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Rassegna stampa e laboratorio sulle nuove forme di giornalismo online
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Arriva il web-documentario, l’ultima frontiera del video su Internet

Arriva il web-documentario, l’ultima frontiera del video su Internet | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

Sui siti Internet di molti quotidiani internazionali hanno trovato spazio nuove forme di inchieste e reportage interattivi. Special reports del Washington Post, webdocumentaires di Le Monde, data blog di The Guardian, multimedia / interactive features del New York Times, especiales di El Paìs, webdocus di Le Soir sono alcune delle sezioni create appositamente per i web-documentari. Si tratta di prodotti editoriali che integrano il documentario classico con testi scritti e fotografie e che invitano il lettore all’interazione. Ed è proprio questo l’aspetto più innovativo, infatti il prodotto non si muove in maniera lineare, ma è il lettore a scegliere quali parti dell’inchiesta approfondire.

Arnaud Dressen, trentenne parigino, produce documentari interattivi da quattro anni: ha ottenuto il primo successo con “Journey to the end of coal”, pubblicato due anni fa dal sito del quotidiano francese Le Monde: “Era un mix tra un documentario e un videogioco. L’utente si trova alla stazione dei treni di Beijing nei panni di un giornalista. Sin dai primi minuti gli si pongono davanti diverse opzioni e deve scegliere quali contenuti visualizzare”. Journey to the end of coal è un documentario investigativo sulla produzione del carbone, che mette a disposizione dell’utente decine di video, gallerie fotografiche e testi tra i quali muoversi senza dover seguire una linea rigida.

Dressen in questi giorni si trova a Torino per presentare Klint, un programma di montaggio per web-documentari. L’occasione è Trancemedia Bridge, evento organizzato dalla Fert, l’associazione di produttori indipendenti. Claudio Papalia è uno dei soci fondatori della Fert e ha una visione molto chiara delle potenzialità del web-documentario: “E’ lo strumento perfetto per l’approfondimento. Trasmette tutta la carica emotiva di un film, ma permette di andare più a fondo, avendo la possibilità di scegliere quali contenuti, posti o personaggi dell’inchiesta approfondire”.

Come ogni produzione audio-visiva il problema dei web-documentari è la giusta calibrazione di qualità, costi e tempi. Papalia suggerisce la vecchia regola del cinema “pochi e grandi successi”, anche se il fenomeno web-doc è ancora in gran parte in mano a produttori indipendenti e quindi lontano dal grande pubblico. Mark Atkin è il direttore del Crossmedia Lab un programma internazionale che si occupa di comunicazione transmediale, cioè quel tipo di comunicazione che si muove attraverso vari formati. Le possibilità di rendere commercialmente vantaggiosi questo tipo di prodotti passa attraverso la vendita su Internet: “Io spendo –dice Atkin- un sacco di soldi in applicazioni per iPad. I reportage interattivi diventeranno applicazioni molto scaricate”.

I lettori sembrano apprezzare questo prodotto, tanto che, secondo Dressen, i webdoc stanno diventando come dei supplementi per i giornali online: “Come se fossero l’edizione del week-end dei quotidiani, con un approfondimento che non deve essere obbligatoriamente di stretta attualità e che può essere visitato più volte scoprendo sempre nuovi contenuti. La tv è finita, in futuro la si utilizzerà solo per la diretta dei grandi eventi, tutto il resto sarà costruito intorno alle esigenze dell’utilizzatore”. Dal palco del Transmedia Bridge Stefano Ribaldi, un dirigente di Rai Scuola, parlando del ruolo educativo dei nuovi prodotti multimediali, dice: “I giovani non guardano più la televisione perché non hanno possibilità di confrontarsi. Bisogna fare una rivoluzione come quella del ‘Telefono Giallo’ (trasmissione di Rai Tre a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, alla quale i telespettatori contribuivano con le telefonate).”

In Italia i webdoc non sono ancora diffusi, anche se molti sono i segnali di come il mondo dell’informazione si stia trasformando per dare spazio ai progetti multimediali e multi-piattaforma, che possono ottenere anche notevole successo come nel caso di Servizio Pubblico. Questo è però solo un primo passo infatti spiega Dressen: “il caso di Santoro è particolare: continua a fare la una trasmissione ‘televisiva’ utilizzando i nuovi media, ma il vero cambiamento sarebbe cambiare la forma della trasmissione basandola sulle nuove opportunità che dà Internet”.

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NewsGames & Gamification dell’Informazione

NewsGames & Gamification dell’Informazione | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
I newsgames e gli editorial games associano la trasmissione di notizie e informazioni a un format, che consenta di coinvolgere l’utenza in un modo attualmente inibito dalle tecniche classiche finora utilizzate.

Il panel di discussione al Festival Internazionale del Giornalismo appena conclusosi su “Gamification: Il Convolgimento del lettore è un gioco” è stato davvero ricco di spunti ed informazioni utili sul tema, sia grazie ai contributi tanto qualificati quanto offerti da prospettive diverse dei relatori che all’interazione con chi era intervenuto ad ascoltare.

Come spesso faccio in questi casi ho cercato di riassumere, aggregandoli per area di riferimento, gli argomenti e le evidenze emergenti, utilizzando la tecnica del metaplan.

Dall’esperienza internazionale di Garett Goodman, coordinatore internazionale di Citizenside il social network pioniere del giornalismo collaborativo con una community di 70.000 cittadini-giornalisti locali in oltre 150 paesi, che utilizza dinamiche di gioco per creare interessanti esperienze interattive che attraggono, motivano e fidelizzano la community, emerge come anche sotto questo profilo vi sia arretratezza nel nostro Paese. Molto interessante il caso di iwitness 24 che arriva a una permanenza di ben 28 minuti per utente sul proprio sito, contro i 4 minuti che attualmente ottengono le edizioni dei nostri quotidiani online, grazie, anche, all’applicazione delle meccaniche della gamification nel contesto informativo.

Dal dibattito sono emersi con chiarezza i vantaggi della gamification, o del game design, come ha preferito definirlo Federico Fasce, applicato al contesto informativo, che ha identificato in socialità, competenza ed autonomia i tre elementi chiave dei newsgames e del gaming più in generale.

I giochi, contrariamente alla credenza comune, sono una cosa seria ed anche di complessa realizzazione, elemento che probabilmente, al di là delle barriere culturali sul tema, frena una diffusione più allargata del media in questione.

I newsgames, o editorial games, e la gamification applicata all’informazione, approfondiscono l’esperienza del lettore, delle persone, creano coinvolgimento e partecipazione, migliorando complessivamente di riflesso le performance di buisness aziendali.

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Tutti giù per Terra

Tutti giù per Terra | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

«Terra», il quotidiano dei verdi, apparso e scomparso con una rapidità che credo non abbia sorpreso nessuno tra gli addetti ai lavori, è al centro di polemiche in cui si intrecciano finanziamenti all’editoria, vertenze sindacali e dintorni che, per dirla con le parole di Luca Bonaccorsi, ex direttore e azionista del quotidiano, creano un ambiente, di cricche e amici degli amici. Storie, ahimè, alle quali ci siamo tristemente abituati, tanto da ritenerle di ordinaria amministrazione in questo Paese di popolo e populismi.

Oggi, come certamente molti di voi sapranno, come ogni anno si celebra in tutto il mondo il giorno della terra, nome usato per indicare il giorno in cui si celebra l’ambiente e la salvaguardia del pianeta Terra al quale inmancabilmente il Doodle di Google, come ormai di tradizione, rende omaggio.

E’ questa l’occasione per il quotidiano torinese «La Stampa» di annunciare a tutta pagina di essere il primo quotidiano a impatto zero.

Se il senso dell’iniziativa, che si basa fondamentalmente sulla certificazione PEFC, è certamente apprezzabile, personalmente resto abbastanza scettico sul vantaggio competitivo che il posizionamento come quotidiano ecologico potrà portare al giornale diretto da Mario Calabresi.

La mia impressione è che sposti davvero poco del mercato contendibile cartaceo, fatto più del rubare quota agli altri quotidiani che di nuovi lettori, rischiando di essere anche sotto questo profilo un’operazione a impatto zero.

Insomma, come nella miglior tradizione, un bel girotondo nel quale ci si ritrova tutti giù per terra.
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La Battaglia per Internet

La Battaglia per Internet | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

«The Guardian» ha iniziato da lunedì 16 uno speciale dedicato alla battaglia per internet, con una sezione appositamente dedicata, per stimolare il dibattito non solo su quelle nazioni che Reporters Without Borders definisce i nemici della Rete ma anche relativamente ai “walled garden”, a quelle aziende ed organizzazioni che costruiscono recinti che fermano lo sviluppo di un Web davvero libero.

Nell’ambito dell’iniziativa vengono pubblicati diversi articoli in Russo, Cinese ed Estone [per chi non lo sapesse è in Estonia che nasce Skype].

Se certamente si tratta di un’attenzione doverosa verso Paesi nei quali vi sono fortissime restrizioni nell’utilizzo del Web, e più in generale verso la libertà di opinione, di parola, già intrapresa durante le rivolte di quella che è stata definita la primavera araba, è anche un modo per contnuare a combattere la personale battaglia per Internet del quotidiano anglosassone che per l’edizione online ha mire sempre più internazionali.

Già con la versione dedicata specificatamente agli USA, dalla quale riceve un traffico, un numero di visite rilevante, si erano manifestate infatti con chiarezza le mire espansionistiche legate alla necessità di ottenere grandi volumi di visitatori per tentare di ottenere in questo modo, se possibile, revenues che compensino il crollo dei ricavi dalla versione tradizionale cartacea. Speranze che evidentemente necessitano di essere ulteriormente alimentate attirando ora pubblico da altri Paesi “emergenti” quali, appunto, Russia e Cina.

Si tratta di una strategia che potrebbe avere fondamento su larga scala, perseguita anche da altri oltre al «The Guardian» come il «The New York Times» con l’edizione indiana o «El Pais» verso l’America Latina, senza dimenticare la globalizzazione dell’«Huffington Post», presto anche in Italia, ahimè inibita alle imprese del settore del nostro Paese che con volumi di traffico modesti, rispetto agli esempi citati, devono oggettivamente ricercare modelli di remunerazione che vadano oltre i CPM.

Aspetti che sto approfondendo proprio in questi giorni con la realizzazione, a quattro mani, di un marketing – business plan, appunto, per l’edizione online di un quotidiano nazionale.

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Il cdr di Repubblica contro l'iniziativa "Reporter"

Il cdr di Repubblica contro l'iniziativa "Reporter" | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
Proprio ieri Repubblica.it ha lanciato una nuova iniziativa chiamata "Reporter". Si tratta, molto semplicemente, di un progetto che mira a "reclutare" videoreporter di cui pubblicare contributi nell'area dedicata. Il tutto, come spiega il regolamento, è finalizzato a far "entrare nella nostra scuola di videogiornalismo" alcuni di essi.

Proprio sul cartaceo di questa mattina, Il comitato di redazione di Repubblica si è espresso contro questa iniziativa. Di seguito riportiamo il testo:

"IL CDR di Repubblica esprime disappunto per la vicenda relativa a Reporter, la nuova sezione di Repubblica.it aperta ai contenuti degli utenti, iniziativa che ha da subito sollevato polemiche e perplessità all'interno e all'esterno del giornale, con un immediato e tangibile danno d'immagine per lo stesso e per il Gruppo.

Come evidenziato dalla Giunta della Fnsi, la produzione di materiale giornalistico, specie se corredata dalla ipotesi di una attività di formazione professionale, non può che avvenire nella cornice delle norme sancite dal Contratto giornalistico nazionale per quanto riguarda le prestazioni professionali, sia per quanto attiene all'aspetto retributivo, sia per quanto riguarda il discutibile ricorso a una società esterna per la valutazione del prodotto. Aspetto, quest'ultimo, che una nota dell'Azienda non solo conferma ma addirittura rivendica.

Il Cdr prende atto della rettifica apparsa sul sito concernente gli aspetti retributivi e delle scuse da parte di uno dei responsabili dell'iniziativa. Si augura che l'azienda completi il percorso di revisione critica dell'iniziativa e richiama la stessa alla correttezza nelle relazioni sindacali, evitando in futuro di ripetere il lancio di simili iniziative (come la stessa "Blu" per il pubblico di Facebook) senza la previa informazione al Cdr stesso come previsto dal Contratto nazionale di lavoro giornalistico.

Il Cdr ribadisce la propria non ostilità preconcetta a nuovi progetti editoriali ma chiede il rispetto delle regole. A maggior ragione in un momento in cui con l'Azienda è stato avviato un dialogo - nell'ottica degli investimenti per le nuove iniziative editoriali - per una razionalizzazione delle risorse interne compatibile con una regolamentazione delle forme di lavoro atipico all'interno della cornice del contratto nazionalee delle tabelle retributive dell'Odg, con un occhio di riguardo alle norme sull'equo compenso in discussione al Parlamento. Il cdr di Repubblica."

