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Il giappone in ogni sua forma: dal cinema ai matsuri per avvicinarsi allo spirito giapponese con semplicità
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Dossier Teatro Giapponese

Dossier Teatro Giapponese | japan culture media | Scoop.it
Hystrio - trimestrale di teatro

numero di gennaio-marzo 2012

(15,00 euro)

http://www.hystrio.it/numero/home.php

È uscito il numero di gennaio-marzo 2012. Il teatro in Giappone oggi è ...
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Recensione From Up On Poppy Hill (2011)

Recensione From Up On Poppy Hill (2011) | japan culture media | Scoop.it
La collina della speranza

a cura di Marco Minniti pubblicato il 31 ottobre 2011

Al suo secondo lungometraggio, Goro Miyazaki decide di affidarsi a una storia scritta dal padre Hayao, che tocca alcuni dei temi preferiti dall'illustre genitore, pur riportati in un contesto realistico e ben delineato storicamente.Condividi:

Giappone, 1963. Il paese, a un anno dalle Olimpiadi di Tokyo, sta attraversando un periodo di impetuosa crescita economica, che lo porterà definitivamente fuori dalle devastazioni della Seconda Guerra Mondiale trasformandolo in un'autentica potenza mondiale. Sullo sfondo del villaggio portuale di Yokohama si snoda la storia di Umi, studentessa liceale che cura anche la pensione di famiglia dopo la tragica perdita del padre, marinaio rimasto ucciso durante la guerra di Corea, e la partenza per gli Stati Uniti della madre. La ragazza, ogni mattina, innalza una bandiera di segnalazione, che nel gergo dei marinai significa "prego per un viaggio sicuro": un auspicio che Umi rivolgeva al padre prima di ogni suo viaggio, e che ora continua a rivolgere ai tanti uomini che prendono il mare, rendendo contemporaneamente omaggio alla memoria del mai dimenticato genitore. Quando il diciassettenne Shun vede la segnalazione, rivolge una poesia alla ragazza; i due, conosciutisi in circostanze singolari durante una protesta studentesca, presto sviluppano un sincero affetto reciproco. Il motivo della protesta è la prevista demolizione del "Quartier Latin", la vecchia casa in legno della scuola, sede dei club scolastici e sorta di scrigno della memoria per le tante generazioni che hanno attraversato l'istituto. Proprio dal passato, però, arriva una rivelazione che lega le storie dei due ragazzi, e che sembra un ostacolo insormontabile per il loro rapporto...

Arrivato al suo secondo lungometraggio, Goro Miyazaki decide di affidarsi a una storia scritta da papà Hayao, che tocca alcuni dei temi preferiti dall'illustre genitore, pur riportati in un contesto realistico e ben delineato storicamente. La tensione tra tradizione e modernità, portata avanti in un contesto di trasformazione e di messa in discussione, da parte delle nuove generazioni, delle certezze dei "padri", il mare come elemento salvifico e mortale insieme, fonte di fascino e luogo di trasformazione ma anche portatore di pericolo e dolore, il gusto per le ardite costruzioni architettoniche e meccaniche, e per i fantasiosi interni che uniscono classicità e innovazione: tutto questo è facilmente ritrovabile in questo From Up On Poppy Hill, film in cui Miyazaki junior ha evidentemente fatto tesoro delle critiche ricevute col precedente I racconti di Terramare, limitandosi a tradurre in immagini una storia innervata dalla mano, e dalla fantasia, di Hayao. Quello che in effetti funziona maggiormente, nel film, è il clima nostalgico per un'epoca ingenua e contemporaneamente carica di speranze, la descrizione di una placida cittadina di mare con il tranquillo ottimismo dei suoi abitanti, la voglia di cambiare dei giovani che non si traduce mai in ribellione e conflitto, ma piuttosto nell'ansia di prendere in mano la propria vita poggiando sulle solide radici (quelle del Quartier Latin) costruite dai padri. E' fin troppo facile vedere, in questo, un elemento autobiografico inserito nella storia dal "figlio d'arte" Goro, ma anche, più in generale, l'attuale fase dello Studio Ghibli, in cui una nuova generazione di registi (tra i quali l'Hiromasa Yonebayashi di Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento) sono chiamati a prendere il testimone di una gloriosa tradizione.

Va tuttavia sottolineato che, da una storia già in sé lineare e minimalista (ispirata a un manga datato 1980) in cui è l'atmosfera più che gli eventi a suscitare interesse, Goro Miyazaki ha tratto un film sì gradevole, ma in sé piuttosto piatto; molto lontano dal lirismo e dal senso di meraviglia che sprigiona dalle immagini dei film, anche quelli meno riusciti, di Hayao. In parte ciò è senz'altro dovuto a un disegno meno personale e più "freddo", che se da una parte mostra il marchio inconfondibile dello Studio Ghibli, dall'altra risulta molto meno espressivo, nelle scelte cromatiche, dei più noti film della factory. Lo sviluppo narrativo in sé, comprese le due fondamentali svolte che la trama opera, è piuttosto prevedibile, ma in fondo non è questo il problema: quello che manca è quella "mano" in grado di far scaturire emozioni anche dalle situazioni più quotidiane e banali, quella che non si limita a tradurre in immagini una storia ma riesce anche a vivificarla col suo tocco personale e poetico. Nonostante ciò, non si deve pensare che From Up On Poppy Hill sia un film noioso o privo di emozione: è solo che, da un prodotto targato Ghibli, si è naturalmente, e forse erroneamente, portati a nutrire un certo tipo di aspettative. La colonna sonora, impreziosita dalla canzone principale cantata da Aoi Teshima, è bella e delicata, e il film rappresenta anche, col clima positivo che esprime, uno stimolo importante per un paese che sta attraversando un altro momento difficile della sua storia, dopo lo tsunami del marzo scorso e il disastro nucleare di Fukushima. Un prodotto minore ma non disprezzabile, quindi, gradevole e sincero nei suoi intenti: è abbastanza inutile, quindi, starsi oziosamente a domandare cosa sarebbe stato del film se al timone di regia ci fosse stato Miyazaki padre, anziché il meno dotato figlio d'arte.
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L’arte giapponese del dono | Centro di Cultura Giapponese

