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NIZZA, LA POLIZIA "NON PENSAVA" ALL'IDEA DI UN ATTACCO CON IL TIR

NIZZA, LA POLIZIA "NON PENSAVA" ALL'IDEA DI UN ATTACCO CON IL TIR | Professional Security Agency | Scoop.it
NIZZA, LA POLIZIA "NON PENSAVA" ALL'IDEA DI UN ATTACCO CON IL TIR
La rivelazione di Libération: la polizia transalpina non aveva nemmeno preso in considerazione l'idea di un attacco con un camion a Nizza

La polizia francese non aveva "nemmeno preso in considerazione" l'ipotesi di un attacco con un tir prima dell'attentato di Nizza.

Questa la clamorosa ricostruzione del quotidiano parigino Libération, che con un'inchiesta pubblicata oggi spiega che, stando ai documenti ufficiali consultati in via riservata, "nessuno aveva in mente la possibilità che un camion si schiantasse sulla folla" come invece è poi accaduto il 14 luglio del 2016 causando la morte di 86 persone e il ferimento di centinaia di altre. Secondo le carte dell'indagine preliminare avviata dall'autorità giudiziaria transalpina, sia la prefettura delle Alpi Marittime che il Comune di Nizza non si erano affatto preparate contro quel tipo di attacco tanto inedito quanto violento.

Al contrario, le forze di sicurezza erano e sono preaparate contro attacchi con armi da fuoco, esplosivi o armi tossiche. "Non eravamo a conoscenza di minacce specifiche per un attacco in programma il 14 luglio" nella città di Garibaldi, spiega il direttore dipartimentale della sicurezza interna al quotidiano simbolo della sinistra francese. Tuttavia, per chi abbia anche una solo minima familiarità con la propaganda jihadista dell'Isis, è ben noto come l'idea di travolgere gli "infedeli" con un tir o una macchina sia fra le più ricorrenti. Già nel 2014 gli alti ranghi di Isis in Siria avevano incitato i jihadisti in Europa a "colpire gli infedeli in testa con una pietra, uccciderli con un coltello, travolgerli con la macchina, gettarli da grandi altezze, strangolarli o avvelenarli..." Avvertimenti che purtroppo sono stati raccolti solo dai terroristi. Che infatti, all'indomani della strage dello scorso luglio, esultavano dicendo: "Ve l'avevamo detto".

Di Ivan Francese
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NUOVI PARACADUTISTI PER LA FOLGORE

NUOVI PARACADUTISTI PER LA FOLGORE | Professional Security Agency | Scoop.it
NUOVI PARACADUTISTI PER LA FOLGORE

Si è svolta venerdì, presso la Caserma Gamerra di Pisa, sede del Centro Addestramento Paracadutismo (CAPAR) della brigata paracadutisti Folgore, la cerimonia di consegna del brevetto per 114 nuovi paracadutisti del Esercito Italiano. Il colonnello Alessandro Borghesi, comandante del CAPAR, ha appuntato il brevetto sul petto dei neo-qualificati.

La consegna delle “ali” da paracadutista, da sempre fortemente volute e sudate dagli aspiranti allievi, è avvenuta alla presenza di oltre quattrocento tra parenti ed amici. Il personale che per la prima volta ha indossato il tanto sospirato basco amaranto appartiene quasi interamente al 2° blocco VFP1 2016. Nello scorso mese di luglio circa 140 volontari hanno iniziato il 50° Corso Basico per Aviotruppe. Il corso si è articolato prima con 10 settimane di addestramento sul terreno prettamente "combat", poi con un’ultima parte di attività aviolancistica che è terminata con i lanci di brevetto. Il 50° Corso Basico per Aviotruppe è stato intitolato all'aiutante di battaglia Abelardo Iubini, storico Istruttore presso la Scuola Militare di Paracadutismo fin dal 1957 e reduce della 2^ Guerra Mondiale della divisione paracadutisti Nembo. Per simboleggiare un ideale passaggio di testimone tra vecchia e nuova generazione era presente alla cerimonia anche un reduce della battaglia di El Alamein, Giuseppe Bartoletti. Paracadutista classe 1923, nel 1942 era in forza alla 15^ compagnia del V battaglione; stremato, alla fine della battaglia fu catturato dagli inglesi nel settore sud a Qaret El Himeimat e poté rientrare in Italia soltanto nel 1946.

di Stato Maggiore Esercito
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QUESTIONE MILITARI IN UNIFORME E TRENITALIA REGIONE LAZIO: VALE PIÙ LA LORO PAROLA?

QUESTIONE MILITARI IN UNIFORME E TRENITALIA REGIONE LAZIO: VALE PIÙ LA LORO PAROLA? | Professional Security Agency | Scoop.it
QUESTIONE MILITARI IN UNIFORME E TRENITALIA REGIONE LAZIO: VALE PIÙ LA LORO PAROLA?

Lo scorso dieci marzo lo Stato Maggiore della Difesa ha informato, con lettera, tutto il personale circa la nota questione di chi viaggia sulle tratte dove circolava un annuncio ad alzarsi, quando in uniforme per cedere il posto ai pendolari paganti. Tanto si evince dalla lettera che nel primo capoverso parla di aver chiesto chiarimenti urgenti a Trenitalia TPL e nel secondo capoverso dice, invece, che da colloqui preliminari vie brevi con Trenitalia Lazio, si è saputo che il comportamento dei militari sui treni non è stato sempre irreprensibile.

Quindi lo Stato Maggiore della Difesa primo reparto sensibilizza i militari, al rispetto delle normative in vigore circa il contegno e il corretto comportamento e poi ai più elevati in grado di dare l'esempio e di sensibilizzare il personale di grado inferiore. Insomma non si comprende cosa i militari debbano fare sui treni quando indossano l'uniforme. Devono cedere il posto sempre? Quindi i militari in uniforme sono pendolari lavoratori di serie "B" sui treni che però diventano di serie "A" quando devono spalare la neve e raccogliere la pattumiera.

Poi lo Stato Maggiore della Difesa ricorda il comportamento e il contegno ai suoi uomini sentendo solo una campana, quella di Trenitalia. Allora perché Trenitalia non fa alzare anche le forze dell'ordine in borghese seduti che comunque non pagano il biglietto? Qualcosa non va e sarebbe stato meglio sentire le ragioni e le motivazioni dei pendolari militari lavoratori in uniforme che alla pari degli altri lavoratori si alzano presto e tornano tardi a casa per servire lo Stato che per ringraziarti, tramite Trenitalia, li mantiene in piedi anche se con l'uniforme creano una cornice di sicurezza, vista la deterrenza propria delle Forze Armate, simbolo della Repubblica. Non tutti sanno che comunque l'accordo tra Difesa e Trenitalia Lazio prevede scambio di beni e servizi per la gratuità ai militari. Questo per dire che i militari non viaggiano gratis, anzi Trenitalia a quanto pare prenderebbe una contropartita da Ministero della Difesa e Regione Lazio. Tutto questo per avere deterrenza sui treni. Forse i dirigenti di Trenitalia Lazio non conoscono oppure fanno finta di non sapere.

Viva l'Italia!

Femaz
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TUTTI SPIATI CON TV E CELLULARI: COSÌ LA CIA CONTROLLA L'EUROPA

TUTTI SPIATI CON TV E CELLULARI: COSÌ LA CIA CONTROLLA L'EUROPA | Professional Security Agency | Scoop.it
TUTTI SPIATI CON TV E CELLULARI: COSÌ LA CIA CONTROLLA L'EUROPA
Wikileaks pubblica documenti sulle cyber intrusioni Usa. Le violazioni anche attraverso i televisori connessi al web.

Vi ricordate «1984», il romanzo di fantascienza (così sembrava, una volta) di George Orwell? Andatevelo a rileggere. Perché il «Grande Fratello» immaginato nel 1948 da Orwell, lungi dall'essere diventato un ferrovecchio, un'anticaglia, un residuato bellico, è più attuale che mai. Si è solo messo al passo coi tempi, perché ora non si contenta più di spiarci nel modo classico, con telecamere e microfoni piazzati dove uno più o meno se l'immagina.

È sempre lui, il Grande Fratello. Solo che ora dovremo abituarci a chiamarlo «The Sweeping Angel», l'Angelo Piangente, come l'hanno ribattezzato i suoi inventori, alla Cia, settore «Embedded devices branch», che è come dire l'Officina degli aggeggi incorporati. Funziona così. Poniamo che ieri sera abbiate visto in Tv la partita Napoli-Real. Bene. Una volta spento il televisore (avrete naturalmente una di quelle smart-Tv collegate al web della multinazionale sudcoreana?) Se avete quello è perfetto. Una volta spento, dicevamo, si attiva un microfono segreto che capta le vostre conversazioni e registra tutto quel che si dice in casa vostra, violando anche i più nascosti recessi della vostra intimità domestica. Siete a Partinico o a Camerino? Non importa.

A Langley, Virginia, se vogliono sanno anche come si chiama vostra suocera e che numero di scarpe portate. È l'ultima rivelazione di Wikileaks, l'organizzazione fondata da Julian Assange che ha diffuso migliaia di documenti riservati della Cia su un programma di hackeraggio, attraverso una santabarbara di malware e di cyber-armi. Strumenti coi quali la Cia sarebbe capace - da 2014 - di controllare i telefoni di aziende americane ed europee, come l'iPhone della Apple, gli Android di Google e Microsoft fino ai televisori della grande casa sudcoreana, utilizzandoli come microfoni segreti. Ma attenti, avvertono quelli di Wikileaks, perché gli altarini scoperti oggi sono solo la punta dell'iceberg. L'organizzazione di Assange ha inoltre annunciato la pubblicazione di migliaia di documenti provenienti dal «Center for Cyber Intelligence» della Cia. Perché di bello c'è questo: che alla Cia saranno anche straordinari a farne una e a pensarne cento; ma c'è sempre qualche fesso, al suo interno, che alla fine lascia un cancello aperto da cui, stavolta, sarebbero defluiti centinaia di milioni di codici, consegnando nelle mani di chi li ha intercettati - passandone una parte agli «amici» di Julian Assange - l'intera capacità di hackeraggio della Cia.