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Calabria. Locri. Cosa ha scritto Lello Filippone, perché dà fastidio | Ossigeno Informazione

Calabria. Locri. Cosa ha scritto Lello Filippone, perché dà fastidio | Ossigeno Informazione | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

Lello Filippone è un giornalista di Calabria Ora, è il corrispondente da Locri, la città in cui vive. Si occupa di cronaca nera e giudiziaria. Gli hanno bruciato la macchina per dargli un avvertimento, un messaggio il cui significato è chiaro, la cui matrice è fin troppo evidente: si usa il fuoco per avvertire, per intimare, per imporre di non superare il limite tollerato. Probabilmente Ilario Filippone ha superato quel limite imposto arbitrariamente dalla criminalità organizzata ai giornalisti. Ha pubblicato notizie sgradite e ha sviluppato alcune inchieste in esclusiva. È difficile dire quale dei tanti articoli abbia fatto scattare la reazione violenta. In questi casi, non ci si può riferire solo agli articoli più recenti. Le coincidenze temporali valgono fino a un certo punto. A volte le cosche agiscono a distanza di tempo, “a scurdata”, quando meno te l’aspetti. Ma certamente sono due le inchieste di Ilario che hanno fatto più sensazione: una a Marina di Gioiosa e l’altra a Platì.

Marina di Gioiosa – Probabilmente, erano in molti a sapere che il narcotrafficante Salvatore Foti, affiliato al clan Coluccio, continuava a vivere nella villa di Marina di Gioiosa che gli era stata confiscata nel 2001. Solo Ilario Filippone, però, ha avuto il coraggio di fotografarlo e di far conoscere a tutta l’opinione pubblica uno dei tanti cortocircuiti che troppo spesso si verificano nella gestione di questi immobili. Dopo quell’articolo, l’Agenzia per i beni confiscati si è attivata e ha fatto pressione sui commissari del Comune, che a loro volta hanno disposto lo sfratto di Foti. Dunque, uno scoop, un grande colpo giornalistico, e insieme una iniziativa che qualcuno certamente non ha gradito.

Platì - Da Platì, piccolo paese ai piedi dell’Aspromonte, partono alcune direttive politico-mafiose-economiche da attuare nella ricca Lombardia. Filippone ha raccontato che il paese vive una realtà di miseria e sottocultura. Qui i bambini in età scolastica vengono utilizzati come “vedette” dai mammasantissima della zona. I figli degli ultimi, dei disoccupati e dei poveri, seguono i “forestieri” su ciclomotori sgangherati e riferiscono ai capi i loro spostamenti. Il territorio è costantemente monitorato, per individuare ogni faccia nuova, perché può essere quella di un investigatore, di uno spione o, appunto, quella di un giornalista. Filippone ha raccontato come la ‘ndrangheta locale sfrutta le giovani generazioni nel Comune che ha il reddito pro capite più basso d’Italia. Ed è successo il finimondo. L’associazione dei sindaci ha protestato con virulenza contro quel crudo reportage.

Ecco un esempio plastico di come può essere isolato un giornalista in Calabria, soprattutto quando racconta ciò che la gente preferisce non sentire. La sera di martedì 4 aprile, come al solito, Lello ha parcheggiato l’auto sotto casa sua, in via Nosside, alla periferia sud di Locri, e ha raggiunto a piedi l’abitazione della sua fidanzata, distante poche decine di metri. Nella notte, il boato che ha fatto sobbalzare l’intero quartiere, lui non l’ha nemmeno sentito. A scuoterlo dal sonno sono state le telefonate della madre e della sorella. Sotto casa, Lello ha trovato la sua Renault Modus ridotta in cenere. Le fiamme hanno lambito la casa in cui dormivano i suoi familiari. La cassetta della posta era stata divelta. I Vigili del fuoco hanno cercato di stabilire la tecnica adoperata dagli incendiari: una bomba, un ordigno infiammabile, una semplice tanica di benzina e un fiammifero… Lo diranno le indagini. Ma, quale che sia la risposta, la sostanza non cambia: i soliti ignoti hanno deciso di passare all’azione con la complicità del buio, come spesso succede in Calabria.

Cosa sta accadendo? Nei giorni scorsi qualcuno, a proposito dell’attentato contro Filippone, ha parlato di ritorno agli “anni di piombo”, a quella stagione che tanto sangue ha versato nelle strade della Locride. In realtà, anche se si spara sempre meno, l’oppressione della criminalità organizzata non ha mai smesso di farsi sentire. Adesso la criminalità cerca di apparire meno cruenta di qualche tempo fa, cerca di agire nell’ombra per non attirare l’attenzione. Ma è proprio in queste fasi che le cosche diventano più forti, si arricchiscono maggiormente. Indisturbate, possono tessere trame oscure con la politica e la società civile: legami fondamentali per svilupparsi e radicarsi, in Calabria come nel resto d’Italia. Anche quando fanno gesti più eclatanti, come l’attentato a Lello, i clan lo fanno per rafforzare ulteriormente quella cappa di silenzio che nasconde i loro affari. Si colpisce con fragore per perpetuare l’oblio quando è proprio inevitabile. I clan pretendono il silenzio. Ma Filippone, per la professione che ha scelto, non può assoggettarsi a questa imposizione. È un cronista, deve e vuole raccontare i fatti. Quelli che legge nei verbali della Procura e quelli che vede lui stesso con i suoi occhi. In un contesto saturo di ‘ndrangheta, la linea di demarcazione tra malaffare e onestà è sottile, quasi inavvertibile. Ed è un grande problema per chiunque si sforza di fare il proprio lavoro con scrupolo e professionalità. Il giornalista che trasgredisce la legge dei clan, come ha fatto Lello, oltre a provare paura per l’incolumità propria e della propria famiglia, deve fare i conti con altri tipi di condizionamenti più subdoli e sotterranei delle intimidazioni e degli attentati: la delegittimazione, l’isolamento, la denigrazione, gli schizzi di fango che possono arrivare da pregiudicati, da esponenti delle istituzioni o della classe politica e a volte anche da altri giornalisti. Con questi mezzi subdoli si può intaccare o distruggere la credibilità di un giornalista. E la credibilità è un bene prezioso, inestimabile per chi fa questo lavoro. Lello conosce bene queste pratiche. Oggi il cronista di “Calabria ora” le vive sulla propria pelle. Si ritrova con una automobile in meno e con gravi preoccupazioni da gestire. Ma, in compenso, ha avuto la conferma della sua bravura professionale e dell’incidenza del suo lavoro che ha spinto la ‘ndrangheta a fare clamore, a rinunciare al basso profilo con cui si mimetizza. Ribellarsi all’imposizione del silenzio è la strada da percorrere per riscattare la propria terra.

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Ten ideas for news outlets using Pinterest

Ten ideas for news outlets using Pinterest | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
Online pinboard Pinterest has been gathering a lot of attention since the start of the year.

You still need an invitation before you can join what AppData states are the 11.4 million users pinning content from around the web and following other users' boards.

Pinterest lends itself to visual content, with popular boards including collections of recipes, fashion photos and other lifestyle content.

The Wall Street Journal (WSJ) was one of the first news organisations to join Pinterest, social media editor at the WSJ Emily Steel told Journalism.co.uk in this podcast.

The New York-based outlet joined in January "almost before all of the buzz of the site had exploded".

Steel took up her role at the WSJ that month and noticed readers were pinning content so decided to join them in their space.

"I went to the site and I noticed that what was being posted to the site was very much in the food, fashion, travel, design categories."

Steel and her colleagues started to experiment and have created a "visual read of the journal". Here is a link to the WSJ on Pinterest.

"What we are finding is that it is giving us a really great opportunity to showcase the visual side of our coverage that often could get lost on other social networks," Steel said.

Here are 10 ideas for using Pinterest in the newsroom:

1. Think about what Pinterest users are sharing

Steel and colleagues decided to create boards that fit with the culture of Pinterest, looking to add their own content around popular topics and "curate it in a interesting fashion".

We know our users are using Pinterest and we have to experiment alongside them
Carla Buzasi, Huffington Post UK
The Huffington Post UK is also using Pinterest. Here is a link to its boards. Although still "a work in progress", according to Carla Buzasi, editor-in-chief of the title, "we know our users are using Pinterest and we have to experiment alongside them".

She said there are areas of the Huffington Post which lend themselves to the platform such as fashion and beauty area My Daily.

2. Showcase visual content, such as photographs, infographics and videos

Pinterest lends itself well to visual articles and also has a space for video. Several of the WSJ boards feature "stunning photography and videos" from various sections of the newspaper, Steel said.

The Huffington Post UK is also thinking about image-led posts.

"We spend a lot of time making sure we choose the right images for our splash, the front page of the Huffington Post," Buzasi said.

3. Encourage journalists to use personal Pinterest accounts

Buzasi explained how "one of the guys on my picture desk has been using Pinterest for weeks" and how he pins all the splash images he has created for the Huffington Post UK.

She added that she thinks a lot of journalists will collate the stories they have written and are particularly proud of.

4. Use Pinterest as a new storytelling platform

This is something the WSJ is doing, according to Steel.

For example, this board tells the story of New York Fashion Week and there is also a board built to introduce readers to Pinterest.

5. Look beyond the obvious Pinterest users

Those new to Pinterest will not fail to notice that Pinterest is popular among women, particularly those planning weddings.

"Pinterest really started with a popularity among more of a female audience but we think it could grow and build into a much broader area," said Steel.

"It started with this one segment and we are exploring how it could grow and expand into something that could be more popular with some of our more traditional readers."

They have added boards on the themes of technology, such as this one from the South by Southwest (SXSW) Interactive, an annual festival held in Austin, Texas.

There is also this economy related board which looks at vital signs data.

6. Be aware of interest's potential as a traffic driver

Data collected by Shareaholic's "global publishing network that includes more than 200,000 websites" found that in February Pinterest drove more traffic than Twitter and more referrals than Google+, LinkedIn and YouTube combined, according to Janet Aronica, head of marketing for the company, which creates content sharing tools for publishers.

So has Pinterest become a significant source of readers for the Huffington Post UK?

"I haven't seen any huge spikes but watch this space," Buzasi said.

Traffic is growing exponentially and the amount of time people are spending there is phenomenal
Emily Steel, Wall Street Journal
The Wall Street Journal is noticing that Pinterest traffic is "about on par with Tumblr", according to Steel.

"The rate at which the site is growing and that we are expecting that it will grow demonstrates it is worth devoting energy and resources to building pinboards on the site.

"Traffic is growing exponentially and the amount of time people are spending there is phenomenal, so we are really trying to figure out if people are already there, how we can expose our content to them in such a way that they are interested, so that they want to follow it and they will also come back to our site more and more."

7. Consider adding a Pinterest button to encourage readers to pin content

Pinterest encourages users to add a "Pin It" button to the bookmarks bar in their browser.

Publishers can also add a Pinterest button to help readers pin content. This is something the Hufffington Post UK has done.

There is also the option to add a "follow" button, so websites can encourage readers to follow individuals or the site's boards.

8. Showcase behind the scenes of the news room

This is something the Guardian has tried in its experiments with Pinterest, for example here it has pinned photos from the Guardian Open Weekend.

CNN's iReport, the broadcaster's user-generated content section, is exploring this area on Pinterest. iReport has a board introducing readers to its members of staff.

9. Think about 'crowdpinning' and interacting with the Pinterest community

Pinterest allows your to permit others to contribute to a board.

The WSJ would like to utilise this and "figure out ways we can interact with people more and more", Steel said.

The WSJ team is trying to "think of new ways we can create things together", perhaps by building boards others can contribute to in order to "really interact with that community".

Al Jazeera has has a board called Crowdsourced News. It states: "This board is open for you to share your pins with us - anything you think is newsworthy, that we're covering or not."

Northcliffe Digital title This is Kent has opted for this idea of rewarding pinners. Here is there board Hey, thanks for pinning us.

Arguably the best example of a news organisation collaborating and interacting with it audience is Al Jazeera's the Stream. The programme, which has social media contributions from the audience at its heart, has created a board called #StreamPic to which it adds "one image or video that is selected daily from our community".

10. Liveblogging? Consider 'livepinning'

A quick hunt has not unearthed any examples of liveblogging on Pinterest, except a picture pinned on Al Jazeera's Today's News board but, in theory, a visual story - perhaps the Oscars or a red carpet celebrity story - could be livepinned using the Pinterest app's, which has a photo upload option.
Here is a Journalism.co.uk-curated board of pins on Pinterest for journalists.
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Se la privacy minaccia l’informazione e la storia

Se la privacy minaccia l’informazione e la storia | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
Potremmo essere alla vigilia di una rivoluzione senza precedenti nel pianeta informazione online.

Con una decisione dello scorso 5 aprile i Giudici della Corte di Cassazione hanno, infatti, stabilito che chi pubblica online notizie relative ad un determinato soggetto è tenuto a garantirne, nel tempo, l’aggiornamento ovvero ad “agganciarvi” link ipertestuali o altri elementi informativi idonei a garantire che i lettori possano avere un quadro della vicenda aggiornato alla data della visita.

Se, ad esempio – come nella vicenda all’origine della Sentenza – un giornale online pubblica la notizia dell’arresto di una persona e la persona in questione, negli anni successivi, viene prosciolta dalle accuse che ne avevano determinato l’arresto, la testata online – ma il medesimo principio sembra valere per qualsiasi gestore di sito internet – è tenuta, secondo i Giudici, a consentire ai lettori di accedere alle informazioni relative al proscioglimento contestualmente all’accesso alla notizia originaria dell’arresto, rimasta online.

