Vangelo dei Segni
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Come portare a compimento la chiamata alla santità
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Il discepolo amato

Il discepolo amato | Vangelo dei Segni | Scoop.it

Giovanni 13,25

Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?».
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L’attribuzione del IV Vangelo all’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo, ha suscitato infiniti dibattiti e non si può dire che sia una questione chiusa.

Il primo personaggio storico attendibile che si esprime sulla paternità del IV Vangelo è Ireneo di Lione, che verso il 180 scrive: «Giovanni, il discepolo del Signore, colui che riposò sul suo petto (Gv. 13,3), ha pubblicato anche lui un Vangelo mentre dimorava ad Efeso in Asia».

Secondo Eusebio, che riporta questa notizia, Ireneo si basava sulle testimonianze di Policarpo di Smirne (morto nel 155), il quale avrebbe conosciuto e udito parlare l’apostolo Giovanni.

Ciò ci è anche confermato da Ireneo medesimo, che in una lettera ricorda il suo incontro con Policarpo, ed il fatto che Policarpo «raccontava della sua dimestichezza con Giovanni e con le altre persone che avevano visto il Signore» (Historia Ecclesiastica V,20,4).

Ireneo inoltre ricorda che Policarpo fu eletto vescovo di Smirne dagli apostoli, e Tertulliano asserisce che egli fu fatto vescovo proprio da Giovanni.

Per quanto riguarda la dimora in Efeso di Giovanni, si aggiunge la testimonianza di Policrate di Efeso, che in una lettera a papa Vittore (189-198) rammenta che «è in Asia che riposano i grandi astri: [...] Filippo, uno dei dodici apostoli [...] e ancora Giovanni, che ha riposato sul petto del Signore, che è stato sacerdote [...] Costui riposa ad Efeso».

Policrate testimonia anche l’esistenza della sua tomba ad Efeso.

Tornando al Vangelo, colui che si è reclinato sul petto di Gesù nell’Ultima Cena, era seduto alla sua destra, ossia alla destra del maestro di tavola: di solito questo posto è riservato al padrone di casa, o comunque ad un personaggio autorevole... colui che ha riposato sul petto del Signore.

Anche Clemente Alessandrino verso il 200 narra che «Giovanni, dopo la morte del tiranno [Domiziano, n.d.r.] tornò dall’isola di Patmos a Efeso». Ed aggiunge: «Quanto a Giovanni, l'ultimo, vedendo che le cose corporali erano state esposte nei Vangeli, spinto dai discepoli e ispirato divinamente dallo Spirito, fece un vangelo spirituale».

Giovanni dice di se stesso: «Ciò che abbiamo visto con i nostri occhi e udito con le nostre orecchie e che le nostre mani hanno toccato, queste cose abbiamo scritto a voi» (1 Gv 1,1 ss.). Così non solo egli si professa testimone oculare ed auricolare, ma anche scrittore di tutte le cose mirabili del Signore, per ordine».

Tuttavia le obiezioni all’attribuzione del Vangelo all’apostolo Giovanni sono numerose.

Anzitutto, la prima si basa sulla convinzione che il Giovanni di cui si legge in Policrate ed Ireneo, non fosse l’apostolo, ma un suo omonimo. Si presta a sostenere questa tesi una testimonianza di Papia di Gerapoli, il quale scrisse: «Se da qualche parte sopraggiungeva qualcuno che avesse frequentato i presbiteri, mi informavo sulle parole dette dai presbiteri, chiedendo ciò che hanno detto Andrea, Pietro, Filippo, Tommaso, Giacomo, Giovanni, Matteo o qualche altro discepolo del Signore, e ciò che dicono Aristione e Giovanni il presbitero, discepoli del Signore. Ero infatti persuaso che i racconti tratti dai libri non potevano avere per me lo stesso valore delle parole di una voce viva e sonora».

Eusebio di Cesarea, che riporta il passo, ritiene che i Giovanni menzionati e residenti ad Efeso fossero due: uno detto apostolo e l’altro detto il presbitero. Secondo Eusebio, il primo sarebbe l’evangelista ed apostolo, il secondo l’autore dell’Apocalisse; egli testimonia la presenza di due diverse tombe in Efeso.

Papia, quindi, sarebbe stato in contatto personale con Giovanni il presbitero, discepolo di Gesù ma non suo apostolo, ed avrebbe invece ricevuto gli Atti degli Apostoli (già morti) dalla bocca dei presbiteri di Efeso.

Ireneo, dunque, avrebbe confuso i due Giovanni; inoltre la particolareggiata descrizione di Gerusalemme, dei riti ebraici appannaggio del ceto alto, contrapposta alla grossolanità dei particolari della terra di Galilea, avvaloravano la tesi di Giovanni il presbitero come autore del IV Vangelo (Giovanni l’apostolo era un pescatore della Galilea, non particolarmente colto).