L’arte giapponese del dono | Centro di Cultura Giapponese | japan culture media | Scoop.it

Il furoshiki è un quadrato di stoffa.
Piegato e annodato serve per contenere e trasportare oggetti, o per avvolgere elegantemente dei regali. In Giappone, fare un dono è a tutti gli effetti considerato un’arte, omiyage in giapponese. La qualità e l’attenzione ai dettagli sono sinonimo di un’attenta e accurata scelta dell’omiyage, un modo per onorare la persona che lo riceve.

Primo incontro: sabato 19 novembre 2011 ore 15.30 (durata: 3 ore)

Centro Di Cultura Giapponese - via Lovanio 8

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The Million Dollar Question: Why Does the Web Love Cats?

The Million Dollar Question: Why Does the Web Love Cats? | japan culture media | Scoop.it
Why are there so many kitty pics and videos cluttering up the Internet? And what is it about feline-themed content that makes it so shareable? We spoke with the experts to find out.
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All Ways are One in the end. – Miyamoto Musashi

All Ways are One in the end.    – Miyamoto Musashi | japan culture media | Scoop.it

Training at Chozen-ji blends Rinzai practices with the martial and cultural Ways of Japan. By the endless practice of formal technique, the Ways refine sensitivity and dexterity within a limited field until natural principle is grasped. Techniques vary, but the deepest principle is the same in all Ways. Miyamoto Musashi who was peerless in swordsmanship and brilliant in painting, calligraphy, sculpture, and metalwork, best represents this truth. That all Ways are One in the end has great significance given the fragmentation of roles and functions in modern society. If practiced not only to gain immediate results but to perfect human being, any activity can become a Way and lead to harmony in both the person and society.

At the highest level of mastery in any Way, a student enters the world of Zen. Conversely by training in Zen, a student may attain the highest level of mastery in his Way. The Ways teach a person to enter Zen through the body. For instance, there is the principle of Shin Ki Roku Ichi which can be translated as the oneness of mind, energy, and body, or mind and body made one through breath. When this is grasped, tension and relaxation, calmness and alertness are correctly balanced. One's entire being enters the work which will exhibit graceful power and beauty whether it be a swordcut in fencing, a shot in archery, a character in calligraphy, or a bowl in ceramics.

When one's body works according to natural principle, a person transcends himself as a subject working upon an object and demonstrates Zen in activity. One uses space, time, and energy in a manner which is beyond conscious contrivance and can only be called wondrous. For the Zen Master life itself is his art, and everything he does from routine activities to moral decisions shines with this wondrous quality.

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NHK Taiga Drama: Go–Himetachi no Sengoku – Shiga News – by Philbert Ono

NHK Taiga Drama: Go–Himetachi no Sengoku – Shiga News – by Philbert Ono | japan culture media | Scoop.it

”This is to help you better understand the historical background of Go–Himetachi no Sengoku (江〜姫たちの戦国〜) which I translate as “Go–Noble Ladies of Feudal Japan.” The TV series will be broadcast on NHK Sogo TV from Jan. 9 to Nov. 27, 2011 every Sunday at 8 pm to 8:45 pm (except Jan. 9 when it will be broadcast from 8 pm to 9:15 pm) and rebroadcast on the following Sat. at 1:05 pm”.

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Radioactive cleanup to be covered by state | The Japan Times Online

Radioactive cleanup to be covered by state | The Japan Times Online | japan culture media | Scoop.it
The government will be responsible for removing radioactive materials from all areas with levels exceeding 1 millisievert per year — stricter than the 5 millisieverts initially considered — according to an Environment Ministry preliminary report...
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Radioactive cleanup to be covered by state | The Japan Times Online

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Women warriors of Japan | The Japan Times Online

Women warriors of Japan | The Japan Times Online | japan culture media | Scoop.it
"Women warriors of Japan

The menfolk of these islands have had their martial ideals since time immemorial, but there have been many women with that fighting spirit, too

By MICHAEL HOFFMAN

"Ah, for some bold warrior to match with, that Kiso might see how fine a death I can die!"

Inviolable: This 1848 print by Kuniyoshi, titled "Ishi-jo, wife of Oboshi Yoshio, one of the 47 loyal ronin," shows the naginata-armed spouse of one of the disgraced Lord Asano's 47 former samurai who, in 1703, killed the court official he was said to have offended and for which he was ordered to commit seppuku. RAMA

Tomoe Gozen was the prototypical Japanese female warrior.

She had "long black hair and a fair complexion, and her face was very lovely; moreover she was a fearless rider, whom neither the fiercest horse nor the roughest ground could dismay, and so dexterously did she handle sword and bow that she was a match for 1,000 warriors, fit to meet either god or devil."

A woman so dashing deserves to be better known. She figures, all too fleetingly, in the "Heike Monogatari," the 13th-century chronicle of the 12th-century Genpei War, the classic confrontation between the Taira and Minamoto military clans.

Minamoto won, which resulted in a power shift from Kyoto, the ancient capital, to the remote eastern encampment of Kamakura.

