Quando arriva il vento.
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Quando arriva il vento.
Anatomia di un viaggio.
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Il VIAGGIO.

Il VIAGGIO. | Quando arriva il vento. | Scoop.it

 

 

La valigia è chiusa. E’ la mia valigia verde, quella che mi ha accompagnata per chilometri. L’ho sistemata per bene prima di partire con tutto ciò che potrebbe sevirmi. Ci ho messo anche ciò che non userò mai. Lo so è una cosa stupida ma lo faccio sempre.

 

E’ la paura di trovarmi in difficoltà. Sono abituata a dover essere autonoma. Indipendente .

Bella invenzione l’indipedenza… Per chi non ne ha necessità e la reclama. In realtà quelli indipendenti di solito sono anche soli. O tali si sentono.

 

Insomma il fatto è che i ritorni mi mettono una tristezza addosso paragonabile solo a quella che dà la fine dell’Estate.

 

Il viaggio per me è mille cose. Ciò che più mi piace vivere è l’attesa della partenza.

 

L’inizio è come un foglio bianco per uno scrittore. Milioni di prospettive. Possibilità che si schiudono come fiori la mattina presto. Quando osservi un bocciolo che si schiude non puoi certo sapere di che colore sarà ogni petalo. Puoi sperarlo. Così quando io comincio a pensare, ad immaginare il viaggio aggiungo colori e parole ad ogni respiro.

 

Oggi ritorno. Chiudere la mia valigia verde per tornare a casa è stato più difficile che in altre occasioni. Non pensavo sarebbe stato così. Ero sicura che dire “Ciao..” a posti che ho imparato a conoscere non avrebbe avuto un sapore così…freddo. E’ il freddo quello che sento. Mentre dico “Ciao..”, so che guardando fuori vedrò solo un formicaio in movimento convulso, ma non ciò che vorrei vedere. Non c’è più in lontananza nemmeno il colore della giacca che avrei potuto distinguere in mezzo a tutto il nero che mi circonda.

 

Il treno puzza. C’è una donna con un bimbo di pochi mesi tra le braccia, lo sballottola per farlo smettere d piangere. Lo culla chiamandolo per nome nella speranza che si adatti alla situazione di sottovuoto in cui, forza cose, si trova.

Scopro che chi mi ha fatto il biglietto ovviamente non ha tenuto conto delle mie richieste. Non ho il finestrino ma il signore accanto a me con gentilezza me lo cede. Sono nel senso inverso di marcia. Quello che preferisco. A differenza di tutto il resto del mondo. Mi piace guardare i posti nella prospettiva in cui si allontano. Forse perché tutta la mia vita è in senso inverso.

 

Tiro fuori il mio netbook dalla valigia e mi accartoccio su una poltrona dondolante, segno dello stato di trascuratezza e pena che aleggia intorno e dentro Trenitalia. Ma ci salverà Montezemolo! Lo sento…Mi ricorda qualcuno cui sentì fare entusiastici proclami circa vent’anni fà….Corsi e ricorsi della storia. O dovrei dire un altro mercenario pronto a saccheggiare quel che resta di uno Stato che non esiste più.

 

Per fortuna la mia musica è con me. Alzo il volume. Voglio sentire solo musica e il rumore delle parole che si inseguono nella mia testa. Sono tante. Le inseguo e le scelgo. Le scelgo perchè le parole sono importanti. Non si può sbagliare. Una parola detta a caso può far male. E allora io scelgo. Con cura.

 

E’ troppo breve questo viaggio e troppo affollato questo treno. So di scrivere cose poco brillanti e forse anche un po’ tristi. Perché inspiegabilmente, a differenza delle altre volte in cui ho salutato andando via sento forte la mancanza. La assenza. Dal primo gradino che mi porta dentro questo vagone di latta sento la mia indipendenza, il mio non pretendere, il mio essere silenziosa, il mio essere trasparente, quasi invisibile, sgretolarsi. E divento fragile. Come vetro.

 

C’è qualcosa che ho lasciato sul binario della stazione. E non è un bacio distratto. O almeno non solo quello.

