Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano
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Come affrontare ansia e depressione nell’anziano

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Quando ansia e depressione si presentano nell’anziano assumono specifiche caratteristiche! Possiamo aiutare l'anziano nell'affrontare tali disturbi!


A cura del Dott Federico Baranzini

Psicogeriatra a Milano


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Simona Lauri - www.milano-psicologa.it/'s curator insight, October 4, 2013 11:07 AM

Ansia e depressione nell'anziano: come gestirle?

 

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Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano
La psichiatria al confronto con la terza età e l'invecchiamento neurologico cerebrale. Le malattie degenerative e la diagnosi differenziale con le pseudodemenze e la depressione nell'anziano. Le scoperte della ricerca e le cure della psicogeriatria. Info: www.federicobaranzini.it/category/domande-e-risposte/depressione-nel-anziano/
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Memoria: per quella a lungo termine c’è la stimolazione transcranica a corrente alternata

Un gruppo di scienziati di Malibu, in California, ha analizzato gli effetti della stimolazione transcranica a corrente alternata sulla memoria ed in particolar modo sulla memoria a lungo termine.

 

I ricercatori hanno analizzato questa forma di stimolazione per indirizzare le oscillazioni dell'onda lenta endogena durante il sonno e hanno studiato se l'aumento di queste oscillazioni influenzava le prestazioni della memoria durante la notte su 16 volontari sani.

 

E' stato notato che il consolidamento della memoria a lungo termine è migliorato dopo la stimolazione transcranica a corrente alternata.

Secondo i ricercatori: "Il metodo potrebbe essere utile ai pazienti che soffrono di deficit di sonno e che mostrano disturbi concomitanti nell'apprendimento e nella memoria".

 

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Alzheimer: basse dosi di aspirina per ridurre placche amiloidi

Alzheimer: basse dosi di aspirina per ridurre placche amiloidi | Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano | Scoop.it

Cosa suggeriscono la ricerca e la scienza in riferimento all'assunzione di aspirina nei casi di malattie neurodegenerative come ad esempio la malattia di Alzheimer?

 

Una revisione sistematica della letteratura pubblicata sulla rivista Stroke nel 2010 aveva messo in guarda dall'utilizzo della molecola in soggetti con questa malattia poichè, a causa dell'effetto di antiaggregante piastrinico, può indurre un incremento del rischio di emorragia cerebrale e quindi la sua assunzione e prima ancora la sua prescrizione sono sconsigliate se non è presente un'indicazione cardiovascolare e sempre sotto valutazioni di chi è competente in materia.

 

Uno studio statunitense ha notato che, somministrando basse dosi di acido acetilsalicilico in un campione di topi con Alzheimer, le placche amiloidi caratteristiche della malattia sono diminuite grazie agli effetti della proteina TFEB, proteina che favorisce la produzione di vescicole importanti per l'eliminazione dei rifiuti delle cellule.

 

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Parkinson: ancora un’evidenza per la stimolazione cerebrale profonda

Parkinson: ancora un’evidenza per la stimolazione cerebrale profonda | Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano | Scoop.it

Quanto può essere efficace la stimolazione cerebrale profonda nel trattamento dei sintomi motori del Parkinson?

Uno studio americano ha analizzato i dati ottenuti da un precedente studio effettuato su pazienti con Parkinson in fase iniziale ai quali è stata somministrata una scala di valutazione della malattia e di cui 14 sono stati sottoposti solo a terapia farmacologica e 13  sia terapia farmacologica e sia stimolazione cerebrale profonda.

 

E' emerso che il gruppo con la terapia combinata aveva una media dei punteggi motori migliore rispetto al gruppo con sola terapia farmacologica. Inoltre, dall'inizio fino ai successivi 24 mesi, i punteggi di tremore a riposo sono stati peggiori tra chi riceveva solo i farmaci rispetto agli altri soggetti. E' emerso anche che sette pazienti trattati con farmaci e stimolazione non hanno mostrato tremore a riposo in nessuno degli arti precedentemente non interessati dal tremore, e in un caso il tremore è scomparso in tutti gli arti colpiti.

