’oculista che pratica la chirurgia vitreoretinica
LUIGI MONDO 15/02/2017 08:39:50
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Addio alla maculopatia con la vitrectomia (© Serg Zastavkin | shutterstock.com)
TORINO – La cosiddetta degenerazione maculare, o maculopatia, è caratterizzata dal vedere dei minuscoli oggetti che ‘svolazzano’ davanti agli occhi, come fossero delle mosche volanti. Che però non ci sono. Questi minuscoli oggetti che ‘vediamo’ sono detti miodesopsie (dal greco ‘vedere oggetti simili a mosche’) e interferiscono con la visione chiara che si ha con una retina sana. La maculopatia, poi, impedisce di vedere bene ciò che ci circonda. Ma ora, con una nuova tecnica chiamata vitrectomia pare si possa ovviare al problema che affligge molte persone – specie dopo i 50 anni di età.

Intervenire sulle cause
I progressi nel campo dell’oculistica sono stati numerosi. Oggi infatti si può comodamente intervenire con successo su problematiche come la cataratta e anche la miopia e la presbiopia. Ma vediamo cosa può fare la vitrectomia. «La vitrectomia 27 Gauge – spiega in una nota il dottor Alberto Bellone, oculista di Torino specializzato in chirurgia refrattiva e chirurgia vitreoretinica – è una tecnica chirurgica mini-invasiva che interviene direttamente sulle cause che provocano la comparsa di questi piccoli oggetti, scientificamente chiamati miodesopsie. In meno di mezz’ora si torna a vedere bene eliminando del tutto il problema», rassicura l’oculista.

Da dove vengono le «mosche volanti»?
Questa specie di moscerini che danzano davanti agli occhi, da dove arrivano? Il vedere queste ‘mosche volanti’ è dovuto «alla degenerazione del corpo vitreo, quel gel che riempie l’occhio, che con il passare del tempo tende a dividersi nelle sue due componenti: quella liquida e quella fibrillare – chiarisce il dott. Bellone – Le fibrille vitreali si agglomerano e formano dei corpi mobili che seguono il movimento dell’occhio in tutte le direzioni. Pur non essendo di per sé pericolose per la vista – aggiunge l’esperto – evidenziano però un’alterazione del vitreo e possono essere un segnale d’allarme di malattie retiniche».

Cos’è la degenerazione maculare legata all’età?
Si tratta di una grave patologia oculare che colpisce la macula: ovvero la parte centrale della retina, che è anche la più importante per la vista. È infatti proprio essa quella che ci permette di vedere in modo chiaro e nitido il mondo che ci circonda e poter svolgere tutte le attività quotidiane come leggere, guidare, guardare la Tv eccetera.

Due forme di malattia
La maculopatia esiste in due distinte forme: la maculopatia atrofica e la maculopatia essudativa.
La prima è associata a una progressiva alterazione anatomica delle strutture retiniche come l’epitelio pigmentato e dei fotorecettori come coni e bastoncelli, che sono localizzati al centro della macula. Nella fattispecie, il ruolo dei fotorecettori è quello di tradurre gli impulsi luminosi provenienti dall’esterno in un impulso elettrico. Questo è poi elaborato e infine trasmesso attraverso le vie ottiche per giungere alla corteccia cerebrale. Quando vi sia un’alterazione si ha una significativa riduzione della capacità visiva.
La maculopatia di tipo essudativo si caratterizza per la formazione di neovasi patologici al di sotto della retina. Questi determinano delle emorragie che, a loro volta, causano la deformazione delle immagini. In tutti questi casi l’intervento dev’essere tempestivo, pena la perdita della visione centrale, dato che è un processo irreversibile.

I campanelli d’allarme
Ma quali sono i campanelli d’allarme del possibile sviluppo di una maculopatia? I principali sintomi, caratteristici della fase iniziale di una degenerazione maculare di tipo atrofico sono la necessità di aumentare la luce per poter leggere; a tutto ciò si accompagna una difficoltà nella visione notturna o, appunto, in condizioni di scarsa illuminazione. Si ha poi una netta riduzione della sensibilità al contrasto e della percezione dei colori. E, in linea generale, una progressiva riduzione della visione centrale.

Quando di aggrava
La degenerazione maculare tende a degenerare e, nella fase più grave e avanzata, non si riesce più a distinguere i volti delle persone. Spesso capita anche di percepire delle immagini ‘fantasma’ che spesso appaiono come allucinazioni (ma che, di fatto, non lo sono): questa condizione si chiama atrofia geografia.

Le cause principali
Al di là di particolari patologie, come spesso accade le cause principali sono imputabili all’età: in genere i primi problemi si presentano dopo i 40-50 anni – ma si può esserne colpiti anche da giovani. Altre cause possono essere una miopia elevata oppure traumi diretti o indiretti all’occhio. Infine concorrono alla maculopatia anche disidratazione o disordini del metabolismo. «Le mosche volanti possono comparire anche da giovani – sottolinea il dottor Bellone – l’importante è sottoporsi a un controllo medico oculista per escludere situazioni ben più serie come la rottura della retina e il distacco della stessa. In ogni caso, prima si arriva a una diagnosi e migliore sarà la prognosi per il futuro».

Come funzione la vitrectomia
«La vitrectomia mini invasiva a 27 Gauge – illustra l’oculista – permette di utilizzare una sonda ben più piccola rispetto al passato il cui diametro non arriva a mezzo millimetro. Attraverso tre fori di diametro 0,4 mm si asporta il vitreo e si possono riparare eventuali alterazioni retiniche mediante il Laser. L’intervento, che dura mediamente 20 minuti, non prevede sutura. Il paziente viene dimesso subito e può riprendere le proprie attività a distanza di un paio di giorni».

Valutare caso per caso
In medicina è sempre importante valutare caso per caso, poiché ogni paziente può necessitare di trattamenti particolari e personalizzati. Il dottor Bellone rimarca infatti che ogni caso clinico «deve essere attentamente valutato. Si tratta di un intervento che può essere indicato nei pazienti miopi affetti da degenerazione patologica del vitreo con trazioni sulla retina: la vitrectomia mini invasiva migliora decisamente la loro qualità della visione ed elimina le trazioni sulla retina».

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Crollano molte certezze sulla mammografia

Crollano molte certezze sulla mammografia | Medic | Scoop.it
Crollano molte certezze sulla mammografia
di Annalisa Lista - 12.01.2017


La mammografia aumenta il rischio di sovradiagnosi, scovando il male anche dove non c’è. Con la conseguenza di indurre a sottoporsi a pesanti e inutili cure dai mille effetti collaterali. Una verità sostenuta, con tanto di prove, dal Nordic Cochrane Center di Copenaghen che ha concluso uno studio durato ben 17 anni sull’efficacia del più diffuso strumento di prevenzione del tumore alla mammella. Dai risultati è emerso, infatti, che in un terzo del campione di donne tra i 35 e gli 84 anni che si erano sottoposte allo screening, erano state rilevate lesioni che non avrebbero mai causato problemi di salute o portato al decesso. E per le quali sono state curate senza necessità. Un’indagine che ha suscitato clamore all’interno della comunità scientifica, invitata dagli esperti a riflettere sull’urgenza di migliorare l’efficacia di questo mezzo di prevenzione.
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Effetto collaterale salvacuore per un farmaco contro il diabete

Effetto collaterale salvacuore per un farmaco contro il diabete | Medic | Scoop.it

Studi, ricerche e notizie sul diabete. Leggi sul Corriere della Sera gli approfondimenti e i consigli degli esperti su prevenzione e cura.

http://bit.ly/2jjGZaV

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Cosa succede se si spruzza dell’alcol sul materasso? Effetto stupefacente!

