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Rescooped by Rosy Battaglia from Giornalismo Digitale
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How to verify information from tweets: Check it out

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Journalists should treat information we gather on social media the same way we treat information gathered any other way, or an assurance from Mom that she loves you: Check it out.

My #twutorial series hasn’t been updated since late October, but I always planned to do a post on verifying information gathered in social media. Given the errors some journalists made in reporting on the Sandy Hook massacre and in the original reporting on Manti Te’o's fake girlfriend, this feels like a good time to stress accuracy and verification.


Via Lelio Simi
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Lelio Simi's curator insight, January 21, 2013 12:08 PM

Twitter come fonte di notizie guida molto interessante su varie metodologie per verificare le fonti 

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Homepage Design Affects Page Views, Learning from News Articles

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There is a significant increase in page views when people browse a news website with a contemporary design compared to a website with a classic design, according to a new report from the Engaging N...
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Kataweb.it - Blog - SNODI di Federico Badaloni » Blog Archive » I valori dell'Architettura dell'Informazione

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Jeff Jarvis: "Al diavolo il giornalismo, reinventiamolo!" - Wired

Jeff Jarvis: "Al diavolo il giornalismo, reinventiamolo!" - Wired | Web Journalism & Co. | Scoop.it
i media di massa stanno morendo ma le testate esistenti possono benissimo reinventarsi.
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Top Ten #ddj for 2014: The Year’s Most Popular Data Journalism Links

Top Ten #ddj for 2014: The Year’s Most Popular Data Journalism Links | Web Journalism & Co. | Scoop.it
What has the data driven journalism (#ddj) crowd been tweeting about all year long?? What are the most popular hashtags? The most searched domains? The top mentions? We look back on...a year of
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Alcune cose da imparare da Reported.ly

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Reported.ly è una nuova testata che lavoerà suo social media. Guidata da Andy Carvin, ha un "codice etico" che è uno spaccato sul giornalismo contemporaneo
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I giornalisti esistono?

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Immaginare il giornalismo come un servizio, non come il mestiere di scrivere contenuti. Non come una definizione atta a delimitare un giardino o un orticello, ma come un’attività a servizio delle comunità, per la organizzazione della conoscenza. È quanto sostiene Jeff Jarvis nel suo più recente post, prendendo in analisi la vicenda NSA-Snowden-Greenwald che ha …
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Quando è l'azienda a fare giornalismo

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aSi chiama «Richmond Standard» e si propone di fare «informazione guidata dalla comunità locale», offre notizie, cronaca e sport, è un giornale
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ONA, Poynter Team Up for Innovative Leadership Academy for Women in Digital Media - Online News Association

ONA, Poynter Team Up for Innovative Leadership Academy for Women in Digital Media - Online News Association | Web Journalism & Co. | Scoop.it
The Online News Association is a non-profit membership organization for digital journalists.
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Silicon Valley and Journalism: Make up or Break up? Emily Bell Reuters Institute for the study of Journalism

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Giornalismo Digitale [e dintorni]

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I video della presentazione della ricerca sul gior­na­li­smo e l’organizzazione delle reda­zioni digi­tali in Ita­lia.
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Il caso Mediapart e il prezzo della libertà di informazione - Wired

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Il creatore e direttore di Médiapart Edwy Plénel ci ha spiegato il segreto del successo del suo modello di giornalismo civico sostenuto dai lettori
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How Linking to Knowledge Could Boost News Media

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TweetBe Sociable, Share! Tweet Related columns: News Media Revenue Matrix: The Bird’s Eye View Tweet  Publishers struggle with newer and more complex business models. Some appear stronger than others but, above all, a broad palette is a must. It is a means to capture emerging opportunities and to compensate for the drying up of older(...)
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Buone Pratiche di Community Management

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I commenti NON sono un peso, un problema, o peggio. L'esempio di Financial Times e La Stampa.
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Raju Narisetti: Can the Pulitzer Prizes do more for journalism?