 

Secondo A. Mogilner del Center for Neuromodulation al NYU Langone Medical Center di New York: "Tradizionalmente, negli ultimi 25 anni, si è sempre pensato che la chirurgia fosse l'ultima risorsa per i pazienti con malattia di Parkinson in fase avanzata. La chirurgia migliora la qualità di vita e i sintomi e ci sono crescenti evidenze che l'intervento chirurgico dovrebbe essere fatto prima. Questo studio sembra confermarlo".

 

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Demenza: al via in GB progetto basato su realtà virtuale

Demenza: al via in GB progetto basato su realtà virtuale | Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano | Scoop.it

Proviene dalla Gran Bretagna una nuova proposta per stimolare la memoria di persone con demenza attraverso la tecnologia.

In cosa consiste?

Utilizzando la realtà virtuale si prova a far rivivere eventi del passato, visitare luoghi che possono scaturire ricordi ed emozioni. Questa nuova forma di terapia dei ricordi, migliora la funzionalità cognitiva e riduce i sintomi depressivi nelle persone con demenza.

 

Questa nuova modalità è già in uso e nei prossimi mesi verrà vagliata la potenza benefica dell'uso regolare della tecnologia.

 

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Parkinson: rallentare la malattia con vitamina B3

Parkinson: rallentare la malattia con vitamina B3 | Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano | Scoop.it

Uno studio tedesco, i cui risultati sono stati pubblicati su Cell Reports, si è cimentato nella sperimentazione della somministrazione della vitamina B3 su cellule di pazienti e su animali. Dopo aver utilizzato cellule di pazienti con malattia di Parkinson e, dopo averle trasformate in neuroni, nello studio le cellule sono state nutrite attraverso la vitamina B3.

 

E' stato notato che questa vitamina riesce a prevenirne la morte, ma non solo, è stato notato che, in seguito alla somministrazione della vitamina, la malattia progredisce più lentamente negli insetti i quali riescono ad avere un controllo sui movimenti.

 

Questi risultati sono molto importanti. Adesso si attende l'inizio della sperimentazione sui pazienti affetti da Parkinson.

 

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Parkinson: chi ha una IBD ha un rischio maggiore di svilupparlo

Parkinson: chi ha una IBD ha un rischio maggiore di svilupparlo | Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano | Scoop.it

E si ritorna a parlare di relazione tra intestino e cervello, nello specifico della relazione tra ambiente intestinale e funzionalità del sistema nervoso centrale.

 

Uno studio danese ha messo a confronto soggetti con diagnosi di malattia infiammatoria intestinale con soggetti, aventi stesso sesso ed età, ma senza diagnosi di malattia intestinale.

 

Dal confronto e dalla valutazione a distanza di tempo è emerso che i pazienti con malattia infiammatoria intestinale avevano il 22% in più di probabilità di sviluppare la malattia di Parkinson.

Sono risultati più a rischio i soggetti con colite ulcerosa mentre differenze significative non sono state rintracciate in coloro che soffrivano di malattia di Crohn.

 

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E' un "fuoco amico" nel cervello la causa dell'Alzheimer?

E' un "fuoco amico" nel cervello la causa dell'Alzheimer? | Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano | Scoop.it

Quali sono le evidenze per le quali si può ipotizzare un legame tra il sistema immunitario e la neurodegenerazione?

 

Alcuni anni fa un gruppo di ricercatori, insieme al neuroscienziato M. Heneka hanno provato ad eliminare da alcuni topi un gene chiave dell'infiammazione, ottenendo come risultati il superamento di alcuni test di memoria e la riduzione dei segni delle placche proteiche che rappresentano un tratto distintivo della malattia di Alzheimer. Lo studio, avrebbe dato, da li a breve, l'avvio a tutta una serie di ricerche volte all'individuazione di un legame tra la demenza ed il sistema immunitario del cervello.