In assenza di tale aggiornamento la permanenza online dell’originario contenuto risulterebbe illegittima per violazione del diritto del singolo alla propria identità personale.

“All’interessato…va dunque riconosciuto – scrivono i giudici – il diritto di ottenere l’integrazione ovvero l’aggiornamento della notizia in argomento a lui relativa. Così come la rettifica è finalizzata a restaurare l’ordine del sistema informativo alterato dalla notizia non vera (che non produce nessuna nuova informazione), del pari l’integrazione e l’aggiornamento sono invero volti a ripristinare l’ordine del sistema alterato dalla notizia – storicamente o altrimenti- parziale).”

“L’aggiornamento” – proseguono i Magistrati – “ha in particolare riguardo all’inserimento di notizie successive o nuove rispetto a quelle esistenti al momento iniziale del trattamento ed è volto a ripristinare la completezza e pertanto la verità della notizia, non più tale in ragione dell’evoluzione nel tempo della vicenda”.

Il principio fissato dalla Corte di Cassazione è condivisibile ma la conseguenza che i Giudici ne derivano è pericoloso e minaccia di esporre ad un rischio elevato la sopravvivenza della storia e della libertà di informazione online.

L’obbligo che i Giudici pongono a carico di chiunque pubblichi una notizia online è, infatti, straordinariamente oneroso e prepotentemente invasivo della libertà di impresa e delle scelte editoriali di chiunque scelga – per passione o per mestiere – di fare informazione.

Come si può pretendere da un blogger che mantenga aggiornati tutti i propri contenuti e che continui ad occuparsi, negli anni, a tempo indeterminato, di ogni vicenda trattata?

Ma, a ben vedere, tale onere è difficilmente sostenibile persino per i professionisti dell’informazione dei quali minaccia di condizionare le scelte editoriali ed imprenditoriali.

E’ elevato il rischio che pur di non affrontare costi ed oneri di aggiornamento, in molti – specie i più piccoli o coloro che fanno informazione a livello amatoriale – possano preferire rimuovere dallo spazio pubblico telematico i contenuti pubblicati nel passato.

La storia, l’informazione e la libertà di impresa, tuttavia, per questa via cadrebbero vittima della difficoltà di accettare che, nel secolo della Rete, le forme di tutela della privacy devono essere adattate ad un ecosistema sociale e a dinamiche di circolazione dell’informazione inedite.

Dopo la Sentenza della Cassazione è, dunque, urgente un intervento chiarificatore – da parte del legislatore e/o del Garante privacy – attraverso il quale si precisi che l’unico obbligo che fa capo a chi diffonde notizie ed informazioni on line è quello di pubblicare, a richiesta dell’interessato, uno o più link forniti dallo stesso interessato, a contenuti e risorse che integrino ed aggiornino l’informazione della notizia originaria.

Storia e informazione sono un’irrinunciabile risorsa per la nostra democrazia occorre scongiurare il rischio che siano sacrificate sull’altare di altri diritti – come quello alla privacy – che pure meritano di essere protetti e garantiti.

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How to: verify content from social media

How to: verify content from social media | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
The mass of information now available and being shared online offers a fantastic arena for journalists to engage with online communities and pick up on breaking news at the same time. This means journalists are also having to sharpen their verification and fact-checking skills in a digital environment.

This how-to features advice from a panel of experts on the key considerations, questions and tools journalists should have in mind when carrying out verification of content that surfaces via social media, be it a news tip, an image, a piece of audio or video.

The process covers three main stages: monitoring of social networks and the online community before news breaks, checking the content when it comes into play and subsequently reporting that content once verified. The comprehensive advice outlined in this how-to guide offers practical steps, specific questions and cross-checks journalists can make at each stage, as well as online tools to support them.

Our panel of experts on this topic includes:
Claire Wardle, director of development and integration, Storyful
Fergus Bell, senior producer and UGC lead, Associated Press
Paul Bradshaw, course leader of online journalism MA at Birmingham City University, visiting professor at City University London and publisher of Online Journalism Blog and HelpMeInvestigate
Craig Silverman, founder, Regret the Error, now published on Poynter

1) MONITORING
Be across platforms
Storyful's Claire Wardle outlined the different social media platforms on which content can be found, from Twitter and Facebook, where she recommends 'liking pages' of certain organisations to gain access to a stream of related information, to YouTube, SoundCloud and AudioBoo for multimedia content.

"People think, 'how do you do this?'. There is a level of automation but a lot of it is knowing good people and knowing the people who are uploading the best content.

"That takes you half way through the process of verification, because you already know who this person is, you trust them, you've spoken to them. So when they upload the latest video you obviously have to do the same checks but you're halfway there."

She also said Bambuser, which enables users to stream live video has "really come to the forefront, particularly around Syria". She added that having built a network of users on the platform you can get "incredible content from people who are just using it to stream from where they are".

"The biggest thing is how do you stop your eyes from glazing over? It comes back to old fashioned journalism and knowing who the right people are beforehand on a number of different stories. The next phase is to know those people who at the moment we don't know."
Spot and understand trends
Fergus Bell of AP added that a key part of the monitoring process is to identify trends which can be followed up.

"I use Twitter and Hootsuite, which helps me to interpret Twitter in a way that's most useful to me. I can be monitoring what's going on on social media on a specific story just by having a page up on my screen and I can take that away and use that on a mobile device. People might use Tweetdeck because they find that more user friendly, it is much of a muchness, it just depends on what your preference is.

"I like to use Trendsmap, which helps me plug into what people are talking about in the real world, so when I'm looking at something I get some context about what I am seeing, e.g. why is this word trending in Paris and also in Newcastle? It helps me understand where I should be looking and have I identified a story that's worth us chasing.

He also emphasises the importance of effective searching on these platforms, such as Twitter advanced search, YouTube filtering, Hootsuite search or Facebook search. The platform he uses depends on the story in hand.

"I don't use each tool for every situation, the tool I use depends on the news event, what kind of people are sharing information. If it's a news event where there are likely to be teenagers there I'll look in one place, if it's likely that there were slightly older people or people with slightly older phone technology I will look in another place."
Build a network of contacts before the story breaks
One way to reduce the stress when a news event breaks, is to have already built up a trusted network of sources around the story or location. As Craig Silverman says, you have to "lay the groundwork".

If there are particular geographic areas which you as a reporter are really focused on it makes a lot of sense to try and identify credible sources in these areas before the news breaks
Craig Silverman, Regret the Error
"What I mean by that is if there are particular geographic areas which you as a reporter are really focused on it makes a lot of sense to try to identify credible sources in these areas before the news breaks. This goes to a larger point in terms of decision making in these moments, when the stress is there and the time pressures are there, we don't function as well as we do when those pressures aren't in place.

"When stress is at a high level and time pressures are really urgent we usually go into fight or flight mode, and that's not when we make our best decisions. When it comes to finding sources and getting that material and verifying it well, what really matters to a huge extent is what you do before the moment arises. Find those sources, reach out to them, build Twitter lists, build virtual Rolodexes, so you can go in and contact these people and see if they can help."

2) CHECKING
Apply the Too Good To Be True test
Paul Bradshaw says the 'too good to be true' test is "the main one" for journalists to bear in mind when they are starting to verify material online.

If you're about to leap out to start writing this up, just hold yourself back for a minute and ask yourself, is this as wonderfully news worthy as you think it is, or is there something else at work here?
Paul Bradshaw, journalism academic
"It's just that gut feeling. If you're about to leap out to start writing this up, just hold yourself back for a minute and ask yourself, is this as wonderfully newsworthy as you think it is, or is there something else at work here?

"Beyond that it's treating it as you'd treat any source – where is this information coming from? Does it sound like that person? does it ring true? And that's before you get into any of the technical kinds of checks, it's just that gut feeling."

Silverman added that journalists "need to be wary of the one great video, or one great photo that seems to encapsulate an event".

"News organisations have to be extra cautious because that's when the hoaxers and fraudsters tend to come out. Be aware and beware of the amazing shot in a breaking news situation".
Verify the source (part 1) – speak to them and cross reference answers with social data
According to Wardle (and the other experts) "the gold standard we would always say is to try to talk to someone if you haven't spoken to them before".

Before you do so, there are checks journalists can make to arm themselves with questions to cross-check with the source direct, such as by looking at location history which may be available on Twitter, or data about the photo and equipment used to take it on Flickr.

"When you speak to them you can check it reflects the information you got from the picture. On any type of information you want to do as much as you possibly can, the simplest things are just cross referencing. Does it match what they've been tweeting about before around location or subject matter, on Twitter who are they following, who is following them, have they been listed by other people as somebody who knows something?"

Location can also be cross-checked using Google Street view, she added. "Then when you get them on the phone, it's about saying, 'what can you see out the window right now?' It's about using tools up until the point, then can we go to the next level. You can't phone everybody, that's why as the networks grow you get a list of people who you've spoken to or you trust or you know they are there."
Verify the source (part 2) – look at social media history across platforms
Look for the history of that person, have they been on those platforms for some time, if so they are more likely to be that person. If they're trying to hoax you the account is likely to be more recent
Paul Bradshaw, journalism academic
"The obvious things to do is to look at that name on other social media platforms," Bradshaw says. "Look for the history of that person, have they been on those platforms for some time? If so they are more likely to be that person. If they're trying to hoax you the account is likely to be more recent.

"Look to see whether the information on that account correlates – do they talk in the same way, do they have the same details? Remember there may be more than one person with the same name, even working in the same field."

He also recommended using email addresses and phone numbers to search for users, "which are specific to that person".

"On Facebook if you enter an email address in the search box that will take you direct to that person rather than using their name. It's a much better way of tracking a person on Facebook. There's also a Firefox extension called Identify which will very quickly bring up related social network accounts when you're on a particular page, and Polaris does the same on Chrome for companies."

Wardle also advises making use of the network. "When you're dealing with a network you need to evaluate the network as part of your verification process", she added.

"It's not just about that photo or video, it's about the person who provided it to you, who are they connected to and how have they been using the network to deliver [information] to you and prior to them sending this to you."

Bell added that "social history" is key to this part of the process.

Everyone that we interact with in the process of news gathering have a social history whether they realise it or not
Fergus Bell, Associated Press
"I have a social history which shows I am a journalist, I tweet stories the AP report, it shows I am interacting with people who are sharing information, it shows I am exchanging information with people who are interested in journalism and social media and verification. That's my social history and everyone that we interact with in the process of news gathering has a social history whether they realise it or not.

"So I am able to look at someone and say 'OK, this is where they have been in the past, these are the interactions they have had, this is who they are talking to'. If they are showing some information from this specific location, I can see they have been there for a year, or lived there for a year, or been talking to other people in the same place about that story."

But he added that at the AP "we'd never just go on information shared in a tweet".

"We'd use it to direct our coverage but we'd always seeks the AP verification before we were able to run with it."
Use Whois tools to verify websites
It is not just users you can work to verify, you can also look into websites and online companies. Bradshaw recommends using a "number of tools called Whois tools", which he said "will tell you who registered a web address, what physical address that person/company has".

"These all paint a picture, they come together to give you an indication as to how likely it is that website is owned by the company or individual that it's supposed to be. If the registration information is private then it's likely to be an individual and not a company.

"If a server hosting a website is shared with a number of other websites then it's less likely to be a big corporation", he added, which "tend to have websites hosted on their own servers".
Use online tools to examine images
Wardle recommends sites such as TinEye, which journalists can use to perform a reverse image search to identify different versions of an image that may exist, a process which can also now do through Google Images.

You can also use the WolframAlpha search engine, she said, to ask certain questions such as the weather in a certain place at a certain time, to verify images or video.
Check for photoshopping or repetition in images
Another thing for journalists to look out for when verifying images in particular is "things like airbrushing and cloning", Bradshaw adds.

"Spend a bit of time looking at the image and asking yourself, ''is the person actually in that place', 'is the light coming in at the same direction on all of the people/objects in that photo', does the weather match up to what it was supposed to be like?', 'does the equipment match up, e.g. that army's guns or that police force's badge?'.
Question edited footage
Bell says he is "personally sceptical when I see video being uploaded that's edited".

"It might be genuine but what am I not seeing? I would definitely need to have that conversation with the creator of it to know why there's an edit point in there, why they've changed the angle of the camera, why have they gone from portrait to landscape, was it the same camera used for both sequences?"
Harness online discussion boards and experts
And of course the internet provides journalists with a host of resources when it comes to others who may have experienced the same issues, Bradshaw says.

Journalists need to not just access technical tools but also the human resources available online and speak to people about the expertise they have that they can bring to bear on pieces of information
Paul Bradshaw, journalism academic
"Any problem that comes about online, it's very likely that someone else has encountered that problem and tried to solve it, so you do find many tools and individuals online who will be much more accessible than they would ever have been before the internet, who can help you check the background of images or a piece of information.

"Sites like Snopes debunk hoaxes or urban myths. If you're coming across a rumour, it's quite often a different version of an old one."

He added that discussion boards can be useful places to find others talking about the same issue, while specialists in particular fields or geographic areas can be found online.