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The Pulitzers cause a stir in newsrooms one Monday a year. Could they be structured to promote the value of good journalism the other 364 days a year?
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Jeff Jarvis y el futuro del periodismo: “Necesitamos inventar nuevos modelos, tenemos que experimentar”

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Il presente è caotico ma le opportunità per giornalisti saranno sempre di più

Il presente è caotico ma le opportunità per giornalisti saranno sempre di più | Web Journalism & Co. | Scoop.it
Per immaginare i futuri possibili dell'informazione, gli studenti del Tow-Knight Center for Entrepreneurial Journalism di New York hanno ideato un gioco. Da quattro diversi mazzi, disposti su un tavolo, pescano altrettante carte: la prima indica uno degli obiettivi cardine del buon giornalismo
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Lettera ai giovani giornalisti

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È uno dei paradossi della nostra epoca. Lo vediamo con i ragazzi, gli studenti, i figli, i figli degli amici. Alcuni dei lavori che -storicamente- avevano goduto del prestigio più prezioso ed erano fonte di ambizione, oggi sono tra i meno retribuiti e t
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Contro i giornali. Per amore del giornalismo

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di Arianna Ciccone

Questa mattina ho ricevuto dall'Università di Urbino il Sigillo d'Ateneo. Un grande onore per me e una profonda commozione. Mi hanno chiesto un intervento per l'occasione. Qui potete leggere la versione digitale del mio discorso.
--
Questo mio intervento è un atto d'amore per il giornalismo.

Il titolo è ovviamente una provocazione. Sicuramente sono però contro un certo modo di fare giornalismo. Anzi: contro un certo modo di non fare giornalismo nell'era digitale. Che è la no
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Journalism & technology: to duel or dance? — BuzzMachine

Journalism & technology: to duel or dance? — BuzzMachine | Web Journalism & Co. | Scoop.it
I have a yes-but relationship with Emily Bell. I say yes to most every brilliant thing she says but sometimes am foolish enough to add a but. Go read Emily...
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Giornalismi: cosa è successo nel 2013, cosa ci aspetta nel 2014

Giornalismi: cosa è successo nel 2013, cosa ci aspetta nel 2014 | Web Journalism & Co. | Scoop.it
di Vincenzo Marino

Il 2014 dei media comincia così come il 2013 è iniziato e finito. Nel gennaio scorso il giornalista e blogger Andrew Sullivan decideva di abbandonare la piattaforma del Daily Beast per lanciare il proprio blog autonomo, sottoponendolo a una raccolta fondi che avrebbe dovuto raggiungere quota 900mila dollari. Il caso ha ovviamente aperto un ampio dibattito sulla sostenibilità economica di piccole imprese come questa e sul valore economico della ‘firma’ indipendente, rilanciand
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Social, data science, mobile e digital video: benvenuti nell’era del publisher

Social, data science, mobile e digital video: benvenuti nell’era del publisher | Web Journalism & Co. | Scoop.it
Questa settimana in RoundUp: BuzzFeed istituisce e riscrive il ruolo di publisher, e la notizia è più rilevante di quanto pensiate; Ebola Deeply vuole aggregare news e fare pulizia nel disordine mediatico sul contagio (sul quale la BBC comincerà ad aggiornare via WhatsApp); offrirsi al lettore con servizi diversi - che siano fisici o digitali.

di Vincenzo Marino
Un nuovo tipo di publisher (e di giornalismo)

«I principali competitor del giornalismo sono cose che non sembrano nemmeno giornalismo», scriveva qualche giorno fa Mathew Ingram. In settembre Christine Lagorio-Chafkin ha firmato un articolo su Inc. Magazine dal titolo «Meet BuzzFeed’s Secret Weapon»: quell’arma segreta era Dao Nguyen, 40enne, dipendente del sito col titolo di «vice president of growth and data». Il post la presentava come una delle ragioni per le quali la testata era riuscita a quintuplicare il proprio traffico in due anni (da 28 a 150 milioni di visite uniche mensili) grazie a un lavoro di interpretazione dei dati che il sistema del sito colleziona - in parole povere, tradurre le preferenze e le informazioni accessibili degli utenti in contenuti e strategie social. Questa settimana Nguyen è stata promossa a «publisher», e la notizia, come fa notare Peter Kafka su ReCode, non è tanto l’avanzamento professionale di un singolo ma il nome, il ruolo e le competenze attribuite alla carica stessa. Per publisher (traducibile come “editore”), precisa il CEO DI BuzzFeed Jonah Peretti in un memo interno, non sarebbe infatti da intendere l’accezione classica (molto diversa «da quello dei Sulzberger al New York Times»): si tratta di «un nuovo tipo di publisher - spiega - che guiderà la pubblicazione per il social web nel senso più moderno del termine, laddove contano data science, CMS, tecnologia e comprensione dei social network, del mobile e del digital video».