Addirittura, altri critici negano che Giovanni apostolo sia giunto e morto ad Efeso, e collocano la sua morte in Palestina negli anni ’60, sulla base di alcune testimonianze tardive che parlerebbero del suo martirio.

Alcuni hanno interpretato un passo di Marco (10,39) come profezia della morte di Giovanni: «Voi berrete il calice che io bevo, e anche voi sarete battezzati col battesimo, col quale sono battezzato». In tal modo, il martirio di Giovanni andrebbe collocato assieme a quello di Giacomo poco dopo il 66. È stato fatto notare che il passo non implica che Gesù parlasse della sua morte violenta, e che in ogni caso l’accomunamento di Giovanni al martirio di Giacomo, non essendo supportato dai testi, è arbitrario.

Nell’ultimo capitolo del Vangelo di Giovanni si legge: “Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era chinato sul suo petto [...] Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti, e sappiamo che la sua testimonianza è verace” (Gv 21,20-24).

In questo passo si vuole affermare che questo discepolo è garante di quanto scritto, ed è anche l’autore dello scritto medesimo. In un altro passo sembra certo che l’autore intenda parlare di un testimone oculare, da identificarsi con il discepolo «che Gesù amava» menzionato poche righe sopra: “Colui che ha visto lo testimonia, e la sua testimonianza è verace ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate” (Gv 19,35).

Il fatto però che egli parli in terza persona, non permette di usare questo passo per risolvere il problema dell’autore.

Importante a questo punto è l’identificazione del discepolo che Gesù amava.

Dall’analisi delle citazioni di questo enigmatico personaggio si può ricavare che fosse un apostolo (Gv 13,23-26; Gv 20,1-8), associato abitualmente a Pietro, intimo di Gesù, uno dei tre apostoli che Gesù chiamava con sé nelle circostanze particolari (Pietro, Giacomo e Giovanni), noto al Sommo Sacerdote (Gv 18,15-16): il fatto poi che Giovanni si trovasse sovente con Pietro negli episodi chiave del Vangelo, denota come godesse di fiducia ed autorevolezza indubbia.

Perché l'identità di questo discepolo è taciuta? Contro l’identificazione con Giovanni figlio di Zebedeo, sono stati proposti altri nomi, quali Lazzaro, l'unico del quale è detto esplicitamente che Gesù lo amava; il discepolo Giovanni Marco; oppure un discepolo anonimo, testimone oculare; oppure... perché no? POTREMMO ESSERE NOI quel discepolo!

Con la testa reclinata sul petto del Signore ascolta la Sua voce, non più concentrato su se stesso; e quello che ascolta diviene il centro della sua testimonianza, perché si sente AMATO!

Quel discepolo siamo noi quando ci ricordiamo della Sua Parola, quando siamo in contemplazione delle Sue ferite, il segno dell’Amore infinito per noi; solo così, senza lasciarci condizionare, senza scendere a compromessi, possiam divenire portatori di quell’amore che ci cambia la vita.

Anche Gesù ha poggiato (in modo figurato) l’orecchio al Padre sottomettendosi in obbedienza, e la fede non è altro che la trasmissione di questa comunicazione, o meglio, di quest’esperienza vissuta.

In quanto DISCEPOLI, siamo chiamati a seguire le orme del Maestro; ma in quanto AMATI lo possiamo fare soltanto mettendo in luce la nostra identità, sempre più evidente se immersa nell’Amore di Dio per ognuno di noi.

E allora, con questa consapevolezza, non ci resta che LANCIARCI NELLA VITA!!!

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SETTIMO SEGNO

SETTIMO SEGNO | Vangelo dei Segni | Scoop.it

 

Giovanni 20, 26-27

 

26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».

 

27 Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!».

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Il Vangelo di Giovanni racchiude tra il secondo e l’undicesimo capitolo i sei segni precedenti, propedeutici per farci entrare nella vita che ci attende: ci hanno preparato ad accogliere questo settimo segno che li racchiude e li porta a compimento.

La scena si svolge a Gerusalemme, in un luogo non precisato, come a rimarcare che i discepoli fossero riuniti in un solo luogo per affermare il carattere ecclesiale dell'apparizione.

Infatti si parla di discepoli, ossia coloro che aderiscono a Gesù, che lo hanno seguito nella sua esperienza storica in Palestina, ma anche tutti quelli che fanno un percorso spirituale con Gesù nella fede, sino a vivere nello Spirito, e ciò può avvenire in ogni epoca storica.

Il saluto di Gesù: "Pace a voi" non è il semplice augurio giudaico, shalom, ma si tratta del dono effettivo della pace. Gesù si mostra come Colui che è stato crocifisso, il Risorto, il Vivente, l’Uomo Nuovo... e li invita a toccarlo per costatare che è davvero lui, in carne e ossa: quel gesto segue immediatamente il dono della pace.