Tomoe Gozen was — what? the mistress? wife? servant? the extant descriptions vary — of a Minamoto ally whose insubordination got him eliminated fairly early in the campaign. This was Minamoto Kiso Yoshinaka, who, surrounded and facing certain death, called Tomoe to him and said: "As you are a woman, it were better that you now make your escape."

"As you are a woman!" He scarcely knew her, obviously. But then, Japan has always scanted its female warriors. They seem at times almost an embarrassment, their very existence a blow to masculine pride. Bushido, the "Way of the Warrior," is "a teaching primarily for the masculine sex," wrote Inazo Nitobe in his book "Bushido" (1900), the classic English-language text on the subject.

But to return to Tomoe, bristling at Kiso's blindness to her finer qualities, "She drew aside her horse, and waited," continues the "Heike Monogatari."

"Presently, Onda no Hachiro Moroshige of Musashi, a strong and valiant samurai, came riding up with 30 followers, and Tomoe, immediately dashing into them, flung herself upon Onda and, grappling with him, dragged him from his horse, pressed him calmly against the pommel of her saddle and cut off his head. Then, stripping off her armor, she fled away to the Eastern Provinces."

Nitobe's is the general view, but is it true? An old samurai tale, told by the novelist Ihara Saikaku (1642-93) in "Tales of Samurai Honor" is apropos.

Samurai boy and samurai girl hear of each other and, sight unseen, fall in love. The parents' objections are overcome; they marry.

When their lord falls ill and dies, the young husband is bent on seppuku (ritual suicide) to prove his limitless loyalty.

Intrepid: The female samurai Tomoe Gozen pictured in action in an 1899 print by Yoshu Chikanobu. At the Battle of Awazu (in present-day Ishikawa Prefecture) in 1184, she beheaded the enemy lord Onda no Hachiro Moroshige of Musashi after grappling him off his horse.

"Well, die bravely," says his wife. "I am a woman, and therefore weak and inconstant. After you're gone I'll look for another husband."

Embittered by this unexpected proof of worldly vanity, the husband is all the more determined to die. He commits glorious seppuku — and his wife follows him in death, having written: "At our final parting I spoke coldly, faithlessly, in order to anger my husband so he could die without regret at leaving me."

The moral of the story? Japanese men never knew their women.

The truth is, or seems to be, that women were every bit as imbued with the spirit of Bushido as men, though they got little recognition for it. All Japanese women were warriors.

What was a Japanese warrior?

"The idea most vital and essential to the samurai," wrote the 17th-century warrior Daidoji Yusan in "A Primer of Bushido," "is that of death." A warrior lived as though dead, because any minute he (or she) might be, by his (or her) own hand if not by an enemy's. "Think what a frail thing life is," said Yusan, "especially that of a samurai. This being so, you will come to consider every day of your life your last."

To that add one more concept, unconditional loyalty, and the ideology of Bushido is basically exhausted.

"Woman's surrender of herself to the good of her husband, home and family," wrote Nitobe, "was as willing and honorable as the man's self-surrender to the good of his lord and country. Self-renunciation ... was the keynote of the loyalty of man as well as of the domesticity of woman ... In the ascending scale of service stood woman, who annihilated herself for man, that he might annihilate himself for the master, that he in turn might obey Heaven."

"The good of his lord and country," said Nitobe, but in fact until modern times the concept of "country" was abstract to the point of nonexistence. Loyalty was purely personal. As for annihilation, there was that in profusion, notwithstanding the archipelago's security from hostile neighbors. Slaughter and self-slaughter mar the history of Japan — or brighten it, if you share the eerily necrophilic bushi ethic — from the Genpei Wars until the early years of the long peace of the Edo Period (1603-1867).!
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16 ottobre 2011, Apertura corso di Danza e Canto del Teatro Noh

16 ottobre 2011, Apertura corso di Danza e Canto del Teatro Noh | japan culture media | Scoop.it
Un'opportunità per studiare e provare il canto e la danza del Noh, secondo la tradizione della scuola Kongoh
 Inizio del corso con stage intensivo:  Domenica 16 ottobre 2011
Il corso sarà st...
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Shodō - La calligrafia giapponese

Shodō - La calligrafia giapponese | japan culture media | Scoop.it
Shodo. L'arte della calligrafia giapponese. Informazioni, storia, esempi.

 

Shodō - La via della scrittura

L'uso del termine occidentale "calligrafia" (bella scrittura) non riesce ad esprimere correttamente il significato della pratica legata alla scrittura in Estremo Oriente.
Nella lingua cinese anticamente veniva usato semplicemente il termine shu che significa "scrittura", al pari di come noi ci esprimiamo quando parliamo di pittura, musica, danza, ecc. In seguito esso venne abbinato a un altro carattere che diede vita al termine composto shufa che significa "arte della scrittura":

shu - scrivere
fa - metodo, arte di fare

In Giappone per la medesima pratica viene invece usato il termine shodō che, tradotto, assume il significato di "via della scrittura":

sho - scrittura
dō - via, percorso

Il carattere viene usato in numerose occasioni per contraddistinguere la pratica di un'arte, che richiede un impegno costante e che in diversi modi può assumere le caratteristiche di un "percorso" che conduce, tramite un perfezionamento tecnico, a un affinamento interiore dell'individuo.

Dō è anche il carattere che indica il dao (tao), la via, cioè il processo di mutamento e di divenire di tutte le cose su cui si basa la filosofia taoista.
Questo termine, in Giappone, venne applicato, soprattutto dal XIX secolo, a numerose arti tradizionali in conseguenza agli influssi che ebbe in particolare il buddhismo sulla loro pratica, intesa come "percorso": kendō ("scherma"), judō , kyūdō ("tiro con l'arco"), chadō (anche definita cha no yu "cerimonia del tè"), ecc.