 

C’è un pezzo di me in ogni meraviglioso posto che ho visitato. Ed una parte dei posti che ho visto é nei miei occhi. Ognuno di questi luoghi mi ha regalato qualcosa. Che ha cambiato il mio modo di camminare. Il mio modo di osservare il mondo. Il mio modo di affrontare il nuovo. Anche se ogni tanto, soprattutto oggi, il distacco, l’andare via mi scuote. E qualche lacrima spunta fuori da dietro i miei Ray Ban. Non mi importa di chi mi guarda e pensa “chissà perché piange…”. Vorrei rispondere: perché sto ascoltando Eva Cassidy, perché il sole sta accompagnando il mio viaggio, perché ciò che scorre alla mia sinistra è bello ma non è ancora lo struggente paesaggio delle campagne pugliesi, non ci sono ancora muretti a secco e uliveti a perdita d’occhio, perché la mia mano è rimasta dentro quella che mi teneva al caldo. E perché provare ancora emozioni rende vita alla vita.

 

E allora….La vita è un viaggio. La pelle il taccuino su cui il racconto di ogni incontro, di ogni tramonto, di ogni bacio, di ogni sorriso, di ogni informazione chiesta alla fermata di un autobus, resta scritto. Per sempre.

 

TdE

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PADRI.

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PADRI.

 

Padri non tutti. Il mio. Prima di andare via se n’era andato. Strappando con la fuga quell’ultimo brandello di adolescenza e spensieratezza che mi rimaneva. Quanto io l’abbia amato in quel momento non gliel’ho detto mai. Quanto io l’abbia odiato per non averlo compreso nemmeno. Volevo proteggerlo. Da se stesso e dal mondo. E’ una fortuna saper essere padre. Da questo derivano figli che saranno ottimi padri. E figlie che sapranno amare senza timore. Mio padre mi manca ogni giorno. Quando vorrei mi stringesse tra le braccia forti, come quando, di ritorno da un viaggio di lavoro lui al rientro dalla gita di terza media io, ci incontrammo in una stazione di servizio. E mi salvo’. Dal mio primo bacio.

 

 

Grazie @PaoloPugni perché fai riaffiorare momenti belli nella mia memoria di figlia.

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Apologia del Ritardo.

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“Si, sta tranquillo. Si…Ti ho detto che ce la faccio”…Non si fida…”Ma si. Mi bastano due ore..Ma dai..Ok. Va bene..Ci vediamo dopo!”

 

Seccante. Quando qualcuno non si fida di te è seccante. In fondo sono solo le sette e mezza di sera. Si lo so, sono ancora in ufficio…Ma ce la posso fare ad uscire in orario. Credo. Si ce la posso fare.

 

La fortuna di vivere in una città minuscola poi è che le distanze si percorrono davvero facilmente…Certo bisogna anche fare benzina…Ricordarsene possibilmente quel tot prima di essersi resi conto del proprio ritardo. Un quarto d’ora. E’ il mio must. Sono sempre in ritardo di almeno un quarto d’ora. Sono inflessibile su questo. Ma stasera, no. Andrò contro i miei principi. Arriverò in orario….E’ che il tempo è poco. E’ che il tempo mi è contrario.

 

Se avessi avuto una Porsche avrei impiegato di più. La mia Punto si fa onore quando sente che è necessario. Saluto frettolosamente, entrando in casa. Non posso trattenermi in convenevoli. Anche se dovrei. Mi catapulto nel bagno. In trenta secondi mi strucco. Via gli abiti. E sono sotto il getto dell’acqua. Amo stare sotto il getto della doccia. Mi rende morbida, duttile. Scivola via, col sapone anche la giornata, aggressivamente aggrappata addosso a me.