I discepoli rintanati in casa sono in preda ai sensi di colpa per la loro debole fede, ma Gesù porta la pace anche ai traditori (Pietro ne è l’esempio più ecclatante).

Gesù mostra le mani e la ferita del costato a rammentare si la sua morte, ma al tempo stesso l'efficacia salvifica che tale morte ha avuto; il suo corpo piagato è segno di fragilità e dell’ingiustizia subita, rappresenta il leone della tribù di Giuda sotto forma di agnello immolato (Ap 5,5-6); ma proprio le piaghe sono l’unico segno terreno che entrerà in Paradiso!

Le ferite mostrate sono la porta d’accesso alla pienezza della gioia, ed è Tommaso colui che ci consegna questo segno; egli è detto Didimo, il gemello di tutti noi, di tutti i discepoli assenti alla manifestazione del Signore risorto, di tutti quelli che debbono fondare la propria fede sulla testimonianza di coloro che lo hanno incontrato davvero.

Tommaso vuole avere una conferma per passare dall’incredulità alla fede, vuole stendere le sue mani e toccare il costato di Cristo da dove era sgorgato sangue ed acqua (Gv 19,34), la porta aperta verso una vita vissuta nella gioia, con le reti abbondantemente piene.

Ai condannati a morte per crocifissione, i romani solevano spezzare le gambe per terminarne l’agonia, col sopraggiungere della morte per asfissia (la condizione nella quale molti di noi sopravvivono, provando a galleggiare nella mediocrità).

Gesù invece fu trafitto da una lancia al fianco destro; l’acqua che sgorga è fonte di vita, come il fiume che scendeva dal lato destro del tempio (Ez 47,1).

Fu colpito per essere ucciso, ed invece Lui dona la vita; questa è l’ultima atrocità subita dal corpo di Gesù, con lo scopo, per chi ha assistito all’episodio secondo l’evangelista, di darne testimonianza (Gv 19, 35): ecco il SEGNO DELLA RISURREZIONE!

Toccare questa ferita significa accedere alla porta della vita, piantare le radici nell’acqua scaturita dal fianco destro del tempio.

Guardare le piaghe di Cristo ci fa prendere consapevolezza di come quest’uomo, figlio di Dio, abbia dato la vita per noi, per far davvero esperienza di essere amato.

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SESTO SEGNO

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Giovanni 11, 1 11,11-15 11,20-27 11,39-44

 

1 Era allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. [...] 11 Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». 12 Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s'è addormentato, guarirà». 13 Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. 14 Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto 15 e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!». [...] 20 Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21 Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22 Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno». 25 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». 27 Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo». [...]

39 Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni». 40 Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?». 41 Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. 42 Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43 E, detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44 Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro: «Scioglietelo e lasciatelo andare».

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Gesù venne raggiunto da una notizia molto triste da Betània, il villaggio di Marta e Maria: il loro fratello Lazzaro, era ammalato in maniera grave ed era in pericolo di vita.

Confidando nell'affetto particolare che egli portava a tutte e tre della famiglia, esse speravano che Gesù sarebbe accorso e con la sua presenza avrebbe impedito la morte, ma non fu così.

La risurrezione di Lazzaro è l'ultimo e il più grande segno operato da Gesù prima della sua morte, ed è anche il motivo più immediato della sua condanna a morte (Gv.11,47-53). Molti temi s'intrecciano nel racconto: l'amicizia di Gesù per Lazzaro e le sue sorelle, il presentimento della sua morte imminente, l'autorivelazione di Gesù come risurrezione e vita, ma soprattutto la manifestazione della sua gloria e la fede corrispondente, quindi non una morte fine a se stessa; muore un corpo, ma non muore una vita.

Gesù vuol preparare i discepoli a comprendere il miracolo come un segno in cui possano scoprire la gloria del Padre e di Gesù, affinché i discepoli credano, e nella fede incontrino la vita; infatti si reca a Betània solo dopo 4 giorni, pur avendo un forte legame d’amicizia con Lazzaro.

Nell’amicizia i rapporti sono disinteressati, non convenzionali come potevano essere col funzionario regio del secondo segno, ma di un’intimità, un’intensità e comunione che portano “a dare la vita”; è addirittura più forte del legame d’amore tra un uomo ed una donna perché è svincolata dal ricevere, è un puro dono che non prevede contraccambio, un desiderio di sacrificarsi per l’altro, una condivisione senza corporeità.

Si potrebbe ipotizzare che la perdita di un amico equivale al distacco da una parte di se stessi.

Gli amici di Gesù sono persone normali, a sottolineare come Egli abiti la nostra quotidianità; però avevano la consapevolezza della grandezza di Gesù, così come si evince dal dialogo con Marta.

