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Dai problemi alle soluzioni. Note e temi a carattere psicologico rivolti al benessere".
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Disturbo da attacchi di panico: consigli pratici su misura… in un click. | Psicologo Dr. Chelini

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Dr. Enrico Chelini Psicologo Livorno's insight:

Attacchi di Panico, cosa fare o non fare cosa pesnare o non pesnare a riguardo!

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Il Disturbo Fobico - Ossessivo

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"Il pauroso non sa che cosa significa esser solo: dietro la sua poltrona c'è sempre un nemico". Friederich Nietzsche.

 

L'approccio strategico ai problemi umani parte dal presupposto...

 

 

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Psicosi o 'Presunte Psicosi' ?

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"Le Parole sono come pallottole, usale con cura" cit.

 

All'interno dell'Approccio Strategico viene utilizzato il termine "presunte psicosi" poiché convinti che la diagnosi di psicosi sia nella maggior parte dei casi una diagnosi errata...

 

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La Dieta Paradossale

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"Al di là dell'amore e dell'odio per il cibo" Giorgio Nardone.

 

Il termine dieta paradossale sta ad indicare un particolare tipo di dieta basata sul piacere anzichè sul controllo forzato…

 

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I Disturbi D'ansia

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“Coraggio ce l'ho; è la paura che mi frega!” Totò

 

Secondo la classificazione del DSM IV esiste una macro-categoria denominata “Disturbi d'Ansia ” che comprende 6 principali disturbi:

 

- Disturbo da Attacchi di panico,
- Fobie, Disturbo d'Ansia Generalizzato,
- Disturbo Ossessivo-Compulsivo,
- Disturbo Post-Traumatico da Stress,
- Disturbo Acuto da Stress.

 

Tuttavia da un punto di vista Strategico-Costruttivista , parlare di disturbo d'ansia non è propriamente corretto, anzi è fuorviante, poiché in realtà l'ansia è la reazione psicofisiologica della paura.

 

In sostanza, è più corretto parlare di disturbi fobico-ossessivi perché tutto parte dalla percezione di paura, che scatena delle emozioni (apprensione, preoccupazione, insicurezza, ecc.), che a loro volta innescano la reazione psicofisiologica di ansia (aumento del battito cardiaco, sudorazione, senso di vertigine, tremore, ecc.).

 

Una volta che questo meccanismo diventa patologico si crea un circolo vizioso per cui la paura scatena l'ansia e, viceversa, l'ansia aumenta la paura fino a che entrambe diventano al contempo sia causa che effetto.

 

Il grosso limite delle cure farmacologiche ansiolitiche è dunque quello di sedare l'ansia, ma di non avere alcun effetto sulla percezione di paura, per cui spesso, anche dopo un miglioramento iniziale, il problema si ripropone perché non è stato risolto alla base.

 

In realtà, un'adeguata terapia di tutti quelli che vengono classificati come “ disturbi d'ansia” prevede la risoluzione del disturbo fobico, e quindi della percezione di paura, che avrà come effetto l'interruzione della reazione psicofisiologica di ansia.

 

In un' ottica strategica si parla quindi di " paura patologica " e di “disturbi fobico-ossessivi” nelle varie forme che possono assumere e di conseguenza l'intervento terapeutico è indirizzato alla risoluzione del disturbo fobico che è alla base del problema.

 

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L'Ipocondria

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"Quando si tratta di malattie, non direi mai di essere un ipocondriaco. Semmai sono un allarmista. Non e’ che mi senta malato di continuo, ma quando mi ammalo penso subito che sia la volta buona". Woody Allen

 

L' ipocondria è un altro disturbo fobico-ossessivo tipico dei nostri tempi e della nostra società occidentale post-moderna, in cui "l'eccesso di controllo", in questo caso sulla propria salute fisica, spesso porta alla percezione di perdita di controllo.

 

In sostanza il soggetto cosiddetto ipocondriaco vive in uno stato di costante preoccupazione per la propria salute, perennemente all'ascolto del proprio corpo in cerca di segnali che possano permettergli di prevenire l'insorgenza di malattie gravi.

La trappola sta proprio nel fatto che “chi cerca trova”, poiché chi ascolta le proprie sensazioni fisiche al fine di rilevare i sintomi di possibili malattie crea la trappola patologica di alterare veramente i parametri fisiologici.

