Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee
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Cosa succede se un topo da biblioteca incontra la tecnologia?
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Milan e Inter: la crisi della Milano da bere non è solo sportiva

Milan e Inter: la crisi della Milano da bere non è solo sportiva | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
La geografia del calcio segue quella socioeconomica. La crisi di risultati di Milan e Inter è una crisi di gestione che coinvolge l'intera città di Milano.
cristiano carriero's insight:

"Mamma, che ne dici un romantico a Milano?" Questa ve la volevo proprio raccontare. La Milano da bere non c'è più: imprenditori, self made men e aziende di famiglia: perché il modello milanese non è più sostenibile, nemmeno nel calcio. In esclusiva per Sport Bloglive.

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Auguri a tutte le donne | granodesign

Auguri a tutte le donne | granodesign | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
cristiano carriero's insight:

Sulla donna si è detto tutto. Sesso debole, sesso forte, moglie, madre, sorella, nonna, fidanzata. Una festa, che si tiene ogni anno l’8 marzo, ne ricorda e ne celebra le conquiste sociali, politiche ed economiche. E purtroppo anche le discriminazioni e le violenze di cui sono ancora fatte oggetto in molte parti del mondo. A me, per inciso, questa festa non è mai piaciuta. So che la cosa non andrà bene a qualcuno, ma non posso farci nulla. Certo, io ero quello che portava le mimose a scuola. Un ramoscello ad ogni ragazza. Smisi quando qualcuna di loro mi disse che non gradiva, che la donna andava celebrata sempre, non solo l’8 marzo. Avevo 15 anni e iniziai a capire che il rapporto tra me e l’altro sesso (nè debole, nè forte, altro e basta) non sarebbe stato tutto rose, mimose e fiori. In seguito mi accorsi che anche con i maschi sarebbe stato la stessa cosa. In classe erano tutte donne, all’università tutte donne, entro nel mondo del lavoro e, puff, sono l’unico maschio. Non so se è una delizia o una congiura, ma se sono la persona che sono lo devo a loro... http://www.granodesign.it/auguri-a-tutte-le-donne-con-mimosa/# ;

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u.c. Sampdoria - Aste del match: su Etwoo la maglia di "Maurito" Icardi

u.c. Sampdoria - Aste del match: su Etwoo la maglia di "Maurito" Icardi | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
Rosario non è un città qualunque. Se di mestiere fai il calciatore, se hai talento, sai già che dovrai confrontarti per tutta la vita
cristiano carriero's insight:

La storia di Maurito Icardi scritta da me sul sito ufficiale della Sampdoria. Solo per Etwoo. 

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Le 20 librerie più belle del mondo

Le 20 librerie più belle del mondo | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
Le ha scelte Flavorwire nel suo articolo più letto del 2012: architetture contemporanee e moderniste, teatri, stazioni e chiese trasformate in negozi di libri (due in Italia)
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Linkedin e la job description: ma tu, di cosa ti occupi?

Linkedin e la job description: ma tu, di cosa ti occupi? | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
Questa settimana, grazie a Linkedin, ho riflettuto su un argomento che vorrei proporvi.
Via Anna Martini
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Diventare scrittore, intervista a Cristiano Carriero

Diventare scrittore, intervista a Cristiano Carriero | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
Oggi parliamo di professioni con un’intervista. Ad uno scrittore. Che ci racconta come e perché di può fare questo mestiere. Innanzitutto dicci chi sei. Mi chiamo Cristiano Carriero, ho 33 anni, e ...
cristiano carriero's insight:
Fare lo scrittore è un mestiere? Credo di no. Però vivere di scrittura si può. A scanso di equivoci: ho detto "vivere", mica diventare milionari. Che qua la gente fraintende. 
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Consigli indispensabili per creare un sito di successo

Consigli indispensabili per creare un sito di successo | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
Un’utilissima infografica riassume le informazioni essenziali per creare un sito efficace...