Infatti ella crede che "qualunque cosa Gesù chiederà a Dio, Dio gliela concederà". Da questo inizio di fede, passando attraverso la professione sulla "risurrezione nell'ultimo giorno", Marta è condotta da Gesù di fronte ad un nuovo livello: viene da lui provocata ad una fede più grande nella sua persona. Si tratta di credere in lui già ora, al presente e non soltanto al futuro: "Gesù è la risurrezione e la vita".

Marta si trova ad affrontare una situazione umanamente compromessa, anzi senza ritorno: Signore, se tu fossi stato qui... Signore, dove sei? Un po’ il nostro grido di fronte allo sconforto senza ritorno.

Gesù permette che avvenga la morte di Lazzaro perché vuole lasciarci una Parola sulla morte, una delle questioni essenziali della vita; infatti per vivere in pienezza dobbiamo fare i conti con la morte, perché siamo creature limitate.

La risurrezione di Lazzaro è il segno concreto della potenza vivificante di colui che già ora ha "parole di vita eterna".

Eppure l’uomo è perennemente in fuga dalla morte: si cerca di esorcizzarla in qualche modo perché parlarne ci mette paura, ci condiziona, ci ricorda che non siamo onnipotenti.

Ma ecco Gesù in piedi davanti al sepolcro. Maria e Marta, i loro amici e alcuni giudei sono vicini a lui. La tomba è una grotta, il cui ingresso è chiuso da una grossa pietra. Nella tomba, il corpo di Lazzaro è già in cattivo stato. Quando Gesù disse: "Togliete la pietra", Marta gli fa osservare: "Signore, già manda cattivo odore, perché è di quattro giorni".

Gesù incontra un sepolcro, ossia un monumento funerario, un involucro che contiene un corpo, un uomo; Lazzaro siamo tutti noi quando ci rivestiamo di un sepolcro per difendere la paura di manifestarci per quel che siamo, per custodire il cadavere di un’esistenza in putrefazione.

Fuori un bel sepolcro imbiancato che salva le apparenze, a dispetto della collezione di esperienze di morte segnate dal marciume che ci portiamo dentro: il problema non si risolve coprendo il fetore col profumo! È necessario attraversare questo momento di consapevolezza perché l’incontro con Gesù ci faccia risorgere: le bende ed il sudario di Lazzaro ricordano proprio la Risurrezione di Cristo.

L’amicizia apre il sepolcro, non teme l’odore che ti porti dentro perché esula dal giudizio; occorre che qualcuno ci aiuti a togliere la pietra, qualcuno che non si è dimenticato di noi (non ci ha messo “una pietra sopra”), benché continuamente ci ostiniamo a ripetere che “manda cattivo odore”.

Gesù è nostro amico, non ha timore del tuo cadavere, vuole che tu esca fuori, vuole incontrarti!

La voce imperativa di Gesù a Lazzaro è quella di colui che già ora rivolge ai suoi la parola di Dio, chiamandoli alla vita.

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Lui l'Inviato, noi tutti inviati

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Giovanni 9, 8-13,18-21,24-36

 

8 Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?». 9 Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». 10 Allora gli chiesero: «Come dunque ti furono aperti gli occhi?». 11 Egli rispose: «Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Va' a Sìloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista». 12 Gli dissero: «Dov'è questo tale?». Rispose: «Non lo so».13 Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco: [...]

18 Ma i Giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e aveva acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. 19 E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?». 20 I genitori risposero: «Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; 21 come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l'età, parlerà lui di se stesso». [...] 24 Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore». 25 Quegli rispose: «Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo». 26 Allora gli dissero di nuovo: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». 27 Rispose loro: «Ve l'ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». 28 Allora lo insultarono e gli dissero: «Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosè! 29 Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». 30 Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. 31 Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. 32 Da che mondo è mondo, non s'è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. 33 Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». 34 Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?». E lo cacciarono fuori.

35 Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori, e incontratolo gli disse: «Tu credi nel Figlio dell'uomo?». 36 Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». 37 Gli disse Gesù: «Tu l'hai visto: colui che parla con te è proprio lui». 38 Ed egli disse: «Io credo, Signore!». E gli si prostrò innanzi.

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Come già detto, Siloe significa “Inviato”: il protagonista non può che essere Gesù, inviato dal Padre. Gesù bussa instancabilmente alla nostra porta, mentre noi ci crogioliamo nella nostra falsa umiltà, invitandoci alla missione che ci aspetta! Perché c'è un mondo che ha bisogno di noi!

DOBBIAMO SORPRENDERE IL MONDO CON LA BELLEZZA DI CRISTO, PERCHÈ IL MONDO FA DI TUTTO PER OFFUSCARLA!!!