La via, o l'arte della scrittura, costituisce in ogni caso un insieme composto da:
nozioni e conoscenze storiche, stilistiche, formali, ecc.
un processo d'apprendimento e di applicazione di tecniche.

La pratica permette e favorisce:
l'espressione degli stati d'animo, dei sentimenti,
l'affinamento della sensibilità e il perfezionamento di sé,
la collaborazione e l'instaurarsi di corrette relazioni sociali e di lavoro.

Un ritratto del "cuore"

L'azione del pennello converte in segni i gesti del calligrafo. Questi segni possono essere decisi o incerti, veloci o lenti, sottili o spessi, ma contengono sempre una forza che tradizionalmente viene definita qi/ki (traducibile approssimativamente in "energia vitale").

Questa forza circola nei singoli segni e nei rapporti che s'instaurano tra di loro. Scrivendo un carattere si fornisce la rappresentazione di un'idea, ma tracciandolo in calligrafia si tende a trasmettere soprattutto la relazione che s'instaura tra il del calligrafo e la circolazione del che il carattere possiede. Volendo esprimere in altri termini questo concetto si può dire che l'istantaneità della calligrafia permette di registrare un ritratto del "cuore" del calligrafo.

Sulla carta viene tracciato un percorso che sgorga dalla sua interiorità; la composizione che ne risulta, basata su rapporti proporzionali, ritmi, equilibri, pieni e vuoti, ecc. equivale alla registrazione di un sismografo dell'animo umano.

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Why Murakami's best-selling '1Q84' is worth the wait | The Japan Times Online

Why Murakami's best-selling '1Q84' is worth the wait | The Japan Times Online | japan culture media | Scoop.it
When Shinchosha decided not to run a pre-marketing campaign for Haruki Murakami's new and highly anticipated two-volume novel, the publishing house must have banked on the book creating its own hype. It worked.
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Letteratura e anime | Centro di Cultura Giapponese

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Un ciclo di quattro incontri tenuti da Stefano Gaburri per scoprire le opere di alcuni dei maggiori autori della letteratura giapponese, da Kawabata Yasunari a Dazai Osamu, viste attraverso la lente originale e accattivante dell’animazione.

Inizio: venerdì 4 novembre 2011 ore 19.00

Il programma:

4 novembre, ore 19.00
Lo squalificato di Osamu Dazai (1h e 40′)

18 novembre, ore 19.00
La danzatrice di Izu di Yasunari Kawabata (22′)
Nella foresta, sotto i ciliegi in fiore di Ango Sakaguchi (50′)
Ritratto infernale di Ryunosuke Akutagawa (25′)

2 dicembre 2011, ore 19.00
Kokoro di Natsume Soseki (50′)
La voce delle onde di Yukio Mishima (44′)

16 dicembre, ore 19.00
La storia dei fantasmi di Yotsuya, da Tsuruya Nanboku IV (88′)

Proiezioni in lingua originale con sottotitoli in italia

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Teatro Rakugo a Milano

Teatro Rakugo a Milano | japan culture media | Scoop.it
“4a edizione” Sanyutei Ryuraku Teatro Rakugo 6 Nov. 2011 inizio spettacolo alle 18:30 presso il ristorante giapponese “Wakaba” piazza Emilia 4 Milano ingresso 20 euro lo spettacolo sarà in lingua giapponese info.
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Nō | AsiaTeatro – Giappone

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Il termine nō 能 indica abilità, talento, capacità e definisce la più classica forma teatrale giapponese, interpretata solo da attori uomini.

Si tratta di un dramma lirico danzato e altamente stilizzato in cui il movimento ieratico degli attori, avvolti in costumi sfarzosi e monumentali che cancellano le linee del corpo e spiccano sulla scena spoglia ed essenziale, l’utilizzo di maschere cui il gioco delle luci permette l’espressione di ogni sentimento umano e la modulazione della voce e la tessitura musicale concorrono al perseguimento di una totale bellezza.

Il nō rappresenta l’ultimo sviluppo di generi performativi precedenti, soprattutto danze (kagura, gagaku, bugaku, dengaku, kusemai, sarugaku).

Se è possibile far risalire le sue origini al mito e alle danze sacre eseguite all’interno dei recinti dei santuari shintō, il nō, pur frutto dell’apporto di forme precedenti, venne in effetti creato da Kan’ami Kiyotsugu (1333-1384) e dal figlio di questi, Zeami Motokiyo (1363-1443), nel XIV secolo, su sollecitazione dello shōgun Ashikaga Yoshimitsu (1358-1408) diventando l’arte scenica prediletta dall’aristocrazia guerriera.

Poeta, scrittore e sacerdote presso il santuario shintō Kasuga jinja a Kyōto, Kan’ami era stato adottato da una famiglia di attori di sarugaku della regione di Nara. Fondata la sua propria compagnia, chiamata in un primo momento Yūzaki, dal nome del villaggio in cui si era stabilita e poi Kanze, da una delle letture del nome del suo fondatore, Kan’ami si dedicò ad arricchire il sarugaku, genere di spettacolo popolare ricco di elementi buffoneschi, di apporti esterni come la danza kusemai (lett. “danza strana”), dando vita a un nuovo genere che avrebbe ben presto attirato l’interesse della corte shogunale. Fu così che venne chiamato ad esibirsi nel 1374 davanti allo shōgun Yoshimitsu, rappresentando il dramma Okina e riscuotendo un grande successo.