 

Ad esempio, la persona che ha paura dell'infarto e fa attenzione continuamente al proprio battito cardiaco crea un paradosso psicofisiologico per cui i battiti si alterano veramente e dunque la paura aumenta, fino a creare un'escalation che può arrivare al panico con la sensazione di avere un infarto.

 

Gli ipocondriaci, spesso con l'inconsapevole collusione del medico di base, effettuano di continuo analisi e visite mediche specialistiche per rassicurarsi rispetto alla possibilità di avere una grave malattia.

 

Il problema sta nel fatto che dopo ogni esito negativo di un esame clinico la tregua dal dubbio fobico dura poche ore, o pochi giorni, e poi tutto il circolo vizioso riparte.

In alcuni casi più gravi non c'è nessuna tregua, poiché l'esito negativo di un esame porta direttamente questi soggetti a pensare che l'esame sia sbagliato o insufficiente e che sia necessario farne immediatamente altri più accurati.

 

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Disordini alimentari: Bulimia

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“L'unica cosa a cui non posso resistere sono le tentazioni” Oscar Wilde

 

La Bulimia è un disturbo caratterizzato dalla compulsione irrefrenabile a mangiare in quantità enormi, non dettato dalla fame quanto dal desiderio sfrenato della consumazione di cibo.

 

Gli studi empirici condotti presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo hanno mostrato che quella che in letteratura viene definita “bulimia nervosa”, è caratterizzata dalla presenza del vomito autoindotto, in realtà presenta caratteristiche di persistenza peculiari che ne fanno un disturbo a sé, per cui è stata riclassificata da noi come “Sindrome da Vomito” o "Vomiting".

 

Nella prospettiva strategica si parla dunque di Bulimia solo quando siano presenti abbuffate di cibo , con eventuali condotte di eliminazione quali l'uso di lassativi e/o diuretici ed attività fisica eccessiva, ma non il vomito.

 

Gli studi sopracitati hanno altresì permesso di identificare 3 principali tipologie di bulimia:

 

1. Bulimia Boteriana: comprende quei soggetti che negli anni sono ingrassati a tal punto da ricordare i personaggi dei quadri del celebre pittore colombiano Fernando Botero. Si tratta di soggetti di solito “ ego sintonici ”, ovvero che si sono adattati al proprio problema e che giungono in terapia perché costretti dal medico e/o dal dietologo per via di problemi di salute dipendenti dall'eccesso di peso.

 

2. Bulimia da effetto “carciofo”: comprende quei soggetti per cui l'eccesso di peso e la battaglia col cibo rappresenta una specie di protezione da problemi affettivi e relazionali, poiché, rendendoli meno gradevoli di quello che potrebbero essere,           “permette” loro di orientare l'attenzione sul cibo e non su altri problemi.

 

3. Bulimia jo jo: comprende quei soggetti che alternano periodi di dieta, dove riescono a perdere i chili di troppo, a periodi in cui perdono il controllo sul cibo e riprendono tutti i chili con gli interessi.

Questi soggetti alternano momenti di grande fiducia nelle proprie capacità a momenti di scarsa autostima, per cui l'umore è fortemente condizionato dal rapporto con il cibo.

 

L' intervento terapeutico strategico di questi disordini prevede strategie differenti a seconda della tipologia di bulimia.

 

Anche nel caso della bulimia è necessario intervenire attraverso l'utilizzo di stratagemmi terapeutici che conducano allo sblocco del circolo vizioso poiché, seppur la maggior parte di questi soggetti sia collaborativa, non è in grado di interrompere razionalmente le proprie modalità disfunzionali.

 

In generale, la ricerca sull'efficacia dei trattamenti ha mostrato che circa il 91% dei casi trattati è stato portato a piena risoluzione.

 

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Cavalcare la paura

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"Viviamo nella paura ed è così che non viviamo" M. Ghandi                                                                                                   

"Il panico può essere definito come la forma più estrema di paura , che si raggiunge in seguito ad un'escalation di sensazioni e tentativi di controllo che intrappolano la mente fino alla percezione di totale perdita di controllo su se stesso da parte del soggetto.

 

Da un punto di vista strategico è più corretto parlare di Sindrome da Attacchi di Panico, poiché numerose ricerche neurofisiologiche ed empiriche hanno dimostrato che gli attacchi di panico non sono un vero e proprio disturbo a sé, ma l'effetto di una serie interattiva di eventi collegati ed interdipendenti.

 

In sostanza, il panico può essere determinato da diverse patologie per cui, ad esempio, può essere innescato da una fobia, da una patologia fobica generalizzata, da una fissazione ipocondriaca, da un'ossessione, da una crisi depressiva o da una paranoia.