Via Francesco Antonacci
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Personal Branding, una serata con Luigi Centenaro.

Personal Branding, una serata con Luigi Centenaro. | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
Il Brand è ciò che rimane dopo una crisi. Le aziende si trasformano, cambiano, attraversano momenti difficili e spesso sono costrette a chiudere. L’esempio della piccola media impresa, in I...
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I politici hanno la febbre da Twitter

I politici hanno la febbre da Twitter | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it

Che spasso seguire i politici su Twitter, il «colto» social network concorrente del più popolare Facebook. Pare di vedere dei bambini di prima elementare alle prese con le lettere dell’alfabeto e la composizione delle prime frasi.

 

"I criptici, gli autoreferenziali, i ruspanti, gli incalliti... i politici italiani dilagano sul più «colto» dei social network. Ma spesso non sanno utilizzarlo. E i risultati sono esilaranti. «Panorama» ha stilato una classifica".

 

Continua a leggere: http://italia.panorama.it/I-politici-hanno-la-febbre-da-Twitter-Cinguettii-di-lotta-e-di-governo


Via Antonino Militello
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Un regalo per i nostri partner: Luca Conti, domani 29 maggio, con noi.

Un regalo per i nostri partner: Luca Conti, domani 29 maggio, con noi. | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
Ci siamo. Domani, in collaborazione con Apra, ospiteremo Luca Conti in un evento riservato ai nostri partner. Non ho parlato di Clienti volutamente. Credo che il presente (la parola futuro onestame...
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#Twitteratura? | Torino Anni '10

#Twitteratura? | Torino Anni '10 | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
RT @Einaudieditore: La più acuta disamina del rapporto tra social network, blog e letteratura che ho mai letto è di @TorinoAnni10 http://t.co/JVkZ3FvZ #SalTo12...
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Pulitzer, perché la narrativa è rimasta senza vincitore

Pulitzer, perché la narrativa è rimasta senza vincitore | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
Per la prima volta in 35 anni (l’ultimo caso risale al 1977) il premio ...
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Le fotografie vincono sui "post" la nuova vita dei social network - La Repubblica

ManagerOnlineLe fotografie vincono sui "post" la nuova vita dei social networkLa RepubblicaUna società che era stata fondata appena 15 mesi prima con un investimento di sette milioni, con sette dipendenti e un fatturato irrisorio, specializzata nel...
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ViewSPORT la Maglietta Motivazionale che cambia scritta con il sudore

ViewSPORT la Maglietta Motivazionale che cambia scritta con il sudore | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it

Quante volte vi siete sentite demotivate e invece che allenarvi vi siete buttate sul divano in tuta a guardare la TV? In quei momenti sarebbe stato utile avere un allenatore che vi motivasse! In assenza del motivatore, ho scoperto le magliette ViewSPORT.


Via Claudio Spuri
cristiano carriero's insight:

Soluzione meravigliosa per darsi da fare. 

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Claudio Spuri's comment, October 28, 2013 8:04 AM
meravigliosa e comoda! :)
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Social Saturday, con Fior di Risorse

Social Saturday, con Fior di Risorse | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
View as slideshowLa giornata di Fior di Risorse attraverso i miei tweet e quelli degli altri partecipanti. Buono Storytelling, grazie all'hashtag #MusterFdR! Mi sveglio alle 5.30. Bestemmio un po',...
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Chi paga il biglietto non ha sempre ragione

Chi paga il biglietto non ha sempre ragione | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
Storie di razzismo e ignoranza. Quando il calcio diventa un brutto affare Partiamo da un assunto che farà incazzare parecchi. Io non sono tra quelli che sostengono che “Chi paga il biglietto ...
cristiano carriero's insight:

Mi ero ripromesso di non scrivere un post sul razzismo. E così non l'ho fatto. Però stamattina ho letto Michele Serra sull'Amaca che parlava di un "precedente" e mi è venuta voglia di percorrere altri "precedenti" che non sono serviti a una mazza. Quella volta che Pelè lasciò il campo ad Alessandria, ed era il '68. Ululati, fischi, beoti e ignoranti si sono susseguiti nei decenni. Ma varrà tutto finche varrà l'assunto che "chi paga il biglietto..."