"Journalists need to not just access technical tools but also the human resources available online and speak to people about the expertise they have that they can bring to bear on pieces of information."
How urgent is it – could more steps be taken to verify before you publish?
Silverman encourages journalists to take a step back when they find themselves getting caught up in the 'need for speed' when news is breaking, and ask themselves 'is this photo, or this video or piece of information, really so essential or urgent that we can't wait and investigate other avenues with it?'

Social media means information is out there so quickly and it gets passed around and passed around. There is a pressure to try and confirm that or to maybe miss out a step when you're confirming it, but we don't believe that's the way it should be done
Fergus Bell, Associated Press
"I would caution journalists in that moment to sit back and ask whether it's essential you go without taking an extra step here or there. I think a lot of the time it's probably not. There are definitely times I'm sure when news organisations have to make a call, e.g. everything we've looked at tells us this is accurate even though we have a barrier to getting hold of a person. Take a distance and evaluate – do we need to put this out now, or can we take hour or two and figure out what more we can provide to confirm or deny this? You also need to evaluate why you can't talk to that person. Have you exhausted all avenues?"

Bell agrees that accuracy is vital. "Social media means information is out there so quickly and it gets passed around and passed around. There is a pressure to try to confirm that or to maybe miss out a step when you're confirming it, but we don't believe that's the way it should be done. We'd rather be a couple of seconds slower but know that we're right, than to rush something out because we're caught up in the social media wave."
Crowdsourced verification – 'be judicious in the ways you put unconfirmed information out there'
One form of verification which has been used effectively by a number of journalists is crowdsourcing, asking the online audience to come forward with any information they have which can help to verify a claim or content.

Wardle said Storyful crowdsources privately but has not "done anything public yet". "We are thinking about how can we do more of that, in a way that makes sense and is helpful, and is valuable to the audience as well as us," she said.

Silverman added that it is a "valid method" and offers "lots of wonderful opportunities" but "it is all about what you're trying to confirm and what training you've had to do it in an ethical and responsible way". It can be "fraught with some serious potential pitfalls and danger", he warned.

"You don't just start throwing things out there and saying 'is this true?', that's not the responsible way to do it".

He spoke about having discussed the issue with Andy Carvin of National Public Radio, who is known for using crowdsourcing in an effective way.

"What you're seeing on Twitter is only one part of the process that he put together," Silverman explains. "A really significant part is that he is on Skype with lots of sources checking things out in other areas, using the phone and Skype while also doing it on Twitter.

The old school device of the phone is still incredibly essential when trying to do crowdsourced verification
Craig Silverman, Regret the Error
"The old-school device of the phone is still incredibly essential when trying to do crowdsourced verification."

And "things you don't share are just as important as the things you do," he added.

"When you decide to retweet somebody and ask whether what they're reporting is confirmed – you're making a big decision there."

He outlined "two concerns to keep in mind".

"Don't just repeat what somebody said, find a way to rebroadcast what they've said but place it in context of adding some kind of hedging to it – you want to add text to say 'this is unconfirmed, does anybody have any news?' A really core question in any verification is how did you get this information?"

"Be aware that when you're retweeting something, you need to make sure it's not something so sensational, and so unconfirmed it could actually cause problems. Be aware even if you do retweet and add 'anyone else reporting this?', realise that sometimes when people rewteet you, even if you've been responsible in adding that context and questioning, they may strip that away just because of limitations of characters."

This is "another argument to be judicious in the ways you put unconfirmed information out there", he added.

3) REPORTING
Consider any permissions and crediting which may be necessary
Bell said that when it comes to reporting material obtained from sources on social media asking permission is essential.

"Because part of our verification process means we have to talk to the individuals, we always ask for permission to be able to run that content. Apart from in extreme or very exceptional circumstances we only run something if we have permission from the person who has copyright for that content or that video, the person that has filmed that video, the person who has taken that photograph.

"When it comes to crediting we will ask them how they want to be credited, some want to be credited with a YouTube handle or Twitter handle. Some people want to be credited with their real name. We don't guess on that, we ask them."
Clearly communicate the level of verification this story has been given
Wardle said that an important part of the reporting process is being transparent about the level of verification which has been achieved.

"When we put out content you get the video but underneath we put about the levels of verification we've gone to and then its up to the news organisation to take that information and warnings and then decide how it fits with their own standards."
Made a mistake or new information come to light? Issue a clear and networked correction
Twitter is forcing more news organisations to be honest and offer corrections when things go wrong
Claire Wardle, Storyful
And the standard of being transparent at the time of reporting should continue when mistakes are made or material turns out to not be as it first seemed, Wardle added, with the Twitter environment "forcing more news organisations to be honest and offer corrections when things go wrong".

Silverman, who runs the Regret the Error blog in the US, has some detailed advice for news outlets on how to handle such corrections in "a networked environment".

"It's not enough to just put the correction out once in one place. If you put the error out on Facebook, on Google Plus and on Twitter then the correction needs to flow into all those places.

"But even more than that your job now is to promote that correction. Just putting out one tweet of a correction, some people might retweet that but Twitter is a stream and not everyone who saw the incorrect information is going to see that one tweet.

That's the fundamental thing news organisations need to understand about corrections in the networked world, is it's your job to promote it and to reach out and get it to spread out just as far as the incorrect information
Craig Silverman, Regret the Error
"So I strongly encourage news organisations to push the correction out to all platforms where the error was and realise that once is not enough. They need to actively work to promote that correction.

"If you can identify people who saw the incorrect information either by retweets, or by likes, or by re-shares, then it's your job to reach out to these people individually and make sure they see the correct information.

"The reason to do that is you activate the correction network," he said. News outlets need to work to contact those who retweeted the incorrect information and ask them to retweet the correction also, he added.

"You're now starting to engage the same network effect that pushed the incorrect information out there. That's the fundamental thing news organisations need to understand about corrections in the networked world, is it's your job to promote it and to reach out and get it to spread out just as far as the incorrect information.

"What really upsets the public is not when we make mistakes, that certainly gets on peoples' nerves, but they realise journalists make mistakes, what they won't tolerate is if we wilfully make mistakes or if we cover them up and don't work hard to correct them."

So to summarise, the top tips from our panel of experts on an effective verification process from start to finish are:
Monitor across platforms (including Facebook, YouTube, Twitter, Soundcloud, AudioBoo, Bambuser)
Spot and understand trends (using tools like Hootsuite, Tweetdeck and Trendsmap to create lists and identify trending topics)
Build a network of contacts before the story breaks and limit the stress
Use online tools to examine evolution of images (including TinEye, Google Images and WolframAlfra)
Verifying sources – speak to them and cross reference answers with social data
Verifying sources – look at social media history across platforms
Use Whois tools to verify websites
Check for photoshopping or repetition in images
Apply the Too Good To Be True test
Harness online discussion boards and experts (use sites like Snope to spot urban myths and common hoaxes early on)
Question edited footage
How urgent is it – could more steps be taken to verify before you publish?
Crowdsourcing – 'be judicious' about how you send out unconfirmed information
Consider any permissions and crediting which may be necessary
Clearly communicate the level of verification a story has been given
Made a mistake or new information come to light? Issue a clear and networked correction

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Come vengono fottuti i giornalisti freelance in Italia #1

Come vengono fottuti i giornalisti freelance in Italia #1 | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

Aggiornamento /2: a scanso di equivoci, apprendo che ci sia stato un passaggio di consegne dalla “vecchia Maxim Italia s.r.l.” a una “nuova” Maxim. Le persone con cui sono entrato in contatto per il mio reportage (dai cui non ricevo risposte alle mail), tuttavia, sono le stesse che appaiono nei contatti mail del nuovo sito e non si rileva alcuna discontinuità apparente dal sito. Probabilmente, il polverone suscitato aiuterà a chiarire la questione, sulla quale produrrò aggiornamenti.
Aggiornamento: dal Tumblr di Arianna Ciccone:

Voglio verificare la notizia e chiamo la redazione di Maxim (numero trovato sul sito 02.58019521). Mi risponde Alessia Ribaldi e mi spiega che Maxim Italia s.rl., viale Sondrio, 7 è fallita a novembre 2011. La nuova società Editoriale Mode ha acquistato la licenza direttamente dall’America e non si è fatta carico dei debiti della società precedente. E precisa: ‘Per le fatture fino a novembre 2011 bisognerà contattare l’amministratore delegato della precedente gestione’.

Il 26 maggio 2011 mandavo alla rivista Maxim una fattura di 250 euro + IVA, come concordato, a titolo di compenso per il mio reportage L’Aquila due anni dopo – Realtà distorte, che mi era stato commissionato dalla rivista.

Il reportage è stato regolarmente pubblicato sul Maxim.

Ad oggi, 4 aprile 2012, la fattura non è stata ancora pagata.

Sull’importo, naturalmente, ho già versato l’IVA. Quindi, escluse le spese per raggiungere l’Aquila (ovviamente a mio carico, fortunatamente ammortizzate con un altro lavoro contemporaneo), il mio bilancio per un lavoro regolarmente svolto secondo le tempistiche che mi sono state richieste è di -50 euro.

Dalla redazione della rivista – che esce regolarmente, ben patinata, e ha il suo bel sito patinato – dopo qualche “rimbalzo”, non rispondono più alle mie mail per avere notizie in merito a quanto mi spetta.

Questo è uno dei (tanti) modi con cui vengono sfruttati i giornalisti free lance in Italia.

Naturalmente, visto che conosco bene i miei diritti, farò – come sto già facendo, con fatica e pazienza, in altri contesti – quanto in mio potere per avere quel che mi spetta, anche se dovessero passare altri mesi o anni: è quello che dovrebbero fare tutti coloro che si trovano in situazioni del genere, invece di trincerarsi dietro a un “va be’, che ci vuoi fare”.

Alberto Puliafito (@albertopi)

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I ‘giornalisti’ a cui piace (o conviene) scrivere gratis | Vincenzo Iurillo | Il Fatto Quotidiano

I ‘giornalisti’ a cui piace (o conviene) scrivere gratis | Vincenzo Iurillo | Il Fatto Quotidiano | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
C’è un primo via libera in Parlamento per la legge sull’equo compenso ai giornalisti: niente finanziamento pubblico alle testate che non pagano adeguatamente i loro cronisti. E speriamo che la legge vada in porto. Dice però giustamente Enzo Iacopino, presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, che la situazione non cambierà “fino a quando non collaborerà pienamente con l’Ordine chi ha responsabilità nella categoria e continua a fingere di non accorgersi o si rende complice attivo nello sfruttamento di migliaia di giovani di ogni età che continuano ad essere compensati con spiccioli di euro”.

Vero. Giusto. Sacrosanto. Ma andrebbe spesa anche una parola anche sui ‘colleghi’ che vogliono farsi sfruttare e magari sono contenti di questo. Mi riferisco a quel popolo di giornalisti o aspiranti tali che pur di vedere apparire la firma lavorano gratis. Io vivo nel napoletano e ne conosco tanti. Ho provato a ragionare con loro ma le mie parole rimbalzano su un muro di gomma. Purtroppo inquinano al ribasso il mercato della domanda e dell’offerta di collaborazioni giornalistiche. Le ragioni? Sono tante e provo a spiegare le più frequenti.

C’è chi vive di altri lavori, non giornalistici, o di rendita. Firma pezzetti da qualche parte per giustificare la dicitura ‘giornalista’ affianco agli eventi che organizza e per i quali ottiene sponsor e compensi.
C’è chi è convinto che oggi lavora gratis, ma domani le cose andranno meglio. Beata ingenuità. Di solito dopo un po’ la testata chiude o ti liquida senza un grazie per far ‘lavorare’ gratis un altro al tuo posto. E nessun avvocato riuscirà a farti ottenere un euro.
C’è chi scrive gratis perché vuole conquistare il benedetto ‘tesserino’ di pubblicista. A parte che la legge dice che necessiterebbero due anni di ‘collaborazioni retribuite’, questa prassi alimenta le ragioni di chi vorrebbe abrogare l’elenco dei pubblicisti o almeno cambiare radicalmente le regole di accesso all’Albo.

C’è chi scrive gratis sulla testata X perché tanto ha un contratto ben retribuito di ufficio stampa con il sindaco, la banca, la camera di commercio, l’azienda di soggiorno e turismo, la società mista della nettezza urbana o del servizio idrico. Quindi: ‘marchette’ gratis sul giornale o sul sito in favore del sindaco, della banca, della camera di commercio, dell’azienda di soggiorno e turismo, della società mista della nettezza urbana o del servizio idrico, che sono contenti e ti rinnovano il contratto. E nessuno controlla l’evidente conflitto d’interesse e la violazione di un centinaio di regole deontologiche. Non lo fa l’Ordine, non lo fa l’editore della testata X, che magari sa tutto, ma tollera: e dove lo trovi un altro che lavora gratis?

C’è chi scrive gratis o quasi perché in fondo in fondo pensa che il giornalismo sia una missione sacra che non può essere sporcata con una cosa vile come il denaro. Senza capire che senza le spalle larghe di una tranquillità economica non si possono intraprendere sacrosante campagne stampa, qualsiasi esse siano.
C’è chi scrive gratis perché si sente sufficientemente gratificato dal sentirsi dire quanto è bravo, senza farsi sfiorare dal dubbio che forse gli dicono che sei bravo solo per farlo continuare a lavorare gratis.