Un arsenale (oltre 8.700 files, si dice) da cui emerge che anche il consolato americano a Francoforte è usato come base sotto copertura dagli hacker della Cia, che dal cuore della Germania avrebbero coperto l'Europa, il Medio Oriente e l'Africa. Uno smacco per la Cia, si direbbe, destinato a far impallidire le rivelazioni di Chelsea Manning e di Edward Snowden, se è vero che l'Agenzia di Langley, Virginia, ha perso il controllo del suo cyber-arsenale. Naturalmente, giurano quelli di Wikileaks, non è loro intenzione rendere di pubblico dominio le cyber armi della Cia, col rischio di vederle finire nelle mani di mafie, Stati canaglia o anche solo teenager svelti di mouse. L'obiettivo essendo piuttosto quello di innescare un dibattito pubblico sulla «sicurezza, la creazione, l'uso, la proliferazione e il controllo democratico delle cyber-armi». C'è naturalmente chi aveva capito tutto e intuito dove saremmo andati a finire. Ma invece di veder comparire il suo nome sui libri di storia si ostinano a tenerlo in carcere. Si chiama Totò Riina, il capo mafia che i suoi messaggi li affidava ai «pizzini». Perché al dispositivo carta da lettere- biro, come ha sempre sostenuto il vecchio Riina, il malware gli fa una pippa.

di Luciano Gulli
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8 MARZO - SOTT. DIFESA GIOACCHINO ALFANO: "DONNE IN DIVISA VALORE AGGIUNTO PER FORZE ARMATE"

8 MARZO - SOTT. DIFESA GIOACCHINO ALFANO: "DONNE IN DIVISA VALORE AGGIUNTO PER FORZE ARMATE" | Professional Security Agency | Scoop.it
8 MARZO - SOTT. DIFESA GIOACCHINO ALFANO: "DONNE IN DIVISA VALORE AGGIUNTO PER FORZE ARMATE"

Così il sottosegretario alla Difesa, Gioacchino Alfano, in una nota del ministero, nel giorno della festa delle donne: "sono passati tanti anni da quando le donne hanno potuto finalmente indossare la divisa con le stellette ed oggi il bilancio è più che positivo".

Aggiunge il sottosegretario: "le nostre donne militari sono in prima linea in tutti i contesti e costituiscono un valore aggiunto per abnegazione e temerarietà. Sono rimasto impressionato per la loro tenacia specialmente in prima linea, onestamente non pensavo tale approccio. Vedere le nostre militari in azione è un motivo di orgoglio, di italianità unico".

Conclude Alfano: "le ho viste nei teatri operativi con l'Esercito, pilotare velivoli militari di ultima generazione, comandare navi, e comandare unità e comandi dei carabinieri. Sono davvero encomiabili nei risultati e nell'integrazione con la componente maschile, brave e altamente professionali, complimenti a tutte".

di Massimiliano D'Elia
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IL COMANDANTE DELLA 173^ AIRBORNE BRIGADE AMERICANA DI VICENZA VISITA LA FOLGORE

IL COMANDANTE DELLA 173^ AIRBORNE BRIGADE AMERICANA DI VICENZA VISITA LA FOLGORE | Professional Security Agency | Scoop.it
IL COMANDANTE DELLA 173^ AIRBORNE BRIGADE AMERICANA DI VICENZA VISITA LA FOLGORE

Accolto dal comandante della brigata "Folgore", generale di brigata Roberto Vannacci, il colonnello Gregory Anderson, comandante della 173^ Airborne Brigade di stanza a Vicenza, ha trascorso alcune ore con i paracadutisti della Folgore.

Arrivato presso il comando brigata Folgore il comandante dell'unità Statunitense ha consegnato la "U.S. Army Commendation Medal" al colonnello D'Ortenzi, già comandante dell'8° reggimento guastatori paracadutisti, e al tenente colonnello Fazio, già comandante del battaglione genio guastatori paracadutisti.

Dopo aver partecipato ad una riunione sull'interoperabilità tra le due brigate Paracadutisti, la delegazione si è trasferita presso il centro addestramento e paracadutismo di Pisa dove ha visitato il museo delle aviotruppe, la palestra del battaglione addestrativo, le sale di ripiegamento e di manutenzione dei materiali aviolancistici, nonché il battaglione Avio e l'ufficio Studi ed Esperienze.

Al termine della visita, il colonnello Anderson si è complimentato per il lavoro svolto dalla Folgore in Italia e all'estero sottolineando quanto una fattiva e proficua collaborazione tra le unità paracadutisti della NATO possa facilitare il raggiungimento di un fine comune.

di Stato Maggiore Esercito
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ATTACCO FINALE ALLO STATO ISLAMICO. GLI USA...

ATTACCO FINALE ALLO STATO ISLAMICO. GLI USA... | Professional Security Agency | Scoop.it
SIRIA, ATTACCO FINALE ALLO STATO ISLAMICO. GLI USA PREMONO SU RAQQA PER COPRIRE IL COINVOLGIMENTO CON L’ISIS?

La voce viene direttamente dagli USA, prontamente rimbalzata dalla testata iraniana PressTv. Secondo Scott Rickard, analista ex intelligence USA, gli Stati Uniti starebbero stringendo i tempi per evitare che rimangano evidenti prove del loro coinvolgimento nella creazione e nell’addestramento delle milizie dello Stato Islamico, avvenuti a partire dal 2012.

A conferma dei sospetti di Rickard ci sarebbe l’attuale intensificazione dei bombardamenti USA su Raqqa, l’autoproclamata capitale del Califfato in Siria e soprattutto la richiesta di un maggior numero di forze di terra da impiegare nel Paese arabo sostenuta nientemeno che dal generale Votel, comandante del CENTCOM, il centro comando americano competente per tutte le operazioni in Medio Oriente e parte dell’Asia centrale.

Ad alimentare ulteriormente le illazioni ci sarebbero le voci di una visita segreta in Siria del senatore McCain avvenuta a metà febbraio, ufficialmente finalizzata alla visita delle truppe speciali USA presenti nel nordest del Paese, ma presumibilmente mirata ad incontrare i capi delle milizie curde.

La campagna su Raqqa si sta declinando in questi giorni su tre assi paralleli:

le truppe di Damasco appoggiate dai loro alleati (principalmente forze aeree russe, iraniani ed Hezbollah), arrivate finora sulla sponda occidentale dell’Eufrate all’altezza di Deir Hafer;

l’operazione Scudo dell’Eufrate condotta dalle forze regolari turche appoggiate dal Free Syrian Army (divenuto ormai branca di Ankara in Siria), attestate per ora nell'area di Al Bab;

 le Syrian Democratic Forces, cartello multietnico dominato dalle Unità di difesa curde (YPG), avanzate rapidamente in queste ore, fino ad arrivare a una decina di km dalla periferia di Raqqa.

A fronte di un obiettivo apparentemente comune, le tre componenti ambiscono a traguardi radicalmente diversi.

Damasco preme per continuare a riconquistare quanto più territorio possibile sia ai fondamentalisti del Califfato, sia ai ribelli anti Assad, di cui le SFD sono una variante. I turchi cercano di arginare la fortificazione di un’entità curda autonoma, a costo di entrare in attrito con gli interessi americani. L’intenzione di procedere verso sud è stata sostenuta a febbraio direttamente dal presidente Erdogan. Sulle reali intenzioni delle SDF ci sono invece molte ombre. Le Syrian Democratic Forces all’interno del Governatorato di Raqqa impiegano più che altro reparti arabi (non curdi quindi, n.d.a.), dato che farebbe immaginare la reale intenzione di entrare nella città e liberarla da un triennio di occupazione jihadista.

L’appoggio americano alle milizie del cartello sarebbe cresciuto nelle ultime settimane fino a creare sospetti sul vero ruolo che i liberatori di Raqqa dovrebbero poi svolgere una volta arrivati nel cuore dello Stato Islamico. Con le notizie dall’Iraq che parlano della presa dell’aeroporto di Mosul da parte dell’esercito iracheno, la stretta su Raqqa sembra inequivocabilmente avviata alle fasi finali. Rickard sostiene che il coinvolgimento americano potrebbe essere progressivo nelle prossime ore.

Nel frattempo la Siria centrorientale è in fiamme, con equilibri militari e politici legati anche ad una decodifica chiara delle strategie mediorientali della nuova amministrazione americana.

di Giampiero Venturi
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DUBAI, ARRIVA IL PRIMO TAXI-DRONE PER TRASPORTARE I PASSEGGERI

DUBAI, ARRIVA IL PRIMO TAXI-DRONE PER TRASPORTARE I PASSEGGERI | Professional Security Agency | Scoop.it
DUBAI, ARRIVA IL PRIMO TAXI-DRONE PER TRASPORTARE I PASSEGGERI
I mezzi di trasporto del futuro stanno arrivando nonostante lo scetticismo sulla sicurezza.

L'auto che vola non è più una fantasia ma potrebbe diventare presto realtà dopo che il World government summit di Dubai ha presentato un taxi-drone. Il velivolo, come riporta Huffington Post, dovrebbe volare già a partire da luglio 2017 e potrebbe porre fine al problema del traffico non indifferente di Dubai.

Il drone eHang184 è stato ideato da un'azienda cinese ed è stato testato con successo in Nevada. Può trasportare al massimo una persona di non oltre 100 chili di peso mentre il passeggero ha a disposizione un navigatore touch screen per selezionare la destinazione desiderata. Il pilota automatico è controllato da un centro di comando mentre il mezzo può raggiungere oltre 160 chilometri orari di velocità. La batteria deve essere ricaricata ogni 50 chilometri di volo.