 

Normalmente le persone che soffrono di questa patologia sono intrappolate in un circolo vizioso dove ciò che mantiene il problema è proprio quello che fanno nel tentativo di sfuggire alla paura.

 

Infatti, i “ panicati ” solitamente mettono in atto 3 tentate soluzioni che, invece di risolvere, complicano e mantengono il circolo vizioso del disturbo:

1- Controllo volontario delle proprie sensazioni di paura e reazioni psicofisiologiche di ansia;

2- Evitamento delle situazioni temute;

3- Richiesta di rassicurazione e aiuto.

 

La ripetizione nell'arco di alcuni mesi delle tentate soluzioni sopra descritte porta alla strutturazione di un circolo vizioso patologico, ovvero la sindrome da attacchi di panico.


Fino a qualche anno fa il vissuto più frequente nell'attacco di panico era la paura di morire, mentre negli ultimi anni si riscontra nella maggior parte dei casi la paura di perdere il controllo di se stessi e delle proprie funzioni vitali.

 

Una terapia efficace ed efficiente del panico deve guidare il paziente ad interrompere le 3 sopracitate strategie fallimentari, sostituendole con modalità funzionali.

 

Per fare ciò in tempi brevi , è necessario utilizzare stratagemmi terapeutici che conducano il paziente, a sua insaputa, a sperimentare concretamente il superamento del panico. Solo dopo la rapida scomparsa dei sintomi, si lavora sulla consapevolezza del soggetto rispetto alle proprie risorse.


Il ricorso a stratagemmi è necessario poiché il panico, come la quasi totalità delle patologie psicologiche, si regge su un circolo vizioso, un autoinganno disfunzionale, che ha una notevole resistenza al cambiamento, aggirabile solo tramite un contro-inganno terapeutico.

 

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L'ottica strategica: dai problemi alle soluzioni

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"Non so dirti se sarà meglio quando sarà diverso, ma sono dell'opinione che sia necessario che cambi, se deve migliorare"

 

Di fronte a una difficoltà da risolvere sia essa individuale, relazionale o professionale, tendiamo a utilizzare una strategia che ci appare produttiva; magari perchè ha funzionato nel passato per un problema simile.

 

Capita però, talvolta, che la strategia scelta, che ritenevamo essere la più logica, non abbia l'esito sperato nell'immediatezza e che il suo "non funzionare", come ci saremmo aspettati, ci porti ad intensificare i nostri sforzi, persistendo in quella direzione percepita come l'unica possibile.

 

A questo punto, senza che ce ne accorgiamo, la difficoltà iniziale non solo non si risolve, ma si complica, divenendo un vero e proprio problema strutturato. In altri termini, sono proprio gli sforzi messi in atto dal soggetto e dalle persone a lui vicine, in direzione del cambiamento, a mantenere/peggiorare la situazione.

 

La persona riconosce spesso questi tentativi di soluzione come non funzionali, ma non può fare diversamente sviluppando così una radicata sfiducia nelle possibilità di un cambiamento della propria situazione problematica.

 

Da un punto di vista strategico, per risolvere un problema non occorre svelarne le cause originarie risalendo ad un fantomatico passato, bensì si lavora su come esso si mantiene nel presente, grazie alla ridondante ripetizione delle "tentate soluzioni".

 

Per questo motivo il primo obiettivo di un terapeuta strategico consiste nel "rompere la rigidità", provocare una rottura del circolo vizioso stabilitosi tra le tentate soluzioni e la persistenza del problema, lavorando sul presente piuttosto che sul passato; su "come funziona" il problema, piuttosto che sul "perchè esista"; sulla ricerca delle "soluzioni" piuttosto che delle "cause".

 

L' obiettivo finale sarà risolvere il problema e i vari disturbi invalidanti attraverso un "cambiamento" del punto di osservazione del soggetto dalla sua posizione originaria e disfunzionale a una prospettiva più elastica e funzionale e con maggiori possibilità di scelta all'interno di un ventaglio di diverse possibili strategie risolutive.

 

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Il volto della Depressione

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"Non sai mai quanto sei forte, finche' essere forte e' l'unica scelta che hai". C. Palahniuk

 

La parola “depressione” è molto usata nel linguaggio comune così come in quello della psicologia clinica, tuttavia spesso dà adito a incomprensioni e significati differenti.