C’è infine chi scrive gratis solo perché gli piace dire in giro che è un giornalista. E’ il peggiore, non c’è verso di guarirlo. Forse può riuscirci soltanto qualcuno davvero bravo.
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“Il casalese”. Chiesto sequestro libro su Nicola Cosentino e 1,2 milioni di danni | Ossigeno Informazione

“Il casalese”. Chiesto sequestro libro su Nicola Cosentino e 1,2 milioni di danni | Ossigeno Informazione | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

I familiari dell’ex sottosegretario all’Economia ed ex coordinatore del Pdl in Campania, Nicola Cosentino, hanno intentato una causa penale e civile agli autori e all’editore del libro Il Casalese – Ascesa e tramonto di un leader politico di Terra di Lavoro. L’accusa è di aver leso l’immagine dell’azienda di famiglia. Si chiede il ritiro del volume dalle librerie e un milione e 200mila euro di risarcimento danni. Autori ed editori denunciano l’iniziativa come un’aggressione giudiziaria e un grave attacco alla libertà d’informazione e alla professione giornalistica. Le ragioni della proetsta saranno illustrate in due conferenze stampa, a Napoli e a Roma.- Martedì 27 marzo, alle 9 e 30, a Napoli presso la sede dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, in via Cappella Vecchia, 8. Oltre all’editore e agli autori, parteciperanno: Ottavio Lucarelli, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania; Lucia Licciardi, consigliere dell’Associazione napoletana della stampa.

- Giovedì 29 marzo, ore 17, a Roma, presso la FNSI in Corso V. Emanuele II, 349 . Parteciperanno insieme agli autori il presidente della FNSI, Roberto Natale, e il presidente dell’Associazione napoletana della stampa, Enzo Colimoro.

Il libro contiene una biografia non autorizzata dell’esponente politico del Pdl, che da consigliere comunale di Casal di Principe è arrivato al governo con Silvio Berlusconi. Una straordinaria carriera politica stroncata dalle rivelazioni di sei pentiti che lo hanno indicato come il referente nazionale della più sanguinaria e potente tra le cosche della camorra: il clan dei Casalesi. La biografia è aggiornata fino alle ultime vicende processuali e politiche che da anni occupano le prime pagine dei giornali e i titoli d’apertura dei Tg nazionali. La prima e la seconda tiratura del volume sono state esaurite ed arrivata da poco nelle librerie la nuova edizione. Una stagione che potrebbe segnare anche il definitivo tramonto politico dell’asceso ai più alti gradini del quarto governo.

GLI AUTORI del libro, chiamati a concorrere al risarcimento, sono: Massimiliano Amato, giornalista professionista, dal 2004 lavora al quotidiano l’Unità. È stato redattore a: Il Giornale di Napoli, il Mezzogiorno, La Città, il Mondo, L’Articolo. Arnaldo Capezzuto, giornalista professionista, si è occupato di cronaca nera per i quotidiani La Verità, Napolipiù e il Napoli, freepress del gruppo Epolis; collabora con il mensile L’Espresso napoletano. Corrado Castiglione, giornalista professionista, cronista politico del quotidiano Il Mattino, è autore di numerosi saggi. Ultimi in ordine di tempo, «Ferita a morte, lettera da Napoli ad un amico di Vigevano» (2008) e «Napoli Anno zero» (2009). Giuseppe Crimaldi, giornalista professionista dal 1993, si occupa di cronaca giudiziaria per il quotidiano Il Mattino; è stato redattore dei quotidiani Avanti! e Roma e dell’Agenzia Giornalistica Italia. Antonio Di Costanzo, giornalista professionista, ha lavorato per il Tempo e Il Giornale di Napoli; è stato tra i fondatori dei quotidiani La Verità e Napolipiù; collabora con la redazione napoletana di la Repubblica. Luisa Maradei, giornalista professionista dal 2006, ha lavorato presso la redazione Interni del quotidiano Il Mattino. Peppe Papa, giornalista professionista, è redattore politico dei quotidiani Cronache di Napoli e Cronache di Caserta. Ciro Pellegrino, giornalista professionista, si occupa di politica e segue da tempo le vicende del Comune di Napoli; lavora per Il Mattino di Napoli e il giornale on-line di approfondimento Linkiesta.it. Vincenzo Senatore, giornalista professionista, opinionista televisivo, collabora con il quotidiano economico Il Denaro. La postfazione è curata da Gianni Cerchia, professore associato di Storia presso l’Università del Molise. – ASP per OSSIGENO

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Un giorno tutto questo studiare dai manuali di giornalismo (forse) ti sarà utile

Un giorno tutto questo studiare dai manuali di giornalismo (forse) ti sarà utile | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
Come tutti i cronisti che non hanno frequentato master post laurea o scuole di giornalismo, nutro profonda ammirazione verso coloro i quali riescono a spiegare cose che io sono riuscito a imparare solo guardandole, comprendendole e imitandole (meglio o peggio non sta a me dirlo). Dunque i manuali di giornalismo e di scrittura sono la mia passione. Ne ho molti. Dal Murialdi al Papuzzi a quelli di Sergio Lepri e Furio Colombo. Insieme ai manuali ci sono poi tantissimi libri sul mestiere che andrebbero letti: quelli che raccontano l’esperienza (uno su tutti “Parola di giornalista” di Vittorio Zucconi) o quelli scritti da giornalisti. Mi viene in mente un solo nome su tutti: Oriana Fallaci.
La premessa è per dire che non ce l’ho coi manuali. Li leggo e voglio trovarci risposte alle domande. Ho sfogliato il nuovo manuale di giornalismo Laterza, autori Alessandro Barbano e Vincenzo Sassu; il testo è per ammissione degli stessi autori destinato agli studenti dei master in giornalismo e delle scuole di scrittura. È stato mandato in stampa nel febbraio 2012. Sembra un particolare di poco conto ma a me interessa, ora spiego perché.
Il tomo affronta la «crisi delle aziende editoriali e la transizione verso il mercato delle nuove piattaforme digitali» e si vanta d’essere «il primo manuale di giornalismo che tiene conto della scrittura giornalistica e dell’organizzazione del lavoro nell’era dell’integrazione tra modello cartaceo e modello virtuale». Lo sfoglio. A parte quello di cui mi aspetto si parli (come si fanno i titoli, le varie tecniche d’intervista) scorro alla ricerca della deontologia professionale. E quel che temo si rivela realtà. Nell’analisi del “caso italiano”, non trovo quello che per me avrebbe fatto la differenza. Lo cerco alla voce “etica”. Niente.
Di cosa si tratta? D’un minimo accenno all’ultima nata tra le carte deontologiche dell’Ordine dei Giornalisti: la Carta di Firenze. Quella varata allo scopo di sanzionare chi nelle redazioni (faccio l’esempio più banale) si rivela complice di un editore che non paga e/o sfrutta i suoi collaboratori. La Carta di Firenze, nata nell’ottobre 2011, è attiva dal gennaio di quest’anno.
Basta questa mancanza (omissione o disattenzione, magari ce lo diranno gli autori) a fare del manuale in questione un cattivo libro? Ovviamente no. Ma la storia fornisce l’opportunità per una discussione sulla struttura di questo tipo di libri. È ovvio che un manuale non ti insegna a fare il giornalista, il chirurgo o il prestigiatore. Alla base teorica occorre necessariamente associare pratica ed esperienza e tutta una serie di specializzazioni. Tuttavia mi chiedo: è giusto consegnare a un aspirante giornalista dei testi di base che prescindano totalmente dalla questione lavorativa? Le tutele che ha il cronista nella difesa della sua retribuzione sono inutili nella formazione? È giusto o no fornire solo una impostazione teorica? È più importante parlare della penny press o del fatto che c’è una carta deontologica, uno strumento (buono, cattivo, efficace, inefficace non sta al manuale stabilirlo ma è suo dovere documentarlo) a tutela del giornalista?
Io sono convinto che retribuzione e qualità del giornalismo sono strettamente legati. O crediamo davvero che guadagnare tre euro ad articolo garantisca la libertà d’un cronista? Quel pezzo vale tanto quanto lo si è pagato. E non perché il giornalista abbia un metro e un’etica diversa a seconda di quanto lo si paga, ma semplicemente perché retribuirlo tre, cinque, sei euro significa non dargli la possibilità di documentare, telefonare, passare 5-6 ore a curare lo sviluppo di una news senza che questo non rappresenti un’operazione a perdere.
Ora capite perché è conveniente per molti sbandierare le foto di Woodward e Bernstein, di Enzo Biagi e Indro Montanelli? Perché nel mito della “stampa, bellezza” venduto a scopo di lucro sguazzano certe scuole di giornalismo (a pagamento), certi corsi specialistici (a pagamento) certe arrembanti riviste che urlano al Watergate e poi finiscono a farti scrivere (gratis) dei fattarielli del loro consigliere comunale di riferimento. Io quella famosa frase la riscriverei: «È la stampa, bellezza. Sì ma tu non fare il pollo».
Per concludere. Se un manuale vuole fornire «un sapere teorico-pratico integrato per chi voglia operare sulla carta stampata, sul radio-televisivo e sulle diverse piattaforme digitali presenti in Rete» deve cambiare approccio. Se un master post laurea vuole formare i giornalisti, deve cambiare approccio. L’esigenza accademica, questo lo comprendo, non può prevedere la trattazione del solo fatto singolo (la vertenza, il licenziamento, una crisi aziendale). Ma è da contestare questo modello di preparazione al giornalismo cui importa poco e niente di calarsi nella sua realtà di riferimento. Anche a causa di questo modello abbiamo gli allegri inconsapevoli “masterizzati”, con tesserino che escono da scuola e pensano: «tutto mi è dovuto». Arrivano nel mercato saturo, drogato, incredibilmente falsato, del giornalismo italiano e si dicono: «Dove ho sbagliato?».
Non hanno sbagliato niente loro. Semmai hanno sbagliato quelli che gli hanno dato la patente.

Altro su: http://www.giornalisticamente.net/blog/2012/03/20/un-giorno-tutto-questo-studiare-dai-manuali-di-giornalismo-forse-ti-sara-utile/#ixzz1phZ1tDhc
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Giornalismo automatico, ognuno potrà avere un suo reporter embedded che gli ‘’narra’’ la vita

Giornalismo automatico, ognuno potrà avere un suo reporter embedded che gli ‘’narra’’ la vita | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

Nella corsa alla personalizzazione dell’ informazione diffusa online un altro passo è stato fatto da Narrative Science, l’ azienda Usa che produce sistemi per la generazione automatica di articoli dai dati, e che sta per lanciare servizi basati basati su session di World of Warcraft.
Lo annuncia Massimo Sandal su Daily.wired Italia, in un articolo (‘’Un algoritmo può scrivere meglio di un giornalista?’’) che fa il punto sulle novità del giornalismo automatico e sui grossi problemi che il suo sviluppo impetuoso pone.

In pratica, spiega Wired, ‘’immaginate di partecipare a un’epica battaglia su WoW e di poter leggere (e condividere con gli amici) un bell’ articolo che racconta la vostra avventura, come se aveste avuto un giornalista di guerra embedded tra le vostre file’’.

Ora, racconta Sandal,

l’ obiettivo a breve termine del giornalismo automatico è infatti un mondo in cui ognuno di noi è accompagnato da un reporter invisibile, che ci aiuti a dare senso ai dati a cui veniamo incontro. Ricevere un’analisi del sangue che, invece di essere un’oscura serie di numeri interpretabile solo da uno specialista, sia un rapporto leggibile e chiaro sulla vostra salute, completo di indicazioni su cosa fare per migliorare. O un articolo sull’andamento del vostro conto in banca, limpido e ricco di consigli.

Ma a questo punto, continua Daily Wired, si pone paradossalmente per i lettori il rischio che il giornalismo automatico segua i loro gusti fin troppo bene.

Immaginate di avere news personalizzate a seconda delle vostre opinioni politiche, o dei vostri gusti estetici: un quotidiano che adatta la scrittura dei suoi articoli a ciascun lettore, sfruttando i dati che disseminate su motori di ricerca e social network. Questo ovviamente cullerebbe il nostro cervello, dandoci in pasto cose sicuramente gradevoli, ma lasciandoci in una bolla ovattata dove non riceveremmo mai opinioni e giudizi discordi da quelli che ci aspettiamo già. Alla fine potremmo ridurci a leggere uno specchio automatico di noi stessi, incapace di espandere davvero la nostra mente. Questo, forse, è un motivo per continuare a tenere le nostre dita umane sulla tastiera. Quelle di ciascun cittadino.

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Festival Internazionale del Giornalismo 2012, il reportage di Alessio Viscardi (@AlessioViscardi)

Festival Internazionale del Giornalismo 2012, il reportage di Alessio Viscardi (@AlessioViscardi) | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
La kermesse del giornalismo italiano, di tutte le novità emergenti sul web e nuove modalità di informazione: ecco l'International Journalism Festival arrivato all'edizione 2012. La domanda al centro della manifestazione è: come sarà il giornalismo tra qualche decennio? Dal 25 al 29 aprile, nella splendida cornice collinare di Perugia, intelligenze e personalità da tutto il mondo si sono incontrati per discuterne. Oltre 500 speakers invitati a portare una testimonianza, una visione, una possibilità per l'informazione del futuro.