 

Il momento che più mi piace però è quello in cui mi asciugo. Strofino la pelle con decisione. Per sentire. Rientro in contatto con la parte fisica di me. Posso finalmente fermarmi ad osservare come sono fatta senza andare a memoria. Non c’è mai tempo per considerare come è cambiato il proprio corpo. Per ritrovare il senso del tatto. Per sentire di nuovo la pelle sotto le mani. Per guardare il proprio viso riflesso in uno specchio e scoprire un segno nuovo, non una ruga, un segno di cui si conosce la storia. Un piccolo solco per una risata fra amici, un tratto profondo a memoria di un dolore. Il mio corpo per me è un libro. Su cui tutta la mia storia è raccontata. Ne sono gelosa, ne vado fiera.

 

Devo accelerare altrimenti il mio ritardo canonico non sarà di quindici minuti ma di un’ora. Anche perché temo di non avere idea di ciò che metterò…Tacchi? Anfibi? E’ una cena. Una cacchio di cena. Mica una proposta di matrimonio.

 

Provo. In dieci minuti l’armadio, tutto, il contenuto dell’armadio è sul mio letto. Com’è difficile scegliere…Con quel vestito no. Assolutamente no…I jeans? No, no…Ecchecavolo!

 

Va bene mi arrendo. Pantaloni neri ultra attillati, maglia verde, cardigan lungo nero e…Le scarpe…Scarpe…Io non porto scarpe. Porto solo stivali d’inverno. Si ma stivali con o senza tacchi?

 

E se ne è andata un’altra mezz’ora…sono quasi in ritardo. Quasi perché all’appuntamento mancano cinque minuti. Solo cinque maledettissimi minuti.

 

Davanti allo specchio, mentre mi trucco, sembro Renoir in un momento d’estasi…Mentre metto il fard sono le dieci…e valuto: non si può vivere così. Non si può rincorrere il tempo. Perché quando tieni a qualcosa, quando ti impegni perché tutto vada bene non puoi sentirti con il cappio al collo. In fondo ogni cosa fatta, andava fatta. Con cura. In slow motion direbbe Lupetti..

 

Lavare via il lavoro, la fatica. Rientrare in contatto con ogni più piccola parte di sé è cosa necessaria per riappropriarsi del proprio tempo, della propria vita. Per assaporare l’attimo. Per gustare l’attesa di un momento piacevole. Senza orologio.. Trovare un’ora durante la giornata in cui ci si dedichi a noi stessi dovrebbe essere prescritto dal medico. Deducibile dalle tasse.

 

Non ce l’ho, ovviamente, fatta ad arrivare in orario…Il mio quarto d’ora d’ordinanza me lo sono preso tutto…

 

Non sarà stato educato…Ma la mia testa ringrazia. Non avrò vinto la scommessa con me stessa. Ma non sono un tipo che si offende…

Entro in macchina. Chiedo scusa per il ritardo…Mi risponde “non importa” …

Deve essere vero perché ha un gran sorriso stampato sulla faccia. O forse ce l’ha perché anche io ce l’ho..

 

Non c’è più tensione nelle braccia, non c’è corsa, fretta nelle gambe. Mi prendo il mio tempo. Quello che mi fa arrivare in ritardo ma che rende giustizia all’attimo che vivo. Rallento il ritmo. Ascolto il respiro. E vivo.

 

Guardo alla mia sinistra e vedo in chi sta accanto a me la stessa consapevolezza: a volte bisogna andare lentamente. Life in slow motion.

 

Ah, per chi se lo stesse chiedendo: alla fine ho messo gli anfibi…

 

TdE

 

@GuglieCornelli, @woork,@PaoloPugni @avergani

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Il mio nome è Rossella Urru. #freeRossellaUrru

Il mio nome è Rossella Urru. #freeRossellaUrru | Quando arriva il vento. | Scoop.it

Il mio nome è Rossella Urru.

 

 

 

"Siete mai stati nel deserto? La notte, nel deserto, le stelle sono di più che in ogni altro posto nel mondo. Sono più vicine. Sono un manto. Una coperta. Un tappeto su cui volare. Amo il deserto. Amo la sabbia e il suo cancellare i confini. Non ci sono delimitazioni vere nel Sahara. Non si possono erigere cancelli in un posto in cui non si vede il finire della terra.
Sono qui adesso. In un punto indefinito. In un posto indefinito. Qui dove gli occhi dei bambini sono neri, profondi. Occhi rivolti al mondo che li ignora. Occhi che regalano un sorriso a chi li voglia guardare veramente.
Io sono qui. Sono venuta ad offrire il mio aiuto. Sono venuta ad insegnare a costruire un mondo libero, autonomo.