Quella di Dubai non è l'unica rivoluzione in tema di trasporti urbani: l'azienda europea Airbus Group sta pensando a un aereo taxi con il pilota automatico. Vahana, così si chiama il velivolo, punta a sostituirsi al trasporto su strada nelle grandi città. Come annunciato dalla società il nuovo airbus dovrebbe essere pronto nel 2020. Anche Uber, comunque, sta pensando a un aereo-taxi e per questo motivo ha assunto un esperto ingegnere della Nasa. Steve Wright, professore di aeronautica alla West of England university, intervistato dalla BBC appare scettico sulle possibilità di successo del drone presentato a Dubai .

"Il punto cruciale è riuscire a costruire sistemi resistenti a eventuali guasti, vorrei vedere il drone volare per almeno mille ore prima di vederci una persona dentro" ha detto il professore. I tecnici dell'Airbus hanno invece provveduto a inserire un paracadute balistico per fronteggiare eventuali avarie in volo. Entrambi i velivoli, però, avranno motori elettrici così da evitare eventuali emissioni nocive e ridurre l'inquinamento acustico.

di Enrica Iacono
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SERGENTI DELLA FFAA: RIORDINO DELLE CARRIERE TRASFORMATO DA OPPORTUNITÀ IN DISASTRO

SERGENTI DELLA FFAA: RIORDINO DELLE CARRIERE TRASFORMATO DA OPPORTUNITÀ IN DISASTRO | Professional Security Agency | Scoop.it
SERGENTI DELLA FFAA: RIORDINO DELLE CARRIERE TRASFORMATO DA OPPORTUNITÀ IN DISASTRO

Eravamo partiti con i migliori auspici dando fiducia allo Stato Maggiore Difesa e dimostrando sempre disponibilità e collaborazione nella fase istruttoria del riordino. Nonostante ciò, alla fine sono prevalse logiche incomprensibili che mortificano i nostri colleghi. Abbiamo provato in tutti i modi, in questi mesi a convincere lo Stato Maggiore Difesa che il principio dell’equiordinazione tra Forze Armate e Forze di Polizia fosse garantito.

Siamo l’unico ruolo a cui è stata certificata una reale differenza di trattamento nel regime transitorio con i pari grado delle Forze di Polizia. Abbiamo anche chiesto con numerosi documenti di risolvere una storica problematica del ruolo nota come “958” ma senza che le nostre proposte venissero accolte. La soluzione individuata dallo Stato Maggiore Difesa non soddisfa e valorizza i sottufficiali del ruolo sergenti. Anche le altre proposte del riordino dello Stato Maggiore Difesa lasciano insoddisfatta una grossa fetta di personale che non trae nessun giovamento dal provvedimento.

Lo Stato Maggiore Difesa, non curante delle nostre proposte ha imposto al personale soluzioni non condivise con la Rappresentanza Militare. Ci appelliamo, dunque, al capo di stato maggiore della difesa, al ministro e al parlamento che dovrà valutare il provvedimento affinché un’opportunità non si tramuti in un disastro come quello della riforma del 1995.

Roma, 16 febbraio 2017

I delegati del Cocer categoria Sergenti del Comparto Difesa ESERCITO Galantuomo, Bilello
MARINA Saccone, Alò
AERONAUTICA Messina, Belfiori
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"SE UN AGENTE NON PUÒ SPARARE, VADA IL GIUDICE A FERMARE I LADRI"

"SE UN AGENTE NON PUÒ SPARARE, VADA IL GIUDICE A FERMARE I LADRI" | Professional Security Agency | Scoop.it
"SE UN AGENTE NON PUÒ SPARARE, VADA IL GIUDICE A FERMARE I LADRI"
Dopo le motivazioni della condanna dell'appuntato Mirco Basconi ad Ancona, la reazione del Coisp e dell'associazione ConDivisa: "Distanza abissale dei giudici dalla realtà".

Esiste una "distanza abissale" tra forze dell'ordine e magistratura. Da una parte chi combatte ogni giorno la criminalità sul campo, col rischio di lasciarci la pelle; dall'altra chi si limita a scrivere sentenze, ricostruire l'accaduto ex post, versare fiumi di inchiostro per spiegare che quel carabiniere, agente o poliziotto non avrebbe dovuto sparare. La ferita aperta dalla condanna dell'appuntato dei carabinieri di Ostra Vetere, Mirco Basconi, versa ancora sangue caldo. L'irritazione negli ambienti militari e della polizia è tangibile. A molti la pena di un anno di galera sembra eccessiva. Se non assurda. L'appuntato (di fatto) è colpevole di aver avuto molta sfiga: se quel proiettile non fosse rimbalzato sull'asfalto, non avesse bucato il lunotto posteriore e il cranio del ladro albanese, non saremmo qui a parlarne. Ma è successo. E il Gup di Ancona, Francesca Zagoreo, non ha esitato a dichiararlo colpevole di omicidio colposo per uso improprio dell'arma di servizio. Secondo la toga, Basconi non avrebbe dovuto sparare contro il Mercedes, nonostante fosse in pericolo la vita di alcune persone radunate ad una festa di paese lì vicino. Avrebbe dovuto chiamare i rinforzi, oppure premere il grilletto verso il cielo. E così addio cattura.

Il Coisp difende il carabiniere

 "C'è una abissale distanza fra le teorie di chi pensa di poter parlare di fare sicurezza da dietro una scrivania e chi passa le notti in mezzo alla strada", dichiara Franco Maccari, Segretario generale del Coisp. Chi lavora nelle volanti, esce ogni giorno "sapendo che può accadere qualsiasi cosa e che si può morire nel modo più inaspettato". Eppure chi giudica sembra non capirlo. Sembra non comprendere che gli istanti di conflitto con un bandito sono molto più confusi, problematici ed adrenalinici di come appaiano ricostruiti a tavolino.

Forse i magistrati dovrebbero trovarsi almeno una volta in quella situazione - è il ragionamento di Lia Staropoli (presidente associazione "ConDivisa") - per capire la drammaticità del momento: "I Carabinieri si trovano quotidianamente esposti a conflitti a fuoco, accoltellamenti e con la stessa frequenza vengono travolti da veicoli in fuga. Possono trovarsi di fronte un killer della ‘ndrangheta, un terrorista o un malvivente armato. Se gli uomini e le donne delle Forze dell’Ordine non possono sparare quando percepiscono il pericolo per la propria vita e per la vita dei cittadini, allora vengano i Giudici a difendere i cittadini da ogni sorta di criminale senza scrupoli e ad arrestare i malviventi". Poi vediamo cosa succede. Perché in fondo poliziotti e carabinieri vorrebbero essere sempre all'altezza delle aspettative. Ma come si ferma un malvivente in fuga dopo 3 rapine e un furto, senza adoperare l'arma? "Dobbiamo farlo con la sola forza del pensiero!", grida ironico il segretario del Coisp. "Con le dotazioni di servizio no, per carità! Altrimenti è eccesso colposo. E se poi un collega finisce scaraventato in un burrone durante una colluttazione con un fuggitivo e muore, chi se ne frega!". Già, perché alla ferita di Ancona si aggiunge quella di Francesco Pischedda, il poliziotto 29enne morto a Lecco durante l'inseguimento di un bandito. Lui non ha sparato, e ci ha lasciato le penne. Mentre Basconi è vivo, ma con la fedina penale sporca. Un controsenso. "Un fedele servitore dello Stato è stato messo alla gogna per aver fatto il proprio dovere - precisa Maccari -.

Si possono scrivere anche fiumi di inchiostro in motivazioni di sentenze che però, di fatto, restano basate su valutazioni che nulla hanno a che fare con la durissima realtà di decisioni prese in mezzo secondo in una notte in cui qualcuno, del quale non conosci le intenzioni, sta forzando un blocco per scappare chissà dove dopo aver fatto chissà cosa, e tutto questo mentre tu sai che hai la responsabilità di impedire che la faccia franca o che, peggio ancora, possa tornare a delinquere". Perché in fondo, "il nostro dovere di ‘cretini’ in divisa è esattamente questo": catturare i banditi. Ma lavorare a guardie e ladri non è mai stato così difficile. "Girarci dall’altra parte o lasciarlo scappare non ci riesce", conclude amaro il segretario del Coisp. "Pur sapendo, purtroppo, che potrebbe costarci o la vita o l’inferno giudiziario successivo". Voluto da una magistratura mai clemente.

Di Giuseppe De Lorenzo
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IL MINISTRO INCONTRA IL COCER: 977 MILIONI DI EURO PER BONUS 80 EURO E RIORDINO DELLE CARRIERE

IL MINISTRO INCONTRA IL COCER: 977 MILIONI DI EURO PER BONUS 80 EURO E RIORDINO DELLE CARRIERE | Professional Security Agency | Scoop.it
IL MINISTRO INCONTRA IL COCER: 977 MILIONI DI EURO PER BONUS 80 EURO E RIORDINO DELLE CARRIERE

Riunione nella sera dell'8 febbraio a Roma tra il Cocer Interforze e il ministro della Difesa. Il governo sblocca le risorse e mette a disposizione del comparto Difesa e Sicurezza 977 milioni di euro per il bonus 80 euro e riordino delle carriere.

Certamente un dato positivo in assoluto, atteso da oltre vent'anni. Durante la seduta si è parlato di personale arruolato ai sensi della legge 958/86 che rientra nel provvedimento, accorciamento delle carriere e osmosi tra ruoli attraverso concorsi interni con procedure più snelle e con posti riservati, di regime transitorio e del bonus 80 euro confermato per il 2017 nelle stesse modalità del 2016 e rese strutturali dal 2018. A margine si è discusso con il ministro dei numerosi disagi del personale dovuti al sistema di elaborazione stipendiale NOIPA e sono state garantite soluzioni rapide.

Ora si lavori per armonizzare le richieste del Cocer con le necessità dell'amministrazione - affermano i delegati Cocer in una nota - mettendo in essere le promesse del ministro e del capo di Stato Maggiore della Difesa che hanno garantito trasparenza e partecipazione della rappresentanza dei militari in un processo di riordino così delicato.