Dal punto di vista della psichiatria e della psicologia clinica, la depressione appartiene, insieme al disturbo maniacale e al disturbo bipolare, alla categoria dei disturbi dell'umore.

 

Gli studi empirici condotti attraverso l'approccio strategico-costruttivista, hanno però evidenziato che la diagnosi di depressione (anche nel caso di quella bipolare) è decisamente abusata , poiché in alcuni casi si tratta di reazioni depressive ad eventi di vita (lutti, abbandoni, traumi, ecc.) mentre nella maggioranza delle situazioni, l'effetto depressivo è una conseguenza di altri disturbi o problemi psicologici.

 

In sostanza, è stato possibile verificare che gran parte dei problemi diagnosticati come depressioni sono in realtà reazioni depressive conseguenti a disturbi fobico-ossessivi (attacchi di panico, ossessioni, fobie), disturbi di tipo paranoico, e problemi relazionali di vario tipo.

 

Partendo da questa evidenza empirica, diventa fondamentale lavorare sul problema o il disturbo che sta alla base della reazione depressiva.

 

Ad esempio, un soggetto che ha una modalità disfunzionale di relazionarsi con gli altri tende a costruire legami difficili e fallimentari, che lo portano a vivere sensazioni di rifiuto e possono portarlo a sviluppare sentimenti e vissuti di tristezza e profonda frustrazione. In questo caso, spesso l'effetto inevitabile è quello depressivo, ma l'unico modo per risolvere il problema è lavorare sulle modalità relazionali.

 

Non è un caso quindi che le cure farmacologiche antidepressive spesso non riescano a risolvere il problema o, anzi, tendano a cronicizzarlo.

 

Il motivo è molto semplice: i farmaci alzano il tono dell'umore “chimicamente” ma non cambiano le modalità di percepire, reagire e relazionarsi con se stessi, gli altri e il mondo circostante.

 

Da un punto di vista strategico, è invece possibile parlare di depressione quando siano presenti le tentate soluzioni persistenti di rinuncia e delega agli altri da parte dei soggetti, che assumono così una posizione vittimistica.

 

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Cavalcare la paura

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"Viviamo nella paura ed è così che non viviamo" M. Ghandi                                                                                                   

"Il panico può essere definito come la forma più estrema di paura , che si raggiunge in seguito ad un'escalation di sensazioni e tentativi di controllo che intrappolano la mente fino alla percezione di totale perdita di controllo su se stesso da parte del soggetto.

 

Da un punto di vista strategico è più corretto parlare di Sindrome da Attacchi di Panico, poiché numerose ricerche neurofisiologiche ed empiriche hanno dimostrato che gli attacchi di panico non sono un vero e proprio disturbo a sé, ma l'effetto di una serie interattiva di eventi collegati ed interdipendenti.

 

In sostanza, il panico può essere determinato da diverse patologie per cui, ad esempio, può essere innescato da una fobia, da una patologia fobica generalizzata, da una fissazione ipocondriaca, da un'ossessione, da una crisi depressiva o da una paranoia.

 

Normalmente le persone che soffrono di questa patologia sono intrappolate in un circolo vizioso dove ciò che mantiene il problema è proprio quello che fanno nel tentativo di sfuggire alla paura.

 

Infatti, i “ panicati ” solitamente mettono in atto 3 tentate soluzioni che, invece di risolvere, complicano e mantengono il circolo vizioso del disturbo:

1- Controllo volontario delle proprie sensazioni di paura e reazioni psicofisiologiche di ansia;

2- Evitamento delle situazioni temute;

3- Richiesta di rassicurazione e aiuto.

 

La ripetizione nell'arco di alcuni mesi delle tentate soluzioni sopra descritte porta alla strutturazione di un circolo vizioso patologico, ovvero la sindrome da attacchi di panico.


Fino a qualche anno fa il vissuto più frequente nell'attacco di panico era la paura di morire, mentre negli ultimi anni si riscontra nella maggior parte dei casi la paura di perdere il controllo di se stessi e delle proprie funzioni vitali.

 

Una terapia efficace ed efficiente del panico deve guidare il paziente ad interrompere le 3 sopracitate strategie fallimentari, sostituendole con modalità funzionali.

 

Per fare ciò in tempi brevi , è necessario utilizzare stratagemmi terapeutici che conducano il paziente, a sua insaputa, a sperimentare concretamente il superamento del panico. Solo dopo la rapida scomparsa dei sintomi, si lavora sulla consapevolezza del soggetto rispetto alle proprie risorse.