 

Molti studi si sono interessati al ruolo della microglia, cellula immunitaria del cervello, nel legame tra infiammazione e neurodegenerazione. Qual è il compito della microglia? Le sue cellule, nel momento in cui rilevano una molecola infettiva, hanno il compito di attivarsi e, segnalando ad altre cellule della microglia, si uniscono dando origine agli inflammasomi, per un'azione di pulizia attraverso la produzione di molecole immunitarie attivate. Nell'Alzheimer, dopo aver svolto la propria azione, gli inflammasomi continuano a rimanere attivi continuando a produrre molecole infiammatorie senza riuscire a completare in modo corretto la pulizia.

 

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Trovato un legame tra l' uso di alcuni anticolinergici e la comparsa di demenza in età avanzata

Trovato un legame tra l' uso di alcuni anticolinergici e la comparsa di demenza in età avanzata | Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano | Scoop.it

Uno studio inglese ha cercato di indagare se vi è correlazione tra lo sviluppo della demenza e l'assunzione di farmaci prescritti prima della diagnosi.

Sono state valutate le cartelle cliniche di soggetti appartenenti ad un gruppo sperimentale  ai quali era stata diagnosticata la demenza e le cartelle di soggetti, invece, appartenenti ad un gruppo di controllo composto da persone senza demenza.

 

Dall'analisi dei risultati, quali dati e connessioni sono emerse?

E' emerso che il rischio di demenza appare aumentato in quei soggetti che sono stati esposti alla somministrazione di farmaci anticolinergici come ad esempio farmaci depressivi, urologici e antiparkinsoniani.

 

Servirebbero ulteriori studi e conferme per valutare se, così come affermano i ricercatori dello studio: "Sia il farmaco a essere la causa dell'associazione. Potrebbe essere che questi farmaci vengano prescritti per sintomi molto precoci che indicano l'insorgenza della demenza".

 

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Alzheimer, occorre modificare la valutazione della malattia

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E' dal National Institute of Health americano che arriva un viraggio nella valutazione della malattia di Alzheimer. I ricercatori dell'Istituto hanno tentato una nuova strada, non basandosi più su quelli che vengono considerati i sintomi esterni, classici, comunque associabili alla malattia quali ad esempio deficit nella memoria, ma su fenomeno interni quindi biologici o danni neurologici.

 

La valutazione della sintomatologia biologica e neurologica  permetterebbe di testare dei farmaci prima che appaiano i sintomi ottenendo maggiori risultati e maggiore successo rispetto ai test che si fanno sui pazienti in cui la malattia è ormai avanzata nel momento in cui si presentano i classici sintomi.

 

Tutto questo attraverso quali strumenti? Attraverso esami diagnostici al cervello quali risonanze e test del sangue.

 

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Studiare apre la mente e non fa invecchiare

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Uno studio statunitense ha indagato la relazione che intercorre tra il livello di istruzione e le condizioni di salute del cervello in età avanzata, in particolare, la cognizione, la memoria e altre facoltà.

 

Le persone che hanno preso parte allo studio, delle quali sono state valutate le abilità cognitive, sono state divise in 4 gruppi: coloro che avevano frequentato solo le scuole elementari, coloro che avevano raggiunto il diploma di scuola superiore, persone con la laurea e persone che avevano conseguito più lauree.

 

E' stato notato che l'aspettativa di vita senza demenza era più alta nelle persone maggiormente istruite e che il numero di anni di vita trascorsi senza problemi cognitivi si riduceva tra chi presentava un livello di istruzione più basso.