Lo dichiarano i Delegati del Cocer Interforze

Antonsergio Belfiori e Alfio Messina
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QUEGLI ITALIANI SEDOTTI DAGLI IMAM. COSÌ IN CELLA CRESCE L'ODIO ISLAMICO

QUEGLI ITALIANI SEDOTTI DAGLI IMAM. COSÌ IN CELLA CRESCE L'ODIO ISLAMICO | Professional Security Agency | Scoop.it
QUEGLI ITALIANI SEDOTTI DAGLI IMAM. COSÌ IN CELLA CRESCE L'ODIO ISLAMICO
Rapporto dell'intelligence sulla radicalizzazione in carcere. Tra i nuovi musulmani anche un condannato per mafia.

Per ora sono solo 13, ma sono il sintomo di una tendenza capace di amplificarsi e moltiplicarsi. Non a caso i tredici casi di detenuti italiani, tra cui una donna, convertiti all'Islam durante la reclusioni nelle patrie galere sono evidenziati in un elenco segretato allegato all'«Analisi di contesto e scenario 2016», il documento del Dipartimento amministrazione penitenziaria dedicato al fenomeno della radicalizzazione nelle carceri.

Quell'elenco spiega come la rete della predicazione clandestina gestita dai 148 detenuti stranieri che si auto-attribuiscono il ruolo di «imam» nelle carceri italiane non attragga più solo detenuti di origine musulmana, ma faccia proseliti anche tra i delinquenti comuni italiani. Un fenomeno già evidente in quelle prigioni europee dove da anni si assiste - come nota l'analisi del Dap - «a un aumento delle conversioni di individui fragili, che cercano nell'islam una tregua da un passato inquieto».

Il caso italiano più inquietante è quello di R.T. un detenuto originario della provincia di Brindisi condannato a oltre trenta anni di detenzione «per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, rapina furto e altro». Indicato come un affiliato alla cosiddetta «cosca dei mesagnesi», R.T. è, fino al processo svoltosi nel 2011, il capo carismatico di una banda di criminali pugliesi affiliati alla Sacra Corona Unita, ma «ispirati», per loro ammissione, dalle gesta del boss corleonese Totò Riina. L'ex capo dei «mesagnesi» inizia il suo processo di avvicinamento all'islam durante la detenzione nel carcere di Trapani e abbraccia definitivamente la fede musulmana dopo il trasferimento all'Istituto di San Gimignano. «È stato assegnato spiegano le note sui convertiti - nella camera detentiva assieme al detenuto Zarnoune Hicham di nazionalità marocchina e di fede musulmana successivamente trasferito a seguito di provvedimento di declassificazione. Durante un'udienza con il personale di polizia penitenziaria riferiva che già nell'istituto di Trapani aveva iniziato una graduale conversione all'Islam che poi si sarebbe concretizzata nell'attuale istituto anche aiutato dal fatto di occupare con un detenuto musulmano la medesima camera detentiva». Ma quel che più sorprende gli operatori carcerari è il mutamento di carattere del detenuto.

Descritto durante le cronache del processo come un personaggio spavaldo e tracotante, pronto ad accogliere con una risata sprezzante la condanna a oltre trent'anni di galera, il capocosca «mesagnese» sembra ora un'altra persona. «Dall'osservazione attuata del detenuto si evince che lo stesso mantenga un processo corretto, dignitoso e riservato. Si evince altresì che lo stesso sia molto perseverante e preciso nella pratica religiosa in quanto si reca sempre per primo nella sala preghiera e spesso si intrattiene per molto tempo con il conduttore della preghiera dal quale si fa spiegare alcuni passi del Corano».

Quei mutamenti caratteriali vengono evidenziati non a caso. Tra gli indicatori di un progressivo e avanzato processo di radicalizzazione vi è, nei casi più estremi, la tendenza ad assumere atteggiamenti riservati e apparentemente distaccati. Questo elemento inquieta, evidentemente, i suoi angeli custodi consapevoli di come dietro lo zelo di R.T. si nasconda il tentativo di spingere alla conversione anche il figlio minorenne. «Inoltre si fa presente - riporta l'allegato - che il T. abbia cercato di convincere il proprio figlio di 12 anni a praticare la religione islamica tenendo all'oscuro la madre, In particolare gli avrebbe riferito le seguenti frasi da quando mi sono convertito all'Islam sto meglio perché l'Islam non è quello che si vede in tv. E ancora una scritta in arabo con la relativa traduzione Dio è grande Dio è la luce spero che quando ti sentirò tu mi risponderai allo stesso modo. Chiaro segno di una volontà di conversione anche da parte del figlio».

Di Gian Micalessin
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QUEGLI ITALIANI SEDOTTI DAGLI IMAM. COSÌ IN CELLA CRESCE L'ODIO ISLAMICO
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RAFFORZAMENTO DELL’ITALIA SULLA PARTECIPAZIONE IN MISSIONI INTERNAZIONALI

RAFFORZAMENTO DELL’ITALIA SULLA PARTECIPAZIONE IN MISSIONI INTERNAZIONALI | Professional Security Agency | Scoop.it
RAFFORZAMENTO DELL’ITALIA SULLA PARTECIPAZIONE IN MISSIONI INTERNAZIONALI

Il nostro Paese, anche se arriva con lentezza al traguardo, ha una legge netta e organica per le nostre forze armate in missione all’estero. Ci si riferisce alla legge del 21 luglio 2016 n.145, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.178 del 1 agosto 2016 e vigente dal 31 dicembre del 2016, con titolo “Disposizioni concernenti la partecipazione dell'Italia alle missioni internazionali”.

Entrando nel merito di questa nuova legge, va individuata la gamma di tipologie delle missioni, i principi fondamentali da rispettare e il nuovo iter procedurale da seguire.

Al di fuori dei casi di cui agli articoli 78 – che disciplina la deliberazione dello stato di guerra che deve essere deliberato dalle Camere che conferiscono al Governo i poteri necessari – e 87, paragrafo 9, della Costituzione – in base al quale la dichiarazione di guerra è prerogativa del Presidente della Repubblica, la partecipazione delle forze armate, delle forze di polizia ad ordinamento militare o civile e dei corpi civili di pace a missioni internazionali istituite nell’ambito dell’Organizzazione delle Nazioni Unite o di altre organizzazioni internazionali come, a titolo di esempio, la NATO cui l’Italia appartiene o comunque istituite in conformità al diritto internazionale, comprese le operazioni militari e le missioni civili di polizia e per lo Stato di diritto dell’UE, nonché a missioni finalizzate ad eccezionali interventi umanitari, è consentita, in conformità a quanto disposto dalla presente legge, a patto che avvenga nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 11 della Costituzione. Vi sono in quest’ultimo articolo dei limiti come l’inibizione della guerra come strumento di aggressione, ma consente l’azione coercitiva armata in caso di legittima difesa.

Chiaramente, va sottolineato che l’invio del personale del nostro Paese, oltre i proprio confini nazionali, può realizzarsi nel rispetto dei vincoli con alleanze o accordi internazionali o per ragioni di carattere d’umanità, a patto che l’utilizzo delle forze armate e civili rientri nei parametri della liceità internazionale e delle norme e scopi della nostra Costituzione. Le missioni delle nostre truppe all’estero vanno inquadrate nel contesto dei principi statuiti dalle norme dell’articolo 11 della Costituzione (L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.), dal diritto internazionale generale, dal diritto internazionale dei diritti umani, dal diritto internazionale umanitario e dal diritto penale internazionale. Sull’iter procedurale riguardante la partecipazione del nostro Paese a cooperare in missioni estere con altri Paesi, mettendosi al servizio della comunità internazionale per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, è d’uopo considerare il ruolo dei due rami del nostro Parlamento che è reso fondamentale, che razionalizza una prassi che faceva precedere l’invio delle nostre forze militari oltre il confine italiano da un dibattito del Senato e della Camera dei Deputati.

Purtroppo e soventemente la ratifica del Parlamento si concretizzava a posteriori, quando veniva convertito in legge il decreto-legge di finanziamento della missione. Con la nuova legge, entrata in vigore nel mese di dicembre dell’anno scorso, avviene che la partecipazione delle nostre forze armate, in alcune parti calde del pianeta, viene deliberata dal consiglio dei ministri, previa comunicazione al capo dello Stato ed una eventuale convocazione del Consiglio Supremo di Difesa. La delibera che è adottata dal governo va inviata al Parlamento che, con appropriati atti di indirizzo, può dare luce verde o meno. Tale autorizzazione può essere sottoposta a condizioni. Dal momento che si è in presenza del totale coinvolgimento dei due rami del Parlamento e che, se non viene dato l’assenso dai deputati e senatori, la missione internazionale non si realizza. Leggendo il contenuto di questa legge, si riscontra un problema inerente alle norme penali.

Alle forze armate che operano all’estero si applica il codice penale militare di pace, ma il governo potrebbe anche far valere anche il codice penale militare in tempo di guerra per una determinata missione. In questo modo è d’uopo scrivere un provvedimento legislativo che i due rami del Parlamento dovranno approvare. Per chi legge l’intero corpo di questa legge quadro, si accorge della sua complessità, che non delinea solamente i principi che vanno rispettati e attuati circa l’invio delle forze armate all’estero e il suo iter procedurale, ma affronta anche la questione del finanziamento del trattamento economico del personale e delle disposizioni penali. In sostanza questa legge quadro ha dato termine alla prassi dell’adozione dei decreti legislativi ogni sei mesi per le missioni internazionali.

di Giuseppe Paccione
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HACKER PRO-ERDOGAN VIOLANO MIGLIAIA DI ACCOUNT TWITTER

HACKER PRO-ERDOGAN VIOLANO MIGLIAIA DI ACCOUNT TWITTER | Professional Security Agency | Scoop.it
HACKER PRO-ERDOGAN VIOLANO MIGLIAIA DI ACCOUNT TWITTER Una bandiera turca, un messaggio contro Olanda e Germania e un video di propaganda pro-Erdogan sono comparsi su migliaia di account Twitter hackerati, compresi quelli di ministeri, istituzioni e media occidentali

Stamattina sugli account Twitter istituzionali di diversi ministeri francesi sono comparse bandiere turche, un video di propaganda pro Erdogan e un messaggio in turco che accusa l’Olanda e la Germania di essere due Paesi “nazisti”. A dare la notizia dell’attacco hacker su vasta scala che ha colpito migliaia di account tra cui quello del ministero delle Economia e delle Finanze, quello dell’ex ministro francese Alain Juppé, ma anche di diversi media, come Forbes o la trasmissione Envoyé Spécial, e di organizzazioni come l'Académie de Rennes, Médecins du monde e Amnesty International, è il quotidiano francese Le Figaro, che ha pubblicato anche le immagini degli account hackerati.