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Polaroid lancia i Fotobar contro Instagram e Snapseed

Polaroid lancia i Fotobar contro Instagram e Snapseed | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
  Il primo Fotobar aprirà tra un mese in Florida, a Delray Beach. Poi sarà la volta di New York, Boston, Las Vegas e altre città, per un totale di altri nove store.
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Is There A Deception In the Google Ad System?

Is There A Deception In the Google Ad System? | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
Whether through deceptive practice or oversight, Google Instant Result-Streaming has an apparent residual effect that may jeopardize the Google Ad system.

Via Francesco Antonacci
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Francesco Fornaro - Mental Coach - Come accrescere la tua autostima

Francesco Fornaro - Mental Coach - Come accrescere la tua autostima | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it

Come aumentare l'autostima grazie all'allenamento mentale.


Via Francesco Fornaro
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Il Be Different Tour cerca te!

Il Be Different Tour cerca te! | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
Hai presente quando in tv guardi quelle trasmissioni in cui la gente viaggia, mangia, si diverte e  pensando a tutte le cose da fare, ti assale un irrefrenabile desiderio di ingoiare il telecomando...
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Due ragazzi, Giuliano Pavone

Due ragazzi, Giuliano Pavone | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it

Tratto da "Milano in cronaca nera", di Giuliano Pavone Newton Compton, 2010

Dario – andatura dinoccolata e jeans di marca – cammina sfrontato lungo le vie della capitale. Non è il colore della sua pelle ad attirare l’attenzione, ma i ghirigori che un esperto rasoio ha disegnato sui suoi capelli crespi e cortissimi. La gente posa lo sguardo su quella strana acconciatura e incrocia degli occhi che conosce, perché li ha visti in televisione e sui giornali sportivi. E’ lui? E’ lui. Alcuni tirano dritto, altri si fermano e girano la testa per vederlo mentre si allontana, altri ancora dicono il suo nome ad alta voce e lo salutano. Poi, dei tizi spuntati dal nulla prendono a seguirlo. Lo affiancano e lo accerchiano. Anche loro lo chiamano ad alta voce, ma non con il suo nome. Non sono complimenti, quelli che gli rovesciano addosso e, se il concetto non fosse chiaro, qualcuno gli lancia pure delle banane. Gli occhi di Dario invece lanciano saette. Sono dei poveracci, si dice, poveracci, ignoranti e frustrati. Io in un mese guadagno quanto tutti loro in cinque anni. Ma le offese gli bruciano lo stesso, e ogni volta che succede è un po’ peggio.

Scarpe da tennis, jeans strappati e maglietta fuori dai pantaloni, Ibrahim, saluta tutti ed esce con gli amici.
«Ibou, dovresti vestirti un po’ meglio. Se ti vesti così, ti prenderanno per un vù cumprà…» Suo padre indossa pantaloni grigi e camicia celeste.
«Ma papà», Ibou gli spara un sorriso disarmante dei suoi, «io mi vesto come gli altri miei amici, qual è il problema?»
Rapido scambio di occhiate fra papà e mamma. Lei invece ama vestirsi alla maniera del suo paese, con abiti drappeggiati di colori caldi e sgargianti. «Il problema è che tu non sei come gli altri tuoi amici», replica il padre, pacato.
«Ecco, appunto. Quindi non saranno i vestiti a cambiare le cose». Ibou scoppia a ridere e con due salti è già in strada.