Perché è così importante sottolineare l’avanzamento di carriera di un giornalista (per un sito, peraltro, tanto letto quanto criticato e imitato)? Perché, come spiega sempre Mathew Ingram su Gigaom, «dice molto su come il sito guarda ai media». Non bastasse il riconoscimento professionale per una donna (di origini asiatiche) a capo di un centinaio di persone in un mondo di “maschi bianchi” (il tema della questione di genere è sempre - e giustamente - molto dibattuto nell’universo dei media, e questa settimana è divampato con il complicatissimo caso #gamergate), il ruolo che Nguyen andrà a ricoprire è l’esempio di come il sito intenda tutto il processo editoriale, di come funziona il loro approccio col lettore e al giornalismo, e di quali capacità siano effettivamente necessarie nell’editoria digitale per pensare a un’evoluzione sia per il singolo lavoratore che per l’intero gruppo editoriale in termini commerciali e editoriali. “Head of platform” o “head of product” sono titoli piuttosto simili a quello del “publisher” inteso da Peretti, in sostanza, ma non basta (e a proposito di piattaforma, da leggere la storia del CMS sperimentale del Washington Post, che ha rivoluzionato la produzione editoriale del sito): si tratta della gestione simultanea di contenuto, piattaforma e dati, gestita da una sola persona con un titolo generalmente affidato a membri esecutivi - qualcuno con un background economico-finanziario, non un esperto in social data. E non a caso, dato che Ingram considera quella della lettura dei dati e delle tendenze social «una capacità cruciale nell’economia dei media al giorno d’oggi».

A Londra, intanto, BuzzFeed sta creando un team di specialisti che si dedicherà esclusivamente alla ricerca di «modi nuovi di raccontare storie e coinvolgere i lettori», si legge su Journalism.co.uk.
Ebola Deeply e gli aggiornamenti via WhatsApp

Per mesi Syria Deeply ha aggregato informazioni sulla crisi siriana, su una piattaforma ad hoc e su Twitter. Ebola Deeply vuole fare altrettanto. «La questione ebola è sulla bocca di tutti, ma anche poco compresa» spiega Lara Setrakian a Rebecca Greenfield su FastCompany: Setrakian è la giornalista dietro News Deeply, la ‘collana’ di siti monotematici che cerca un «transmedia narrative approach» nel raccontare le notizie, approfondire i temi. Si tratta di una piattaforma che aggrega informazioni provenienti da altri siti e contenuti originali: Ebola Deeply ospiterà circa il 25% di produzioni inedite, garantite da 34 freelance sparsi per il mondo che scriveranno per il sito aggiornando i lettori solo sul tema ebola. L’idea nasce proprio da come i media tradizionali stanno affrontando la questione (come abbiamo visto, in alcuni casi, in modo particolarmente preoccupante), in un contesto nel quale è difficile «separare contenuti attendibili dalla spazzatura. Ecco come nasce Ebola Deeply»: coprire argomenti con «autorità e chiarezza», per la Siria come per le crisi sanitarie, con contributi più vicini possibile all’oggetto del racconto (il sito è partito con interviste ai presidenti di Liberia e Guinea).