L’azione dei pirati informatici pro-Erdogan si inserisce nella crisi diplomatica in corso tra Turchia e Olanda, scoppiata dopo la decisione del governo olandese di vietare i comizi elettorali di alcuni ministri turchi sul proprio territorio nazionale. Decisione presa anche dal governo tedesco. Una crisi i cui toni non accennano ad abbassarsi. Anzi, dopo aver accusato l’Olanda di essere uno Stato “nazista”, ieri il presidente turco ha accusato gli olandesi di essere stati responsabili del massacro di 8mila musulmani nel 1995 a Srebrenica, in Bosnia.

Le stesse accuse, rivolte ai governi di Paesi Bassi e Germania, sono state pubblicate dagli hacker pro-Erdogan sui profili Twitter violati, con gli hashtag Allemagnenazie e Hollandenazie accompagnati da una svastica. “Un piccolo schiaffo ottomano per voi”, “ci vediamo il 16 aprile”, si legge, ancora, nel messaggio pubblicato dagli hacker in turco, con riferimento alla data del prossimo referendum costituzionale con cui i turchi saranno chiamati a scegliere fra democrazia parlamentare e presidenzialismo. Sulla bacheca degli account hackerati è comparso anche un video di propaganda favorevole al presidente turco, Erdogan. L’attacco, iniziato attorno alle 7.30 del mattino, ha colpito migliaia di account, compresi quelli appartenenti a privati cittadini francesi e ad alcuni media ed istituzioni straniere. Tra questi, anche i profili Twitter del Parlamento europeo, del dipartimento britannico della Sanità, di Unicef Usa e di Bbc North America, Reuters Japan e Die Welt. La sicurezza della maggior parte degli account è stata ripristinata.

Di Alessandra Benignetti
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OLANDA E TURCHIA AI FERRI CORTI: SULLO SFONDO, LA FINE DELL’UNIONE EUROPEA

OLANDA E TURCHIA AI FERRI CORTI: SULLO SFONDO, LA FINE DELL’UNIONE EUROPEA | Professional Security Agency | Scoop.it
OLANDA E TURCHIA AI FERRI CORTI: SULLO SFONDO, LA FINE DELL’UNIONE EUROPEA

I toni di questi giorni non si usavano da decenni. Olanda e Turchia mettono in atto rispettive restrizioni diplomatiche e passano alle minacce dirette. Dopo il mancato permesso di atterraggio degli olandesi al ministro turco Cavusoglu impegnato nel tour elettorale con gli emigrati turchi, la situazione è precipitata: proteste violente in Turchia, scontri in piazza, interventi della polizia, minacce da Ankara e linea dura olandese. Non sembra vero, ma è 2017.

Cosa c’è dietro? Da una parte le elezioni legislative in Olanda, previste per il 15 marzo. La destra nazionalista di Wilders è data in grande crescita, al punto da contendere il primato nel Paese al VDD, il Partito per la libertà e la democrazia del Primo Ministro Rutte. Nonostante i sondaggi dell’ultim’ora parlino di rimonta moderata (lo stesso stratagemma dei media mainstream usato per contrastare gli euroscettici di Brexit e gli elettori di Trump), una fetta consistente della popolazione “arancione” ha ormai rotto il ghiaccio dell’imbarazzo politico e va a consolidare senza remore lo zoccolo duro del PVV di Wilders.

Non è un fenomeno di protesta. Da diversi anni in Olanda, come nel resto d’Europa, serpeggia un malcontento palpabile contro Bruxelles e le politiche antisovranità ad essa legate. Prima di Wilders fu il carismatico Pim Fortuyn a catalizzare quelle che sarebbero state chiamate più avanti “spinte populiste”. La morte del regista Theo Van Gogh nel 2004 ucciso da un estremista islamico dopo l’uscita del film Submission, fece il resto. Rutte, premier portavoce delle istanze europeiste olandesi e scudo del mainstream politico, ha le spalle al muro. Ignorare le provocazioni turche e grattare altri punti nei sondaggi a favore della destra nazionalista o cavalcare onde in disuso presso i salotti del bon ton politico? La risposta è nella domanda. Il permissivismo a oltranza di cui l’Olanda è regina per antonomasia ha un costo elettorale altissimo per i partiti istituzionali.

Chi volesse sopravvivere all’”ondata nazionalista” che scuote l’Europa deve per forza di cose cambiare cavalli di battaglia. Continuare ad ignorare l’espansione islamica e le minacce islamiste non paga più e perfino i partiti progressisti sono costretti ad aggiustare il tiro. Rutte sa benissimo che se abbassasse i toni con Ankara, particolarmente aggressiva in queste ore, il 15 marzo verrebbe spazzato via. Dall’altra c’è Erdogan. Su queste pagine, nello scetticismo generale, due anni fa ponemmo per la prima volta il problema dell’islamizzazione della Turchia. Più volte abbiamo anche sostenuto che l’abbandono della linea laica di Ataturk sia in realtà strumentale all’attuale cerchia di Erdogan, più interessato a consolidare il proprio potere dentro e fuori il Paese che a recitare i versi del Corano. Ad aprile in Turchia si terrà il referendum con cui si potrebbe approvare la riforma varata il 21 gennaio dal Parlamento turco, che prevede l'ampliamento dei poteri presidenziali. Secondo la riforma Erdogan avrebbe maggiori potere nella gestione dello stato di emergenza (tra l’altro mai revocato dallo scorso tentativo di golpe di luglio) e avrebbe più garanzie in caso di impeachment. Battere sul tamburo dei “razzisti europei” è una carta molto remunerativa per il presidente turco perché scuote un elettorato a lungo plasmato intorno ad un atavico vittimismo storico, mai sopito del tutto nella coscienza collettiva ottomana.

A cosa porterà tutto questo?

Olanda e Turchia non si faranno del male, ma mettono a nudo un quadro generale su cui non si può nicchiare. I Paesi fanno parte entrambi della NATO, il che è un’ulteriore segnale dell’effettiva tenuta interna dell’Alleanza e di quanto siano cambiati i rapporti fra Occidente e Turchia. Sorprende ancor di più il dinamismo politico dell’Aja che da molti anni non assumeva una posizione in politica estera senza una condivisione preventiva della linea con i partner europei e con gli alleati atlantici. Il dato è sintomatico dello stato dell’arte a Bruxelles, dove la capacità di assumere un ruolo politico e quella di farci coesione intorno sembrano molto lontani dagli standard necessari a tutelare gli interessi diretti dei singoli Stati nazionali. Indicative anche le posizioni espresse dai Paesi limitrofi e dalle istituzioni centrali dell’UE. Nel silenzio generale la Danimarca appoggia la posizione ferma degli olandesi, seguita dalla Le Pen che prende le distanze dalla linea morbida di Hollande. Da Bruxelles, desiderosa di farsi vedere ancora viva in vista di appuntamenti elettorali cruciali, arriva la difesa d’ufficio dell’Olanda. Sotto il ricatto delle emigrazioni di massa, il cui rubinetto è in mano a Erdogan, l’Europa si scopre ancora una volta fragile. L’alzata di scudi della Turchia mette in vetrina soprattutto la totale assenza di un progetto geopolitico continentale che tenga conto delle effettive istanze dei popoli. Rutte sta cercando di mettere la pezza della disperazione, ma il problema è strutturale. Non è inseguendo i voti dell’ultim’ora che tornerà la luce. Con ogni probabilità i giornali del 16 marzo titoleranno “il populismo in Olanda avanza ma non sfonda”, allineandosi alla pletora di suonatori del Titanic che ignorano una verità ineluttabile: l’Europa sta affondando in fretta.

di Giampiero Venturi
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MONSIGNOR NEGRI: "LA MANO DI OBAMA DIETRO LE DIMISSIONI DI BENEDETTO XVI"

MONSIGNOR NEGRI: "LA MANO DI OBAMA DIETRO LE DIMISSIONI DI BENEDETTO XVI" | Professional Security Agency | Scoop.it
MONSIGNOR NEGRI: "LA MANO DI OBAMA DIETRO LE DIMISSIONI DI BENEDETTO XVI"
L'ex arcivescovo di Ferrara parla di un "complotto americano" contro il Papa.

Ancora dubbi sulle dimissioni di Benedetto XVI a quattro anni da quella rinuncia che, l'11 febbraio 2013, ha cambiato la storia della Chiesa. Ancora sospetti su un presunto complotto internazionale, al quale avrebbe partecipato addirittura l'ex presidente americano Barack Obama, che avrebbe indotto Joseph Ratzinger ad abbandonare la cattedra di San Pietro; timori di pressioni che avrebbe subito, così forti che evidentemente era impossibile resistere. E di conseguenza si torna a congetturare che il passo indietro del Papa emerito non sia stato libero, come egli ha dichiarato fin da subito e ribadito successivamente nelle rare volte in cui ha avuto l'occasione di tornare sull'argomento. Fino a ieri lo scenario di una cospirazione anti Ratzinger era un'ipotesi di giornalisti, osservatori di cose vaticane e ambienti cattolici ostili alle novità introdotte da Papa Francesco che non si rassegnano all'abbandono del suo predecessore.