In quella stessa occasione la bellezza e la grazia del giovanissimo figlio Zeami conquistarono Yoshimitsu che garantì la propria protezione alla compagnia. Kan’ami si dedicò alla scrittura di numerosi testi che ci sono pervenuti per mezzo di Zeami e alla fusione di concetti estetici fondamentali per la rappresentazione come il monomane (imitazione o mimesi) e lo yūgen (“ciò che sta dietro all’apparenza delle cose”),[1] che verranno in seguito esposti nei trattati del figlio Zeami. Alla sua morte fu proprio Zeami a succedergli nella direzione della compagnia Kanze.

Oltre alla recitazione, Zeami proseguì nel lavoro di creazione di un repertorio per il sarugaku no nō (come fu denominato questo genere fino al periodo Edo, 1603-1868) componendo un centinaio circa di drammi (benché si possano attribuirgliene con certezza solo 21) e, soprattutto, dedicandosi all’opera di teorizzazione del genere attraverso la compilazione di trattati destinati alla trasmissione segreta degli insegnamenti all’interno della scuola. Tali trattati vennero resi di pubblico dominio solo nel 1909.[2]

Nel 1422 Zeami si fece religioso buddhista aderendo forse alla scuola zen Sōtō e lasciando la direzione della compagnia al figlio Kanze Motomasa (1394-1432). Alla morte di questi, dieci anni dopo, fu il nipote, On’ami (1398-1467), a prendere le redini della tradizione famigliare. Zeami, però, si rifiutò di trasmettergli i suoi insegnamenti segreti, disapprovando lo stile vivace del nipote che si era conquistato il favore dello shōgun Yoshinori (1394-1441) e fu per questo esiliato dallo stesso shōgun sull’isola di Sado, nel 1434. Perdonato e riammesso alla capitale, conferì la trasmissione al genero Konpaku Zenchiku (1405-1468), appartenente alla scuola Konpaku che era annessa al tempio buddhista Kōfukuji di Nara.

Autore sensibile e raffinato teorico anch’egli, Zenchiku ha lasciato numerosi drammi in cui riprende lo stile elegante di Zeami, pur non rinunciando a manifestare nelle sue opere quel mondo spirituale buddhista ai cui insegnamenti si alimentava frequentando i più grandi maestri della sua epoca come, ad esempio, il monaco e poeta Ikkyū (1394-1481).

Alla fine del XV secolo il nō vedeva già una diffusa popolarità non solo nella capitale, ma anche nelle province dove era rappresentato in palcoscenici allestiti nei recinti di templi e santuari, mentre andava sviluppandosi anche una forma di nō dei dilettanti, fenomeno che, con alterne fortune e varie modalità, persiste ancora oggi, nel XXI secolo. Si registravano anche forme spurie, come il nyōbō sarugaku, eseguito da donne, o il chigo sarugaku, eseguito da ragazzi a testimonianza della progressiva popolarità di questa arte. Le compagnie ufficiali, però, erano in quel periodo quattro: Kanze-za, Konparu-za, Hōshō-za e Kongō-za.

Con l’epoca delle guerre civili e fino all’inizio del periodo Edo si assistette a una progressiva differenziazione nello stile delle varie scuole e a un lento ma inesorabile allontanamento dallo stile calmo e sottilmente allusivo di Zeami in favore di un approdo più realistico, più confacente al nuovo e più vasto pubblico costituito ormai non solo e non più dall’aristocrazia della corte imperiale o da quella guerriera, ma anche dai nuovi feudatari che erano riusciti a sovvertire gli antichi clan. L’ultimo grande autore del nō, interprete del nuovo stile dell’epoca, fu l’attore e drammaturgo Kanze Kojirō Nobumitsu (1453-1518) cui si devono alcuni testi importanti fra cui il celeberrimo Funa Benkei.

Durante il periodo Momoyama, e soprattutto per opera dei grandi guerrieri e unificatori del Giappone Oda Nobunaga (1534-1582) e Toyotomi Hideyoshi (1536-1598), il nō godette della protezione del potere. In questo periodo di grande fioritura artistica si svilupparono una serie di arti decorative collegate a questo genere teatrale: costumi, maschere, attrezzi scenici vennero trasformati da grandi maestri artigiani in vere proprie opere d’arte di cui restano preziosi esemplari. Si costruirono inoltre grandi teatri e palcoscenici.

Nel successivo periodo Edo lo shogunato dei Tokugawa continuò a favorire le compagnie di nō e a proteggere e finanziare gli attori pur nell’ambito di una politica di controllo che mirava a limitare ogni forma di mobilità sociale e di disordine allo scopo di mantenere la propria egemonia impedendo qualsiasi ribellione. La rigida regolamentazione dei teatri e della vita degli attori rientrava in questa politica.

Quale segno del suo favore il primo shōgun della dinastia, Ieyasu (1542-1616), chiamò le quattro scuole principali ad esibirsi in occasione delle celebrazioni per il suo insediamento, nel 1603. Successivamente il secondo shōgun, Hidetada (1579-1632), sostenne la formazione di una nuova compagnia chiamata Kita. Ben presto il nō divenne esclusivo intrattenimento della nobiltà, mentre i gusti del popolino delle città, i chōnin, veniva soddisfatto da forme di intrattenimento più vivaci: il teatro delle marionette (jōruri, poi chiamato bunraku) e il kabuki. Si assistette ad una vera e propria cristallizzazione del nō e se ne andò formalizzando la tradizione, impedendo qualsiasi innovazione ma, al contempo, permettendo di fissare stili e caratteristiche che resteranno inalterati sino ad oggi. Il nō assunse la forma attuale, piena di solennità, nel corso dell’era Genroku (1688-1703).