Fin qui le intenzioni, il metodo. Ma come funziona questo progetto? Come fa a stare in piedi? E soprattutto: funziona? Greenfield cerca di dare delle risposte: il sito - che nel 2013 ha vinto l’Excellence in Online Jounalism Award del National Press Foundation - raggiungerebbe il 60% di return rate (ossia la media di persone che, una volta visitato il sito, poi ritornano), e un tempo di permanenza media di otto minuti. Il che vuol dire ‘lettura lunga’, interesse per gli altri contenuti, «più del tempo di permanenza medio sul New York Times, stando ad Alexa», segnala l’autrice. Tuttavia, il sito dichiara di non dipendere dalle metriche che  si usano tradizionalmente per determinare il successo di un progetto, o per offrire i propri spazi agli inserzionisti pubblicitari. La testata infatti si sostiene grazie a una «combinazione di eventi dal vivo, sottoscrizioni e advisory projects». Intanto la BBC ha lanciato un servizio pensato per gli utenti dell’Africa Occidentale che permette di ricevere informazioni sull’epidemia nella regione via Whatsapp (di giornalismo via Whatsapp parlavamo anche qui): tre aggiornamenti al giorno, in inglese e francese, per informare i lettori attraverso l’applicazione per chat più utilizzata in Africa (ne abbiamo parlato nell’ultima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo, qui).
Offrirsi al lettore

Raggiungere i lettori, e ricordargli l’esistenza di servizi (giornalistici) sui propri device è la chiave delle ultime innovazioni digitali. Il meccanismo dei messaggi di WhatsApp, o del daily brief di Circa - da poco implementato sulla piattaforma per smartphone diretta da Anthony De Rosa - in fin dei conti non è molto dissimile da quello delle newsletter, un prodotto che in questi mesi è tornato al centro della scena (qui David Carr sul New York Times, che parlava di strumento dato per morto troppo presto), analizzato e rivisto come protagonista di una ‘seconda giovinezza’. Questa settimana ci prova Vox di Ezra Klein: con Vox Sentences l’intenzione è di racchiudere l’essenza stessa del sito (garantire ai lettori le notizie che ritengono essere fondamentali, spiegandole con stile semplice e incisivo) in una mail quotidiana, serale, che aggrega contenuti interni e esterni sui temi principali. «Magari hai avuto una giornata lunga, noi vogliamo darti uno strumento in grado di aggiornarti nel modo più semplice possibile» ha spiegato Klein a Justin Ellis di NiemanLab. Informazioni per chi vuole restare informato ma non ha il tempo «o l’inclinazione per stare su Twitter tutto il giorno».

Di Vox, e gli altri siti di explanatory journalism, abbiamo parlato sin dalla nascita della cosiddetta “bolla” (qui trovate anche una presentazione di Felix Salmon sull’argomento nell’ultima edizione del Festival). In sette mesi, stando a quanto riporta Ellis, Vox.com pare esser cresciuta stabilmente fino a raggiungere 22 milioni di visualizzazioni uniche nel mese di settembre. Ma a Klein sembra non interessare, o almeno dice: «Non m’importa se [Vox Sentence] porta più traffico al sito. M’importa che la gente che lo legge si senta soddisfatta del servizio», continua, promettendo un format sempre diverso per le mail, da inventare volta per volta. L’intenzione di raggiungere il lettore ovunque esso sia (ma anche di analizzare i dati, come abbiamo visto per BuzzFeed) è anche il motore - in un certo senso - della peculiare iniziativa del California Sunday. Si tratta di un nuovo magazine che ha deciso di ‘pagare’ il giornale ai lettori mandandolo a casa gratis: sono stati scelti 400.000 potenziali lettori «demographically appealing» e a questi è stata inviata, nella speranza di convincerli a comprare il nuovo numero di tasca loro - in particolare, spiegano, gente tendenzialmente giovane, che vive nelle aree urbane dello stato più che in periferia, e con un buon rapporto con la tecnologia.
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La verità non basta #giornalismo

La verità non basta #giornalismo | Web Journalism & Co. | Scoop.it
Questa settimana in RoundUp: che si parli di giornalismo classico o pubblicità stile advertorial, il lettore è sempre al centro del processo. È lui a scegliere cosa vale la pena leggere e cosa funziona, in un mercato «demand-based» nel quale «alle persone oggi non importa molto da dove proviene l’articolo, finché gli dice qualcosa». Al centro di questo processo, i social network: Facebook continua a essere fondamentale per utenti e editori, e sta cercando un modo per rendersi ancora più indispensabile quando si tratta di news online.