 

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Alzheimer, nuova definizione basata sulla biologia

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Si sta assistendo ad un cambiamento nel modo con cui oggi la malattia di Alzheimer viene definita. Cambiano i dati a cui si fa riferimento: sempre meno (o comunque in aggiunta) ci si basa su dati relativi alla perdita di memoria e al deterioramento cognitivo e sempre più vengono chiamati in causa dati relativi ai cambiamenti cerebrali.

 

Un esempio? La valutazione della presenza di 3 fattori quali la presenza a livello cerebrale delle proteine beta amiloide e tau, la neurodegenerazione e la morte delle cellule nervose.

L'apertura di una strada verso questo cambiamento ha l'obiettivo di aiutare gli scienziati a migliorare e perfezionare la ricerca in campo farmacologico.

 

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Alzheimer: occhi puntati sulla proteina tau

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Diversi studi in passato hanno indagato il ruolo della proteina beta-amiloide nello sviluppo della malattia di Alzheimer, ma cosa si sa, invece, del ruolo della proteina tau?

 

E' ciò che cercherà di indagare un team di esperti dell'Università della Colombia. Si proverà a far luce sulla velocità di diffusione e sull'abbondanza della proteina tau attraverso una specifica tecnica di indagine chiamata PET.

Ad essere sottoposte ad analisi e valutazioni saranno alcune persone di un'area rurale della Colombia in cui precedentemente è stata riscontrata un'alta incidenza di Alzheimer precoce.

Esistono dei precedenti studi pilota su alcune famiglie di questa popolazione i quali hanno dimostrato che i grovigli di tau iniziano ad accumularsi sei anni prima dei primi sintomi.

 

Bisogna però capire come la proteina tau si diffonda nel cervello delle persone giovani e se il livello di questa proteina equivalga a quello nel cervello dei più anziani pazienti con demenza.

 

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Esiste un legame tra Alzheimer e ansia?

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Una ricerca statunitense si è posta come obiettivo quello di indagare il possibile legame tra l'Alzheimer e l'ansia.

La ricerca si è basata su un precedente studio che ha coinvolto 270 soggetti anziani di entrambi i sessi e con un'età compresa tra i 62 ed i 90 anni, senza disturbi psichiatrici attivi.

 

Il campione è stato sottoposto ad un'indagine strumentale chiamata PET per identificare i livelli della proteina beta-amiloide, il cui accumulo in genere identifica la malattia di Alzheimer, e ad una valutazione della presenza di 3 gruppi di sintomi depressivi: apatia- anedonia, disforia e ansia.

 

Per quanto i meccanismi di questo legame non sono ancora ben chiari, è stato notato che, ad un peggioramento dei sintomi ansiosi sarebbero associati livelli più alti della proteina, pertanto questa sintomatologia ansiosa potrebbe essere considerata un indicatore precoce di demenza, ed in particolare della malattia di Alzheimer.

 

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Parkinson: attaccare un enzima per arrestare la malattia

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La fondazione Ri.MED, insieme all'Università di Pittsburgh e UPMC, ha analizzato all'interno di uno studio, l'attività dell'enzima LLRK2, già precedentemente noto per il suo ruolo in alcune forme ereditarie di Parkinson e adesso anche nelle forme più comuni.

 

E' stata scoperta un'attività anomala dell'enzima nelle forme non ereditarie ed è stato scoperto che l'enzima favorisce l'accumulo dell'alfa- sinucleina (molecola coinvolta nella malattia) cosa che non accade in roditori trattati con un farmaco in fase di sviluppo, mirato a bloccare l'attività dell'enzima, impedendo l'accumulo di forme tossiche dell'alfa- sinucleina.

 

Si attendono nuovi studi per poter vedere se,  bloccando questo processo, si può fermare o almeno rallentare la neurodegenerazione tipica della malattia.

 

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Malattie neurodegenerative: nessuna protezione dalla vitamina D

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Ci sono evidenze sul fatto che la vitamina D possa avere un ruolo all'interno delle malattie neurodegenerative e che quindi un aumento di quest'ultima possa aiutare?