Il ricorso a stratagemmi è necessario poiché il panico, come la quasi totalità delle patologie psicologiche, si regge su un circolo vizioso, un autoinganno disfunzionale, che ha una notevole resistenza al cambiamento, aggirabile solo tramite un contro-inganno terapeutico.

 

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Problemi Relazionali e di Personalità

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"Non è la Specie più forte nè la più intelligente che sopravvive più a lungo ma quella più ricettiva ai cambiamenti" Charles Darwin.

 

Dalla prospettiva strategico-costruttivista ognuno di noi costruisce la realtà che poi...

 

 

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Domande e Risposte

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"Non so dirti se sarà meglio quando sarà diverso ma sono dell'opinione che debba cambiare se vuoi che migliori" cit.

 

1) Quanto dura un percorso o un intervento clinico con Approccio Strategico?

 

Per definizione l'intervento è focale e breve, ma l'esatta durata del trattamento psicologico varia a seconda delle situazioni. Nella maggior parte dei casi tale forma di intervento induce i primi cambiamenti già a partire dalle prime sedute del trattamento.

 

2) Le sedute sono settimanali?

 

Nelle prime fasi del trattamento le sedute possono essere sia a cadenza settimanale che quindicinale, a seconda del tipo di problema presentato e delle esigenze della persona stessa. Una volta ottenuto lo sblocco del disturbo, e quindi il primo sostanziale miglioramento, le sedute vengono ulteriormente distanziate per permettere alla persona di sperimentare nella propria vita quotidiana le ritrovate risorse e capacità, senza che venga a crearsi una forte dipendenza dalla figura del terapeuta. Il percorso si conclude infine con 3 controlli (follow-up) condotti a distanza di 3 mesi, 6 mesi e 1 anno dalla fine della terapia, per verificare il mantenimento del risultato nel tempo.

 

3) Quanto dura una seduta?

 

La durata di una seduta strategica non è mai predeterminata, ma varia di volta in volta a seconda delle diverse esigenze della persona in terapia, della fase del trattamento in cui si trova e del tipo di problema presentato. La durata della seduta può quindi variare ampiamente da un'ora o più (nei primi incontri) fino a venti minuti (generalmente nelle fasi avanzate del trattamento), a seconda della valutazione del terapeuta riguardo all'avvenuto raggiungimento degli obiettivi di ciascun incontro. Anche per quanto riguarda la durata della seduta, dunque, l'unica linea guida fondamentale seguita dallo psicologo è l'estrema flessibilità, guidata sempre però da specifici obiettivi prefissati.

 

4) I risultati sono duraturi nel tempo?

 

Come emerge chiaramente dai follow-up condotti a distanza di 3 mesi, 6 mesi e 1 anno dalla fine del percorso, la presenza di ricadute è minima e generalmente non si verificano nel tempo spostamenti del sintomo.

 

5) Si prevede l'utilizzo di farmaci?

 

In un intervento psicologico non si prevede l'ausilio di farmaci. Qualora il paziente arrivasse in terapia con una cura farmacologica in corso, si suggerisce di proseguire con questa seguendo le indicazioni del proprio medico o psichiatra. Sarà preoccupazione dello psicologo - negli ultimi stadi del percorso e in seguito a consultazione con il medico o lo psichiatra curante - renderlo in grado, se possibile, di ridurre gradualmente l'utilizzo dei farmaci, fino ad arrivare ad una completa interruzione dell'assunzione. Questo avviene, generalmente, in tutti i casi di disturbi d'ansia (ansia generalizzata, attacchi di panico, ossessioni, compulsioni, agorafobia e altre fobie), disordini alimentari o depressione reattiva, che giungono in terapia con una cura farmacologica in corso. Fanno eccezione a questa regola rari casi, solitamente disturbi psicotici o depressioni di tipo endogeno, in cui il terapeuta può ritenere utile una terapia di tipo integrato e ricorrere quindi alla collaborazione di uno psichiatra. In questi casi il terapeuta, in accordo con il paziente, richiede al collega psichiatra un supporto farmacologico che permetta di ottimizzare l'efficacia e l'efficienza dell'intervento psicoterapeutico.

 

6) Credo che un mio familiare abbia dei problemi che potrebbero essere risolti con l'approccio strategico, ma la persona in questione non vuole rivolgersi ad uno specialista. Cosa posso fare?