Del paese dei suoi genitori, Dario sa pochissimo. E pochissimo sa anche dei suoi genitori, quelli veri, che l’hanno abbandonato piccolissimo in un ospedale lombardo, dopo aver scoperto che aveva bisogno di una delicata operazione. Di un bimbo malato non sapevano cosa farsene. Chissà adesso, la rabbia.
Anche mamma e papà adottivi sanno poco dei genitori naturali, e ancora meno del loro paese. Certo, hanno studiato, ma cosa sanno davvero di come si vive là? E del perché si viene qua? E di come si può abbandonare un bambino? Eppure hanno cercato di fare il possibile. Arrivata l’età giusta, a Dario hanno fatto un bel discorso, gli hanno messo in mano dei libri (che lui non ha letto) e gli hanno detto che quando sarebbe diventato abbastanza grande, se avesse voluto, gli avrebbero dato i soldi per fare un viaggio in Africa. Dario, dei soldi dei genitori ora non ha più bisogno: ne ha tantissimi, è lui che li dà a loro. Ma in Africa non ci è ancora andato, e non sa se ci vuole andare. Forse ha paura di sentirsi estraneo, lui che estraneo si sente tante volte anche nel suo paese, l’Italia. Forse, semplicemente, non gli interessa.

Ibou, il razzismo l’ha imparato soprattutto dai racconti dei genitori. Certo, a scuola qualcuno che faceva il cretino l’ha incontrato, una volta gli è toccato anche di fare a botte, ma lui di amici, sia bianchi che neri, ne ha un sacco, e di tutto il resto gli importa poco. I suoi, invece, gli hanno parlato dei primi tempi, della clandestinità, delle fatiche bestiali e delle umiliazioni, di quanto era stato duro guadagnarsi quel minimo di tranquillità e di considerazione grazie a cui ora lui poteva andare a scuola e uscire la sera a divertirsi.
In Africa non c’è mai stato. Sa che i suoi sono dovuti scappare, ma l’Africa per lui resta quella fiabesca e variopinta dei racconti che gli sussurrava sua mamma, quando era piccolo, per farlo addormentare. L’Africa per Ibou è sua mamma: bellissima, la pelle lucida e senza una ruga, i denti candidi e i vestiti dei colori della terra.

Il pallone fra i piedi Dario l’ha sempre avuto. Non si ricorda il momento in cui ha deciso che quella sarebbe stata la sua vita. Non si ricorda di aver mai voluto fare altro. Sa solo che già nel campetto dell’oratorio era il più alto, il più veloce e il più bravo. E, come se non bastasse, era quello che aveva più carattere. Bravo con i piedi, ma capace di farsi rispettare anche con la lingua e con le mani. Forse perché sentiva di dover dimostrare qualcosa in più degli altri. Forse, semplicemente, perché era un predestinato.

Ibou non ha mai sentito le sue origini come un problema. Ai suoi amici dice «Sono italiano, e in più sono africano». Nessun conflitto, piuttosto una somma, anche se sa che non tutti la pensano come lui. Al centro sociale forse ci va proprio perché lì nessuno fa caso al suo colore. Anzi, a volte ha l’impressione che siano più gentili con lui proprio perché è nero. Forse invece ci va perché lì si balla la musica che gli piace. O forse, semplicemente, perché è l’unico posto dove con meno di dieci euro ci si può divertire tutta la notte.