Abbiamo girovagato per i panel e gli incontri, chiedendo ai relatori se conoscessero fanpage.it – una realtà editoriale nata a Napoli, nel pieno della crisi economica ed editoriale che sta falcidiando decine di testate, che non prende nessun contributo pubblico e che in meno di due anni è riuscita a diventare una testata web-only capace di mantenersi sul mercato, di fare investimenti, e di superare per popolarità su Facebook sua Repubblica.it che Il Fatto Quotidiano.it.


La risposta ci ha rincuorati, la maggior parte degli invitati al Festival ha dimostrato di conoscere e leggere fanpage.it, mentre direttori e vice hanno asserito di non conoscerci, ma di volerci visitare al più presto. Al presidente dell'Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino, abbiamo ricordato i nostri 500 mila lettori unici al giorno e lui ci ha risposto: “Da oggi ne avrete 500 mila e uno” aprendo la nostra testata sul suo Ipad.

Nel video allegato potete vedere il nostro resoconto della manifestazione, con l'ironia tipica di Saverio Tommasi che non ha mancato di mettere in difficoltà personalità del calibro di Ezio Mauro -direttore di La Repubblica- e Filippo Facci, il giornalista-troll simbolo della Sala Stampa del #Ijf12.

continua su: http://www.fanpage.it/festival-del-giornalismo-2012-il-reportage-di-fanpage-it-video/#ixzz1tVmXGixx
http://www.fanpage.it

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Pubblicità online in costante crescita… ma per gli editori?

Pubblicità online in costante crescita… ma per gli editori? | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

Da diversi anni a questa parte, l’Internet Advertising Revenue Report di IAB ci racconta che la pubblicità su Internet cresce in modo importante da un anno con l’altro.

I dati appena pubblicati, relativi a tutto il 2011, parlano di un +21,9% sul 2010, e raccontano di un decennio dove la freccia punta decisamente verso l’alto (eccezion fatta per un piccolo scivolone nel 2009).

Se prendiamo altre chart del report sembra che le quote di mercato si siano più è meno stabilizzate: cresce la fetta di search e video, diminuisce quella di display e classified, ma non si tratta di enormi sbalzi.

Forse l’unico vero attore emergente è il mobile, che passa dai 641 milioni del 2010 a 1,6 miliardi nel 2011 (+149%), ma la sua presenza nella torta è ancora marginale (personalmente ho già espresso i miei dubbi sul fatto che gli editori ne trarranno un beneficio…).

Tutte rose e fiori, quindi? Non proprio.

La chart probabilmente più interessante, a mio parere, è infatti questa:

nota l’allargamento della forbice fra performance e CPM. Se nel 2006 i 2 modelli raccoglievano le medesime revenue, oggi le performance sono al 64% e il CPM al 32%.

E questa roba, lato editore, non è affatto simpatica.

L’inserzionista, complice la crisi (mai parola fu più abusata…), vuole rischiare sempre meno e quindi, se decide di investire su un editore online, sposta su di lui tutto il rischio: – CPM, + performance, – banner comprati per fare branding, + banner comprati a CPC/CPA.

Aggiungi a questo che i banner non li guarda (e non li clicca) quasi più nessuno, ed eccoci arrivati al paradosso: la pubblicità online cresce, ma non sono di certo gli editori ad avvantaggiarsene.

E’ dal 2008 che io non vedo tutta sta euforia nell’editoria online, a dispetto dei report sull’advertising pubblicati da IAB: tutti sti soldi investiti in pubblicità sul web, evidentemente, finiscono nelle tasche di qualcun altro.

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Columbia Journalism Review

Each week, dozens of journalistic endeavors turn to Kickstarter for funding. Pitching media projects to this online community brings another meaning to the concept “public interest journalism”; success depends on how intrigued people are by the pitch. From the hugely popular to the barely noticed, CJR’s Kickstarter Chronicles is a weekly look through some of these journalistic proposals.

Project of the week

A campaign with a haunting name, The Island of Widows, is on Kickstarter to fund a report on a rare form of chronic kidney disease that’s killing some of the world’s poorest agricultural workers. The Kickstarter is named after a Nicaraguan community, La Isla, or The Island, that locals are now calling La Isla de las Viudas, The Island of Widows, where 40 percent of the working age population has this illness.

The victims of this chronic kidney disease are mostly men, some as young as their 20s. Launched by investigative reporter Sasha Chavkin, multimedia reporter Anna Maria Barry-Jester, and the Center for Public Integrity, this project is an expansion on the work already laid out by these reporters: Chavkin for a story published on CPI, and Barry-Jester in an award winning photo gallery. (Full disclosure: this author knows Chavkin from working in the same building as he does, here in Columbia’s Graduate School of Journalism. Chavkin is a reporter for The New York World.)

The research done by these two suggests that this chronic kidney disease is more prevalent than originally thought. For this project, Chavkin and Barry-Jester will be traveling together to another community that’s having the same horrific experience. As they write in their Kickstarter:

We suspect that the new strain of chronic kidney disease that affects otherwise healthy young men working in agriculture is not an anomaly to Central America but a serious international epidemic.
Some researchers have speculated the outbreak is from pesticide exposure, or from dehydration and heat stress from long hours in hot fields. Chavkin says that calling it a “work-related issue” is a point of contention. “Sick workers’ livelihoods depend on whether this can be tied to their jobs,” says Chavkin. “The treatment of dialysis makes this an incredibly expensive disease, and it’s affecting some of the world’s poorest people.”

This project is the first time the Center for Public Integrity has used Kickstarter to fund an investigation; they’re featuring it on their site and hired a videographer for the pitch. “This is something they’re trying to pilot,” says Chavkin. CPI even spoke with the Kickstarter folks to learn some best practices, and part of the reason this project is CPI’s first on Kickstarter is because of the level of reporting that has already been done. Displaying photos and completed reporting increases the chances of successfully getting funded, and by showcasing Chavkin and Barry-Jester’s previous work on the topic, donors can see that the reporters have experience and expertise. The project has been met with an enthusiastic response. In a little over a week, almost $6,000 has been pledged towards the $7,500 goal. (Deadline: April 22, 8:05pm)

New arrivals

A project about the impact of Christianity on the videogame Zelda came onto Kickstarter late last week from Lucas M. Thomas, a writer who’s covered video games for the website ING. Called Zelda vs. Jesus, the project has already inspired some anger. As Thomas writes:

Some have responded with anger or offense, attacking me for daring to conceive of such a project. Others have pleaded with me to cancel the book and stop what I’m doing, saying I’m shoving Christianity into their favorite video game and they don’t want it there. Still others think that I’m reading too much into things that shouldn’t be given such consideration.
As a kid, I played Zelda, but I hadn’t picked up on the Christian themes. The game’s hero, Link, has a cross on his shield, but Thomas points out more subtle references: the game’s book of magic is the Holy Bible, Link gets swallowed by a whale (like Jonah in the Old Testament), and the cross is used to see ghosts in Zelda II. Thomas says on his Kickstarter page that his project will look into the background and intention of these details at book length, a format that’s rare in the video-game beat. (Deadline: May 8, 8:00pm)

Reporting trips that involve driving vast distances are a popular type of journalism proposal on Kickstarter, and Energy and Climate Change in the American Southwest is one such idea. The pitch contains nine story ideas, all centering around how climate change is effecting the Southwest region of the US. The work is meant to culminate in a long-form piece, which would “ideally” turn into something book length, and a website with the “intention of making it a go-to spot for anyone interested in energy, the environment, or climate change in the Southwest.” Ari Phillips, a journalism student at University of Texas at Austin, has written on environmental topics in the region before, but the pitch seems like a huge undertaking for one person, and for the $3,750 he’s pledged to raise. So far, $605 has been donated. (Deadline: May 11, 7:00pm)

Overachievers

The Gentlemen’s Guide to Midnite Cinema, simply GGtMC on Kickstarter, is a podaast that reviews films of all genres, and has a simple pitch: “We are looking for funding to keep the podcast running and give you the entertainment you have come to grow and love….your help is much appreciated!!!” With that, the project has raised over $1,800 after an initial goal of only $500, and the comments page shows this podcast has a loyal fan base. “I love you two basta’ds” writes one enthusiast. “WOW WOW WOW how much to give up your day jobs?” writes another.

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Giornalisti a tutti i costi, il business dei mille corsi

Diventare giornalisti con un corso intensivo di 200 ore in formula weekend. È una delle promesse dei tanti corsi e master che, in cambio di laute quote di partecipazione, assicurano ai partecipanti stage in uffici stampa e in piccole e grandi testate giornalistiche. Ufficialmente in Italia sono attive in questo momento soltanto 12 scuole riconosciute dall'Ordine dei giornalisti: durano due anni, danno agli allievi la possibilità di svolgere il praticantato e di sostenere alla fine l'esame di Stato con cui si diventa giornalisti professionisti.
Al di là di questi percorsi riconosciuti esiste tuttavia un fitto sottobosco di opportunità formative appositamente pensate da società e agenzie private per quanti sognano di lavorare all'interno di una redazione. Con quali prospettive occupazionali? «Alcuni ex allievi sono stati trattenuti: molti con una proroga del tirocinio, altri con vere e proprie proposte contrattuali», spiega al telefono la società romana Rolls Service, una delle tante contattate dalla Repubblica degli Stagisti nella veste di un utente interessato - in questo caso, al corso in giornalismo della promozione culturale in partenza a maggio. Per 1.600 euro ai corsisti vengono offerti 7 sabati di lezione, 150 ore di studio con tutoraggio, ma soprattutto due mesi di job training. Non ci vuole molto a capire quale sia l'attrattiva principale per il potenziale utente. «Ultimamente abbiamo stipulato una convenzione con la Repubblica online» sottolineano infatti dalla segreteria di Rolls Service.
Il programma del master in ufficio stampa e giornalismo multimediale della Ieros Management, che si terrà sempre a Roma a partire da maggio, spiega ancora meglio il "valore" assunto ormai da un'esperienza di stage nel settore. Gli interessati sono infatti chiamati a scegliere tra due diverse formule: una a 1.495 euro che include soltanto le 10 giornate di corso e una a 2.887 euro con cui, oltre alle lezioni, si acquista anche lo stage. Per chi non avesse la voglia, o la possibilità, di calarsi nei panni di stagista, Ieros propone in alternativa una collaborazione occasionale con un'azienda partner retribuita con 1.000 euro «una tantum» (indipendentemente cioè dalla durata della collaborazione). È vero che alla fine si ottiene un bello sconto sul costo del corso, ma agli allievi si sta chiedendo di fatto di pagarsi un'esperienza lavorativa.
«100% stage garantiti» assicura sul proprio sito anche Eidos Communication, agenzia di comunicazione e scuola di alta formazione romana che attualmente promuove due "executive master": uno in comunicazione e giornalismo della moda a 6.100 euro, l'altro in giornalismo radiotelevisivo a 6.300 euro (iva esclusa). Dal prossimo settembre 21 aspiranti giornalisti televisivi saranno così impegnati per 10 week end in aula, per poi passare tre mesi di stage in redazioni, uffici stampa e comunicazione. Tra i partner figurano anche Mediaset, La7, SkyTg24 e il Messaggero. «La percentuale di placement è variabile, ma per le precedenti edizioni siamo intorno al 30%». Con quali contratti? «Abbiamo avuto sia collaborazioni esterne che contratti di lavoro veri e propri» garantiscono gli organizzatori.
Per quanto difficili da verificare, numeri simili appaiono a dir poco ottimistici rispetto a quelli disponibili ad esempio per gli allievi delle scuole di giornalismo convenzionate con l'Odg: secondo il presidente nazionale Enzo Iacopino solo il 10% degli ex studenti risulta oggi assunto a tempo indeterminato. Gli altri continuano a ricorrere un contratto dopo l'altro e, più spesso, devono accontentarsi di semplici collaborazioni, per lo più mal retribuite.
A dare lustro ai corsi privati sono in molti casi proprio i nomi di professionisti eccellenti: tra i docenti del master Eidos compaiono ad esempio due giornalisti del Tg5, due del Messaggero, un vicedirettore Rai. L'anno scorso anche Marco Travaglio ha fatto una breve apparizione all'interno del master in giornalismo d'inchiesta. Ma una volta esaurita la fase di aula, con testimonial più o meno noti, come funzionano i tirocini? Dalla segreteria Eidos si apprende che «per gli iscritti con più di trent'anni non possiamo garantire lo stage: i nostri partner preferiscono profili con età inferiore. In alternativa garantiamo però tre mesi aggiuntivi di collaborazione giornalistica». A differenza di molti altri corsi, questo offre infatti agli interessati la possibilità di una collaborazione (assicurano: «retribuita») di sei mesi con alcune testate online, valida per raccogliere una parte degli articoli necessari per ottenere il tesserino da pubblicista. I trentenni scartati dalle aziende avranno comunque una magra consolazione, dato che dal prossimo 13 agosto è probabile che per diventare pubblicisti si debba svolgere il praticantato e superare un esame di Stato analogo a quello dei professionisti. L'aspirante giornalista dovrà inoltre essere laureato, mentre la maggioranza dei corsi in questione è aperta anche a diplomati.
Navigando tra i siti specializzati si trovano poi annunci per workshop e master online, oltre a numerose offerte per esperti in uffici stampa, comunicazione strategica, copywriter...
Valutare la qualità formativa di queste iniziative non è semplice. A parte lo stage in redazioni sempre più affollate di tirocinanti, è bene tenere presente che nella maggior parte dei casi ai partecipanti è garantito soltanto un attestato di frequenza finale, il cui valore dipende strettamente dal prestigio di cui gode l'ente formativo. Da questo punto vista l'occasione migliore appare il master in informazione multimediale e giornalismo economico organizzato a Milano da novembre prossimo dal Sole 24 Ore. Che è peraltro indirizzato prioritariamente a chi è già giornalista (pubblicista o addirittura professionista) e prevede una frequenza di trenta giorni spalmati su cinque mesi. Il Sole 24 Ore non rende però noto il costo, nè nella pagina nè nella brochure ufficiale del master: dice solo di aver stabilito una partnership con una banca che permetterà agli studenti di accedere a un "prestito d'onore" per l'intera quota di iscrizione «a condizioni molto agevolate con pagamento della prima rata dopo 6 mesi dalla fine del master». Le condizioni del prestito parlano di una cifra massima di 50mila euro, da restituire in 84 rate da circa 783 euro. È certamente probabile che la cifra per questo master sia inferiore: ma perchè non attuare una politica di trasparenza?
A proposito di trasparenza, RdS ha apprezzato una piccola iniziativa promossa nella capitale da "Professione Reporter", un corso organizzato in 50 ore di lezione e un mese circa di stage (600 euro) da Kartabianca, che nei giorni scorsi ha dato la possibilità di partecipare gratuitamente alla prima lezione di corso. Interpellati sugli obiettivi dell'iniziativa, gli organizzatori anzichè promettere mirabolanti percentuali di placement hanno onestamente spiegato che «si tratta di un'esperienza utile ad orientare i partecipanti, aiutandoli a capire prima di tutto se questo lavoro fa davvero per loro». Almeno un po' di realismo.

