Cesare deve morire Orso d'Oro a Berlino per i Flli Taviani
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Cesare deve morire Orso d'Oro a Berlino per i Flli Taviani
Con la giusta e doverosa decantazione per smaltire gli effetti trionfalistici di Berlino, ieri sera sono andato a vedere l’opera dei fratelli Taviani che si è aggiudicata quest’anno il premio più prestigioso del Festival tedesco ovvero l’Orso d’oro come miglior film in competizione. Visto naturalmente al Nuovo Sacher di casa Moretti. Nanni è stato premiato per la sua ennesima prova di lungimiranza, per aver acquisito cioè i diritti di distribuzione del film prima ancora della vittoria alla Berlinale, quando ancora i fratelli toscani bussavano alle porte serrate a doppia mandata dei vari distributori italiani naturalmente scettici, per usare un eufemismo, sulle possibilità di fare botteghino per un film di tali contenuti. E invece ieri sera a distanza di una settimana dalla prima, abbiamo trovato sala del Sacher quasi piena con altri cinque cinema romani in contemporanea. Non male. Passando al film, per sgombrare il campo da ogni equivoco, dirò subito che “Cesare deve morire” vale. E vale tanto ora quanto pesa. Primo, per la scelta stilistica totalmente anacronistica, da teatro d’avanguardia degli anni settanta che ovviamente nel panorama odierno risulta rivoluzionaria e fresca come una ventata di aria gelata sul polveroso “cinemino-italiano” di oggi. Secondo, perché permettere oggi a dei condannati al carcere duro di esprimersi con una preziosissima doppia forma d’arte (teatro/cinema simultaneamente) ha un valore decisamente più alto e più emozionante di duecento puntate di ballarò o porta a porta che siano. Terzo, perché si conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, la tesi che un film può inchiodarti alla poltrona e farti vibrare anche se a recitare non trovi ne Pacino ne Branagh, tanto per restare in campo shakespeariano, ma è bensì l’autore con la sua “idea” di cinema a usare soggetti che hanno potenzialità e capacità espressive ancora vergini, tutte da scoprire e da far esplodere davanti a una platea o ad una cinepresa. Questo hanno fatto Paolo e Vittorio, coraggiosamente e vista la loro età anche con una buona dose di incoscienza . Hanno preso una delle tragedie del Bardo fra le più dimenticate dal teatro e dal cinema, personalmente ricordo soltanto la bella ma fin troppo formale versione diretta da Mankiewicz nel 1953. Giulio Cesare che però guarda caso è fra le più attuali. Si parla di Potere in “Giulio Cesare” di Shakespeare, di quello con la P maiuscola è vero, ma tutti sappiamo che di tutte le tragedie è quella che più di ogni altra mette a fuoco il tema dell’amicizia, della condivisione del destino. E in quale altro luogo più del carcere il tema della fedeltà ha un ruolo così vitale? Altra scelta vincente dei fratelli pisani è stata quella conseguente alla sequenza “carcere-attori non professionisti”. Cioè quella di far recitare ognuno dei protagonisti con il proprio dialetto o quantomeno con la propria cadenza gergale. La carica emozionale nel recitare situazioni tragiche ha qualcosa di molto, molto vicino alla reale vita precedente alla reclusione dei vari attori. Tradurla in lingua italiana e peggio ancora in prosa non avrebbe avuto senso, anzi poteva risultare ridicolo. Basterà l’esempio di una fra le scene più belle del film quando Salvatore Striano/Bruto (unico dopo Gomorra ad aver intrapreso la strada della recitazione) provando la battuta dello “squarcio sul petto di Cesare” rivive in quell’istante la stessa sensazione provata sulla strada con il suo compagno di delitti. La struttura del film è piuttosto semplice e quindi di facile fruizione per tutti: inizio a colori con la scena finale della rappresentazione di “Giulio Cesare” nella sala di Rebibbia, fra gli applausi del pubblico di parenti e amici, l’orgoglio e la soddisfazione di regista e attori e il triste ritorno alla realtà cioè in cella. Da qui parte un flash-back in bianco e nero , quasi acciaio, in un digitale esteticamente molto bello. La durata della “ripartenza” del film è di 6 mesi. Tutto il film è qui: saranno i 6 mesi delle prove fino al finale già visto. Dai provini per la scelta dei personaggi, alle scene nei corridoi, nelle celle, nel cortile dove fra l’altro avviene la famosa orazione di Marc’Antonio solo in questo piccolo spazio con la “platea romana” rappresentata dai reclusi attaccati alle grate di Rebibbia. Bellissimo. Il film fra l’altro mantiene, nonostante l’alta drammatizzazione anche un prezioso aspetto documentaristico grazie anche al misurato intervento delle musiche, composte da Giovanni Taviani, giovane figlio di Vittorio insieme a Carmelo Travia. Un motivo piuttosto semplice ma profondo, così rigoroso da scandire l’arrivo puntuale della notte su Rebibbia, la notte che segna il ritorno in cella per tutti, eroi e traditori, vittime e carnefici. Personalmente non ho condiviso la chiusura con la ripetizione del finale già visto all’inizio del film e magari avrei chiuso con la stupenda auto-confessione di Cosimo Rega/Cassio da solo, in cella che si accorge di essere in prigione solo da quando ha conosciuto l’Arte. E Cassio è uomo d’onore… Marco Castrichella (10/03/2012)
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