Cosa succede se si spruzza dell’alcol sul materasso? Effetto stupefacente! | Medic | Scoop.it
Credete che l’alcol si possa usare solo per le pulizie o per disinfettare le ferite? Sbagliato! Ecco dieci usi che se ne possono fare, ma ?
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Scoperta proteina che potrebbe prevenire diabete e obesità

Scoperta proteina che potrebbe prevenire diabete e obesità | Medic | Scoop.it
Patrice Cani, del Louvain Drug Research Institute della University of Louvain, e Willem de Vos, professore alla University of Wageningen in Olanda, hanno scoperto le straordinarie potenzialità del batterio Akkermansia muciniphila. Si tratta di un batterio molto comune del nostro tratto digerente e ha la capacità di bloccare il diabete e l'obesità.


Diabete: cosa bere e cosa evitare
Il diabete è caratterizzato da un'alta concentrazione di zuccheri nel sangue a causa della mancanza di insulina. Cosa è meglio bere e cosa evitare?

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Diabete e obesità sono due condizioni mediche molto serie, legate ad altissimi tassi di mortalità e co-morbilità. Secondo quanto scoperto dai due ricercatori, una proteina che si trova sulla membrana esterna di questo batterio comune è in grado di curare il diabete e l'obesità. Per il momento l'esperimento è stato condotto soltanto sui topi, ma i risultati sono eccezionali.


Obesità, in Italia gli interventi sono raddoppiati in 8 anni
In Italia, in 8 anni, sono raddoppiati i diversi interventi per risolvere casi di obesità.
Sembra che il batterio Akkermansia muciniphila sia presente in minori quantità nello stomaco di topi obesi o diabetici e la somministrazione della proteina che si trova sulla sua membrana, resistente alla pastorizzazione, sia la responsabile dell'effetto terapeutico contro diabete e obesità.
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Cura del piede diabetico: al prof Dalla Paola il prestigioso Paul Brand Memorial Lectureship 2016

Cura del piede diabetico: al prof Dalla Paola il prestigioso Paul Brand Memorial Lectureship 2016 | Medic | Scoop.it
Cura del piede diabetico: al prof Dalla Paola il prestigioso Paul Brand Memorial Lectureship 2016
Dalla Paola effettua ogni anno più di mille interventi su pazienti provenienti da tutta Italia con una percentuale di salvataggio d'arto nella popolazione trattata e seguita superiore al 90-95%

Redazione
13 dicembre 2016 14:00
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È italiano il medico al quale è stato assegnato il prestigioso premio Paul Brand Memorial Lectureship 2016, riconoscimento internazionale conferito a chi maggiormente si è contraddistinto nel salvataggio degli arti colpiti da diabete mellito e per il contributo nell’innovazione e nel miglioramento degli interventi. Durante la DesertFoot Conference tenutasi a Phoenix, il professor Luca Dalla Paola, responsabile dell’unità operativa trattamento piede diabetico di Maria Cecilia Hospital e dell’Ospedale San Carlo di Nancy, è salito sul palco accompagnato dagli applausi dei più importanti esperti del settore, giunti per l’occasione nella città dell’Arizona.Un premio che rilancia l’Italia, e il medico nello specifico,  come eccellenza medico scientifica nel trattamento della patologia del piede diabetico.

“Il 6,2% della popolazione italiana – spiega Dalla Paola -  è affetto da diabete mellito; di questi, circa il 15% svilupperà un evento ulcerativo a carico del piede. L’ulcerazione del piede è considerata la prima causa d’amputazione del piede nella popolazione diabetica. Soltanto in centri altamente specializzati e riconosciuti è possibile avere e affrontare un terapia che riduce in maniera estremamente significativa il numero delle amputazione. L’obiettivo è ridurre la pratica delle amputazioni. Più del 60% delle amputazioni non traumatiche nel mondo occidentale vengono eseguite nella popolazione diabetica. Negli ultimi vent’anni c’è stato un miglioramento delle conoscenze che ha permesso di aumentare gli arti salvati, questo grazie al miglioramento della componente infettiva, della chirurgia routinaria e delle tecniche di rivascolarizzazione”.

Per Dalla Paola parlano i numeri. Oltre ad aver dedicato più di vent’anni del suo percorso professionale in questo settore, nella struttura in cui opera, Maria Cecilia Hospital di Cotignola (Prevalenza del diabete mellito in Emilia Romagna 5.5%), Dalla Paola effettua ogni anno più di mille interventi su pazienti provenienti da tutta Italia con una percentuale di salvataggio d’arto nella popolazione trattata e seguita superiore al 90-95%. Inoltre all’ospedale San Carlo di Nancy di Roma, dove il medico effettua l’attività ambulatoriale, con  centro dedicato e ultraspecializzato (6,5% prevalenza di diabete mellito nel Lazio) ciò significa essere più vicini  a pazienti e familiari fornendo un setting di cura dedicato.
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Machine learning contro la retinopatia diabetica

Machine learning contro la retinopatia diabetica | Medic | Scoop.it
Machine learning contro la retinopatia diabetica
Un algoritmo in grado di analizzare immagini dell'occhio per diagnosticare in modo tempestivo una patologia potenzialmente pericolosa per la vista.
DOMANIGOOGLE
Cristiano Ghidotti, 30 novembre 2016, 11:23
HidrateMe, la bottiglia che ricorda di bere

Lanciata su Kickstarter per raccogliere i fondi da destinare alla commercializzazione, HidrateMe può a tutti gli effetti essere definita come la prima bottiglia smart al mondo: ricorda infatti in modo del tutto automatico all'utente quando è il momento di bere, per garantire un adeguato livello di idratazione, soprattutto durante l'attività fisica. Le notifiche vengono [...]
La retinopatia diabetica è una patologia oculare che si riscontra nella grande maggioranza dei pazienti affetti da diabete mellito. Può provocare danni alla retina e ad altre strutture dell’occhio, compromettendo le capacità visive. Ne sono affette circa 415 milioni di persone in tutto il mondo e il metodo più efficace per combatterla è rappresentato dalla diagnosi precoce del problema.


L’esame necessario per individuarlo è costituito dall’analisi del retro dell’occhio. Un’indagine che i soggetti a rischio dovrebbero condurre ogni anno come prassi preventiva. In molti però, soprattutto chi risiede nelle zone dove l’accesso a cure specialistiche non è alla portata di tutti, non ne sono in grado e finiscono per accorgersene quando è ormai troppo tardi. Un progetto messo in campo da Google, in collaborazione con team di medici da India e Stati Uniti, mira a sfruttare le potenzialità del machine learning per offrire una soluzione efficace. I risultati fin qui ottenuti, dopo anni di ricerca, sono stati pubblicati dal Journal of the American Medical Association.
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Occhio secco, 5 farmaci tra le cause | MedicinaLive

Occhio secco, 5 farmaci tra le cause | MedicinaLive | Medic | Scoop.it
Occhio secco, 5 farmaci tra le cause
di Valentina Cervelli 31 ottobre 20160 COMMENTS

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Gli occhi secchi possono essere un disturbo fastidioso e doloroso talvolta per chi ne soffre, con ripercussioni temporanei sulla capacità visiva. Vediamo insieme alcuni farmaci che ne sono la causa.