 

Libertà.

 

Ciò che ho portato come esperienza in questa terra è ciò di cui ora sono priva.

Io non sono libera. Ora.

La mia nuova condizione ha un tempo. Un'età.
Quattro mesi. Centoventi giorni. Sembra un tempo breve quando hai mille cose da fare. Quando sei libero di studiare, uscire, mangiare, correre, prendere un caffé con un'amica, ridere, giocare, parlare al telefono, fare compere, litigare, dormire, lavorare, oziare. Un tempo breve. Quando sei libero. Un battito di ciglia in una vita intera. Quando sei libero. Quando pensi al tempo come concetto fluido. Quando ti sembra di averne in quantità infinita a tua disposizione.

 

Ma io non sono libera.

 

E il mio tempo non è più mio. Ora penso che quattro mesi sono un tempo lungo. Lunghissimo. E mi domando come sarà cambiato ciò che conosco, da quando non sono più libera.
In quattro mesi un bambino nel ventre della madre è già del tutto formato. Il suo cuore batte al ritmo di centoventi battiti al minuto. Centoventi come i giorni che ha la mia vita non libera. Quattro mesi sono un tempo lungo. Lunghissimo. Un tempo in cui una nuova vita nasce, cresce, si completa. Lo so adesso. Adesso che mi domando chi mi renderà la libertà che portavo nelle mie valige venendo in questa terra gialla. Adesso che mi domando se qualcuno dalla mia di terra sta urlando il mio nome.

 

Mi chiamo Rossella Urru. Sono stata rapita perché insegno la libertà."

 

 

Quando ho pensato a ciò che avrei potuto scrivere sono stata un po' presa dal timore di
urtare la sensibilità di chi Rossella ama. Di interferire con meccanismi delicati: chi negozia vorrebbe tenere l'attenzione mediatica il più low-profile possibile.

Raccontare in modo didascalico però non fa per me. Non ne sono capace. Io sento le cose che scrivo. E scrivere di questa minuta e coraggiosa ragazza è stato difficile.

 

Più andavo avanti più mi domandavo perché mai in pochi fossero a conoscenza della sua storia. Più andavo avanti e più non capivo il perché. Non lo capisco tutt'ora.

Sarà vero che si agisca così nel tentativo di non rafforzare le posizioni dei rapitori? Sarà vero che il tentativo dei media sia quello di farla divenire un simbolo? E ancora sarà vero che questo possa essere dannoso per la sua condizione? E se è vero che spesso i simboli diventano martiri, bisogna fare in modo che questa volta non sia così.

 

Mi pongo queste domande da ieri e mi dibatto alla ricerca di una ragione valida per non pubblicare questo post. Ragione che, in tutta sincerità, non riesco a trovare.
Oggi qualcuno mi ha detto che questo gesto serve solo a garantire solidarietà ma non aiuto.

 

Io non so se sia così. So che il silenzio che ha avvolto questa vicenda sta diventando più
assordante delle sirene di Ulisse.
So solo che se non ti ascolta nessuno può essere per due ragioni: hai sbagliato interlocutore oppure parli troppo sottovoce. Per educazione.

Ho scelto di non essere educata stanotte. Ho scelto di alzare la voce. Ho scelto di dare
la mia voce a chi ora non può far sentire la sua. Ho scelto di rompere il silenzio.

 

Il silenzio è la quiete della notte. E' la vita che si ferma. E non è ciò che voglio.

 

Se il silenzio si rompe urlando, allora io urlo. Sarà la mia una voce tra mille, oppure una voce nel vuoto. Ma la dono a chi ne ha bisogno. Ora.