Gesù, di questo uomo cieco che rappresenta ognuno di noi, ne fece un profeta facendolo crescere, rigenerandolo; la condizione perché ciò avvenga è fare un atto di affidamento: "Vai a lavarti alla piscina di Siloe!". Sappiamo che Gesù arriva, gli spalma gli occhi e poi sparisce senza spiegargli nulla (si farà vivo solo alla fine del passo evangelico); paradossale, dato che già con gli occhi puliti non ci vedeva, figuriamoci con gli occhi sporchi di fango! Poi percorre il tragitto dal luogo in cui mendicava alla piscina di Siloe da solo - lui e la realtà - solo senza genitori - senza Gesù, che neanche vuole appurare l’effettivo raggiungimento della meta.

Non puoi rendere ragione dell’assurdo che vivi, del fango spalmato sugli occhi, ma puoi ANDARE A LAVARTI seguendo il percorso che non conosci, da solo con coraggio: ci vuole tempo e lavoro, ci vuole vita, ma la vocazione deve esplodere.

È poi significativo che venga guarito di sabato, perché quest’uomo deve obbligatoriamente entrare nella festa, deve benedire tutta la sua storia per guarire veramente.

Ma ecco che subito cominciano le difficoltà, l’oppressione di coloro che gli sono vicino: gli amici non lo riconoscono, perfino i genitori non vogliono aver a che fare con lui, perché non accettano la sua crescita.

Quanti di noi, dopo l’Incontro con Lui, sono stati allontanati dagli amici (quelli del sabato sera, della birretta & disco) che non accettano il cambiamento: è un dato di fatto.

Le risposte del cieco nato rendono bene l’idea della progressione graduale nella crescita come persona, mentre gli attacchi ricevuti sopraggiungono repentini ed improvvisi.

Poi non tardano gli insulti dei farisei (Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?), quel rinfaccio dei peccati commessi che alimenta i sensi di colpa; ed ecco la tentazione del passo indietro che si insinua, aiutata involontariamente dal fatto che la luce, una volta riacquistata la vista, fa esaltare le differenze... rende più evidente il male, ma accentua nel contempo il bene!

La Terra Promessa, per ognuno di noi, è un’Incontro, una Parola donata che va custodita quotidianamente, riconquistandola e difendendola anche dagli amici e dagli alleati.

Il percorso che ti fa entrare nella vita ti vede UNICO E SOLO concorrente SENZA AIUTO ESTERNO; il rischio di non accettare questa sfida è quello di vivere nella bambagia nutrendosi di ricordi senza possibilità di crescita.

Nel Vangelo di Giovanni il “cieco nato” cresce, si evolve: identificato prima dalla propria malattia, viene progressivamente riconosciuto come “mendicante”, “colui che era stato cieco” e finalmente “uomo”!

La vita è un combattimento, ed è necessaria un’educazione che, in prima battuta, è a carico dei genitori: invece molto spesso coloro che ci hanno messi al mondo si adoperano lungamente per preservarci dalle sofferenze, facendoci saltare l’allenamento necessario a vivere nell’età adulta (chiedetelo a lui, ha l'età, parlerà lui di se stesso).

Tocca ad ognuno di noi stare sul palco, accettare la sfida, anche senza predisposizione ad affrontarla, consci che Gesù ci cerca e ci sta accanto nel combattimento; perché solo nelle avversità si manifestano i progressi della crescita personale.

“Tu credi nel Figlio dell’Uomo?”. Ecco la domanda, la professione di fede che implica un’obbedienza filiale alla Volontà del Padre; il cieco nato divenuto uomo si prostra davanti a Gesù, perché crede in un Dio che ci rende capaci di grandi cose.

Possiamo non vivere, stazionando perennemente nella “confort zone” in attesa dell’evento salvifico, oppure rischiare nella mischia per vedere la Grazia all’opera, e SOTTOMETTERSI in obbedienza alla propria vocazione, ad un percorso di crescita passo passo che ci consente di ottenere grandi cose!

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Dategli voi stessi da mangiare

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Giovanni 6, 14-15 

14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». 15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.  

 

Luca 9, 12-13 

12 Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta». 13 Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci».

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Questo segno di Gesù non è stato compreso in pieno, perché la folla vuole sottomettersi; Gesù li aveva chiamati alla libertà, ma loro non sanno che farsene e vogliono essere dominati; vogliono fare di Gesù un re.

Come sempre, la logica del mondo non coincide con quella di Dio: la schiavitù è una posizione di comodo per molti, ma un suddito non porta frutto.

Capita spesso di non comprendere come Dio operi nella nostra vita, perché facciamo fatica ad interpretare i segni; eppure si è fatto pane per noi, nella persona del Figlio, per divenire cibo disceso dal Cielo per l’umanità. Basterebbe solo questo segno perché l’uomo renda grazie in eterno, ed è ciò che avviene durante l’Eucarestia (etimologicamente, rendere grazie), legame indissolubile col Cielo che molti santi hanno vissuto fin dalla vita terrena.