Sei un predestinato quando, a ogni passo della trafila delle giovanili, sei sempre il più bravo, anche se ti mettono a giocare con quelli più grandi di te. Sei un predestinato quando devono cambiare i regolamenti per farti giocare in C1, perché non era previsto che un ragazzino arrivasse così in alto e così in fretta. Sei un predestinato quando le migliori squadre del mondo chiedono di te, e quella che è riuscita a strapparti alla concorrenza, dopo pochissimo ti getta nella mischia.
Eppure, non ha fatto ancora niente. Il mondo è pieno di predestinati che hanno preso a calci il loro talento. Dario questo lo sa. Ma non è il campo a fargli paura. Lì sono gli altri a doversi spaventare. Ci sono altri tipi di prove che gli si parano davanti, prove cui è sottoposto solo lui. E, per quanto ne abbia superate già tante, non è sicuro di riuscire a farcela ancora. Farsi largo fra difensori di cui da piccolo aveva il poster in camera non è un problema. Coprire la fascia, fare i movimenti che gli indica il Mister, contro l’istinto che lo manderebbe sempre avanti, neanche questo è un problema. Sopportare le provocazioni dal campo e dagli spalti: è questo il compito più difficile per Dario. E quella cattiveria agonistica, quel ribollire di sangue che l’ha aiutato a emergere, in questo non l’aiuta. Basta pochissimo per gettare tutto alle ortiche, e lui ci va vicino più volte.
Il diverso dà fastidio quando è povero, perché ruba, fa l’accattone o scavalca in graduatoria gli altri poveri. Ma il diverso dà fastidio anche quando è ricco e affermato, perché mette in discussione le tue sicurezze. L’unica è essere inattaccabili, porgere l’altra guancia. Agli altri campioni, qualche capriccio viene perdonato. A lui no. E più sa di dover rigare dritto, più non lo fa.

C’è sempre qualcosa di sbagliato quando chi rientra da una notte di divertimento incrocia chi sta uscendo per andare a lavorare. O, come in quel caso, qualcuno che la notte l’ha passata in piedi a servire panini con la porchetta a puttane e balordi in un baracchino davanti alla stazione. Le cose partono male. Il lavoratore è stanco e frustrato, si sente preso per il culo, e per questo si crede in diritto di fare ciò che vuole. Il tiratardi ha in corpo un’euforia un po’ stupida, forse proprio perché sa che prima o poi quella vita toccherà anche a lui. Il padre di Ibou gliel’ha detto: se quest’anno non vieni promosso, a settembre vai in fabbrica come me.
I ragazzi vogliono mettere qualcosa sotto i denti. Sarebbe un momento come tanti, un rapido scambio fra monete e snack, ma si trasforma in una questione di principio. Mai fare questioni di principio, soprattutto in una grande città, alle cinque di mattina e con una notte insonne sulle spalle.
“Ci stanno provocando”, pensano i due baristi, padre e figlio, e continuano ad armeggiare intorno al furgone.
“Se fossimo bianchi ci avrebbero già serviti”, pensano i ragazzi, Ibou fra loro, e sentono montare una rabbia antica.
Milano guarda, immobile e tossica. Luci gialle e, ancora per poco, neanche il solito brontolio di auto in circonvallazione.
Lo stallo si rompe, improvviso e senza ritorno: i ragazzi entrano nel bar, agguantano un paio di confezioni e scappano. I baristi, da fuori, li vedono correre con qualcosa in mano e si lanciano all’inseguimento. Il destino è già scritto, ma loro ancora non lo sanno.

Un giorno arriva la convocazione della nazionale ghanese. Dario rifiuta senza esitazioni. La maglia azzurra è più prestigiosa di quella bianca del Ghana, e Dario non ha alcun dubbio che presto arriverà a indossarla. Ma il punto è un altro: «Io sono italiano», dice Dario, «e giocherò con la nazionale italiana». Una frase ovvia, eppure desta scalpore. Perché? Saranno gli spalti di un famoso stadio del nord Italia a chiarire quello che in molti pensano. Fra i soliti versi della scimmia, spunta fuori un coro che fino a quel momento era stato ascoltato solo nei palazzetti del Basket.
«Non ci sono negri italiani».
Non ci sono negri italiani. Cosa significa? Dario guarda interrogativo uno dei suoi compagni più esperti, di colore e francese. Lui scrolla le spalle: con la maglia della sua nazionale ha vinto pure i Mondiali, e nella sua lunga carriera nessuno si è mai sognato di dirgli che non esistono negri francesi. Dario non trova risposte. Tutti gli dicono di non farci caso e di continuare a giocare.