 

K. Iacopetta, una delle principali autrici della ricerca a cui fa riferimento l'articolo, ha affermato: "Studi precedenti avevano scoperto che i pazienti con una malattia neurodegenerativa tendevano ad avere bassi livelli di vitamina D rispetto a persone sane. Ciò ha portato all'ipotesi che l'aumento dei livelli di vitamina D potrebbe potenzialmente avere un impatto positivo. Una convinzione diffusa è che ciò potrebbe ridurre il rischio di sviluppare disturbi correlati o limitare la loro progressione. I risultati della nostra revisione approfondita e un'analisi di tutta la letteratura scientifica, tuttavia, indicano che non è così e che non ci sono prove convincenti a sostegno della vitamina D come agente protettivo per il cervello".

 

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Caregiver: l’intensità dell’assistenza può peggiorare la salute

Caregiver: l’intensità dell’assistenza può peggiorare la salute | Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano | Scoop.it

Non è semplice prendersi cura di una persona a noi vicina che ha bisogno di aiuto. Esistono delle conseguenze sia a livello emotivo che fisico. A prendere in considerazione questi aspetti è stato uno studio cinese.

 

Lo studio si è concentrato su 1866 persone over 60 che non erano caregivers all'inizio dello studio nel 2011. All'inizio del lavoro e nel 2013 e 2015 è stato chiesto loro di descrivere il loro stato di salute e il loro stato di caregivers. Inoltre, quasi la metà di caregivers ha iniziato l'osservazione senza malattie croniche oppure con una sola tra cui artrite, cancro o malattie polmonari, gastriche o cardiovascolari, il 45% di persone con due o più malattie croniche e il 15% alle quali sono state diagnosticate una o più condizioni di questo tipo dopo aver iniziato ad assistere il coniuge.

 

E' stato notato che le persone con problemi emergenti sono state quelle che hanno subito durante lo studio un maggiore calo di salute.

Secondo H. Liu, coautrice dello studio: "I caregivers con una storia pregressa di malattie croniche multiple possono aver accumulato esperienza con queste condizioni, sviluppando quindi una migliore comprensione dei bisogni dei loro partner e una maggiore capacità di recupero. Queste condizioni potrebbero averli protetti dai risultati negativi per la salute derivanti dalla transizione all'assistenza".

 

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Alzheimer: possibile correlazione con herpes virus

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Da una squadra di ricercatori che lavorano presso l'Ospedale Mount Sinai di New York è stata proposta un'ipotesi di correlazione tra la malattia di Alzheimer e l'herpes virus. Nello specifico, di cosa si tratta?

 

I ricercatori hanno effettuato un'analisi post-mortem sui cervelli di quasi 1000 persone sia sane che malate, rintracciando l'herpes virus, ed in particolare 2 ceppi di quest'ultimo, in quantità doppia nei cervelli dei soggetti malati. Sono state notate abbondanti quantità di questi ceppi e, analizzando l'influenza di ogni virus su determinati geni e proteine, è stato rintracciato un legame tra i virus e le placche amiloidi, ad oggi indicative di probabile malattia di Alzheimer.

 

Per J. Dudley, a capo del gruppo: "Abbiamo visto come i virus interagiscono direttamente o insieme ai geni dell'Alzheimer. Non possiamo ancora dire se l'herpes virus sia una causa primaria di questa demenza, ma è chiaro che modifica e partecipa al meccanismo che genera la malattia".

 

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Demenza frontotemporale, RM per 'leggere' le forme genetiche

Demenza frontotemporale, RM per 'leggere' le forme genetiche | Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano | Scoop.it

Oggi assistiamo a diverse possibilità applicative della risonanza magnetica sia come strumento diagnostico, ma ad oggi, anche come strumento di prevenzione.

Un esempio ci è dato da uno studio italiano all'interno di un progetto multicentrico internazionale.