1. Antistaminici

Gli antistaminici sono una fascia di farmaci molto importanti: essi sono in grado di dare sollievo alle persone che soffrono di allergia e di sintomi di rinite come lo starnutire, il prurito, gli occhi umidi. Purtroppo di contro hanno la capacità di ridurre il film di lacrime che mantiene l’occhio idratato.

2. Decongestionanti nasali

Anche i decongestionanti nasali fanno parte di quei medicinali in grado di favorire la secchezza oculare. Questo tipo di farmaci è abile nel combattere la sinusite e più generalmente l‘accumulo di muco nei seni paranasali e nel naso. Si tratta di sostanze che lavorano sui vasi sanguigni posti nelle membrane del naso facendo in modo che che vi passi meno fluido ematico, ottenendo in questo modo la riduzione del gonfiore interno. L’effetto collaterale principale? Un calo della produzione di lacrime.

3. Farmaci antipertensivi

Anche i farmaci antipertensivi, messi a punto per favorire l’abbassamento di pressione e la ritenzione idrica possono essere causa di occhi secchi: In questo caso ad essere colpita è la cornea che può perdere leggermente sensibilità e quindi non richiedere alle ghiandole lacrimali la normale produzione di fluido.

4. Antidepressivi

L’azione dei medicinali antidepressivi sull’occhio è forse la più netta rispetto a quella di altri farmaci. Quando si utilizzano infatti viene bloccato direttamente l’impulso del nervo che richiede l’idratazione dell’occhio. Quest’azione del medicinale è chiamata effetto anticolinergico.

5. Contraccettivi orali e terapie ormonali

Anche i contraccettivi orali e le terapie ormonali per le donne in menopausa possono riportare come effetto collaterale la secchezza oculare. Essi vanno ad agire direttamente sulle ghiandole lacrimali: sebbene il rapporto causa-effetto sia ancora da chiarire, gli esperti sono convinti che la colpa sia da attribuire agli estrogeni ed al loro effetto.

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Malattia, arriva l'autocertificazione al lavoro per i primi tre giorni

Malattia, arriva l'autocertificazione al lavoro per i primi tre giorni | Medic | Scoop.it

Sostegno da parte dell'ordine dei medici al testo di Maurizio Romani (Gruppo Misto) che approda in commissione al Senato

Malattia, arriva l'autocertificazione al lavoro per i primi tre giorni By di MONICA RUBINO|Jul. 4th, 2017 Send to Kindle Malattia, arriva l'autocertificazione al lavoro per i primi tre giorniROMA - "Autogiustificare" i primi tre giorni di assenza per malattia dal lavoro per alleggerire il lavoro dei medici di base. La proposta, presentata dal senatore del Gruppo Misto Maurizio Romani, è appena approdata in commissione Affari Costituzionali del Senato. E incassa il sostegno della Federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo) che, da quattro anni, sollecita in tal senso una revisione della legge Brunetta. Le novità. Il testo, composto di due soli articoli, prevede che in presenza di un disturbo che il lavoratore ritiene invalidante ma passeggero, sarà lui stesso - sotto la sua esclusiva responsabilità - a comunicarlo al medico, che si farà semplice tramite per la trasmissione telematica all'Inps e al datore di lavoro. L'articolo due recita infatti così: "In tutti i casi di assenza per malattia protratta per un periodo inferiore a tre giorni il lavoratore comunica con sua esclusiva responsabilità il proprio stato di salute al medico curante, il quale provvede ad inoltrare apposita comunicazione telematica all'Istituto nazionale della previdenza sociale, nonché al datore di lavoro". Il ddl incide poi, ridimensionandole, sulle pene ai medici, anche per porre rimedio ad alcune contraddizioni ed eccezioni di incostituzionalità rilevate nel decreto anti-fannulloni voluto nel 2008 dall'allora ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta. Il sì dei medici. "La Fnomceo esprime vivo apprezzamento per il ddl - afferma Maurizio Scassola, vicepresidente della Federazione -. Ci sono disturbi, come il mal di testa o lievi gastroenteriti, la cui diagnosi non può che essere fatta sulla base di sintomi clinicamente non obiettivabili. Il medico, in questi casi, deve limitarsi, all'interno del rapporto di fiducia che lo lega al paziente, a prendere atto di quanto lamentato. Riteniamo che un'auto-attestazione potrebbe essere utile, prima ancora che a sollevare il medico, a responsabilizzare il paziente, come del resto già avviene, con ottimi risultati, in molti paesi anglosassoni. Auspichiamo dunque un iter rapido e l'approvazione entro fine legislatura". Argomenti: malattia lavoratore autogiustificazione tre giorni malattia Protagonisti: Maurizio Scassola Renato Brunetta

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Vasi sanguigni: con una buona “manutenzione” rimangono elastici anche in tarda età - Quotidiano Sanità

Non è impossibile mantenere sani i vasi sanguigni con l’avanzare dell’età. A suggerirlo uno studio inglese. I fattori di rischio cardiovascolare giocano un ruolo molto importante nel contribuire o meno ad un invecchiamento sano o patologico delle arterie.
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Attenzione ai nei: basta biopsie, spazio a esami più avanzati e meno invasivi

Attenzione ai nei: basta biopsie, spazio a esami più avanzati e meno invasivi | Medic | Scoop.it

E' stata presentata una nuova metodica diagnostica fortemente innovativa in dermatologia, la microscopia laser confocale, che permette di valutare ampie porzioni di tessuti cutanei con un'invasività prossima allo zero.


Attenzione ai nei: basta biopsie, spazio a esami più avanzati e meno invasivi Send to Kindle E’ stata presentata a Milano una nuova metodica diagnostica fortemente innovativa in dermatologia, la microscopia laser confocale, che permette di valutare ampie porzioni di tessuti cutanei con un’invasività prossima allo zero. Questa nuova tecnica consente di fornire in tempo reale, senza produrre alcun danno cutaneo, immagini dettagliate di cellule delle strutture cutanee con una risoluzione simil istologica. In presenza di lesioni tumorali, come i melanomi, la rapidità e il vantaggio della diagnosi permetterebbero di agire subito, evitando ulteriori complicazioni. Il taglio e la conseguente asportazione sarebbero fatti solo nei casi di necessità, e non come ora, anche solo su nei che sembrano e che poi non sono maligni, lasciando cicatrici inutili. La tecnologia è stata presentata dal dottor Pier Luca Bencini, titolare dell’illustre Istituto di chirurgia e laser-chirurgia in dermatologia, a Milano, e dal dottor Giovanni Pellacani, della clinica dermatologica dell’Università degli Studi di Modena. Il dottor Bencini ha dichiarato: “Mi ritengo soddisfatto di questa innovativa tecnologia, dove la luce infrarossa emessa da un laser a bassa potenza penetra nella pelle incontrando strutture molecolari e cellulari disomogenee. Il contrasto tra immagini luminose (luce riflessa) e scure (luce assorbita) dà un’immagine simile a quella di un esame istologico. I tessuti malati si distinguono così chiaramente da quelli sani e si può intervenire solo sulla parte malata, senza creare lesioni alla parte sana”. E’ un grande vantaggio nella pratica quotidiana per la diagnosi precoce dei tumori cutanei, spesso asintomatici e spesso non considerati, vuoi per pigrizia vuoi per cattiva informazione. Un controllo su un’ampia popolazione, come integrazione di metodi diffusi quali la demoscopia, aiuterebbe a salvare le persone.