Corrono. Sono più veloci. Scappassero, non li prenderebbero. Ma perché scappare? Siamo di più, e non abbiamo fatto niente di grave. Sono due, pensa Ibou, e il grande ha più o meno l’età di mio padre. Cosa direbbe mio padre a uno che gli ha rubato dei biscotti? Gli direbbe di avere rispetto, di chiedere scusa. O forse non direbbe niente.
Invece il vecchio è inferocito. Sta pensando che quando andava in giro a fare rapine se la spassava anche lui la notte. Adesso invece gli tocca sudarsi il pane e farsi fregare da quattro mocciosi, per giunta negri. La mazza della claire ce l’ha il figlio, ma è il padre che lo istiga a usarla.
Ibou ha ancora in mano il pacco di biscotti, un cilindro stretto e lungo. Chi gli sta di fronte invece ha una spranga di metallo. I biscotti sono quelli famosi, metà normali metà al cioccolato. Prima di essere trascinato a terra, a Ibou sembra di vedere un grande cartellone che li pubblicizza. Ci sono due ragazzini, uno bianco e uno nero, che si danno il cinque.

«Dire negro di merda non è razzismo», sbuffa l’impiegato al bar il lunedì mattina, mentre sfoglia distrattamente la Gazzetta poggiata sul frigo dei gelati. Non è un ultrà, non ha mai lontanamente pensato di partecipare a spedizioni punitive. “E’ un modo come un altro per offendere l’avversario. Fosse stato bianco, gli avremmo detto figlio di puttana”. Figlio di puttana, appunto, mica bianco di merda.
«Anche noi abbiamo giocatori di colore in squadra», dicono quelli che tifano il bianco e il nero, «potremmo mai essere razzisti?» A rispondere, positivamente, sono i supporter nerazzurri, che scioperano contro la punizione assegnata ai rivali. Come dire «offendete pure i nostri negri, così noi offendiamo i vostri».
E Dario si ritrova solo. L’ultima illusione – ti offendono perché sei l’avversario, hanno paura di te – è caduta. Anzi, il diritto al razzismo ha compiuto il miracolo di mettere d’accordo due tifoserie divise dalla più grande rivalità degli ultimi anni. Da solo Dario continuerà a giocare, anche in Nazionale, anche per chi da lui non si sente rappresentato. Giocherà sul filo della rabbia. Quella rabbia che gli dà una marcia in più, ma che prima o poi lo farà cadere. Perché appena ne combinerà una un po’ più grossa, troverà qualcuno pronto a fargli pagare quel peccato originale. «Visto?» canteranno allora vittoria i viscidi messaggeri delle profezie autoavveranti, «non lo offendevamo perché è negro, ma solo perché è una testa di cazzo».

Il papà di Ibrahim, per tutti Ibou, ha negli occhi una dolcezza senza nome. «Abbiamo fiducia nella giustizia», dichiara, e basterebbe questo per capire che non è italiano.
Di solito quando si compie un delitto efferato e per futili motivi, qualcuno inizia a invocare il ripristino della pena di morte. In questo caso non accade, chissà perché.
«Era un ladro, se l’è cercata», commenta il professionista al bar, sfogliando un giornale gonfio di condoni e depenalizzazioni. Padre e figlio hanno precedenti penali. Per fortuna però nessuno li ha sprangati.
«Era un ladro, che c’entra il razzismo?» si chiede l’uomo ben vestito, dopo aver bevuto l’ultima goccia di caffè con un teatrale scatto della testa all’indietro.
Che c’entra il razzismo? La domanda rimbalza in tribunale. “Negro di merda”, “cioccolatino”, “vi bruciamo tutti”. «E’ vero, abbiamo detto così, ma era giusto per offenderli, fossero stati bianchi li avremmo offesi in altro modo». In altro modo, appunto. Così, più o meno, dicono gli imputati e il loro avvocato. E il giudice dà loro ragione, escludendo fin da subito l’aggravante del razzismo. Non l’hanno ucciso perché era di colore. Forse è anche vero. Però i lunghi anni di prigione il più vecchio dei due baristi li passerà in compagnia della parte più torbida della sua anima. Forse davvero non l’ha ucciso perché era nero, almeno non consapevolmente. Ma se quel ragazzo spaventato con la testa sull’asfalto avesse avuto degli altri lineamenti, avesse parlato con un accento più familiare, se insomma fosse stato almeno un po’ somigliante a suo figlio, lui, a suo figlio, non avrebbe mai detto di colpire.