 

Molto spesso le persone che presentano determinati tipi di problemi, ad esempio disordini alimentari o particolari difficoltà relazionali, rifiutano di rivolgersi ad uno specialista o appaiono estremamente resistenti a qualsiasi tipo di intervento. In questi casi la famiglia, se adeguatamente indirizzata, può svolgere un ruolo fondamentale e determinante nel trattamento del disturbo. In queste situazioni lo psicologo che utilizza un approccio strategico è solito fare un primo incontro con i familiari, o con altre persone che sono vicine a colui che manifesta il problema, e valutare con loro cosa sia possibile fare per intervenire. Il terapeuta strategico potrà quindi dare indicazioni su come cercare di coinvolgere il "portatore del disturbo" nella terapia, oppure dare indicazioni concrete ai familiari su come comportarsi relativamente alla persona e al disturbo in questione, ricorrendo così ad una forma di terapia indiretta. In seguito a questo intervento può capitare che il "paziente designato" decida di entrare nel percorso in un secondo momento; negli altri casi si procede solo in maniera indiretta.

 

7) Il trattamento è puramente sintomatico? E se sì, c'è il rischio che una volta risolto un sintomo si vada incontro a sintomi sostitutivi?

 

Nell'approccio strategico ci si occupa da una parte di eliminare i sintomi o i comportamenti disfunzionali per i quali la persona è venuta in consulenza, dall'altra di produrre il cambiamento delle modalità attraverso cui questa costruisce la propria realtà personale e interpersonale. Ovvero, di produrre dei cambiamenti nella percezione della realtà della persona e non solo nelle sue reazioni comportamentali, in modo da spostare il suo punto di osservazione dalla posizione originaria, rigida e disfunzionale, ad una prospettiva più elastica e con maggiori possibilità di scelta. Questo porterà ad un conseguente cambiamento anche delle sue modalità comportamentali e delle sue cognizioni. Un percorso di tipo strategico non rappresenta quindi un trattamento puramente sintomatico, ed è proprio per questo che, una volta risolto il problema portato in terapia, non si sviluppano sintomi sostitutivi.

 

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Disturbi Alimentari: il Binge Eating

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"Se te lo concedi potrai rinunciarvi, se nn te lo concedi diventerà irrinunciabile" Giorgio Nardone.

 

Il binge-eating è una patologia alimentare caratterizzata dall'alternanza tra grandi abbuffate e lunghi digiuni.

 

Se in altre patologie alimentari il tentativo di compensazione alle abbuffate è realizzato mediante il vomito autoindotto, l'uso di lassativi e diuretici, la pratica fisica eccessiva... in questo disturbo è il digiuno a compensare.

 

Di solito la persona arriva a chiedere aiuto solo quando, per qualche motivo, perde il controllo sul disturbo (aumento di peso, situazioni di vita che cambiano...) e non riesce più a gestirlo.

 

A livello di intervento psicologico, lo scopo è quello di rompere il circolo vizioso che si instaura tra abbuffata e digiuno: per questi soggetti, infatti, il digiuno costituisce la tentata soluzione riparatoria alla perdita di controllo dell'abbuffata, mentre in realtà è proprio l'eccesso di controllo del digiuno che induce all'abbuffata successiva.

 

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Disturbi Alimentari: il Vomiting

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“Ogni cosa ripetuta un certo numero di volte diviene un piacere” Henry Laborit

 

La ricerca-intervento avviata nel 1993 presso il CTS di Arezzo sui disordini alimentari ha tra i suoi meriti maggiori quello di aver permesso l'identificazione di una forma particolare di disordine alimentare: la Sindrome da Vomito o Vomiting.

 

Lo studio empirico sulle modalità di persistenza dei disturbi alimentari ha permesso di stabilire che il vomito autoindotto - che in letteratura viene considerata una semplice variante di Anoressia e Bulimia - in realtà è un disturbo a sé.

 

Nello specifico è emerso che, se inizialmente i soggetti vomitano come condotta compensatoria alle abbuffate per non ingrassare, dopo un certo periodo di ripetizione di questa modalità scoprono il piacere rituale del mangiare e vomitare fino a strutturare una vera e propria compulsione basata sul piacere.

 

Seppur possa sembrare assurdo, il Vomiting è una vera e propria perversione basata sul piacere compulsivo del mangiare e vomitare.

 

Il prof. Giorgio Nardone ha definito questo disturbo una sorta di “specializzazione tecnologica” dei disordini alimentari, una “qualità emergente”.