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Scompenso cardiaco, in arrivo nuove terapie

Scompenso cardiaco, in arrivo nuove terapie | Medic | Scoop.it

Principale causa di decesso tra le patologie cardiovascolari in Italia, è una condizione poco conosciuta. Una nuova classe di farmaci, ora rimborsabile,


Scompenso cardiaco, in arrivo nuove terapie May. 4th, 2017 Send to Kindle Scompenso cardiaco, in arrivo nuove terapieSONO circa 1 milione gli italiani che oggi soffrono di scompenso cardiaco, destinati ad aumentare significativamente nel prossimo decennio con l'invecchiamento delle popolazione. Una condizione nella quale il cuore non è capace di distribuire il sangue in misura adeguata alle richieste metaboliche dei tessuti e che rappresenta, nelle sue molteplici declinazioni, la principale causa di decesso tra le patologie cardiovascolari nel nostro Paese. Lo scompenso cardiaco si manifesta con una serie di sintomi, quali la comparsa di edema ai piedi e alle gambe, profondo senso di stanchezza e mancanza di energia, dispnea prima da sforzi importanti e perdita di appetito. Nelle forme più gravi può comparire anche l’edema polmonare, che si manifesta con una grave fame d’aria e comparsa di espettorato schiumoso. Le cause più comuni sono la malattia delle arterie coronarie (cardiopatia ischemica) e l’ipertensione arteriosa, ma anche le alterazioni delle valvole cardiache, la cardiomiopatia dilatativa e le miocarditi. In Italia causa circa 190 mila ricoveri all’anno, principalmente a carico degli ultrasessantacinquenni. Molto elevato è anche il tasso di riospedalizzazioni: a distanza di un anno, oltre la metà dei pazienti richiede un secondo ricovero. INFOGRAFICA Tutti i numeri dello scompenso cardiaco in Italia "Nell’approccio diagnostico terapeutico al paziente con scompenso cardiaco è necessario fare una diagnosi precisa e, se possibile, individuare e rimuovere la causa dello scompenso. Il paziente deve seguire una dieta alimentare corretta e attenersi alla terapia che gli viene prescritta" spiega Claudio Rapezzi, professore del Dipartimento di Medicina Specialistica, Diagnostica e Sperimentale dell'Università di Bologna e direttore dell'U.O. di Cardiologia al policlinico Sant'Orsola Malpighi. Fino a oggi la terapia dello scompenso cardiaco si basava sull’inibizione neurormonale del sistema renina-angiotensina e del sistema nervoso simpatico. Tuttavia, "siamo di fronte a un cambiamento radicale del nostro approccio – aggiunge Michele Senni, direttore della Cardiologia 1 dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo – con il passaggio da un’inibizione a una modulazione neurormonale". Si tratta di un cocktail di farmaci ben definito, ai quali da circa un anno si è aggiunta la nuova classe degli inibitori del recettore dell'angiotensina e della neprilisina (Arni) come il Sacubitril/valsartan. La combinazione delle due molecole aumenta la disponibilità dei peptidi natriuretici, naturalmente secreti dall'organismo come forma di difesa dallo scompenso. LEGGI Antinfiammatori sotto accusa: rischio scompenso cardiaco Infatti, i natriuretici aumentano diuresi, riduzione di acqua e di sodio nell’organismo e abbassamento delle resistenze periferiche delle arterie. Il vantaggio degli Arni è dunque la possibilità di aumentare farmacologicamente tali peptidi senza provocare contemporaneamente un’inibizione di altre sostanze. Dal 12 marzo 2017 il farmaco è rimborsabile dal Servizio Sanitario Nazionale. Una terapia di successo, come dimostrano i risultati di Paraddigm-HF, il più vasto studio clinico mai condotto fino ad ora nello scompenso cardiaco cronico a frazione di eiezione ridotta, che ha coinvolto 8.400 pazienti nel mondo. "In questo trial – prosegue Senni – sacubitril/valsartan è stato confrontato con enalapril, l'ACE-inibitore che rappresenta lo standard di terapia nello scompenso cardiaco. I risultati ottenuti rispetto a enalapril sono stati molto positivi sia in termini di riduzione della mortalità cardiovascolare del 20%, che dell’ospedalizzazione per scompenso cardiaco, ridotta del 21%, ma anche per la riduzione del 16% della mortalità per tutte le cause". Risultati questi che nella pratica clinica si traducono non solo in un allungamento dell’aspettativa di vita, ma anche in un miglioramento della sua qualità; la fame d’aria e la grave stanchezza tipiche dello scompenso, infatti, si riducono sensibilmente e il paziente può tornare gradualmente ad una vita più attiva. Argomenti: scompenso cardiaco cardiopatie farmaci sacubitril/valsartan Protagonisti: Michele Senni Claudio Rapezzi

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Rischio malattie neurodegenerative con calo colesterolo cellule

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Rischio malattie neurodegenerative con calo colesterolo cellule


Mpd
Askanews6 marzo 2017

Milano, 6 mar. (askanews) - Una prolungata diminuzione del colesterolo nelle membrane cellulari può provocare un accumulo anomalo di proteine, favorendo l'insorgenza di una malattia neurodegenerativa. Lo evidenzia uno studio della Statale di Milano pubblicato su Scientific Reports. La riduzione del colesterolo nel sangue è uno delle principali strategie per contrastare le malattie cardiovascolari, a tutt'oggi la prima causa di morte al mondo. Le statine hanno dimostrato di essere molto efficaci per questo scopo, ma cosa succede quando questa diminuzione avviene non nel sangue, ma nelle membrane cellulari? Il colesterolo gioca un ruolo di primo piano nella regolazione delle proprietà delle membrane delle cellule, soprattutto per quanto riguarda la loro fluidità, regolandone la biosintesi sarebbe quindi possibile influenzare la forma e le funzioni di queste membrane.

Ricorrendo a esperimenti biologici e a simulazioni matematiche, un gruppo di ricercatori dell'Università degli Studi di Milano, guidato dalla biologa Caterina La Porta, ha sperimentato l'effetto di tre diverse statine (SIM, rosuvastatin e PRA) e della betulina (una molecola che interferisce con il controllo della concentrazione di colesterolo) su cellule in coltura. I loro risultati, pubblicati su Scientific Reports, hanno rivelato che la riduzione della quantità di colesterolo nelle membrane, sia tramite le statine sia tramite la betulina, causa la formazione di aggregati di una proteina chiamata neuroserpina coinvolta nello sviluppo del cervello e nella sopravvivenza dei neuroni. Mutazioni nel gene che codifica per la neuroserpina portano alla produzione di una versione anormale della proteina, che tende ad attaccarsi alle sue simili formando aggregati all'interno dei neuroni. Questi accumuli anomali, a loro volta, provocano la FENIB, una malattia neurodegenerativa ereditaria molto rara, caratterizzata da demenza ed epilessia. Ma le cellule usate da La Porta e dai suoi colleghi nei loro esperimenti non avevano nessuna mutazione nel gene della neuroserpina. Eppure, una prolungata esposizione a sostanze in grado di ridurre il colesterolo nelle membrane cellulari, ha provocato un drastico aumento degli aggregati di questa proteina, indipendentemente dal gene.