Ilaria Costantini

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Giornalista (precario) in terra di frontiera, ai tempi di internet… | LSDI

Giornalista (precario) in terra di frontiera, ai tempi di internet… | LSDI | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

Le redazioni avrebbero bisogno di più giornalisti per fare informazione iperlocale ed originale ma la crisi le riduce ai minimi termini e nel frattempo i reporter imparano a fare tanti “mestieri” per poter essere sempre più efficaci, rapidi e, soprattutto, per sopravvivere.
Sopravvivenza che diviene più difficile in alcuni paesi in grande crisi, come l’Italia, e quasi impossibile in alcune aree, come per esempio a Napoli…

 

di Antonio Rossano

 

Ad ottobre del 2009 Clay Shirky scrisse un articolo “Rescuing The Reporters” nel quale evidenziava quanto fosse importante per i giornali mantenere (non ridurre) una redazione che producesse notizie sul territorio e quanto questo fosse vitale per la stessa economia del settore. Prendendo ad esempio una testata locale, il Columbia Daily Tribune,con empirica saggezza (ovvero ritagliando e letteralmente pesando sulla bilancia le notizie) Shirky riuscì ad evidenziare quanta parte delle notizie provenissero dalle agenzie, quanta poca, sempre meno, dai propri giornalisti.

Ma insomma, chi scrive le notizie?

In rete è un pullulare di esperti di media, social media, analisti e commentatori più o meno qualificati, che parlano molto, troppo e, spesso, fanno tanto “rumore” per nulla.

Sicuramente il pubblico per questo “rumore” non manca, soprattutto nel nostro paese. Con più di centomila iscritti all’ordine, tra pubblicisti e professionisti, gran parte dei quali disoccupati o minimamente attivi, vi è un esercito di giornalisti che cerca, spera ed ambisce che prima o poi venga trovata la formula magica, la soluzione del problema.

In questi giorni, ne abbiamo parlato anche noi, ha smosso un po’ le acque la notizia che il Pulitzer del Watergate, Bob Woodward, ha posto , in maniera forse un po’ “all’americana” e in stile “quando io ero giovane” una questione controversa, sostenendo che “l’idea delle nuove leve del giornalismo è che Internet sia una lanterna magica in grado di illuminare tutti gli eventi” e “La verità di ciò che accade non si trova su Internet. La Rete può integrare, può aiutare a fare progressi. Ma la verità si trova dentro le persone, nelle fonti in carne e ossa”. Grandi critiche all’uomo dell’altra epoca ma, in fondo lo sappiamo tutti, un po’ di verità, in quelle parole, ci sta.

Due realtà contrapposte, quindi: la necessità o l’idea che produrre informazione iperlocale con i reporter possa e debba essere una importante caratteristica delle testate (e forse una via di uscita per la crisi del settore) e la crisi stessa che impedisce alle redazioni di crescere, di essere presenti sul territorio, di andare dalle “fonti in carne ed ossa”. E in un paese come l’Italia, dove la precarietà è ormai da vent’anni l’unica risorsa che viene sbandierata per far fronte a tutte le crisi, quali, concretamente, le difficoltà e le prospettive per chi vuole avviarsi per essere il “cento…..millesimo” dei giornalisti?

Senza pretesa di originalità o di esclusiva, ma solo per dare un’ idea, abbiamo provato a parlarne con qualcuno che si è già avviato, da qualche anno, per questa strada.

Alessio Viscardi, videoreporter, giornalista pubblicista dal 2006, nato 27 anni fa a Ponticelli, periferia degradata di Napoli. Laurea in Scienze della Comunicazione nel 2008. Ha collaborato con diverse agenzie ed i suoi servizi sono giunti a pubblicazione su testate nazionali come “Il Fatto Quotidiano” o “Il Corriere della Sera”. Attualmente collabora con “Fanpage” la testata online italiana con maggiore presenza sui social network che sta rapidamente crescendo e affermandosi nel panorama dell’informazione italiana.

La passione per il giornalismo gli nasce in concomitanza con un fatto di cronaca, il rogo dei campi Rom di Ponticelli, come ci racconta lui stesso:

“per interessi speculativi del clan Sarno nell’area di Napoli Est i Rom furono letteralmente bombardati con le molotov e notavo che quello che veniva raccontato sui giornali non corrispondeva a quello che io sapevo che era realmente successo. Da lì iniziai a raccontare su un blog quello che succedeva a Napoli Est. Era anche il periodo dell’emergenza rifiuti risolta dal “santo”Bertolaso e dal “santo” Berlusconi… e c’erano discariche abusive che ci sono ancora oggi…. Tutte realtà che denunciavo sul mio blog. All’ epoca internet era considerato, per un giornalista, una cosa da sfigati….
Ero già pubblicista perché per due anni avevo collaborato, sostanzialmente come schiavo, ovvero non retribuito, con un giornale che poi chiuse , fortunatamente in tempo utile per farmi prendere questo tesserino che costa 90 euro all’anno…

Qudi ti hanno versato i contributi ma senza pagarti…..

Ehh!! Ma questa è una prassi che io denuncio sempre, in uso in moltissimi quotidiani in Italia , ma soprattutto a Napoli e nelle testate online…

Poi…

…ho iniziato a mandare curriculum a moltissime testate locali e ricordo fui convocato da una di queste che, alla fine del colloquio mi consigliò di iscrivermi alla Scuola di Giornalismo del Suor Orsola Benincasa, se volevo lavorare !!

Così arrivai alla consapevolezza che forse era meglio tentare una strada autonoma. Con un gruppo di amici fondammo una testata online, “Avanguardie”, con la quale iniziammo a fare informazione iperlocale, cose nuove per quei posti e quei tempi. Come le dirette “streaming” che oggi chiunque può fare con uno smartphone, ma allora erano davvero una novità. Ricordo in particolare quella che facemmo nel 2010 da Portici sul tema del racket. In quella città, ma in generale in tutta l’area vesuviana, vi era questo forte controllo militare della camorra del clan Vollaro sul territorio. La diretta coinvolgeva con interviste di denuncia, gente del posto, gli esponenti dell’antiracket, di Radio Siani e , mentre noi facevamo quella diretta, vennero dati alle fiamme due locali commerciali, chiaro segno di intimidazione per tutti quelli che pensavano di denunciare quelle realtà. Il progetto Avanguardie lentamente si esaurì, ma fu una esperienza autentica ed innovativa, dalla quale nacque il progetto di giornalismo partecipativo “Cittadini Giornalisti”.

“Cittadini Giornalisti” era un vero e proprio social network di giornalismo partecipativo e l’idea quella di sviluppare inchieste giornalistiche con il contributo attivo dei lettori. La prima inchiesta che abbiamo realizzato fu parzialmente finanziata con il crowdfunding , ed aveva come oggetto i sommovimenti relativi alla discarica Sari di Terzigno, ubicata in pieno Parco Nazionale del Vesuvio. Successivamente siamo stati finalisti al premio “Eretici Digitali” al Festival del Giornalismo di Perugia con un inchiesta dall’esplicativo titolo “I veleni di Napoli Est”.

A questo punto, per cercare di migliorare la qualità del mio lavoro, avrei dovuto acquistare delle attrezzature tra cui una fotocamera professionale, una videocamera ed un notebook performante per effettuare il montaggio rapido on-site. Per questo mi rivolsi alla società Sviluppo Italia per ottenere il famoso “Prestito d’Onore” che avrebbe dovuto erogarmi un finanziamento (15.000€ da restituire ad un tasso vantaggioso negli anni successivi) per acquistare le attrezzature. Fui quindi costretto ad aprire la partita iva, come richiesto nei requisiti del finanziamento, con i costi fiscali e previdenziali che questo comportava ma, con grande sorpresa, dopo un anno di iter, mi resi conto che il finanziamento era un “rimborso”: avrei dovuto anticipare tutti i soldi e poi loro mi avrebbero rimborsato ad acquisti fatti. Ma se io avessi avuto i soldi, perché avrei dovuto fare il finanziamento?

E alla fine hai rinunciato al “prestito d’onore”?

Ho dovuto rinunciare…

Bene, anzi male… Ma nel frattempo come ti sostenevi?

Ho collaborato con varie agenzie, poi fortunatamente ho iniziato la mia collaborazione con Fanpage, una nuova testata che sta cercando di fare informazione sia mainstream che di approfondimento, che mi ha consentito di produrre i miei servizi in modo “2.0”, cioè video-foto-testi, il tutto aggregato in modo multimediale…

Quindi quando esci per un servizio produci in tempo reale tutto questo materiale…

Infatti. Ho iniziato caricandomi con una serie di attrezzature che poi, con il miglioramento delle tecnologie ed un po’ di esperienza ho ridotto al minimo: una fotocamera professionale che registra anche video in alta definizione montata su una staffa multi slitta, con microfono esterno ed un telefono cellulare per le dirette streaming o per mandare in tempo reale spezzoni di video o fotografie.

Praticamente il lavoro di una intera troupe…

Si anche negli scontri del 15 ottobre scorso a Roma, siamo riusciti in due a fare il lavoro di 5 persone: fotografo, cameraman, montatore, giornalista, regista.

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Writing Lessons from the Newsroom

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During my decade-long career as a print and broadcast reporter, I had the opportunity to work in several different newsrooms where decisions were made about how and what gets coverage on any given day.

Photo credit: David Sim (Creative Commons)
Every day in those newsrooms, editors, reporters, producers and assignment desk personnel gathered in the morning to decide what we believed to be relevant for our respective audiences and stakeholders.

Through those meetings, I took part in literally hundreds of different editorial discussions to evaluate the “newsworthiness” of stories. As a result of those decisions, I wrote thousands of pages of news copy over the years to meet multiple deadlines each and every day.

As part of that newsroom experience, I learned five lessons about writing that might be useful to others:

Listen twice as much as you talk

Early on in my journalism career, I had a respected mentor who said,

You’ve got two ears and one mouth – great reporters use them proportionately.

That’s good advice, because it requires you to listen to the responses of the person you’re communicating with, rather than focusing on what you’ll be saying next.

Active listening is an underutilized tool to help clarify complex concepts or focus on core issues. It’s a great life skill that builds relationships and transcends the newsroom.

There’s something interesting about everyone…

I’ll never forget something my first news director told me the first week I was on the job. He said,

There’s something interesting about everyone – it’s a reporter’s job to try and find out what it is!

That snippet of wisdom inspired me on many occasions as I struggled to find an angle on a story, yet it helped produce some of my best work.

Your credibility is critically important, yet incredibly fragile

Whether you’re trying to persuade someone to share their story with you or convince a person to read a story you’ve written, your credibility is a key influencer of others.

Credibility takes a long time to build, but it can be destroyed instantly.

No matter how daunting a pending deadline might be, never forsake accuracy for expediency because the risk to your credibility is too great.

Why should the audience care?

Every writer who wants to create something great or memorable needs to keep and answer this question every time they work their craft.

Too many writers focus on what they want to express with little thought to the audience who may (or may not) consume it. Actually, the audience dictates key components of our writing such as message, distribution methods, tonality and format.

Great writers are mindful of the benefit of their work to the reader.

Show the “macro” through the “micro”

Large trends and major news events can impact large geographic regions, cities or nations.

Think of an earthquake in Haiti, Hurricane Katrina in New Orleans, the currency devaluation in Greece. These are each “macro” events, but they’re difficult for people to understand until they’re distilled to the personal or “micro” level.