Nel 1240 santa Chiara si mostra all'uscio di san Damiano con in mano l'ostensorio, mettendo in fuga le truppe saracene, inviate dall'imperatore Federico II di Svevia, pronte ad espugnare Assisi.

Sempre santa Chiara, molto malata, nella notte di Natale del 1252, venne lasciata sola nel monastero di san Damiano dalle consorelle per la veglia della notte: uno straordinario miracolo gli consentì di "vedere" la Messa che si celebrava nella Basilica di San Francesco in Assisi. Questo episodio fu la motivazione per cui Santa Chiara nel 1958 venne proclamata patrona della televisione e delle telecomunicazioni dal papa Pio XII.

Ma la gente cerca Gesù perché procura da mangiare, ossia lo cerca per il sostentamento materiale, quel cibo che deperisce perché ha una data di scadenza.

Nella nostra società il cibo è molto spesso identificato come un piacere, a volte consolatore a volte sostitutivo di “ciò che manca”. Altre volte il cibo è una perdita di tempo, tempo rubato al lavoro, alle attività “importanti” di tutti i giorni. Raramente si pensa che quelle sostanze contenute negli alimenti diventeranno parte di noi e condizioneranno i nostri processi chimici, biologici, energetici, spirituali.

Già il filosofo Feuerbach asseriva: ”Noi siamo quello che mangiamo”. Il cibo influenza non solo il fisico ma anche i comportamenti e le abitudini.

Qual è il nostro cibo preferito? Qual è l'elemento base di cui ho bisogno per vivere? Che cosa hai paura di perdere? Qual è quella cosa in mancanza della quale mi viene a mancare il terreno sotto i piedi? Dobbiamo imparare a cibarci di cose giuste, rigettando il male per scegliere il bene.

Gesù è il cibo! Mangia Gesù e vivrai per lui! Gesù ci viene incontro e ci dice "Mangiami!" perchè possa trasformarti in me. E avrai la vita.

Ma ancora di più: sull’esempio di Gesù che si fa pane nelll’Eucarestia, siamo noi stessi (ciascuno!) chiamati ad essere cibo per gli altri, l’unico cibo che ha la possibilità di essere consapevole di questa sua funzione verso colui che di esso si nutre.

L’invito di Gesù è di dare noi stessi da mangiare, darsi come nutrimento al prossimo!

In qualunque nostra manifestazione noi siamo cibo per l’altro; e anche nella nostra assenza, nel nostro silenzio, lo siamo comunque. Ed è bellissimo pensare di offrirsi all’altro affinché lui possa cibarsi di noi. Del resto, un cibo trova piena realizzazione del proprio essere ‘cibo’ solo nel momento in cui qualcuno di lui si nutre e grazie a lui vive.

Una piccola e semplice forma di sacrificio quotidiano: attimo dopo attimo della nostra esistenza noi siamo ed esistiamo solo per l’altro. Lo è un padre per un figlio così come un manager per i suoi collaboratori, una guida per la sua squadra, un leader per il suo gruppo, un amico per un suo caro.

E se è vero che ogni uomo non può far altro che manifestarsi per quello che lui veramente è, allora si manifesterà solo per quello di cui egli si sarà nutrito; non è più il tempo della cornice, della forma, ma è il tempo del quadro, dell’Opera, dell’essenza. 

 

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Il lettuccio

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Giovanni 5, 8-14

 

8 Gesù gli disse: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». 9 E sull'istante quell'uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare.

Quel giorno però era un sabato. 10 Dissero dunque i Giudei all'uomo guarito: «È sabato e non ti è lecito prender su il tuo lettuccio». 11 Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: Prendi il tuo lettuccio e cammina». 12 Gli chiesero allora: «Chi è stato a dirti: Prendi il tuo lettuccio e cammina?». 13 Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, essendoci folla in quel luogo. 14 Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio».

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Gesù impartisce all’infermo tre comandi, tra i quali quello più strano è "prendi il tuo lettuccio": caricarsi di quel giaciglio fatto di paglia è la condizione per poter camminare, anche se sembra superfluo una volta sparita la paralisi.

L'uomo completa l'azione di Gesù trasportando il proprio lettuccio, azione proibita in giorno di sabato; infatti le autorità lo contestano: "Non ti è lecito prendere su il tuo lettuccio".

La mera obbedienza alle autorità mantiene l'uomo nell'infermità, l'accoglienza della parola di Gesù rende capace l'individuo di camminare con le proprie gambe.

Per le autorità il bene e il male dipendono dall'osservanza della legge, mentre per Gesù il bene e il male sono in funzione del come ci si comporta nei confronti degli uomini; a dire il vero, l’interesse delle autorità per l'obbedienza alla Legge è uno strumento per sottomettere il popolo che così facendo riconosce il loro potere, oltre a saggiare fin dove può spingersi il loro dominio "caricano gli uomini di pesi insopportabili" (Lc 11,46).