"Ci siamo concentrati sulla neuroserpina ma non possiamo escludere che l'alterazione delle membrane e del sistema di trasporto intracellulare possano provocare l'aggregazione anche di altre proteine", ha spiegato Caterina La Porta, sottolineando che "gli aggregati di neuroserpina sono stati associati non solo alla FENIB, ma anche ad altre malattie neurodegenerative meno rare, come l'Alzheimer". Se da un lato sappiamo che abbassare il colesterolo nel sangue può ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, dall'altro non conosciamo ancora bene le conseguenze di una cronica diminuzione di colesterolo a livello delle membrane cellulari.
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Coconpure

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Descrizione del Prodotto Uso Consigliato Ingredienti Informazioni Nutrizionali
MP Max Coconpure è un olio di cocco biologico multi-uso, che gioca un ruolo fondamentale come alimento fisiologicamente funzionale. L'olio di cocco è spesso considerato l'olio alimentare più sano in assoluto, poiché contiene eccezionali livelli di grassi saturi, che a loro volta sono ricchi di acido laurico e trigliceridi a catena media.

Come integratore alimentare, l'olio di cocco è stabile al calore, pertanto può essere utilizzato come sostituto di altri oli per cucinare prodotti al forno, arrosti e fritture. Inoltre, può essere utilizzato come ingrediente di base per creare un drink per lo sport oppure in alternativa al burro. L'olio di cocco è completamente esente da colesterolo e non contiene acidi grassi trans.

È anche un'eccellente fonte di trigliceridi a catena media (MCT), che il fegato trasforma direttamente in energia anziché in grassi, come invece avviene con i carboidrati. I trigliceridi MCT aiutano anche a stimolare il metabolismo e promuovono un senso di sazietà, infatti sono considerati un ottimo ausilio per le persone che desiderano perdere peso.

L'olio di cocco ha un'elevata concentrazione di acido laurico, un acido grasso a catena media, il quale sembra possedere proprietà antimicotiche e antivirali oltre che risultare utile per supportare la funzione autoimmune.

L'acido laurico si trova nel latte materno e viene utilizzato per proteggere i neonati da infezioni. Numerose ricerche hanno dimostrato che l'olio di cocco può aiutare anche a prevenire malattie cardiache, ictus e indurimento delle arterie.

I frutti di cocco utilizzati per MP Max Coconpure sono biologici al 100% e sono stati raccolti da alberi da frutto coltivati specificatamente a tale scopo nel continente asiatico, luogo in cui il frutto si trova in abbondanti quantità. Il nostro olio di cocco non contiene ingredienti OMG e non è stato idrogenato, sbiancato, raffinato o profumato.
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Scompenso cardiaco: il killer sottovalutato

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CUORE
Scompenso cardiaco: il killer sottovalutato
Colpisce 1 milione di persone in Italia e ha una mortalità superiore a quella dei tumori più diffusi. Ma è poco conosciuto dai pazienti e sottodiagnosticato dai medici
redazione24 NOVEMBRE 2016 12:52

Quest'anno avete fatto fatica a fare una passeggiata, al mare o in montagna, che invece l'anno scorso facevate in scioltezza? Se la risposta è sì, allora è il caso che vi facciate dare un'occhiata al cuore. Senza allarmarvi, ma un controllo sarebbe bene farlo. Perché magari il vostro cuore sta facendo fatica a pompare il sangue che serve al vostro organismo. Una condizione che può essere ad alto rischio, anche se (o probabilmente proprio per questo) lo scompenso cardiaco – perché è di questo che stiamo parlando – è una malattia tanto diffusa quanto poco conosciuta dai pazienti e sottodiagnosticata dai medici.

Eppure ha davvero numeri da paura: è la prima causa di morte nel nostro Paese; colpisce l’1,5% della popolazione italiana (cioè circa 1 milione di persone), ma si stima che entro i prossimi dieci anni arriverà a colpirne il 2,3%; la mortalità a cinque anni è superiore a quella di alcuni tumori come ovaio, mammella, intestino, vescica, prostata, intestino; la mortalità per scompenso cardiaco durante il ricovero è del 3,8% un paziente su 26 (3,8%) muore durante il primo ricovero; a 60 giorni dal ricovero lo scompenso cardiaco provoca il decesso o un nuovo ricovero nel 30-50% dei pazienti; a un anno dalla dimissione la mortalità è del 20-30% e a cinque anni sale al 40-50%; in altre parole, un paziente su quattro muore entro un anno dalla diagnosi e uno su due entro cinque anni. 

Ce ne sono altri ancora, ma questi numeri dovrebbero bastare per mettere sull'avviso e prestare attenzione a segnali che potrebbero essere quelli di una difficoltà del cuore a pompare come dovrebbe. Segnali che, però, purtroppo non sono specifici e possono piuttosto facilmente essere ricondotti ad altre condizioni: mancanza di fiato, stanchezza, gonfiore a livello dei piedi e delle caviglie, alterazioni del ritmo cardiaco. «Questo a volte inganna anche i medici – avverte Maria Frigerio, ‎direttore della Cardiologia 2 – Insufficienza cardiaca e trapianto e direttore De Gasperis CardioCenter, ospedale Niguarda di Milano - che ad esempio possono indirizzare a indagini sull'apparato digerente anziché sull'apparato cardiovascolare pazienti, per lo più giovani, nei quali lo scompenso si esprime con l'inappetenza, il dolore alla bocca dello stomaco dopo pranzo o sotto sforzo, anziché con i sintomi più classici e conosciuti». Un altro aspetto che può ritardare la percezione dei disturbi, aggiunge Frigerio, é che, quando i sintomi si sviluppano gradualmente, la persona che li subisce può «quasi inconsciamente modificare a poco a poco le sue abitudini in modo da poter compiere le attività della giornata nonostante la limitazione progressiva della tolleranza allo sforzo fisico».

Quando si parla di scompenso cardiaco, quindi, è molto importante che il paziente assuma un ruolo attivo nel riconoscere i sintomi e ne parli tempestivamente al proprio medico: una diagnosi e un trattamento precoci possono garantirgli una buona qualità della vita. «In alcuni casi – conferma Frigerio - l'impiego di terapie specifiche può ripristinare una normale funzione del cuore. Nella maggior parte dei casi, l'avvio precoce dei trattamenti appropriati, che non guariscono ma tengono sotto controllo la malattia, può implicare un allungamento della reale aspettativa di vita, ridurre i sintomi o ritardarne la comparsa, e quindi migliorare la qualità di vita».