Lo studio si è prefissato l'obiettivo di studiare soggetti con mutazione in uno dei tre geni principali implicati nello sviluppo della demenza frontotemporale, prima ancora di sviluppare i sintomi della malattia.

 

Attraverso l'utilizzo della risonanza magnetica è stato possibile dimostrare un profilo tipico di atrofia cerebrale per ogni mutazione genetica associata alla malattia ed è stato notato un ampliamento dei solchi cerebrali nelle zone dei lobi temporali mediali in soggetti con la mutazione di un particolare gene, prima di sviluppare i sintomi della malattia.

 

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Noi Parkinson: la prima App multidisciplinare per le persone con Malattia di Parkinson

Noi Parkinson: la prima App multidisciplinare per le persone con Malattia di Parkinson | Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano | Scoop.it

Per un disturbo come la Malattia di Parkinson, che colpisce più di 250.000 persone in Italia e 4 milioni nel mondo, ecco che arriva una App che ha preso vita grazie al lavoro sinergico di neurologi, fisiatri, dietologi, gastroenterologi, urologi e psicologi.

 

La App si propone di facilitare il dialogo con i medici e si propone come "assistente digitale" per aiutare sia i pazienti che i caregiver nella gestione della malattia. Essa, infatti, da informazioni suddivise in sezioni le quali hanno un corrispettivo scientifico in letteratura e che vanno dai sintomi da tenere sottocontrollo alle terapie disponibili, ai consigli di nutrizione e riabilitazione.

Inoltre, al suo interno, si possono trovare alcuni questionari che il neurologo decide di sottoporre al paziente per monitorare l'avanzamento della patologia e la sintomatologia.

 

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La tecnologia per curare la demenza senile

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Dal punto di vista della cura e del supporto alle persone con demenza senile sono stati fatti notevoli passi in avanti e notevoli sono i contributi apportati dalla tecnologia. Basti pensare ai dispositivi robotici, tra cui, uno dei tanti, quello associato all'azione del vestirsi.

 

Ma dal punto di vista della prevenzione?

Alcuni ricercatori inglesi, focalizzandosi sulla comprensione dei fattori di rischio con l'obiettivo di migliorare e agire sulla prevenzione, hanno notato ed ipotizzato che l'ansia e i disturbi correlati quali fobia sociale, disturbo d'ansia generalizzato e disturbo di panico cronico, potrebbero essere considerati non come sintomi determinanti della demenza, ma come fattori di rischio per la demenza senile e quindi per il decadimento cerebrale.

 

Il meccanismo ipotizzato sarebbe il seguente: lo stress dovuto all'ansia potrebbe essere responsabile di un più rapido invecchiamento neuronale, provocando così un cambiamento degenerativo nel SNC che renderebbe il soggetto maggiormente vulnerabile all'insorgere della demenza.

 

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Alzheimer. Differenze tra uomini e donne in un fattore genetico

Alzheimer. Differenze tra uomini e donne in un fattore genetico | Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano | Scoop.it

Uno studio pubblicato su Jama Neurology ha evidenziato il ruolo di un fattore genetico nello sviluppo del rischio di Alzheimer soggetto a differenze tra uomini e donne.

 

E' emerso che questo fattore genetico chiamato APOE (Alipoproteina E) predispone alla forma sporadica della malattia di Alzheimer e, insieme al suo allele epsilon4. aumenterebbe il rischio di soffrire di questa patologia. Inoltre, è stato notato che questo fattore genetico sarebbe maggiormente associato a livelli alti della proteina tau nel liquido cerebrospinale delle donne rispetto agli uomini.

 

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Nel sonno un marcatore per la malattia di Alzheimer?

Nel sonno un marcatore per la malattia di Alzheimer? | Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano | Scoop.it

Esiste una correlazione tra i disturbi del sonno e la malattia di Alzheimer?

E' possibile a tal proposito menzionare due studi.