di Vincenzo Marino
La verità non basta

@alancross and we have to hear it from playboy

— Daniel (@hockeyfandan) 25 Settembre 2014



Questa estate le bacheche dei social network sono state invase dalla foto di un ragazzo: il suo nome era Jeremy Meeks, era di bell’aspetto, era stato arrestato per detenzione illegale di armi e aveva cominciato a circolare la notizia (ripresa da testate come BuzzFeed, Gawker, Washington Post, NewYorkMag) secondo la quale gli sarebbe stato offerto un contratto da 30 mila dollari come modello. Notizia che, benché virale, non era vera: l’episodio è richiamato questa settimana da Luke O’Neil su Playboy Magazine, in un articolo su notizie-bufala, la loro diffusione e standard etici per il giornalismo digitale. Processi del genere sarebbero conseguenze incalcolate di una politica editoriale precisa. [tweetable]Le testate online «si concentrano sul numero di visite ottenute perché sono un termine facilmente quantificabile»[/tweetable] gli spiega Jonah Berger, autore del libro “Contagious: Why Things Catch On”, portando a prediligere sensazionalismo e velocità alla cura di fonti e dettagli. Ai giornalisti sarebbe così richiesto il compito di ottimizzare la diffusione delle notizie e spingere i lettori a «condividere titoli gustosi senza leggere l’articolo».

Ma come si spiegano dinamiche simili, da parte di chi legge? Secondo il professore della Boston University Carey Morewedge, interrogato dall’autore, le ragioni affonderebbero nella psicologia: per i lettori è facile condividere e prendersi le ‘lodi’ dei propri amici e follower per aver pubblicato una notizia interessante, più difficile invece ricevere critiche (tanto più se ‘a distanza’: «If you tell a lie in person, you’re more likely to receive the blame») per la condivisone di bufale - per le quali si può agilmente attribuire la responsabilità alla testata che l’ha diffusa e si era reputata autorevole. Inoltre diventa sempre più complicato accorgersi della non-veridicità di una bufala: notizie del genere, nella loro viralità, si diffondono molto più velocemente delle loro smentite, spesso soffocate da un processo di condivisione ormai irreversibile senza l’effettiva possibilità di essere domato o corretto. [tweetable] «Truth is not a major driver of why stories are shared»[/tweetable] continua Berger, e la colpa non può essere ascrivibile a chi legge e condivide, quanto - continua il pezzo di Playboy - più in generale a una classe giornalistica che rischia di abituarsi a lavorare senza troppi standard etici. Il vero pericolo - conclude O’Neil - è trovarsi in un mondo in cui satira, parodie e news sono indistinguibili (da segnalare a riguardo la distinzione fra “autorità” e “autenticità” citata questa settimana dal fondatore di Storyful Mark Little).

Come Facebook sta trasformando il giornalismo



In questo senso, il modo in cui le notizie vengono consumate e condivise è ovviamente cambiato (qui un post su come il giornalismo digitale veniva immaginato negli anni ‘80) e sono i social network i principali motori di questo cambiamento. Facebook diventa sempre più importante per editori e lettori, se si considera (dati pubblicati in settimana dal Pew Research Center in un articolo di Monica Anderson e Andrea Caumont) che il 30% degli americani utilizza il social network per trovare le proprie news (contro il 10% di YouTube e l’8% di Twitter), che un utente su due le condivide e poi le discute online, e che negli ultimi mesi si è assistito al sorpasso della società di Mark Zuckerberg su Google come principale fonte di visualizzazioni. Nel processo d’avvicinamento all’informazione - in sostanza - Facebook diventa sempre più significativo, sebbene le differenze ‘comportamentali’ fra chi arriva alle notizie da una fonte come Facebook, rispetto ad altre, siano piuttosto sostanziali: come si evince dal grafico che segue (sempre fonte Pew) chi accede alle notizie direttamente dalle homepage del sito ha un tempo di permanenza medio di 4 minuti e 36 secondi (qui un’analisi di FastCo su come si possa adattare i contenuti al responsive design), quasi 4 volte in più rispetto a chi arriva da motori di ricerca e Facebook, ed è fortemente più propenso a leggere altri contenuti.