Per molto tempo, l’approccio tradizionale alla terapia medica dello scompenso si è basato sull’utilizzo in combinazione di alcuni farmaci: diuretici, betabloccanti, ace-inibitori , antagonisti recettoriali dell’angiotensina, antagonisti dei mineralcorticoidi, somministrati generalmente con un dosaggio inizialmente basso e poi crescente». Adesso, però, è in arrivo una nuova opzione terapeutica che ha dentro di sé due molecole: il valsartan, che è un antagonista recettoriale dell’angiotensina, già noto, e il sacubitril, che inibisce l’enzima che degrada i peptidi natriuretici atriali. Il farmaco, come sottolinea Claudio Rapezzi, professore di Cardiologia al Dipartimento di Medicina specialistica, diagnostica e sperimentale Alma Mater di Bologna e direttore dell'Unità di Cardiologia al S. Orsola-Malpighi di Bologna, è già passato attraverso il vaglio di un grande studio condotto su migliaia di pazienti, lo studio Paradigm, che ne ha sancito sia la sicurezza che l’efficacia. «È importante precisare che tutto ciò avviene senza aggiungere ulteriori farmaci alla terapia – aggiunge Rapezzi - ma sostituendo i precedenti, con evidenti benefici per il paziente, che vede diminuire del 10-20% il rischio di mortalità e di ricovero e può giovarsi di un prolungamento medio della durata della vita superiore all’anno o all’anno e mezzo».
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Si allarga la rete degli sportelli di Retina Italia

Si allarga la rete degli sportelli di Retina Italia | Medic | Scoop.it
Si allarga la rete degli sportelli di Retina Italia
«Questo sportello sarà un nuovo passo avanti nel percorso di accoglienza e informazione che abbiamo intrapreso presso le varie Aziende Ospedaliere. Ci auguriamo, dunque, di essere un punto di riferimento e di sostegno per le persone con distrofie retiniche che vorranno rivolgersi ai nostri volontari, auspicando di poter aprire presto ulteriori punti di informazione e accoglienza in altri centri per le distrofie retiniche rare»: così Retina Italia, con le parole della presidente Assia Andrao, presenta il nuovo sportello informativo che sta per prendere il via all’Ospedale San Paolo di Milano


L’Ospedale San Paolo di Milano, dove Retina Italia sta per avviare un nuovo sportello informativo
Dal 18 gennaio prossimo, l’Associazione Retina Italia aprirà un nuovo sportello informativo presso la Clinica Oculistica dell’Ospedale San Paolo di Milano (Azienda Socio-Sanitaria Territoriale Santi Paolo e Carlo).
«Dopo molti anni di collaborazione tra la nostra Associazione e questa struttura – sottolinea Assia Andrao, presidente di Retina Italia -, si realizza così, con il contributo dei medici oculisti, un progetto concreto di reale aiuto ai pazienti e alle loro famiglie, che ha lo scopo di  alleviare lo stato di isolamento e solitudine che accompagna coloro che vengono colpiti da una malattia rara, quale la retinite pigmentosa e le altre distrofie retiniche rare, per le quali non esiste una cura».

Tra le attività proposte dallo sportello, le più significative saranno quelle di:
° centro di ascolto e di informazioni generali;
° consulenza normativa relativa alle pratiche di richiesta di invalidità e altro;
° indicazioni sull’uso di alcuni ausili che hanno lo scopo di facilitare le azioni della vita quotidiana delle persone con disabilità visiva;
° organizzazione di incontri di supporto psicologico ai pazienti e alle famiglie.

«Con l’apertura di questo sportello al San Paolo di Milano – aggiunge Andrao – si è fatto un nuovo passo avanti nel percorso di accoglienza e informazione, che la nostra Associazione ha intrapreso presso le varie Aziende Ospedaliere del nostro Paese e che ha già portato ad avviare iniziative analoghe all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze e all’Ospedale Ordine Mauriziano (Umberto I) di Torino. Ci auguriamo, dunque, di essere un prezioso punto di riferimento e di sostegno per le persone con distrofie retiniche che vorranno rivolgersi ai nostri volontari, auspicando inoltre di poter aprire presto ulteriori punti di informazione e accoglienza in altri centri per le distrofie retiniche rare». (S.B.)

Il nuovo sportello informativo dell’Ospedale San Paolo di Milano che prenderà il via dal 18 gennaio sarà aperto dalle 9.30 alle 13.30 (Clinica Oculistica, 5° piano, Blocco B). Per ulteriori informazioni e approfondimenti: info@retinaitalia.org.

16 gennaio 2017
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Ictus, finalmente scoperta la vera causa: è qualcosa a cui non avreste mai pensato!

Ictus, finalmente scoperta la vera causa: è qualcosa a cui non avreste mai pensato! | Medic | Scoop.it
Un gruppo di ricercatori italiano ha individuato nell’assenza di un particolare enzima la vera causa dell’ictus. Ecco i dettagli dello studio


Ictus, finalmente scoperta la vera ?
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Topi tornano a vedere con una retina biotech - Biotech - Scienza&Tecnica

Topi tornano a vedere con una retina biotech - Biotech - Scienza&Tecnica | Medic | Scoop.it
Una retina coltivata in provetta a partire da cellule staminali ha restituito la vista a topi che
rischiavano di perderla. La loro retina infatti si stata degenerando e il processo era arrivato
all'ultimo stadio

(ANSA)
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Vongole veraci contaminate: allerta in tutta Italia per Escherichia Coli

Vongole veraci contaminate: allerta in tutta Italia per Escherichia Coli | Medic | Scoop.it
Vongole veraci contaminate da Escherichia Coli: allerta in tutta Italia per la Vigilia
di Redazione BlitzPubblicato il 13 dicembre 2016 08:54
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Vongole veraci contaminate: allerta in tutta Italia per Escherichia Coli

ROMA – Vongole veraci pericolose per la salute: allerta in tutta Italia, soprattutto per il menù della Vigilia di Natale. E’ stata infatti appena diramata in tutta Italia un’allerta massima perchè potrebbero contenere il pericoloso batterio Escherichia Coli “oltre i limiti di legge”. L’allarme che riguarda l’intero territorio nazionale, da nord a sud, è stato lanciato dal RASFF, il sistema di allerta europeo rapido per la sicurezza alimentare. Non più dunque solo pochi campioni di prodotti come i mitili di Goro ritirati poco tempo fa dai supermercati Conad.

Ora il rischio si estende e, come spiega Luisa Mosello per Il Messaggero, sembrerebbe riguardare gran parte delle vongole veraci fresche vendute sul mercato italiano. Che di nome (scientifico) fanno Ruditapes Decussatus, sono le più pregiate, e si riconoscono perchè hanno una forma allungata e molti cerchi sulla conchiglia. Sono sia di mare che di allevamento.

Il Rasff ha già inviato un documento sugli alimenti a rischio per il ritiro dei prodotti potenzialmente pericolosi per la salute pubblica. E lo sono davvero se contengono questo batterio molto insidioso presente in acque inquinate da feci che può essere una bomba per l’apparato digerente e provocare nausea, forti crampi addominali, diarrea, vomito. L’allerta in questione è del 9 dicembre rif. 2016.1725, non si conoscono i lotti coinvolti anche perchè riguardano non solo la Grande distribuzione ma pescherie e mercati. Quello che è certo è che il ritiro è stato già avviato in tutta Italia.

L’invito da parte del Sistema di allerta invita tutti a prestare la massima attenzione e a non consumare questo tipo vongole senza prima sottoporla al controllo dal Servizio igiene degli alimenti e nutrizione della Asl locale.

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Ginnastica Propriocettiva, Capacità Propriocettiva - Riabilitazione - Magazine - Sissel.it

Ginnastica Propriocettiva, Capacità Propriocettiva - Riabilitazione - Magazine - Sissel.it | Medic | Scoop.it
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Sapere in quale posizione ci si trova, sempre, anche ad occhi chiusi, migliora la nostra capacità di reagire ad eventuali stimoli esterni tendenti ad alterare la nostra posizione nello spazio. Ma come fa il nostro corpo a mantenersi in equilibrio e a stare eretto? Come riesce a rispondere sempre nella maniera migliore alle continue sollecitazioni che riceve dal mondo esterno?