 

La ricerca ha altresì messo in luce che esistono 2 varianti principali di Vomiting:

 

- Persone trasgressive compiaciute: Questi soggetti sono consapevoli del piacere estremo che deriva dalla loro perversione e non hanno alcuna intenzione di interromperla. Di solito giungono dallo psicologo forzati dai familiari, per cui sono riluttanti e si oppongono all'intervento.

Pur non essendo facile lavorare su questa tipologia di Vomiting, è possibile fare ricorso a sottili stratagemmi che aggirano la resistenza e l'oppositività dei pazienti portandoli al cambiamento senza che se ne rendano conto.

 

- Persone trasgressive pentite: I “pentiti” sono tali perché si rendono conto del prezzo salato che pagano in nome della loro perversione e decidono di chiedere aiuto per liberarsi di questo “demone”. Come le persone compiaciute, anche questi soggetti sono consapevoli di come funziona il loro disturbo. Malgrado la collaboratività dei soggetti, anche in questi casi è necessario avvalersi di stratagemmi poiché le sensazioni scatenate dalla patologia annichiliscono la volontà e la ragione.

 

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Disordini Alimentari: Anoressia

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“Gli piacerebbe essere soltanto nebbia per non farsi trovare da nessuno”. E.Canetti

 

L'Anoressia è sicuramente il più conosciuto tra i disordini alimentari e sembra interessare prevalentemente giovani donne (spesso in età adolescenziale).

 

L'Anoressia consiste in una patologia alimentare caratterizzata dal rifiuto nei confronti del cibo fino ad un dimagrimento tale da poter risultare mortale.

 

Sebbene sia un problema molto discusso negli ultimi anni, soprattutto per la relazione che ha con il mondo della moda, gli ultimi dati mostrano che il 65% dei casi evolve in altri tipi di disturbo come il Vomiting e il binge-eating.

 

Si tratta di una patologia che si struttura gradatamente, attraverso un processo di astinenza dal cibo che è spinto dalla volontà di dimagrire , per raggiungere un modello di bellezza percepito come socialmente gratificante.

Dopo qualche tempo però tale modalità diventa autoreferenziale e si autoalimenta, per cui la percezione di queste persone risulta totalmente alterata.

 

Generalmente l' “astinenza” non riguarda solamente il cibo, ma è indirizzata a qualsiasi sensazione piacevole a livello personale e sociale; i soggetti anoressici si imprigionano dentro una sorta di armatura protettiva che però, in breve tempo, diventa la loro prigione.

Tutto inizia come una sorta di percorso ascetico di rinuncia alle sensazioni piacevoli, fino a che l'astinenza diventa la modalità principale di percezione e reazione nei confronti della realtà.

 

In definitiva, l' ossessione per la magrezza , attraverso l'auto-imposizione dell'esercizio ascetico della rinuncia al cibo e alle sensazioni piacevoli, diventa una irrefrenabile compulsione all'evitamento alimentare.

 

Una volta strutturatasi, l'anoressia risulta essere un disturbo molto difficile da trattare , e si mostra molto resistente soprattutto ai trattamenti basati sulla ragionevolezza e sulla razionalità.

 

Trattare strategicamente un disturbo anoressico significa utilizzare le stesse logiche non ordinarie del disturbo per rompere il circolo vizioso instauratosi, che imprigiona la persona e la famiglia.

 

In questo approccio ci si avvale perciò di stratagemmi terapeutici che hanno come obiettivo, da un lato, interrompere il circolo vizioso dell'astinenza dal cibo e dal piacere in generale e, dall'altro, la modifica degli atteggiamenti e comportamenti assunti dai familiari , che spesso in buona fede alimentano la persistenza della patologia.

 

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LE 10 REGOLE PER IL CONTROLLO SOCIALE di Noam Chomsky | &affini

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L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche.

 

1 – La strategia della distrazione. L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.


La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).

 

2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema – reazione – soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

 

3 – La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

 

4 – La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato. Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.

 

5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).

 

6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti…

 

7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori” (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).

 

8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…

 

9 – Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di repressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!

 

10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente. Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

 

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Il Disturbo Ossessivo - Compulsivo

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“Un'ossessione vissuta alla sazietà si annulla nei suoi stessi eccessi” E. Cioran

 

Il termine Ossessivo-Compulsivo viene utilizzato ormai anche nella lingua comune e lo si ritrova sovente in giornali libri o film. La persona ossessiva viene descritta come una persona piuttosto "bizzarra", che può apparire a volte buffa e divertente, a volte angosciante.