Ora invece c'è un autorevole uomo di Chiesa, l'arcivescovo Luigi Negri, sollevato poche settimane fa dalla guida della diocesi di Ferrara per raggiunti limiti di età (il suo successore subentrerà a giugno), che fa propria l'idea del complotto americano. In una lunga intervista a un giornale online di Rimini, Negri parla di «motivi gravissimi» dietro la rinuncia di Benedetto XVI. «Sono certo dichiara - che un giorno emergeranno gravi responsabilità dentro e fuori il Vaticano. Benedetto XVI ha subito pressioni enormi». Aggiunge il vescovo emerito di Ferrara: «Non è un caso che in America, anche sulla base di ciò che è stato pubblicato da Wikileaks, alcuni gruppi di cattolici abbiano chiesto al presidente Trump di aprire una commissione d'inchiesta per indagare se l'amministrazione Obama abbia esercitato pressioni su Benedetto. Resta per ora un mistero gravissimo, ma sono certo che le responsabilità verranno fuori. Si avvicina la mia personale fine del mondo e la prima domanda che rivolgerò a San Pietro sarà proprio su questa vicenda».

Il monsignore non manca di ricordare la sua frequentazione con Benedetto XVI, il rapporto di «forte amicizia» con il pontefice emerito: «In questi ultimi quattro anni l'ho incontrato diverse volte. Negli ultimi incontri l'ho visto infragilito fisicamente, ma lucidissimo nel pensiero. È stato lui a chiedermi di guidare la diocesi di Ferrara. Mi sono sempre rivolto a lui nei momenti più importanti per discutere delle scelte da fare e non mi ha mai negato il suo parere, sempre in spirito di amicizia». Traspare il tentativo di accreditarsi come interprete autorevole del Ratzinger-pensiero, benché nel recente libro-intervista con Peter Seewald, intitolato Ultime conversazioni, lo stesso Benedetto XVI abbia liquidato come «assurdità» le tesi complottistiche di giornalisti e gruppi cattolici tradizionalisti: «Nessuno ha cercato di ricattarmi», ha messo per iscritto. Ma ora le dure dichiarazioni di un suo fedelissimo riaprono gli interrogativi.

Di Stefano Filippi
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UCCIDE LADRO IN FUGA: INDAGATO. MA IL PAESE DIFENDE IL CARABINIERE

UCCIDE LADRO IN FUGA: INDAGATO. MA IL PAESE DIFENDE IL CARABINIERE | Professional Security Agency | Scoop.it
UCCIDE LADRO IN FUGA: INDAGATO. MA IL PAESE DIFENDE IL CARABINIERE
Monte San Giusto, un carabiniere spara e uccide un ladro durante una ronda notturna. La magistratura apre un'inchiesta, ma il paese si schiera con il militare: raccolte 2500 firme.

Un carabiniere in borghese ha ucciso un ladro in fuga. Ora è indagato per omicidio colposo, ma il paese gli si stringe attorno: "È un eroe, ci ha difeso". Sulle mura del centro storico di Monte San Giusto, in provincia di Macerata, sventola uno striscione con l'equazione "più carabinieri uguale meno ladri".

Sul bancone del bar Vogue, riporta il Corriere della Sera, c'è una petizione in difesa del militare che ha raggiunto 2.500 firme. Nel paesino di 7.900 anime si è subito creato un comitato cittadino: "Difendiamo i tutori dell'ordine". E poi menifestazioni spontanee, espressioni di solidarietà su Facebook e un presidio davanti alla caserma e al municipio. Insomma, il paese non ha dubbi e si schiera in massa con l'appuntato, 47 anni, indagato per omicidio colposo ed eccesso di legittima difesa. "Al posto dell’appuntato avrei fatto la stessa cosa - commenta Oriano Lattanzi, il titolare del bar del paese - i furti sono la cosa peggiore, perché oltre ai soldi ti portano via anche i ricordi.

Quell’uomo ci ha difeso da un ladro". Intanto, il militare, che da 15 anni lavora a San Giusto, ha ripreso servizio martedì. Rimane l'inchiesta aperta a suo carico dalla magistratura, che ordinato una perizia balistica. L'episodio risale alla notte del 25 febbraio. Dopo una serie di furti in casa avvenuta nei giorni precedenti, dodici casi in quindici giorni, alcuni carabinieri in borghese stavano presidiando le strade, quando hanno visto un giovane correre velocemente verso una Fiat Bravo. Gli intimano di fermarsi ma, secondo la versione fornita dai militari, il ragazzo avrebbe invece messo in moto e puntato contro di loro a gran velocità. A quel punto, mentre l’appuntato capo pattuglia veniva strattonato dal collega che cercava di toglierlo dalla traiettoria dell'auto, dalla sua pistola parte un colpo, che trapassa la lamiera e colpisce alla testa l'uomo al volante. Quell'unico colpo sparato da una calibro 9 parabellum uccide Klodjan Hysa, 34 anni, dopo due giorni di agonia. Nel bagagliaio della Bravo vengono trovati una mazza da baseball, un piede di porco e oggetti trafugati da alcune case della zona.

Giuseppe Sardini, direttore commerciale di un’azienda di pelletteria e proprietario dell’ultimo appartamento che Hysa avrebbe cercato di ripulire, ha fondato il comitato cittadino "Difendiamo i tutori dell'ordine": "Per fortuna c’era mio figlio, che ha acceso le luci e lo ha messo in fuga - ha raccontato al Corriere - È uno stillicidio continuo. Vivere così è inaccettabile, per questo abbiamo deciso di reagire. La solidarietà verso il carabiniere è il primo passo. Il secondo le ronde armate". Intanto il generale Salvatore Favarolo ha mandato in paese un paio di marescialli in più. La situazione è tesa. Matteo Salvini ha espresso solidarietà al carabiniere con un post su Facebook e la Lega Nord ha organizzato un presidio davanti a caserma e municipio. Ma il sindaco, Andrea gentili, Pd, non ci sta: "A me fa rabbia vedere i picchetti della Lega Nord sotto il mio ufficio". "La sicurezza è un tema che appartiene a tutti - continua il primo cittadino - Se restiamo fermi, ipergarantisti e benpensanti, lasciamo spazio al loro populismo". Salvini, invece, commentando la morte di Klodjan Hysa, ha intimato ai buonisti di stare zitti. E infatti a Monte San Giusto non fiata nessuno.

Di Alessia Albertin
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POLIZIOTTI COSTRETTI ALLA DIETA: PORZIONI MINIME A MENSA

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POLIZIOTTI COSTRETTI ALLA DIETA: PORZIONI MINIME A MENSA La denuncia choc del sindacato: "A causa dei tagli, i poliziotti che arrivano tardi a mensa restano senza cibo"

A Genova, i poliziotti sono costretti a una dieta forzata a mensa: porzioni minime e pasti sgradevoli perché serviti freddi o scotti. E chi arriva tardi non mangia.

A insorgere contro i tagli indiscriminati è il sindacato Siap che punta il dito contro la ditta che ha in appalto il servizio: "Minaccia i dipendenti di trasferimento se non accettano la riduzione dell'orario", sottolinea il segretario provinciale Roberto Traverso. Come racconta Repubblica, già un anno e mezzo fa il sindacato aveva segnalato al ministero dell'Interno i tagli al menù."

Ora la situazione è diventata insostenibile, alcuni colleghi mi hanno detto che si porteranno da casa un panino". Sono duemila gli agenti che ogni giorno vanno a mangiare nelle sei "Mense di Stato": a Sturla e Cornigliano, nella caserma del Reparto Mobile di Bolzaneto, al Lagaccio (Polfer), in via Saluzzo alla Foce e Sampierdarena (dove ci sono le sedi della Stradale). Secondo la denuncia del sindacato, nelle cucin,e "le grammature non vengono rispettate, quindi la classica fettina di carne si riduce a un sottile quadratino di pochi centimetri. Il pesce è tutto lische, mentre la pasta, che dovrebbe essere un piatto essenziale, che fa bene e riempie, spesso non è condita a dovere. Di un bianco smorto... Non sto parlando di sugo con astice, ma di semplice pomodoro!

Eppure cosa costerebbe aumentare le dosi di trenta grammi visto che la pasta non è certo un piatto per ricchi?". E se un poliziotto, impegnato in un servizio che si prolunga oltre l'orario, prova a sedersi al tavolo quando finisce, trova poco o niente da mangiare: "Quando le razioni sono finite ci si deve accontentare di due fette di mozzarella e una scatoletta di tonno: 80 grammi che non bastano neppure per un ragazzino!".

"Quando si parla del panino da casa, vuol dire che il servizio è insufficiente – conclude il segretario provinciale del Siap, Roberto Traverso – e che la pazienza è finita. Non si può garantire un pasto con una mozzarella e due pezzetti di tonno e costringerci a un digiuno forzato. Non mi resta che dire che siamo alla frutta, ma delle volte neppure la troviamo".

Di Angelo Scarano
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PENDOLARI MILITARI DISCRIMINATI SUI TRENI REGIONE LAZIO

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PENDOLARI MILITARI DISCRIMINATI SUI TRENI REGIONE LAZIO

Da giorni sulla tratta Roma-Cassino lo speaker dei treni invita i militari in divisa ad alzarsi per lasciare il posto ai viaggiatori titolari di biglietti.

Questo accade perché, secondo un accordo di servizio tra Trenitalia Lazio e Ministero della Difesa, è concessa ai militari che viaggiano in uniforme la gratuità del titolo di viaggio, per garantire sui treni maggiore sicurezza considerata la deterrenza propria dell'uniforme con le stellette, simbolo dello Stato.

I militari lamentano che non conoscevano questa nuova disposizione e di fronte all'annuncio "populorum" si sentono discriminati e vessati come pendolari "non paganti", eppure l'accordo lo hanno voluto dalla regione Lazio proprio per garantire la sicurezza a tutti. I militari chiedono le scuse ufficiali di Trenitalia perché con quell'annuncio infelice ci si rivolge a dei servitori del comune Stato e non a "pendolari non Paganti".