 

Dal primo studio, che ha indagato l'associazione tra i disturbi del sonno riferiti dal campione e l'accumulo della proteina beta amiloide nel cervello, è emerso che, ad esempio dormire di meno e mostrare una cattiva qualità del sonno, erano associati ad una maggiore concentrazione della proteina nella corteccia cerebrale e nel precuneo. Ciò ha permesso di definire che la cattiva qualità del sonno è associata all'accumulo di prodotti tossici delle cellule nervose come ad esempio la proteina.

Dal secondo studio è emerso che un sonno peggiore a livello qualitativo, con una minore attività elettroencefalografica lenta, è correlato ad un maggiore accumulo della stessa proteina nelle aree prefrontali del cervello.

 

Questi due studi hanno permesso di aprire un nuovo varco nello studio della malattia di Alzheimer, permettendo, inoltre, di porre l'accento in futuro sul ruolo dei disturbi del sonno.

 

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Memoria in pericolo con una vita sedentaria

Memoria in pericolo con una vita sedentaria | Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano | Scoop.it

Uno studio statunitense ha permesso di riscontrare un altro rischio in cui si può incorrere se si conduce una vita sedentaria e se si sta seduti troppo tempo, ovvero un cambiamento del cervello e quindi a livello cerebrale.

 

Dall'analisi delle informazioni prodotte dal campione in riferimento all'attività fisica e al numero medio di ore al giorno trascorse seduti, e dai dati ottenuti attraverso la risonanza magnetica, è emerso un cambiamento nel lobo temporale mediale, che in questo caso risultava assottigliato, cambiamento predetto e preceduto da un comportamento sedentario.

 

Poichè il lobo temporale mediale è importante per la formazione di nuove memorie, un cambiamento che riguarda quest'ultimo può anticipare un possibile declino cognitivo e preannunciare un possibile rischio di demenza e pertanto, ridurre e lavorare sul comportamento sedentario potrebbe essere un possibile obiettivo  di interventi che migliorino la salute del cervello nelle persone a rischio di Alzheimer.

 

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Parkinson: una app per monitorare i sintomi quotidiani

Parkinson: una app per monitorare i sintomi quotidiani | Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano | Scoop.it

"Come per il diabete, anche il Parkinson ha una variabilità nella sintomatologia che potrebbe anche determinare dei cambiamenti di terapia. Per misurare questi cambiamenti, però, bisognerebbe eseguire tante misurazioni in clinica".

 

Questo è quanto affermato da S. Saria, principale autore dello studio che, insieme ad altri scienziati, ha ipotizzato e presentato una app in sperimentazione per monitorare i cambiamenti nei sintomi della malattia di Parkinson durante il giorno, attraverso la quale i dati ottenuti possono essere anche inviati e visionati dai medici.

 

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Alzheimer: prevenzione, campanelli d'allarme e novità dalla ricerca

Alzheimer: prevenzione, campanelli d'allarme e novità dalla ricerca | Psicogeriatria. Demenza e Depressione nell'anziano | Scoop.it

Quali aree cerebrali sono coinvolte o potrebbero essere coinvolte nella manifestazione e nell'origine della malattia di Alzheimer?

 

Secondo il Prof M. D'Amelio, associato di Fisiologia umana e Neurofisiologia presso l'Università Campus Bio- Medico di Roma, e le ipotesi prodotte, potrebbe essere coinvolta l'area tegmentale ventrale, la cui degenerazione precoce potrebbe condurre ad un decadimento delle funzioni ad essa associate, come ad esempio il rilascio di dopamina.

 

In conseguenza ad una degenerazione precoce di quest'area prima dell'inizio della malattia, verrebbe rilasciata meno dopamina provocando il mancato arrivo di quest'ultima nell'ippocampo e quindi generando la perdita di memoria.

 

A cura del Dott Federico Baranzini

www.federicobaranzini.it

 

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