How do you first discover news? http://t.co/3BtaCPWi6l #ONA14 pic.twitter.com/TJuBlWUO9Q

— Pew Internet (@pewinternet) 24 Settembre 2014




È anche per questo che il rapporto tra Facebook e i publisher si sta facendo sempre più stretto: questa settimana John McDermott su Digiday parla dell’attuale - e futura - strategia mediatica del social network, un piano che dovrebbe portare la società di Palo Alto a essere strumento sempre più importante per tutti i news outlet, costringendoli a una collaborazione inevitabile. Forte di una squadra di giornalisti ed esperti, e partnership a vario titolo con testate come Time Magazine, l’obiettivo di Facebook è rendersi sempre più indispensabile per lettori e autori sfidando la concorrenza di Twitter - dalla platea più piccola, ma sempre piuttosto forte dal punto di vista informativo e della presenza mediatica - e dell’emergente Pinterest (che comincia a essere una fonte di traffico significativa per alcuni siti e sta lavorando molto dal punto di vista editoriale). Non a caso l’ultima novità del suo algoritmo prevede una costruzione più ‘cronologica’ dei post nelle bacheche degli utenti per premiare le breaking news, «così da conoscere immediatamente cosa i tuoi amici, e le tue pagine preferite, stanno dicendo a proposito delle notizie del giorno». Una conseguenza, secondo Stuart Dredge del Guardian, derivante da come i recenti fatti di Ferguson sono stati “vissuti’ sui social network - con Twitter protagonista attraverso racconto, organizzazione e lancio di aggiornamenti, contro una presenza Facebook quasi irrilevante.
Pubblicità o news, decide il lettore
immagine via @fastcolabs
Che si tratti di partecipazione attiva o semplice lettura di aggiornamenti da una dashbord, appare sempre più chiaro come per gli utenti la distinzione settaria fra testate riconosciute (l’autorevolezza, dicevamo) e altre fonti di notizie (propriamente giornalistiche o meno) sia sempre più sfumata. Non stupisce, in un contesto in grado di garantire a chiunque la possibilità di ‘essere media’, che company senza alcuna velleità giornalistica - ma con l’intenzione di pubblicizzare prodotti e servizi - vogliano fare per conto proprio, utilizzare gli strumenti del giornalismo per applicarli alla pubblicità. [tweetable] «Per ogni giornalista che lavora in America, ad oggi, si contano 4,6 PR rispetto ai 3,2 di un decennio fa»[/tweetable] : è quanto si legge in un lungo articolo di Andrew Edgecliffe-Jonhson per il Financial Times sull’invasione delle «corporate news» (gli advertorial, in altre parole). Mentre comunità medio-grandi vedono sparire i propri giornali di riferimento, falciati da una crisi insostenibile, il settore del native advertising continua a godere di ottima salute, pronto a rappresentare gli interessi del committente e a scolorire la distinzione - che l’autore reputa storicamente più netta - fra il contenuto giornalistico e quello pubblicitario. Il tema, a fasi alterne, torna d’attualità in un dibattito mediatico mondiale continuamente teso a cercare una via fra sostenibilità e riflessioni professionali. Ma se per molti nelle redazioni il native advertising è un problema di carattere etico, allora perché continua a trovare così tanto mercato?

La risposta, nel pezzo, cerca di darla un ex studente della Columbia J-School ed ex giornalista di Forbes, che attualmente lavora per la comunicazione della General Electric, Tomas Kellner. [tweetable] «Alle persone oggi non importa molto da dove proviene l’articolo, finché gli dice qualcosa»[/tweetable] : in un contesto che garantisce accesso libero, gratuità di produzione e - dunque - perdita di autorità delle vecchie ‘cattedrali’, il lettore è il giudice unico di ciò che vale la pena di considerare rilevante, a prescindere dalla fonte, ed è a lui che bisogna pensare - che si lavori da giornalista o da PR. Mathew Ingram la pone in termini economici: «It’s a demand-based market now», è il consumatore a plasmare l’offerta, non il produttore, e se un contenuto è valido, utile, «o soddisfa un bisogno di qualche tipo, allora funzionerà». Vale per tutti i contenuti, pubblicitari e editoriali, e in altri termini - per dirla col professore di giornalismo Jeff Jarvis - se a funzionare è il prodotto di un’azienda che cerca pubblicità, rispetto a un prodotto giornalistico, non è certo colpa del lettore ma di chi non è riuscito a incontrato il suo interesse.
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