Fu in quello stesso periodo Edo che venne formalizzato il sistema degli za, cioè delle scuole ufficiali di nō, e quello degli iemoto (lett. “origine del casato”) cioè della trasmissione dell’insegnamento dal caposcuola agli allievi attraverso il sistema della successione nella trasmissione, un sistema che, pur risalendo al periodo Heian (794-1185) venne ufficializzato e applicato alle varie arti, comprese quelle teatrali, appunto a partire dal XVIII secolo.

Con il crollo del regime guerriero dei Tokugawa e la soppressione della classe guerriera, durante la successiva epoca Meiji (1868-1912), la moda passeggera del rifiuto delle tradizioni nazionali a favore di una sfrenata corsa alla modernizzazione in seguito alla riapertura dei porti fece sì che il nō venisse a poco a poco dimenticato. Fu grazie allo statista Iwakura Tomomi (1825-1883), che organizzò performance di nō nel 1876 davanti all’imperatore, e alla visita del generale Grant, eroe della guerra di Secessione, nel 1879, che aveva assistito a uno spettacolo di nō organizzato in suo onore proprio da Iwakura e che ne era rimasto entusiasta, se si registrò una ripresa di interesse nei confronti del nō verso la fine del XIX secolo.

La costituzione, nel 1882, di un organismo dedito all’organizzazione di spettacoli e al sostegno delle scuole, la Nōgakusha (“Società del Nō”, poi denominata Nōgakudō e infine Nōgakkai), attirò finanziamenti e mecenati.

Sotto il militarismo, negli anni Trenta e Quaranta del XX secolo, il nō venne utilizzato in quanto patrimonio della tradizione nazionale e si favorì la messinscena di drammi incentrati su figure storiche di guerrieri per esaltare lo spirito patriottico.

Nell’immediato dopoguerra solo una ristretta cerchia di intellettuali era in grado di apprezzare ancora questo genere teatrale così raffinato, ma nei decenni successivi lo straordinario sviluppo economico del Giappone portò alla riscoperta del suo patrimonio culturale classico. Le compagnie di nō effettuarono tournée negli Stati Uniti e in Europa e questo portò a una riscoperta destinata a influenzare anche gli sviluppi successivi delle avanguardie teatrali fuori del Giappone.

R.M.

NOTE

[1] Il significato originario del termine yūgen rimanda al buddhismo e fa riferimento a un’idea di mistero, a una verità ultima che l’intelletto non può cogliere, a un messaggio nascosto sotto l’apparenza delle parole dei sutra. Nel corso dei secoli, all’interno della cultura giapponese, il termine yūgen si è andato caricando di significati sempre diversi ma, in generale, in ambito poetico e letterario arrivò a indicare l’idea che i sentimenti più profondi non possono essere espressi direttamente ma solo suggeriti per mezzo di un linguaggio allusivo. Infine andò a connotare una bellezza elegante e piena di nobiltà, venata di malinconia ben espressa negli spettacoli del nō.

[2] Alcuni manoscritti di Zeami, comprendenti 16 trattati alcuni dei quali incompleti, vennero fortunosamente acquistati dal collezionista Yasuda Zennosuke nel 1908 il quale li consegnò al filologo Yoshida Tōgo che ne curò la trascrizione. Nel 1909 i testi vennero pubblicati dalla Nōgakkai (“Associazione del nō”) con il titolo Zeami jūrokuboshū (Raccolta di sedici trattati di Zeami).

 

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Kyabajo Japan

Kyabajo Japan | japan culture media | Scoop.it

The publication of the magazine Koakuma Ageha in 2005 sent a shock-wave through Japanese society: when did cabaret-club hostesses become socially accepted to the degree that they have their own widely-available fashion magazine? And when did “kyabakura girl” become a glamorous and enviable occupation for young women? The answers to these questions were not apparent. And since the Japanese media is not allowed to talk about trends in terms of socioeconomic class or subculture, Koakuma Ageha‘s popularity gave the impression that all young women, no matter the family background, have suddenly clamored to work nights in Kabukicho.

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Radioactive cleanup to be covered by state | The Japan Times Online

Radioactive cleanup to be covered by state | The Japan Times Online | japan culture media | Scoop.it
The government will be responsible for removing radioactive materials from all areas with levels exceeding 1 millisievert per year — stricter than the 5 millisieverts initially considered — according to an Environment Ministry preliminary report...
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Communication skill, beyond language, called key necessity | The Japan Times Online

Communication skill, beyond language, called key necessity | The Japan Times Online | japan culture media | Scoop.it

Communication skill, beyond language, called key necessity

Arizonan brings abilities learned during stints as mediator, lawyer, to Sapporo community

By KRIS KOSAKA

Special to The Japan Times

When Mark Rubiner drove tens of thousands of kilometers from Arizona to Mexico and through South America when he was only 21 years old, his high school Spanish skills became a key tool for survival.

Mark Rubiner sees communication as a key to success in life. KRIS KOSAKA

Although the trip took place over 40 years ago, the lessons he learned there — on life and communication — continuously traverse his everyday life as a language teacher in Sapporo. From his first evening in Japan over 15 years ago to his interactions with his students today, Rubiner sees communication as "the key to personal or professional success."

His road to becoming a language teacher took some unusual detours after many false starts. He grew up in Arizona, and his brother Joel, two years his senior, moved to Spain when Rubiner was in high school. His world expanded when his brother invited him on the South American trip, and he experienced firsthand the complexities of communication.

"It was a quite a deep experience for me. I saw poverty for the first time, people living in cardboard on the streets of Guayaquil in Ecuador. I saw incredible wilderness in the Andes mountains, and that opened me up to nature as I had never really experienced. The rigors of travel were quite profound, the differences between civilizations. And it became obvious to me how important it was to have communication skills."

Rubiner's trip lasted six months, but as he explains, "it was like being gone six years." Coming back to Arizona in 1971 and the added confusion of the Vietnam War, he no longer knew which direction to follow.