È una complessa struttura anatomica, che si compone di centri e vie nervose e di strutture, come ad esempio i muscoli, che rispondono ai comandi che arrivano dal sistema nervoso. C'è un continuo scambio di messaggi tra l'ambiente esterno e quello interno, quasi una centrale telefonica che smista le informazioni tra muscoli, tendini e sistema nervoso centrale. Questo particolare sistema dà vita a una sensibilità particolare, che si chiama propriocettività.

La capacità propriocettiva è una particolare sensibilità, grazie alla quale l'organismo ha la percezione di sé in rapporto al mondo esterno. Infatti, non sono solo la vista, l'udito o il tatto a informare come si posiziona il corpo nella realtà, ma la sensibilità propriocettiva che permette di sentire il movimento di un braccio o di una gamba anche quando gli occhi sono chiusi e consente al corpo di muoversi al meglio. Dopo un trauma (distorsioni articolari, ad esempio) o si è in una condizione psicologica particolare, si può perdere tale sensibilità: la rete di comunicazione tra sistema nervoso centrale e muscoli va in tilt; le risposte non sono più adeguate. Esistono però esercizi che riescono a ripristinare o a sviluppare la propriocettività, per regalare al corpo prestazioni sempre più efficienti.

Gli atleti che vogliono ottenere prestazioni sempre più efficienti ricorrono alla ginnastica propriocettiva. Anche quando subiscono un trauma possono sottoporsi a un programma di esercizi propriocettivi per "rieducare" i riflessi e ottenere nuovamente un controllo ottimale dell'organismo, sottoponendo l'organismo e la parte anatomica che si vuole rieducare (ad esempio: una caviglia con una distorsione) a continue sollecitazioni controllate. Si utilizzano a tale scopo le tavolette instabili (tavolette propriocettive) anche al fine di affinare gesti atletici non corretti e prevenire infortuni: l'esercizio propriocettivo è una stimolazione neuromotoria nella sua totalità.

Quando si subisce un trauma possono insorgere non solo lesioni fisiche; l'organismo può perdere e/o diminuire la sua capacità di valutare bene le informazioni che arrivano dall'esterno e i recettori inviano al sistema nervoso centrale sensazioni di qualità inferiore.

Ripristinando tale capacità l'esercizio propriocettivo consente non solo di completare il ripristino globale della funzionalità dell'arto, ma anche di evitare recidive. Infatti, informazioni sbagliate possono causare nuove cadute e altri traumi.



GLI ATTREZZI

Ci sono diversi attrezzi per sviluppare la propriocettività, che si trovano in palestre specializzate e/o studi di fisioterapia, e varie forme di ginnastica, come "trekking", "stretching", esercizi di respirazione. Ecco alcuni esempi.



LE TAVOLETTE E LA PEDANA MOBILE

(Balance Board - Balance Board Pro)

Le classiche tavolette propriocettive furono ideate da Freeman e Wyke. Sono utilizzate nel campo riabilitativo e preventivo da molto tempo. Dopo avere subito un trauma, la sensibilità propriocettiva può risultarne alterata. Il malato deve ricostruire una sensibilità profonda con l'aiuto delle strutture recettoriali rimaste indenni e con l'utilizzo di altri sistemi come la vista.



LO STEP A MEZZA SFERA

(Fit-Dome Pro)

Gli step a mezza sfera, molleggiati, offrono ottime opportunità neuromotorie per allenare la sensibilità propriocettiva. La coordinazione si affina, l'equilibrio migliora, i muscoli imparano a lavorare correttamente e si prevengono traumi e sollecitazioni sbagliate alle articolazioni.

Uno di questi attrezzi è il Fit-Dome Pro ed è una mezza sfera in gomma, che si usa sia dalla parte piatta sia da quella convessa. Con questa si possono fare esercizi di coordinazione, piegamenti e saltelli in base al proprio livello di allenamento e di capacità. Grazie alla sua forma arrotondata e alla consistenza morbida, oltre a far lavorare i muscoli, impegna anche il sistema neuromuscolare per mantenere l'equilibrio.

Nei muscoli, nei tendini e nelle articolazioni sono presenti delle particolari terminazioni sensitive, i recettori propriocettivi, che partecipano all'aggiustamento posturale, alla posizione dei vari segmenti del corpo e alla tensione e lunghezza dei diversi muscoli. La sensibilità di questi recettori è indispensabile a chi pratica sport, ma è altrettanto importante nella vita di tutti i giorni.

Esercitarsi con regolarità con il Fit-Dome Pro consente di allenare e tonificare gruppi muscolari specifici come quelli delle gambe e dei glutei.

La propriocettività è una componente importante dei meccanismi che controllano e stabilizzano la postura, cioè la capacità di mantenere una posizione del corpo e degli arti e il loro orientamento nello spazio. Per eseguire un movimento sono necessari continui "aggiustamenti" posturali; ancora più importanti appaiono questi aggiustamenti nelle attività sportive: l'esecuzione del gesto tecnico richiede modifiche continue della posizione del corpo, in assenza delle quali l'atleta non sarebbe in grado di mantenere l'equilibrio. Lo stesso vale, più banalmente quando si passa da un appoggio su due piedi a un appoggio su un piede solo, oppure quando si devono salire le scale. Ogni volta che ci si mette in una situazione di "disequilibrio", il sistema nervoso reagisce fornendo una immediata risposta ai "sensori" che lo avvertono della instabilità pericolosa. Si attuano subito degli automatismi che "risistemano" il corpo nello spazio. Non si tratta di risposte volontarie, che richiederebbero un tempo troppo lungo, ma automatismi inconsapevoli: esiste un "programma" già impostato che l'organismo applica senza sforzo.



I PROPRIOCETTORI

Le informazioni vengono smistate al sistema nervoso centrale dai propriocettori. Questi consistono in strutture specializzate (presenti nelle articolazioni, nei muscoli e nella cute), che inviano messaggi, assieme ad altre strutture specializzate, come gli occhi incaricati di mandare informazioni visive, l'orecchio interno che avverte della situazione di equilibrio (informazioni vestibolari), le viscere sensibili al benessere e al dolore.

Tutte queste informazioni giungono al sistema nervoso centrale, dove viene elaborata una risposta, che viene immediatamente "rimandata" ai muscoli, dove si traduce nell'esecuzione di movimenti poco dispendiosi e coordinati. Quando si subisce un trauma (per esempio una distorsione a una caviglia) si possono danneggiare le strutture anatomiche che contengono i propriocettori. In tal modo si riduce la qualità delle informazioni che quel distretto invia al sistema nervoso centrale.

I canali di percezione

Qualcuno percepisce il mondo principalmente tramite la vista, altri attraverso l'udito e altri ancora tramite il tatto. La realtà viene di solito percepita dal canale predominante, che, nella cultura occidentale è la vista, seguita dall'udito.