Dopo trentotto anni che il paralitico è stato dipendente dal suo lettuccio, ora è codesto oggetto a dipendere da lui! Finalmente padrone di quel che lo aveva dominato e, liberato (ma non dimentico) del proprio passato, è capace di muoversi in autonomia...

...e così "cominciò a camminare".

L'uomo guarito viene ammonito severamente da Gesù a non fare di peggio, ossia vivere rinunciando volontariamente alla pienezza che Gesù comunica per andare incontro a qualcosa di peggio dell'infermità, ossia la sottomissione alle tenebre.

E questo monito risuonerà sempre nella mente del paralitico guarito, ogni qualvolta osserverà il lettuccio che sta portando con sé, memoria concreta del peccato redento: il lettuccio visualizza quello che è conseguenza del peccato commesso, perché sebbene la Misericordia di Dio operi largamente, la cicatrice sulla ferita rimane.

Ognuno di noi è chiamato a portarsi dietro tutti i suoi scheletri chiusi nell’armadio, una collezione di errori e fallimenti che gravano sulla nostra schiena: la logica delle redenzione NON PREVEDE DI DISTRUGGERE LA STORIA DI UN FALLIMENTO PER RICOSTRUIRLO DA ZERO, MA ENTRA FINO IN FONDO NEL DRAMMA DI QUELL'ERRORE COMMESSO PER RISANARLO.

Non si può ripartire come se nulla fosse, ma occorre passare prima attraverso le conseguenze causate dal peccato; un uomo è tale quando si fa carico delle conseguenze causate dai propri atti. Così come per la relazione con Dio: l’infedeltà dell’uomo non viene cancellata, Dio rinnova lo stesso rapporto con l’uomo, non lo ricrea da capo, non applica alcuna legge di compensazione, e ci ama attraverso i nostri peccati!

Dobbiamo prender coscienza della nostra povertà, non per commiserarci, ma per amare in modo consapevole, perché il peso del lettuccio ci ricorda la grandezza della Grazia ricevuta: Gesù non ci dice di vivere come se non fossimo mai stati paralitici, ma ci invita a godere della Grazia dopo 38 anni di paralisi!

"La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d'angolo" recita il salmo 117; eppure chi di noi non vorrebbe rottamare qualcosa della propria storia?

Ma anche personaggi come san Pietro e san Paolo, capostipiti della Chiesa, hanno commesso gravi errori in passato (Pietro rinnegò Gesù per codardia, Paolo pianse lacrime amare per la complicità nell’assassinio di Stefano), il tutto puntualmente registrato nel Nuovo Testamento: eppure non hanno fatto nulla per evitare che tale onta potesse esser tramandata ai posteri, perché desideravano proprio che si sapesse tutto questo!

A noi ci brucia commettere errori, perché ci dimostrano quanto non siamo perfetti: ma la santità non è sinonimo di perfezione, è la meta di un percorso, non certo scevro di passi falsi, caratterizzato dallo sguardo fisso verso il Volto di Dio, unica ragione di vita.

Gesù, il Giusto Giudice, non applicherà la giustizia umana pesando sulla bilancia gli innumerevoli peccati commessi nella nostra vita, ma guarderà con Misericordia la nostra pochezza valutando il percorso di redenzione compiuto sulla base dell’amore donato al prossimo.

Il problema non sta a monte, dato che Dio ci ha fatti “da Dio”, quindi siamo come Lui ci ha “progettato”, a Sua immagine; il problema sta a valle, ossia la nostra incapacità di accettarci così come siamo, con le nostre imperfezioni.

E finiamo per sbiadire la nostra immagine perseguendo strade sbagliate, attirati dalla felicità artificiale ed effimera del mondo, che ci propone un modello di uomo onnipotente (le imperfezioni sono materiale di scarto). Invece solo Cristo basta per raggiungere la vera felicità.

È un attimo buttare all'aria quanto costruito di buono nella vita, ci vuole poco a creare disordine, ma per rimettere a posto c’è bisogno di tempo; sanare una ferita creata dal peccato richiede perseveranza, riconoscendosi peccatori per sentire davvero la voce di Dio, con piena consapevolezza di valere a prescindere dai peccati commessi, di valere il Sangue di Cristo.

Poi ci sono segni lasciati dal male commesso che non possono essere cancellati, segni del male subito che non possono essere risarciti: la strada da percorrere è quella faticosa del perdono, tutto per la Gloria di Dio; prendiamo esempio dal “ladrone buono”, primo giusto in Paradiso, che si riconosce punito giustamente per i suoi peccati, che è consapevole di non poter sanare le ferite inferte dal male commesso, ma nel contempo riconosce Gesù come Dio rendendogli gloria.