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Trasformare il problema in (grossa) opportunità: il caso EA Sports!

Trasformare il problema in (grossa) opportunità: il caso EA Sports! | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
Un esempio di come sia efficace il Marketing dell’ascolto è la vicenda occorsa alla gamehouse EA Sports, che, a partire dall’ascolto di una critica per un proprio gioco, è riuscita a ...
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'EGOMNIA', IL SOCIAL NETWORK ITALIANO CHE TI TROVA LAVORO

'EGOMNIA', IL SOCIAL NETWORK ITALIANO CHE TI TROVA LAVORO | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
ROMA - Un social network per trovare lavoro. Lo ha inventato un giovane romano di vent'anni, Matteo Achilli, studente del primo anno all'Università Bocconi di Milano. Colui che in molti chiamano lo “Zuckerberg italiano” ha...
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Salone del Libro: triplicati gli ebook - Software20.it

Salone del Libro: triplicati gli ebook - Software20.it | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it
Software20.itSalone del Libro: triplicati gli ebookSoftware20.itIl 2011 è stato l'anno degli ebook: a rilevarlo, è stata la ricerca condotta da NielsenBookScan che l'Associazione italiana editori (Aie) presenterà nell'incontro "La tempesta perfetta"...
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La (piccola) rivincita dei laureati in lettere

La (piccola) rivincita dei laureati in lettere | Narrativa 2.0 - Facoltà di Lettere e Storytelling Contemporanee | Scoop.it

Ecco, devo ricordarmi agli amici di studenti.it di aggiornare il sito. E non solo a loro. Ho provato a cercare su google “Sbocchi laureati in lettere” e credo di essermi perso qualcosa. Ora, non chiedetemi per carità cosa mi spinge in un periodo di crisi occupazionale come questo a lanciare un messaggio di speranza. Per di più fuori piove e io sono metereopatico, quindi niente ironie per cortesia. Vado al punto, come mi sono auto-insegnato. E sì, perchè puoi prenderti tutte le lauree che vuoi ma poi “il mestiere” qualunque esso sia, lo impari sul campo. Sbagliando. E anche questa è una notizia. Per una volta vi invito a credere in un luogo comune. Sbagliando (e pagando) si impara. Quando mi sono laureato in lettere un tipo, dopo avermi stretto la mano per gli auguri di rito, si è girato verso la moglie per dire “un disoccupato in più“. Non la scorderò mai quella scena. Forse se mi avesse detto “Complimenti dottore” a quest’ora starei a casa a grattarmi la pancia e a guardarmi l’ombelico. Invece no. Dovevo vendicare quell’affronto. Ma non avevo molte scelte, la metà delle possibilità che ci sono adesso non esistevano. Ho brancolato nel buio, ho studiato il marketing, ho fatto uno stage in azienda, ho fallito. Diciamolo chiaro e tondo, perchè poi sono tutti bravi a dire: “non c’era budget, non sono stato capito” e stronzate simili. Io ho fallito, e me ne vanto. A 26 anni può succedere. Forse mi succederà anche a 40. Perchè per indole non mi accontento mai. Ed è molto facile che chi non si accontenta fallisca, prendete nota. Però credo che un ragazzo oggi debba rischiare per farsi notare. E rischiare significa anche scegliere... http://cristianocarriero.wordpress.com/2012/04/16/la-piccola-rivincita-dei-laureati-in-lettere/

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