Great writers are able to put a personal face on a major happening, which enables a more meaningful connection with the audience – meaningful connection should be a goal for every writer.

How might you apply any of these lessons to your own writing? What similar lessons have your learned from the craft? Share in the comments.

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‘Ndrangheta, ancora un giornalista minacciato. La solidarietà non basta, ognuno deve prendersi le sue responsabilità

‘Ndrangheta, ancora un giornalista minacciato. La solidarietà non basta, ognuno deve prendersi le sue responsabilità | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

L’ennesima intimidazione, ancora una volta un giornalista nel mirino della ‘ndrangheta, Lello Filippone. Codardi che si proclamano d’onore vorrebbero un Paese muto, omertoso, supino al potere mafioso. Ma non funziona così, i desideri dei capibastone di turno pizzicati nei loro interessi economici non possono nulla contro il potere della parola, dei pensieri e della libertà d’informarzione.

Non conosco personalmente il collega Filippone, a cui esprimo sincera solidarietà, ma conosco la Locride. Terra amara, soffocata da padrini e corrotti. Ma allo stesso tempo vogliosa di riscatto, laboratorio di idee e di giovani che vogliono provare a sradicare una mentalità mafiosa diventata strutturale nel Paese. La solidarietà non basta, ognuno deve prendersi la propria quota di responsabilità. Se giornalisti vengono minacciati e perchè qualcun’altro ha preferito tacere. Se i nomi che manovrano affari e intrecci venissero elencati e scritti da tutti, e non solo da cronisti solitari, ecco che intimidire un esercito diventerebbe impresa ardua per le ‘ndrine. E’ fondamentale la collaborazione tra colleghi. Potrebbe addirittura essere una questione di vita o di morte. Facciamoli questi nomi. Pronunciamoli senza timore. I clan che operano sul territorio raccontato quotidianamente dal cronista si chiamano Aquino, Coluccio, Commisso, Cordì e Cataldo. Gli stessi che dalla Calabria sono partiti alla conquista di altri territori. Tra cui la fantomatica Padania. Dove ancora il fenomeno per molti non esiste. Neppure quando a finire sotto indagine sono dirigenti della Lega. Indagini da cui emergono interessi comuni tra il tesoriere leghista Belsito e faccendieri legati al clan De Stefano.

Ma la ‘ndrangheta a nord della Linea Gotica ancora non esiste. Quindi di cosa parliamo? Pazzi e visionari sono i giornalisti che nonostante tutto raccontano le aberrazioni del potere? Oppure la folta schiera di negazionisti che con politiche del compromesso mettono in pericolo chi fa semplicemente il proprio lavoro? Avanti tutta al sud come al nord, prima o poi l’Italia diventerà un Paese normale, unito e saldato dall’etica. E non dalla tela fatta di affari e complicità tessuta dalle cosche.

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Nuovi giornalisti, ci si vede il 29

Nuovi giornalisti, ci si vede il 29 | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
Il titolo del panel è volutamente provocatorio e un po' ironico: «Non chiederti cosa può fare l'Espresso per te, chiediti cosa puoi fare tu per l'Espresso». L'idea però è semplice: far incontrare il primo newsmagazine italiano con i giornalisti di domani, anzi già di oggi.

L'obiettivo è quello, prima di tutto, di conoscersi di persona: spesso infatti gli aspiranti giornalisti vedono le testate tradizionali come 'roccaforti' con le quali è difficile entrare in contatto. Ed ecco che dietro al tavolo - ad ascoltare i giovani reporter - ci sarà il direttore dell'Espresso Bruno Manfellotto, insieme al caporedattore del sito Alessandro Gilioli.

Ma le speranze vanno un po' più in là: nell'ascoltare quello che hanno da dire e da proporre i colleghi che si sono affacciati da poco alla professione, 'l'Espresso' vuole anche crearsi un database di potenziali collaboratori per il futuro (esterni ma retribuiti), con particolare riferimento alle nostre edizioni digitali. Insomma si tratta di un esperimento informale per un nuovo modello di recruitment aperto dei possibili collaboratori del sito internet del settimanale.

Ognuno - se vorrà parlare - dovrà spiegare in cinque minuti le sue competenze e il suo potenziale contributo (di qui il titolo del panel) alla nostra testata, rispondendo infine (sempre se lo vorrà) ad alcune brevi domande scritte, su un foglio che lascerà all'organizzazione del Festival, con i propri recapiti. Questa sorta di modulo sarà poi messo anche on line per chi vorrà inserirsi successivamente nel database, anche se non è potuto venire a Perugia.

L'appuntamento comunque è per domenica 29 aprile 2012, alle ore 18, nella Sala Priori dell'Hotel Brufani a Perugia. Qui il link dell'evento sul sito del Festival Internazionale di Giornalismo, che inizia il 25 aprile nella città umbra e durante il quale - oltre a Manfellotto e Gilioli - diversi nostri giornalisti parteciperanno ad altri panel tematici: Lirio Abbate, Marco Damilano, Gianluca Di Feo, Emiliano Fittipaldi, Fabrizio Gatti, Gianfrancesco Turano e Stefania Maurizi.

 

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Ordine dei giornalisti denuncia una web tv L’accusa: “Abuso della professione” | Eleonora Bianchini | Il Fatto Quotidiano

Ordine dei giornalisti denuncia una web tv L’accusa: “Abuso della professione” | Eleonora Bianchini | Il Fatto Quotidiano | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

Nell’era degli smartphone e dei social network, i cittadini possono utilizzare la tecnologia per fare informazione e documentare fatti e notizie. Con una foto o un video amatoriale direttamente postati online, anche senza un tesserino dell’albo professionale. Eppure chi lo fa potrebbe rischiare una denuncia da parte dell’ordine dei giornalisti per esercizio abusivo della professione e, quindi, fino a sei mesi di carcere.

Il caso nasce a seguito di un esposto dell’ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia che ha denunciato una web tv di Pordenone. Si chiama PnBox, non è una testata registrata e mette a disposizione una piattaforma in cui gli utenti possono caricare video autoprodotti che vengono trasmessi gratuitamente, e che includono anche notizie di cronaca e politica, oltre ad appuntamenti di musica, arte e cultura in città.

L’accusa più grave per cui è imputato l’amministratore delegato Francesco Vanin, è quella di avere diffuso “gratuitamente notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale specie riguardo ad avvenimenti di attualità, politica e spettacolo”. In pratica, quello che centinaia di blog e cittadini fanno abitualmente quando postano video e foto sui social network. Inoltre, in quanto responsabile delle trasmissioni sulla webtv, secondo l’ordine avrebbe svolto “attività giornalistica non occasionale diffondendo gratuitamente notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale specie riguardo ad avvenimenti di attualità politica e spettacolo relativi soprattutto alla provincia di Pordenone”. Vanin, però, non ha mai svolto attività giornalistica. Ha solo messo a disposizione una piattaforma. L’odg pare quindi sostenere che soltanto chi è munito di tesserino può fare informazione e diffondere notizie. Nonostante la sentenza 1907/10 della Cassazione, secondo cui le pubblicazioni online di una testata non registrata non sono soggette alla legge sulla stampa.

“Mi aspettavo la denuncia – spiega Vanin – come tutte le corporazioni, anche l’Ordine dei giornalisti cerca di mantenere le sue rendite di posizione. Già il fatto che esista ancora è un’anomalia tutta italiana, nonché un retaggio dell’era fascista”. Ma quel che secondo l’amministratore della webTv è più grave è che “in base ai capi di accusa che mi sono stati imputati, anche chi scrive su Facebook può essere denunciato”. In pratica, “se mio figlio posta un video su YouTube rischia sei mesi di carcere”. E aggiunge che la registrazione come testata non è obbligatoria per chi “rinuncia alle provvidenze statali”. Una scelta, quella di non ricevere contributi pubblici, ” per continuare a essere liberi e indipendenti”.

Per Enzo Iacopino, presidente dell’odg nazionale, “essere testata giornalistica è soltanto un adempimento formale. Non conosco la questione specifica – puntualizza – ma se una piattaforma web trasmette notizie di politica e attualità con regolarità, allora si configura come canale informativo. Del resto che cosa fanno i giornalisti?”. Posizione peraltro condivisa da Pietro Villotta, presidente dell’ordine del Friuli che ha presentato l’esposto alla procura di Pordenone. “Non abbiamo nulla di personale contro Vanin e la sua tv – osserva – ma riteniamo che qualsiasi sito che si presenti ‘nella sostanza’ come informazione giornalistica debba rispettare la legge sulla stampa”. Una ‘sostanza’, però, senza confini e criteri chiari di definizione. “Esiste una zona grigia tra l’articolo 21 della Costituzione e la legge sulla stampa, dentro la quale rientrano blog e piattaforme online. Anche chi pubblica i video su YouTube fa divulgazione”. E se lo fa regolarmente, secondo l’ordine, è passibile di segnalazione, anche se tratta di “questioni aperte su cui deciderà il legislatore”. Per Villotta “tutto dipende dalla periodicità. Il nostro esposto è a tutela della categoria e dell’ordine. Se viene a meno la garanzia della legge sulla stampa siamo nella giungla”. Il citizen journalism è la ‘concorrenza sleale’ da condannare? “No. Ma se le piattaforme online, dalle web tv ai blog, fanno informazione continuativa, allora noi tuteliamo la categoria”.

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Il Decalogo del Giornalismo Partecipativo [e dintorni]

Il Decalogo del Giornalismo Partecipativo [e dintorni] | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
Come scrivevo lunedì, «The Guardian», sulla falsariga di quanto già adottato da «El Pais», da un lato, prosegue con coerenza straordinaria, senza esitazioni, il proprio percorso di apertura e trasparenza nei confronti dei lettori e, dall’altro lato, riporta all’edizione online, al sito web del quotidiano la centralità di “luogo” che favorisce il contatto e la relazione con e tra le persone sulla base dei loro distinti interessi, dimostrando concretamente la fondamentale differenza tra essere online ed essere parte della Rete.

I giornali devono tornare ad essere perno centrale degli interessi delle persone, delle loro conversazioni e dei diversi gruppi, delle distinte comunità, sia in Rete che fisicamente come il caso diffuso dei cafè come punto d’incontro con le redazioni esemplifica e come l’open weekend realizzato proprio dal «The Guardian», che ha visto la partecipazione di ben 5mila persone, concretizza ulteriormente e magnifica.

Weekend a porte aperte, come direbbero i ladri di cavalli, i concessionari d’auto, al quale è stato immediatamente dato seguito in ambiente digitale con Alan Rusbridger, editor-in-chief del quotidiano anglosassone, che, ancora una volta, sul sito del giornale e su Twitter, dialogava con i lettori, con le persone interessate a confrontarsi relativamente al giornalismo partecipativo.

Tra le diverse risposte fornite, tutte da leggere con attenzione, Rusbridger ha diffuso il decalogo del giornalismo partecipativo così come definito, dice, un anno fa dallo staff, dal gruppo di lavoro del giornale. Decalogo, che poi ha ulteriormente diffuso su Twitter nella giornata di ieri, che per facilitare la lettura ho tradotto:

Stimola la partecipazione. Invita a fornire e/o permette una risposta [#]
Non è una forma inerte di pubblicazione da noi a loro [#]
Stimola gli altri alla partecipazione al dibattito. Possiamo essere followers o leaders. Coinvolge l’altro nella pre-pubblicazione [#]
Aiuta a costruire comunità d’interesse su temi comuni, istante o persone [#]
E’ aperto al Web. Linka e collabora con altri materiali e fonti in Rete [#]
Aggrega e/o edita ["cura"] il lavoro di altri [#]
Riconosce che i giornalisti non sono l’unica voce autorevole, esperta e rilevante [#]
Aspira ad ottenere ed a riflettere la diversità, così come a promuovere valori condivisi [#]
Riconosce che la pubblicazione può essere l’inizio e non la fine del processo giornalistico/informativo [#]
E’ trasparente e aperto alle sfide. Include la correzione, il chiarimento e l’integrazione, l’aggiunta [#]
C’è un undicesimo punto che Rusbridger omette e che invece deve entrare a far parte del dibattito: permette un saving economico grazie alla collaborazione gratuita, non remunerata, del “reporter-lettore”.

Se non prima, ne parleremo sicuramente al Festival Internazionale del Giornalismo il mese prossimo.
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Gamification delle Notizie

Gamification delle Notizie | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
Al Festival Internazionale del Giornalismo, tra le altre cose, sabato 28 aprile dalle 11,30 alle 13,00 presso la Sala Baldeschi del Palazzo Bonucci, farò il moderatore di un panel di discussione con professionals multidisciplinari, esperti di portata internazionale che apporteranno il loro contributo al dibattitto su “Gamification: Il Coinvolgimento del Lettore è un Gioco”.

Oggi sul sito del Festival sono stati pubblicati alcuni appunti, spunti propedeutici al tema di come applicare le dinamiche del gioco alla narrazione delle notizie.

Personalmente sono sempre più convinto che il coinvolgimento del lettore, delle persone non sia un gioco ma possa passare certamente per un gioco. Se avete voglia di inziare a leggere le mie considerazioni, potremo poi confrontarci di persona durante il panel a ijf12.

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