 

Le persone che hanno delle ossessioni, cioè dei pensieri intrusivi, ricorrenti e inappropriati, spesso mettono in atto, per scacciarli, delle compulsioni, che possono avere la forma di comportamenti ripetitivi apparentemente insensati o delle azioni mentali come contare, pregare, ripetersi frasi, formule, pensieri positivi o numeri fortunati nella speranza di poter scongiurare la possibilità che si avveri il contenuto del pensiero ossessivo e ridurre di conseguenza l'ansia.

 

Il circolo vizioso nasce dal fatto che ciò che inizialmente sembra la soluzione in realtà diventa esso stesso il problema.

 

La persona che soffre del Disturbo Ossessivo-Compulsivo non può più interrompere i pensieri ossessivi e i rituali compulsivi perché è travolto dalla paura. La persona, per non avere il panico, è condannata ad evitare ciò che gli scatena la paura o a ripetere le ossessioni compulsive, pagando un prezzo molto alto in termini di libertà diventandone schiavo.

 

Es. una persona che ha la fobia dello sporco ogni volta che percepisce la paura si lava per sedarla. Dopo qualche periodo di ripetizione di tale copione diventa però schiavo del bisogno di lavarsi, per impedire che la sua paura cresca fino ad arrivare al panico.

 

Le ossessioni sono idee, pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti, vissuti come intrusivi e inappropriati che causano forte disagio all’individuo. Esse infatti sono spesso accompagnate da emozioni sgradevoli, come paura, disgusto, disagio, dubbi, o dalla sensazione di non aver fatto le cose nel "modo giusto", e gli innumerevoli sforzi per contrastarle non hanno successo, se non momentaneo.

 

Spesso cio' che provoca ansia, necessità di controllo e spinta a mettere in atto rituali ripetitivi volti a scacciare il dubbio, è la “paura di poter fare del male sia a sé stessi che all’altro” una vera e propria fobia, di fronte alla quale il soggetto deve difendersi attraverso la ripetizione di pensieri o rituali che hanno l’effetto di placare la paura.

 

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Risorgere e Vincere

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RISORGERE E VINCERE: Una storia di talento, tecnica e strategie mentali

Aldo Montano - Giorgio Nardone - Giovanni Sirovich

 

Trionfare alle Olimpiadi non è cosa da tutti. Ma affrontare una crisi durissima e risorgere ai massimi livelli nonostante gli infortuni è forse un’avventura irripetibile per uno sportivo.

 

Il protagonista di questa impresa è Aldo Montano, campione indiscusso della scherma italiana e internazionale degli ultimi anni. È una storia di rivalsa, di vittorie, costellata anche di profondi timori e delusioni, che culmina con l’esaltante conquista che ha portato Montano sul gradino più alto del podio ai Campionati mondiali di Catania del 2011.

 

Il racconto è una cronaca sportiva avvincente, e insieme un moderno romanzo di cappa e spada – incruento e spesso ironico – raccontato da un punto di vista privilegiato, «dietro le quinte», dalle voci dei tre personaggi: il campione Aldo Montano, il commissario tecnico della nazionale di sciabola Giovanni Sirovich e Giorgio Nardone, «psicologo e stratega».


Rispettivamente talento, tecnica e forza della mente: al di là delle doti naturali e della potenza muscolare dell’atleta, la performance richiede modelli percettivi e reattivi elevatissimi, in cui la tecnica si fa fluida, spontanea, fino alla «trance agonistica». Così il Problem Solving Strategico, l’ipnosi e gli stratagemmi suggeriti diventano strumenti altamente efficaci a disposizione dello sportivo – e determinanti nel caso di Montano.

 

Il testo, infatti, rappresenta anche una sorta di manuale di scienza della performance. Ma l’autentica bellezza di queste pagine, la loro profonda umanità, è che può riguardare tutti noi da vicino, e insegnarci che il coraggio e il sacrificio sono risorse insostituibili in qualunque situazione.

 

"Una metafora evocativa di come ogni individuo dovrebbe agire in vista degli obiettivi esistenziali o professionali: mai farsi scoraggiare dagli ostacoli e dalle avversità del destino, anche quando questo richiede sforzi erculei e sacrifici estremi, così come l’umiltà di mettere in discussione le proprie idee e azioni, sino a sconvolgerle, se necessario.

 

Al di là della vicenda sportiva, questa storia rappresenta una lezione di vita bella e profondamente educativa."

 

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