Un grido d’aiuto il mio anche per: MARIA SANDRA MARIANI rapita il 02 febbraio 2011 e
per l’equipaggio della motonave ENRICO IEVOLI: 6 italiani, 5 ucraini e 7 indiani. Sequestrati dai pirati nell’Oceano Indiano il 28 dicembre 2011. FRANCO LAMOLINARA rapito il 12 maggio del 2011 e GIOVANNI LOPORTO non libero dal 19 gennaio 2012.

 

ROSSELLA URRU LIBERA. #freeRossellaUrru

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Quando arriva il vento.

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Avete mai sentito come parla il vento? Per chi non lo conosce il suono del vento, forte, prepotente e’ solo fastidio. Per chi come me e’ nato in questa terra il suo ululare e’ canto. Siete mai stati qui a casa mia in una notte in cui non c’e’ silenzio? Avete mai sentito il rumore delle foglie d’ulivo quando il vento le scuote? La ragione dei tronchi contorti, scolpiti, annodati, vivi, sta nella sua indomabilità.

 

Oggi le onde si alzavano nel porto.

 

Mentre camminavo sentivo la mano sicura dell’aria darmi la direzione, una nuova traiettoria da seguire. Per quanto contrastassi la spinta, non ho potuto far altro che seguirla. Ed ho capito.

Noi salentini siamo figli del vento, del mare, della terra. Questi elementi ci puliscono i pensieri, si impossessano di noi rendendoci radici inestirpabili. Siamo un unico fluire con cio’ che da sempre ci nutre.

 

Ho letto storie di ragazzi che vanno a cercare strade altrove perche’ qui si muore. Qui si muore…Ho sentito acclamarli come eroi.

Quando avrei potuto andar via io sono rimasta. E tanti miei amici sono tornati. E lottano. Perche’ se vali vali. Tra quelli che vanno via quanti possono dimostrare il proprio valore? Davvero. Senza l’aiuto di chi nella terra del vento li spinga nella giusta direzione.

 

Venitemi a dire che questo non e’ un gesto eroico. Venitemi a dire che in un mondo sempre più piccolo sia impossibile lavorare anche dalla propria scrivania mantenendo contatti con persone che vivano ai confini della terra. Io lo faccio. Tutti i giorni. Sono brava? Si. Molto. Ma potrebbe esserlo chiunque. Certo e’ necessario lottare. Come quando si desidera veramente qualcosa.

 

Come quando si desidera veramente...

 

Ho aspettato arrivasse il vento in questi giorni. Tramontana. Vento freddo. Purifica. Pensieri. Anima. Cuore. Non posso vivere senza. Ogni cosa inanimata dentro di me trova la giusta collocazione se mi lascio scuotere da lui. Il vento e’ un richiamo ancestrale. Porta l’odore del mare con se. Porta me al mare. Io sono vento. E il mare e’ il mio respiro.

 

Dedicato a tutti quelli che hanno il coraggio di restare.

Dedicato a tutti quelli che hanno il coraggio di tornare.

Dedicato a tutti quelli che qui hanno lasciato il cuore.

 

TdE

 

Fonte: soloperdiletta

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Michele's comment, December 23, 2011 2:41 AM
Grazie Tiziana per queste tue meravigliose parole che, come il forte vento di maestrale, scuotono nei meandri della mia memoria remota e fanno scaturire il lamentoso ululato del fantasma chiuso nella scala della terrazza, quando piccolino passavo le mie giornate a casa di mia nonna. E' saltato fuori anche quello snervante, ora rimpianto, incessante tintinnio di quelle pentole che mia madre teneva appese sul terrazzino dietro la cucina. Sento nelle orecchie l'urlo feroce del vento, quando oramai nel tunnel della depressione lo sfidai a viso aperto in riva al mare e mi sconfisse facendomi ripiegare ed accovacciare dietro un un muro a secco. Noi salentini, siamo plasmati dal vento ed il nostro carattere assomiglia proprio a quei vecchi tronchi d'ulivo, torti e contorti, ruvidi. Ma sotto quella corteccia siamo anche molto gentili e delicati, proprio come quei merletti ricamati dal vento sui vecchi muri di tufo. Un grazie ancora Tiziana da uno che tanti anni fa è stato costretto ad abbandonare quella terra rossa, dove ha lasciato il suo cuore e la sua storia, ma dove presto spera di ritornare per sempre.
Level343's comment, January 2, 2012 6:07 PM
Fantastico :)
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Quando arriva il vento.