"I was rudderless. The world was so incredibly open and varied, " he said. Rubiner postponed university and opened himself to travel. For the next few years, his journeys took him across the United States, into Europe and finally to Morocco, where he helped his brother communicate to the Western world a new ethnic sound by recording what is now known as a cult classic album "The Master Musicians of Jajouka" in 1974.

Rubiner and his brother returned to Arizona in 1975 to open a Moroccan restaurant, hoping to introduce Tucson to the wonders they had discovered in their travels. As Rubiner soon realized, they were not so easy to translate: "I cooked 125 dinners on Friday and Saturday nights, but after two years, I knew the restaurant life was not for me. It was a great business education. We made every mistake you could make, and it was a miracle we did not go bankrupt because neither of us had any idea how to run a business."

One of their partners in that venture, who was a law professor, became a mentor to Rubiner and encouraged him to move on to law school. After graduation from Seton Hall Law School in New Jersey, he returned to Tucson in 1980 to start his own practice.

Rubiner had difficulty, however, accepting the sometimes dysfunctional communication practices of law. "I could too easily observe how people's lives could be ruined by the legal system," he said. "Especially in family situations, the legal system exacerbates bitter emotion. In legal thought, there are winners and losers. It is about how much you can get — financially or through custody issues."

Investigating alternative possibilities, he discovered the practice of mediation. "Mediation is basically facilitating a resolution with both parties in the same room or nearby rooms in a nonadversarial way," he explained. "As a mediator, you are not an advocate for any one individual but an advocate for the process of peaceful resolution."

The whole process appealed to Rubiner as a more enlightened form of communication. Although many colleagues advised him not to work in mediation because "there is no certification across the U.S. and I was warned it would weaken my credibility as a lawyer," he took a training course from John Haynes, the founding president of the American Academy of Family Mediators, and began accepting work as a mediator alongside his law practice.

Rubiner's shift into this new form of communication was a success. He led over 120 mediations, and eventually moved into institutional mediation.

Although he loved his new work, the long hours and stressful negotiations took their toll. Already convinced open discourse was the key to any type of success, Rubiner looked toward a different language as a way to relax and relieve stress.

Long interested in Eastern thought, Rubiner began studying Japanese as a hobby. Two years into his studies, he met a Japanese businessman from Sapporo looking for an English teacher. "I needed a change. I was burning out as a mediator, so I closed up my law practice in October of 1990 and moved to Japan," he recalled.

Starting all over again at 42, Rubiner discovered he loved being a language teacher. His first evening in Sapporo, he drank sake at a local yakitori bar, and conversed with the locals in his textbook Japanese: "I realized in an instant that a love affair had begun, a love between me and Sapporo."

Rubiner worked two years with the original business partner, before moving into other local English schools. He was excited by the act of teaching: "The students were eager and kind, the other teachers like bobbers floating on the surface of Japanese society. It was an attractive, international environment, and an exciting new career opportunity for me."

Quickly adapting to Sapporo life and becoming adept at the language, Rubiner simultaneously began the process to become certified as a foreign lawyer in Japan, hoping to stay long-term and not yet ready to give up law completely for teaching.

He became embroiled, however, in the intricate application process. "It was the worst bureaucratic challenge you can imagine. Three years of daily effort, 122 pages long in Japanese and English, the application had to be completely revised five or six times. Law colleagues in Tokyo encouraged me to move to the big city, but I loved Sapporo already."

Rubiner settled more deeply into Sapporo society, marrying a local girl in 1992 and finally obtaining his law license in 1995. At that time, he was only one of three independent foreign lawyers throughout Japan.

But the reality and cost of running a law office in Sapporo soon overwhelmed him, and he was surprised at the weak support and resistance from other area lawyers in the bar. "I had underestimated how difficult and expensive it would be," Rubiner admitted. With a family now to consider, including his first daughter born in 1994, he decided to take his newfound expertise on language back to the U.S.

Soon after his return to Tucson, Rubiner opened the Bernard Language School in 1997 with his wife, Yoko. Taking his father's first name and using a logo designed by Yoko, the school started with only the three of them. The school soon exceeded his wildest expectations.

"We started with Japanese and English and we ended up teaching over 15 languages, using over 20 part-time teachers. Chinese, Serbian, Italian, German; the University of Arizona was there, and offered a great resource for language teachers," he said. "We had contracts with military intelligence, taught engineers and sales staff at Raytheon, a defense contractor in Arizona with many international outreaches. We tutored foreign players with the Chicago White Sox, who brings their farm team to Arizona."

The language school synthesized for Rubiner the lessons he learned so many years earlier in South America. "Language underpins every other profession. Good communication skills are critical to the success of anything in life." Rubiner ran the school in Tucson for 12 years, but after the death of his parents and an economic downturn, began thinking of a return to Sapporo.

"We were losing students with military budgets tightening and discretionary spending falling as people were not traveling as much. My wife's mother was 87, and we thought, 'We may as well use this opportunity to give our daughters, Alia and Maya, life experience in Japan.' "

The Rubiners returned to Sapporo in 2009, where Rubiner continues the language school on a small, personal scale. "In Tucson, I was working 8 a.m. to 8 p.m. every day, but now in Sapporo, I have the chance to slow down and enjoy life with my family."

Rubiner started with several of the same students he taught in Sapporo back in the '90s, and through word of mouth, has built up a comfortable base of students near his home. He also volunteers on the board of his older daughter's school, employing his skills as a mediator for the community, and enjoys the chance to learn about Japanese education through his younger daughter's experiences in a local elementary school.