I militari sono sul punto di rinunciare alla gratuita' del titolo di viaggio e pagare un regolare abbonamento perché i pendolari sono tutti uguali, tutti si alzano di mattina presto e tutti tornano tardi, anche se si veste una divisa.

PRP People Reunion People
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CASO SAMSUNG TRA SCIAMANE E TANGENTI

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CASO SAMSUNG TRA SCIAMANE E TANGENTI
Il Tribunale di Seul ha accolto le richieste dei giudici inquirenti sudcoreani e ha disposto l’arresto del vice presidente di Samsung, Lee Jae-Yong.

Il Tribunale di Seul ha accolto le richieste dei giudici inquirenti sudcoreani e ha disposto l’arresto del vice presidente di Samsung, Lee Jae-Yong, l’erede designato del primo produttore globale di smartphone, un impero industriale del valore di mercato di oltre 80 miliardi di dollari, il terzo al mondo dopo Apple e Google.

L’accusa nei suoi confronti è di corruzione, falsa testimonianza e appropriazione indebita, nell’ambito di una maxi-inchiesta che ha portato alla destituzione della presidente della Corea del Sud, Park Geun-Hye. Secondo i giudici c’era il rischio che Lee potesse occultare, o distruggere prove importanti, essenziali per ricostruire lo scandalo politico che ha coinvolto Park, il primo presidente donna della Corea del Sud, una vicenda complessa, a base di tangenti e favori politici, in cui Samsung gioca un ruolo importante, insieme a altri ’chaebol’, le grandi conglomerate a conduzione familiare che contrallano, in maniera non sempre trasparente, gran parte dell’economia sudcoreana.

Chi è Lee Jae-Yong -

Il procedimento contro Lee rischia di durare a lungo, circa 18 mesi e Samsung deve correre ai ripari, visto che Lee, 48 anni, è l’erede designato dell’impero, che ha ricevuto dal padre, Lee-Kun-Hee. Lee senior si è dimesso nel 2008 per una brutta faccenda di fondi illeciti, poi è tornato al potere due anni dopo e nel 2014 è stato costretto a lasciare ancora, per un attacco di cuore, passando la gestione dell’azienda al figlio Lee. Nato a Washington, Lee junior si è laurato all’Università di Seul, poi ha proseguito i suoi stidi in Giappone e successivamente alla Harvard Business School, senza però ricevere un diploma di dottorato. Ha iniziato a lavorare ala Samsung nel 1991, nel 2009 è diventato chief operating officier di Samsung Electronics e nel 2012 vice presidente di Samsung.

Sciamane e tangenti - Lee è accusato dai giudici che indagano sullo scandalo della presidente Park di aver versato tangenti a un oscuro personaggio, Choi Soon-Sil, senza alcun incarico ufficiale, ma ribattezzata la ’Sciamanà, o la ’Rasputin’ sudcoreana, sotto inchiesta per aver utilizzato la sua relazione e amicizia con con la Park per estorcere denari alle grandi aziende sudcoreane. Pur di acquisirne i favori ed entrare nelle sue grazie, le grandi conglomerate sudcoreane avrebbero versato milioni di dollari a fondazioni private da lei create. Samsung, sarebbe stato il più generoso: avrebbe donato oltre 30 milioni di dollari, alle fondazioni della Choi, seguito da Hyundai, SK, LG e Lotte. Le donazioni di Samsung e delle altre chabeol hanno travolto la Park, che è stata destituita nel dicembre scorso. Samsung è anche sospettata di aver versato 2,8 milioni di dollari alla Widec Sport in Germania, una società controllata dalla sciamana. I soldi sarebbero serviti a sviluppare le attività della federazione nazionale di equitazione, in vista delle Olimpiadi di Tokyo del 2020, anche se poi cifre ingenti sarebbero servite per pagare il cavallo usato dalla figlia di Choi, Jeong Yu-Ra e i suoi allenamenti.

Tuttavia i rapporti tra Lee e Choi non si limintano alle tangenti, ma si legano anche all’ascesa del giovane erede designato Lee ai vertici del gruppo. La sciamana infatti avrebbe fatto da intermediaria per convincere l’importante azionista di una società di Samsung, il fondo pubblico Nps, il quarto al mondo per valore di asset, ad approvare nel 2015 la fusione tra due aziende di Samsung, Cheil Industries e Samsung C&T, una controllata attiva nelle costruzioni. Il voto di Nps è risultato decisivo per approvare la fusione, un’operazione, del valore di circa 8 miliardi di dollari, fortemente avversata dall’azionista Usa di Samsung, Elliot Associates, e che è servita per spianare l’ascesa nel gruppo di Lee Jae-Yong. Lee infatti si è ritrivato a conrollare il 17% della nuova società, che a sua volta detiene la maggioranza di Samsung Electronic. In questo modo si è trovato la strada spianata per salire alla presidenza di Samsung Electronic. Anche l’ex presidente di Npl è accusato di abuso di potere e falsa testimonianza.

Di Luca Romano
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CASO SAMSUNG TRA SCIAMANE E TANGENTI
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LIBANO: ESERCITAZIONE “STEEL STORM” PER I CASCHI BLU ITALIANI

LIBANO: ESERCITAZIONE “STEEL STORM” PER I CASCHI BLU ITALIANI | Professional Security Agency | Scoop.it
LIBANO: ESERCITAZIONE “STEEL STORM” PER I CASCHI BLU ITALIANI

Il contingente italiano in Libano ha partecipato, nei giorni scorsi a Naqoura, all’esercitazione multinazionale “Steel Storm” che ha interessato le forze di manovra di tutte le nazionalità che operano sotto egida ONU nel Libano del sud e le Forze Armate Libanesi (LAF).

All’esercitazione, che ha avuto lo scopo di perfezionare l’addestramento dei caschi blu con le Forze Armate Libanesi, i caschi blu italiani hanno preso parte con assetti di ITALBATT e della Sector Mobile Reserve del Settore Ovest, tutti appartenenti al reggimento “Genova Cavalleria”(4°).

Il supporto alle LAF è uno dei compiti assegnati dalla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel 2006, unitamente al monitoraggio della cessazione delle ostilità ed al supporto alla popolazione. ITALBATT oltre al reggimento “Genova Cavalleria” è composta da assetti del reggimento “Lancieri di Novara”(5°) e del 132° reggimento artiglieria “Ariete”. L’attuale missione in Libano è affidata alla Brigata di cavalleria “Pozzuolo del Friuli”.

di Unifil
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PERICOLI DERIVANTI DALL’USO NON ACCORTO DI INTERNET E DALLA DIFFUSIONE DEI DATI PERSONALI SULLA RETE

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PERICOLI DERIVANTI DALL’USO NON ACCORTO DI INTERNET E DALLA DIFFUSIONE DEI DATI PERSONALI SULLA RETE

Condividere le proprie foto su internet e renderle pubbliche sui principali social media è diventato non solo uno strumento per preservare i propri ricordi ma anche un vezzo, un modo facile e veloce per rendere noto ciò che si fa. In Italia sono molte le pagine online ed è diffuso l’utilizzo dei social per raggiungere la notorietà. Grazie ai nuovi strumenti, trovare nuovi amici e nuovi clienti su internet è molto facile, tanto che i social sono diventati i più utilizzati per valorizzare le interazioni sociali. Ma, si sa, ogni medaglia ha il suo rovescio e questo vale anche per l’utilizzo della rete, in particolare nella condivisione dei propri documenti delle foto e dei video. Nel cyberspazio è molto facile appropriarsi di dati e farne poi l’uso che si vuole, ma tutto ciò è illegale.

Occorrono quindi normative stringenti per proteggere i dati della rete e, per rispondere a questa esigenza, bisogna tenere ben presente che quando si scatta una foto sorge automaticamente il copyright su quello scatto. Significa che sono necessarie particolari azioni per ricopiare la paternità dell’ opera. Utilizzare il dato senza autorizzazione, costituisce illecito, cioè una violazione del diritto all’immagine e del copyright. Il diritto al copyright mai come adesso, sta vivendo, infatti, tempi difficili. Da qui alcune regole elementari e pratiche per proteggere i dati personali nella rete. In ambito pratico, il metodo più utilizzato nel proteggere le proprie foto e video è quello di utilizzare la cosiddetta firma, ovvero introdurre una filigrana invisibile nella foto in questo modo: non si modifica il contenuto dell’immagine, ma visualizzandola attraverso specifici software, come ad esempio Watermark, si rende palese la paternità.

Questo tipo di intervento si può fare con Photoshop, o anche programmi più semplici come, Picture Shark oppure utilizzare direttamente servizi online come Watermarktool o Digimark. Ma il miglior metodo, rimane sempre quello di disabilitare il tasto destro nel sito dove le immagini sono caricate. Per fare ciò basta inserire in un punto qualsiasi del sito di proprietà un codice c.d. “HTML“ che può po’ essere trovato in siti come: http://www.html.it/…/come-disabilitare-il-tasto-destro-del…/ . Altro metodo è il c.d. metodo teorico, utilizzato spesso in casi di particolare urgenza, e consiste nell’avvisare le autorità competenti, nel nostro caso la Polizia Postale.