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Avete mai sentito come parla il vento? Per chi non lo conosce il suono del vento, forte, prepotente e’ solo fastidio. Per chi come me e’ nato in questa terra il suo ululare e’ canto. Siete mai stati qui a casa mia in una notte in cui non c’e’ silenzio? Avete mai sentito il rumore delle foglie d’ulivo quando il vento le scuote? La ragione dei tronchi contorti, scolpiti, annodati, vivi, sta nella sua indomabilità.

 

Oggi le onde si alzavano nel porto.

 

Mentre camminavo sentivo la mano sicura dell’aria darmi la direzione, una nuova traiettoria da seguire. Per quanto contrastassi la spinta, non ho potuto far altro che seguirla. Ed ho capito.

Noi salentini siamo figli del vento, del mare, della terra. Questi elementi ci puliscono i pensieri, si impossessano di noi rendendoci radici inestirpabili. Siamo un unico fluire con cio’ che da sempre ci nutre.

 

Ho letto storie di ragazzi che vanno a cercare strade altrove perche’ qui si muore. Qui si muore…Ho sentito acclamarli come eroi.

Quando avrei potuto andar via io sono rimasta. E tanti miei amici sono tornati. E lottano. Perche’ se vali vali. Tra quelli che vanno via quanti possono dimostrare il proprio valore? Davvero. Senza l’aiuto di chi nella terra del vento li spinga nella giusta direzione.

 

Venitemi a dire che questo non e’ un gesto eroico. Venitemi a dire che in un mondo sempre più piccolo sia impossibile lavorare anche dalla propria scrivania mantenendo contatti con persone che vivano ai confini della terra. Io lo faccio. Tutti i giorni. Sono brava? Si. Molto. Ma potrebbe esserlo chiunque. Certo e’ necessario lottare. Come quando si desidera veramente qualcosa.

 

Come quando si desidera veramente...

 

Ho aspettato arrivasse il vento in questi giorni. Tramontana. Vento freddo. Purifica. Pensieri. Anima. Cuore. Non posso vivere senza. Ogni cosa inanimata dentro di me trova la giusta collocazione se mi lascio scuotere da lui. Il vento e’ un richiamo ancestrale. Porta l’odore del mare con se. Porta me al mare. Io sono vento. E il mare e’ il mio respiro.

 

Dedicato a tutti quelli che hanno il coraggio di restare.

Dedicato a tutti quelli che hanno il coraggio di tornare.

Dedicato a tutti quelli che qui hanno lasciato il cuore.

 

TdE

 

Fonte: soloperdiletta

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Michele's comment, December 23, 2011 2:41 AM
Grazie Tiziana per queste tue meravigliose parole che, come il forte vento di maestrale, scuotono nei meandri della mia memoria remota e fanno scaturire il lamentoso ululato del fantasma chiuso nella scala della terrazza, quando piccolino passavo le mie giornate a casa di mia nonna. E' saltato fuori anche quello snervante, ora rimpianto, incessante tintinnio di quelle pentole che mia madre teneva appese sul terrazzino dietro la cucina. Sento nelle orecchie l'urlo feroce del vento, quando oramai nel tunnel della depressione lo sfidai a viso aperto in riva al mare e mi sconfisse facendomi ripiegare ed accovacciare dietro un un muro a secco. Noi salentini, siamo plasmati dal vento ed il nostro carattere assomiglia proprio a quei vecchi tronchi d'ulivo, torti e contorti, ruvidi. Ma sotto quella corteccia siamo anche molto gentili e delicati, proprio come quei merletti ricamati dal vento sui vecchi muri di tufo. Un grazie ancora Tiziana da uno che tanti anni fa è stato costretto ad abbandonare quella terra rossa, dove ha lasciato il suo cuore e la sua storia, ma dove presto spera di ritornare per sempre.
Level343's comment, January 2, 2012 6:07 PM
Fantastico :)