Rubiner also continues his "love affair" with Sapporo: "The first time I could have a real conversation in Japanese, it was just amazing. I thought, there are 120 million people I can communicate with now, who I could not even talk to before."

"Connecting with people, communicating well is the key to happiness, to peace, to a good life. If you never develop good communication skills, you can never enjoy life fully," he said. "Honest, clear communication is so complex. It's not just language skills. There are so many people who cannot really communicate, even in their native language. Even if you have all the answers, it does not matter if you cannot communicate with the people who need to know.".
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La via del tè - visita guidata a due voci - Museo di Arte Orientale

La via del tè - visita guidata a due voci - Museo di Arte Orientale | japan culture media | Scoop.it

sabato 15 ottobre, ore 15

Tutti i paesi rappresentati nel MAO hanno un forte legame con il tè, alimento, bevanda e dono propiziatorio. Tutte queste culture hanno sviluppato nel tempo saperi e competenze specifici e raffinati che si sono diffusi, modificati, conservati con cura. L’insieme di storia e saperi di cui testimoniano gli oggetti esposti al MAO possono diventare uno scenario unico nel quale raccontare, una cultura accanto all’altra, le opere d’arte e la storia del tè.
Questo vanta una tradizione ultramillenaria, il tè apprezzato per le sue proprietà toniche e per il suo sapore, il tè si è diffuso prima in Cina e nei paesi dell'Asia Orientale e poi in Occidente, attraverso molteplici trasformazioni e diversificazioni nelle modalità di preparazione e consumo. Il tè è diventato un elemento imprescindibile della vita materiale e spirituale dei paesi dove prima si è diffuso. Attorno ad esso ha preso forma una vera e propria "cultura del tè".

Lungo l’itinerario attraverso le collezioni del MAO si parlerà del tè, della sua storia, dell’evoluzione avvenuta nella lavorazione e conservazione, dell’uso che se ne fa nei diversi paesi del mondo. Sarà possibile osservare campioni di tè di diversa provenienza e “colore” e degustarne alcuni tipi tra i giardini giapponesi e il nobile salone Mazzonis.

Percorso tematico a due voci attraverso le collezioni, osservazione di campioni di TE e degustazioni.

Costo a persona €6,00 + biglietto d’ingresso

Numero di posti limitato si consiglia la prenotazione Tel. 011-4436927 maodidattica@fondazionetorinomusei.it

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A closer look at Hiking in Japan, 2nd edition

A closer look at Hiking in Japan, 2nd edition | japan culture media | Scoop.it

Lonely Planet's latest update to the Hiking in Japan guidebook is now available in stores, so we'd like to give an inside look for those of you wondering what's new.



A closer look at Hiking in Japan, 2nd edition

Lonely Planet’s latest update to the Hiking in Japan guidebook is now available in stores, so we’d like to give an inside look for those of you wondering what’s new.

Changes: Despite the obvious aesthetic changes which I will cover a little later, I think it’s most prudent to start with the content changes. In line with other guidebook updates, the publishers have kept most of the existing print intact, so those of you looking for new hikes not mentioned in the first edition may be a bit disappointed. However, extra information has been added in the ‘extra hikes’ section (currently renamed as ‘more hikes’). For instance, there’s an alternate trail leading off from Yari-ga-take towards Otensho-dake that wasn’t mentioned in the first edition. This is a good chance to view the Hotaka range from a different perspective. On the Tsurugi-san hike in Shikoku there are a couple of alternative routes that weren’t mentioned before, including a descent down the northern face of Miune. Hokkaido dwellers will be happy to note that Shari-dake has been added to the list of extra hikes. The Kansai section has been completely reworked, and two of the most problematic hikes (Yura-gawa and Kunimi-dake) have been moved from the main section to the ‘more hikes’ section.

The ‘easy-medium-difficult’ rating system from the first edition has been renamed ‘easy-moderate-demanding.’ I’m not sure if it’ll be any easier for newcomers to grasp the physical exertion required for the hikes, but each multi-day hike listed in the new edition now includes expected hiking time, distance, and vertical elevation gains (hooray!). A new section in the front of the book has been added called ‘History and Culture of Hiking’, which includes information about the Hyakumeizan, pilgrimages, and the role of religion in the mountains. Most of this information was scattered through the first edition but has now been consolidated into one easy-to-reference section.

Now let’s move onto the appearance. The green color scheme of the first edition has been replaced by vibrant tones of red. The maps also reflect this new design, and are much easier to read and decipher than the original ones. Rumor has it you’ll be able to pore over your maps under a full moon without a torch!

Old Map

New Map

All of the photographs have been relocated to a section at the very beginning of the guidebook. This is good news for those of you who had to tear out the pictures in the old book that were always placed in annoying locations. Most of the general stuff that appears in every Lonely Planet guidebook (Health and Safety, Getting Around, et al) has been pushed to the very back of the new edition. This is great news for those sharp souls who noticed that the very first hike in the 1st edition didn’t begin until page 112! The first hike now begins on page 61 (phew.)

The verdict: So, now that you’re familiar with what to expect, the million dollar question would have to be whether or not to purchase the new edition. Those of you who don’t have the first edition but are truly interested in getting into the outdoors should definitely consider purchasing the update. If you’ve got the first edition and have done over 90% of the hikes contained within, then I wouldn’t put it too high on your priority list. However, if you’ve been served well by the first edition and have yet to check out some of the hikes, then it might be worth your while to pick up the new book. If you’re not too keen on shelling out the 2700 yen for the book but are still interested in adding it to your collection, just remember that you could always ask one of your friends or family members to buy it for your as a birthday/graduation/holiday present. Or, if you want to get really creative as I did, then you can convince your private student to give it to you in lieu of a lesson payment.

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