Così facendo si ricorre al diritto di preservare la propria privacy e nel caso di furto di foto o video l’art. 15 del codice prevede (D.lg. 196/2003), il risarcimento del danno. Tutto ciò è stato confermato anche dalla Corte di Cassazione come la sentenza 16133 del 15 luglio 2014, che ha posto il limite del c.d. “buon senso” e il dovere al risarcimento del danno per chi è l’autore del crimine. Nei casi urgenti occorre ricorrere direttamente al Garante della Privacy, o ricorrere direttamente alla magistratura ordinaria o alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Tuttavia la giustizia è ancora troppo lenta rispetto al fenomeno degli illeciti del web, e il caso di Tiziana Cantone è l’esempio che l’accoglimento del ricorso arriva in maniera non tempestiva. Sono molti i ricorsi in Italia sul diritto all’oblio, ovvero alla non pubblicazione di notizie, immagini, video ritenuti “inadeguati e non più rilevanti” ai fini della cronaca e la sentenza della Corte di giustizia europea del 13 maggio 2014 lo specifica. Tuttavia prima di ricorre a vari strumenti è assolutamente necessario coltivale una cultura matura nell’utilizzo della rete e una prudente diffusione dei propri dati nella rete.

di Giuseppe Gorga
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ESERCITAZIONE "SCORPIONE 1/2017"

ESERCITAZIONE "SCORPIONE 1/2017" | Professional Security Agency | Scoop.it
ESERCITAZIONE "SCORPIONE 1/2017"

La brigata "Granatieri di Sardegna" è schierata presso il poligono di Monteromano per la condotta dell'esercitazione "Scorpione 1/2017". Si tratta di un'attività esercitativa che vede una task force "combat", composta dal reggimento "Lancieri di Montebello" (8°) e dal 1° reggimento "Granatieri di Sardegna", addestrarsi con il supporto del Centro Addestramento Tattico (CAT) di 1° livello realizzato nell'ambito del programma SIAT (Sistemi Integrati per l'Addestramento Terrestre).

I CAT sono Centri di Forza Armata responsabili dell'addestramento e approntamento delle unità attraverso l'impiego di sistemi di simulazione. Grazie all'uso di tali sistemi "Live" è stato possibile replicare fedelmente uno scenario operativo e riprodurre le diverse dinamiche tattiche sul terreno. Hanno assistito all'esercitazione il generale di corpo d'armata Riccardo Marchiò, comandante del COMFOTER/COE, il generale di divisione Maurizio Boni, comandante del Centro Simulazione e Validazione (Ce.Si.Va.) e responsabile dello sviluppo del citato programma e il generale di divisione Antonio Vittiglio, comandante della divisione "Acqui".

di Stato Maggiore Esercito
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STALLO USA: CON TRUMP IL PENTAGONO VUOLE RIVEDERE...

STALLO USA: CON TRUMP IL PENTAGONO VUOLE RIVEDERE... | Professional Security Agency | Scoop.it
STALLO USA: CON TRUMP IL PENTAGONO VUOLE RIVEDERE DRASTICAMENTE IL BILANCIO E RISOLLEVARE LE FORZE ARMATE

I funzionari del Pentagono hanno consegnato al Congresso i piani per aumentare il budget della Difesa a 30 miliardi di dollari. Saranno destinati all’acquisto di nuovi aerei, nuovi mezzi corazzati e ad incrementare l’addestramento delle truppe: per ricostruire passo dopo passo le forze armate degli Stati Uniti. Spronato dal presidente dal Donald Trump che si è impegnato a rafforzare la difesa della nazione, il Dipartimento della Difesa è alle prese con il ‘primo tentativo’ informale per convincere il Congresso a dare l’ok alla proposta che vorrebbe supererebbe i limiti imposti dalla legge di bilancio per la spesa militare imposta nel 2011. Il Corpo dei Marines ha richiesto 4.2 miliardi di dollari per “confermare la propria efficacia nella difesa della nazione” - lamentando un ambiente operativo sempre più complesso a fronte di un passato dove l’USMC è stato costretto ad ottimizzare le risorse imposte dal bilancio sacrificando ovunque le modernizzazioni necessarie.

La richiesta dell’U.S. Navy ammonta a 12 miliardi di dollari di spese aggiuntive, da impiegare immediatamente dell’acquisto di 24 nuovi F/A-18E/F Super Hornet, una nuova unità da trasporto anfibio classe San Antonio, e dozzine di missili Sidewinder. Secondo il documento presentato questo sarebbe “L’unico modo per tenere la Marina a galla”. L’U.S. Army sta cercando 8.2 miliardi di dollari per il proprio ammodernamento e per il mantenimento dei suoi 476.000 uomini in servizio attivo. Parte di questa cifra andrebbe spesa per nuovi elicotteri CH-47F Chinook, per elicotteri d’attacco AH-64 Apache, per 12 droni da sorveglianza ‘Grey Eagle’, e per l’addestramento di tutti gli effettivi. Il piano dell'U.S. Air Force prevede la richiesta di 6.2 miliardi, parte dei quali verrà impiegata per altri cinque F-35 Joint Strike Fighter, per la manutenzione di tutta la flotta e per mantenere in servizio attivo 322.000 avieri.

A presentare le proposte alla commissione del Congresso saranno rispettivamente il gen. Daniel Allyn, vice capo di stato maggiore dell'Esercito, il gen. Stephen Wilson, vice capo di stato maggiore dell'Aeronautica, adm. William Moran, vice comandante delle operazioni navali e il gen. Glenn Walters del Corpo dei Marines. Non sarà facile far ‘saltare’ i tappi fiscali che impediscono di affrontare le ‘grandi spese’ necessarie ad uscire dalla fase di stallo in cui le forze armate si sono ritrovate a causa della legge di bilancio, ma il presidente del Commissione Forze Armate della Camera, il repubblicano Mac Thornberry, è fiducioso - ”Penso che abbiamo una grande opportunità per fare una cosa giusta per il Paese. Sono abbastanza ottimista.” Secondo alcuni dati divulgati, la Marina degli Stati Uniti si basa attualmente su 275 navi schierabili: 33 unità sotto la soglia prefissata nel 2014.

Due terzi degli aerei da caccia della U.S. Navy (60%) e USMC Aviation (74%) sono fuori servizio. Questo si traduce in 1700 velivoli costretti a terra per l’U.S. Navy, tra i quali 600 F/A-18 Hornet. Ricalcando l’esempio Hornet su 276 velivoli posseduti dal Corpo dei Marines solo 87 sono in grado di volare. I dati della flotta dell’U.S. Air force, che ammonta ad oltre 5.000 unità, non sono stati divulgati, ma potrebbero essere altrettanto preoccupanti.

di Davide Bartoccini
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MIGRANTI, PAURA IN POLIZIA: "USATE GUANTI E MASCHERE"

MIGRANTI, PAURA IN POLIZIA: "USATE GUANTI E MASCHERE" | Professional Security Agency | Scoop.it
MIGRANTI, PAURA IN POLIZIA: "USATE GUANTI E MASCHERE" Allarme sanitario dopo il ricovero di un profugo. Necessari dispositivi di protezione per gli agenti.

Immigrato ricoverato per meningoencefalite, scatta l'«allarme sanitario». Poliziotti costretti a dotarsi di mascherine e guanti. Accade a Conetta, nel veneziano. Dopo la morte del 2 gennaio scorso, di Sandrine Bakayoko, richiedente asilo ivoriana, ospite nell'ex base militare, ora un immigrato, originario del Bangladesh, 19 anni, è stato ricoverato sabato notte nel reparto Malattie Infettive dell'ospedale di Padova. Il bengalese, sempre ospite nel campo base, si è sentito male sabato sera. Giunto in pronto soccorso in codice rosso, all'inizio vi era il sospetto si trattasse di una forma di meningite batterica invasiva, ipotesi poi esclusa dagli accertamenti dell' unità locale socio sanitaria (Ulss 3 Serenissima).

Ma il sospetto che il rischio di qualche contagio ci potesse essere, è venuto agli uomini della Polizia di Stato, che ieri si trovavano a presidiare l'ennesima manifestazione dei richiedenti asilo a Conetta. Dopo la notizia del ricovero del bengalese, alle 9.48 di ieri, è scattato l'allarme. «Per i colleghi impiegati in servizio a Conetta ha scritto Mauro Armelao, vice segretario nazionale Ugl Polizia di Stato si raccomanda di avere dispositivi di protezione individuale quali guanti e mascherine. Oggi a Conetta sarà presente un nostro medico. Evitate contatti diretti con i profughi fino a che non saranno fatti i dovuti accertamenti». Dopo la conferma della meningoencefalite di tipo virale, infezione dell'encefalo e delle meningi, che non comporta, fanno sapere, rischi di contagio e non necessita misura di profilassi, ieri mattina, però, il medico della Polizia di Stato ha spiegato a tutti gli agenti in servizio come indossare e utilizzare guanti e mascherine. In particolare: maschere facciali con visiera removibile monouso, mascherine facciali filtranti FFP3 e guanti; materiale reperibile nei locali in uso dagli agenti.

Ma a denunciare che la situazione fosse a rischio, ci aveva già pensato l'Ugl - Polizia di Stato dopo la morte di Sandrine Bakayoko, chiedendo l'immediata chiusura del campo di Conetta e i controlli sanitari su tutti i richiedenti asilo ospitati. «Stiamo valutando con i nostri legali aveva fatto sapere Armelao di fare un esposto in procura affinché verifichi le condizioni di salute di tutti gli ospiti del centro per salvaguardare le forze dell'ordine e i cittadini stessi, a rischio incolumità. Oltre 1300 profughi non possono convivere lì dentro. Chiediamo poi venga istituito un posto medico avanzato». Non solo. Le prove che le richieste di aiuto da parte degli agenti sono state tante, ci sono. Eccome. É del 3 gennaio scorso una lettera, del segretario generale dell'Ugl Polizia di Stato, Valter Mazzetti, inviata al ministero dell'Interno e al dipartimento di Pubblica Sicurezza, con cui chiede, su richiesta, la possibilità di vaccinare gratuitamente tutti gli operatori di polizia. «I casi di meningite ha detto Mazzetti hanno fatto sorgere una crescente preoccupazione tra il personale, che per esigenze di servizio opera a contatto con molti soggetti in luoghi affollati».

«Attendiamo una risposta urgente incalza Armelao - ora più che mai, da parte del ministero. Chiederò di fermare i colloqui all'ufficio immigrazione in questura a Marghera (Venezia), per i migranti provenienti da Conetta».

Di Serenella Bettin
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