 

Canale visivo = vedere

Canale uditivo = sentire

Canale propriocettivo = toccare/sentire il corpo

Canale cinestesico = muoversi


LA PERCEZIONE DEL CORPO NELLO SPAZIO

Solitamente non si avverte la differenza tra una posizione e un'altra; per esempio, si conosce poco la diversità delle sensazioni provate nel ruotare a destra o a sinistra la testa; così, come non si possiede la consapevolezza del proprio corpo e di parte di esso nello spazio. Dovremmo imparare, chiudendo gli occhi, a percepire gli stimoli che ci arrivano dall'ambiente esterno, diventandone consapevoli. Dovremmo imparare a "sentire" la parte del corpo che si muove e avvertirne il peso, il calore, la sua posizione nello spazio. L'autopercezione aiuta a prendere coscienza di tutti i cambiamenti, anche i più piccoli, che avvengono nel corpo.

Ecco qualche esempio: che sensazione si prova quando si muove il braccio in una direzione? E in quella opposta? Iniziare ad ascoltare e cercare di percepire le sensazioni di rigidità, di contrazione, di rilassamento, di caldo e di freddo. Sforzarsi di sentire il corpo e di capire cosa vuole comunicare.

Anche nella respirazione si creano micromovimenti che le singole vertebre producono continuamente quando si respira. Si deve iniziare ad avere coscienza del corpo nello spazio; rieducare l'atteggiamento corporeo, modificare i vizi di posizione che si accentuano con il passare del tempo, evitare movimenti ripetitivi sbagliati.



LA PROPRIOCEZIONE

Il concetto di propriocezione o priopriocettività si è sviluppato e modificato nel tempo. Oggi, grazie ai più recenti studi scientifici, si possono distinguere una componente cosciente, detta "propriocezione", e una incosciente chiamata "archeopropriocezione".

   La propriocezione cosciente

La propriocezione cosciente comprende:

1- la sensazione di posizione articolare: questa avverte della posizione in cui si trova un arto. Per esempio, quando si tiene un braccio alzato, fermo sopra la testa, anche se non lo si guarda, l'organismo sente che è in quella posizione.

2- La sensazione del movimento articolare (cinestesia): se si muove il braccio, si avverte il suo movimento nello spazio.

   L'Archeopropriocezione incosciente

Quando si cammina, ci si rende conto dell'ambiente circostante senza pensare ai muscoli che si muovono, all'equilibrio, alla postura. Tutto funziona in automatico. Questa è l'archeopropriocezione incosciente, che è alla base dei riflessi che rendono stabile il corpo. È un sistema automatico che non coinvolge la coscienza.

Essa interessa le strutture più primitive sviluppate nel corso dell'evoluzione: il midollo spinale e il tronco dell'encefalo, cioè la massa cerebrale contenuta nel cranio (cervello, cervelletto, midollo allungato).



 

UN METODO PER RIEDUCARE LA RESPIRAZIONE

L'esercizio deriva da un metodo nipponico, serve per ritrovare un ritmo respiratorio più efficace e insegna a percepire il respiro con maggiore consapevolezza. Anche durante il sonno la respirazione migliora con effetti benefici sul sistema nervoso e linfatico. Ecco come fare:

1- Sdraiarsi su una superficie rigida, ma confortevole (materassino da ginnastica).

2- Concentrarsi fissando il pensiero sulla zona intorno all'ombelico (mantenere la visualizzazione di questo punto durante tutto l'esercizio).

3- Alzare di pochi centimetri i fianchi da terra e riappoggiarsi molto lentamente. Ripetere il movimento cinque volte o anche di più, finché non si acquista padronanza del movimento.

4- Espirare lentamente per 25 secondi, svuotando completamente i polmoni. Poi, inspirare con altrettanta calma per altri 25 secondi, riempiendo interamente i polmoni.

5- Continuare con questo ritmo per almeno 15 minuti (si può arrivare fino a 30 minuti).

Se inizialmente è difficile espirare ed espirare per 25 secondi, iniziare con un tempo inferiore, aumentando via via i secondi.

 


POSTURA E CARATTERE

Lo psicologo Willem Reich, che ha introdotto il concetto di "armatura caratteriale", sosteneva che il carattere si esprime negli atteggiamenti posturali, nelle posizioni che si assumono e non solo nelle espressioni e comportamenti tipici della persona.

L'armatura caratteriale influenza lo sguardo, il tono della voce, il ritmo delle parole. Altrettanto può fare con la respirazione, provocando rigidità muscolari croniche. Lowen ha perfezionato il concetto, evidenziando come ogni blocco emotivo possa comportare un blocco nel flusso di energia, ostacolando respiro e movimento.

I "conflitti" si strutturano nel corpo sotto forma di tensioni muscolari croniche e come tutte le armature, anche quella caratteriale limita la motilità e la sensibilità e, attraverso una respirazione inadeguata, causa un aumento dell'ansia e dell'irritabilità. Il lavoro sul corpo aiuta a percepire la propria rigidità come limitazione all'auto‑espressìone. Per Painter questa "armatura" spesso impedisce la fuoriuscita delle emozioni che sono state congelate, trattenendo energia. È come se il corpo esprimesse un rifiuto di crescere e di vivere, a causa di blocchi del passato creati per proteggersi da esperienze spiacevoli, ma che persistono come se il pericolo fosse ancora atteso. La ginnastica propriocettiva, con l'aiuto di trattamenti psicologici, aiuta a togliere questa armatura.



L'ATTIVITÀ FISICA PUÒ DARE UNA MANO

La propriocezione intesa come percezione della posizione articolare e percezione del movimento articolare può essere utilmente stimolata con opportuni esercizi. Per esempio, durante l'esecuzione di particolari movimenti si può indirizzare l'attenzione a particolari distretti corporei stimolati dall'esercizio, come nel trekking e nello stretching, o durante lo svolgimento di esercizi respiratori.

 

IL TREKKING

Anche il trekking stimola la sensibilità propriocettiva. È importante fare attenzione al proprio corpo ed essere consapevoli delle modificazioni che, durante il trekking, avvengono nell'organismo.

Si deve sentire il movimento, ovvero riconoscere lo stato di tensione di un distretto muscolare. All'inizio non è semplice. Ma concentrandosi bene su ogni passo si avverte l'alternanza di contrazione e rilasciamento di ciascuna fascia muscolare. Basta provare a chiudere gli occhi per un istante per sentirsi in armonia con il corpo.

Questa attività rilassa e attiva in modo approfondito le vie nervose della sensibilità propriocettiva. Il trekking stimola l'organismo, risvegliando ogni singola cellula, facendo sentire corpo e mente più carichi e vitali.

 

LO STRETCHING

La parola stretching può essere tradotta con il termine di allungamento. Nel corso dei tempo sono state proposte diverse metodiche di stretching variamente utilizzate in campo sportivo, riabilitativo e preventivo. Lo stretching è usato prima e dopo l'esercizio fisico. Prima come atto preparatorio, dopo per facilitare il recupero ed evitare fastidiose contratture.

Le operazioni di stretching devono essere lente e non dolorose. Nello stretching statico la posizione va raggiunta in circa 8 secondi e mantenuta per 20/30 secondi prima di tornare, sempre lentamente, alla posizione di partenza.

 
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la corrente di carica (mA) invece determina la velocità di carica.... e con un rapido calcolo si può sapere all'incirca quanto ci metterà a caricare.. la formula è: (mAh batteria : mA di carica) X 1,4 = tempo di carica quindi prendendo le tue batterie e il caricabatterie che hai avremo (4800/100)*1.4 = 67h quindi 2 giorni e 6 ore arrotondando....


http://www.elenet.altervista.org/Elettrotecnica/Pile_ricaricabili.html

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