In definitiva, c’è una sola verità trainante nella nostra vita terrena valida per ciascuno di noi:

IL TUO PECCATO REDENTO È LA MEMORIA DI QUANTO AMORE DIO HA PER TE!!!

Lo stesso Gesù si è portato in Paradiso un’unica cosa dal mondo terreno: le Stimmate, segno del male infertogli dall’umanità, del peccato umano redento con la Risurrezione.

 


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Parola e controparola

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Amos 7, 10-15

 

10 Amasia, sacerdote di Betel, mandò a dire a Geroboàmo re di Israele: «Amos congiura contro di te in mezzo alla casa di Israele; il paese non può sopportare le sue parole, 11 poiché così dice Amos: Di spada morirà Geroboàmo e Israele sarà condotto in esilio lontano dal suo paese». 12 Amasia disse ad Amos: «Vattene, veggente, ritirati verso il paese di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, 

13 ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno». 14 Amos rispose ad Amasia: «Non ero profeta, né figlio di profeta; ero un pastore e raccoglitore di sicomori; 15 Il Signore mi prese di dietro al bestiame e il Signore mi disse: Va', profetizza al mio popolo Israele.

 

Proverbi 27, 22

 

22 Anche se tu pestassi lo stolto nel mortaio tra i grani con il pestello,

non scuoteresti da lui la sua stoltezza.

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Non c'è nulla di più bello che vivere la propria vita. Ma ad un certo punto che succede quando proprio quella Parola di Dio che ti mette in moto improvvisamente svanisce?

Succede che quel vino che dà gioia improvvisamente si annacqua, si adultera.

Come mai? Gusti la bellezza, il vino, la gioia e ad un certo punto la luce si spegne.

Eppure siamo tutti Tempio per lo Spirito Santo, che quindi soggiorna in noi; così come il Tempio di Gerusalemme è strutturato secondo spazi più esterni e spazi interni con accesso limitato (atrio dei Gentili per i pagani, atrio degli Israeliti per i circoncisi, Santo dei Santi per i sacerdoti), anche noi proteggiamo il cuore, il nostro Sancta Sanctorum, che custodisce la Parola di Dio, un seme piantato che attende di dare frutto.

C’è una canzone di Claudio Chieffo, intitolata “Il seme”, che esprime nel testo tutto il desiderio di realizzarsi nella vita:

“Il Signore ha messo un seme all'inizio del mio cammino.

Io vorrei che fiorisse il seme, io vorrei che nascesse il fiore,

ma il tempo del germoglio lo conosce il mio Signore.”

Non è facile realizzare la propria vocazione, perché dobbiamo convivere con una controparola che ci abita, ci influenza e si alimenta grazie al peccato che la rigenera in maniera del tutto originale.

La controparola è una menzogna, piantata lì nel cuore che prova a sostituirsi alla Parola.

La nostra contromossa di solito non è molto furba, perché ci porta ad adottare un comportamento che ci allontana dalla felicità aggiustandoci in qualche modo l’esistenza.

Una Parola forte come potrebbe essere: "Ti ho chiamato per nome e stringo con te un'alleanza nuova" si scontra con una controparola altrettanto radicata: "Tu non sei abbastanza per essere amato" che ti si attacca alle caviglie come una zavorra e non ti fa volare.

Purtroppo tendiamo ad ascoltarla un po’ troppo, arrivando al punto di affezionarci alla controparola.

C'è una menzogna nel nostro cuore che è esattamente speculare alla Parola che lo abita.

L’uomo non è buono di natura, eredità del peccato originale, ma il cuore può essere sanato; è indubbio che, mancando l’amore, non si possa far altro che sposare i metodi del mondo dando retta al proprio egoismo.

Tutti i nostri atti hanno una motivazione razionale che è quella che esprimiamo con le nostre azioni; altra cosa è il movente che abita nel nostro cuore, il Santo dei Santi: occorre discernere per capire cosa ci fa operare nel modo sbagliato, stanando quella controparola che vorresti lasciare occultata, senza che nessuno la toccasse.

Prendiamo spunto dalla natura: in un documentario, osservando il volo di uno stormo di cormorani, si è individuato, all’interno di esso, un esemplare che seguiva una traiettoria alquanto strana: aprendo l’inquadratura, si è scoperto che aveva una freccia spezzata infilata nel collo, e che era intento a non urtarla con le ali, adottando una tecnica di volo per minimizzare il dolore.

Ecco, spesso noi emuliamo il cormorano ferito, escogitando comportamenti che fugano la sofferenza: la controparola è quella freccia piantata nel collo e la tua vita cresce adattandosi ad essa, facendo in modo di non toccarla per evitare di farsi male.

Ma la sofferenza è necessaria perché ci fa entrare nella vita: occorre fare spazio alla Parola di Cristo, non ascoltando il movente figlio della controparola, senza tirar fuori motivazioni razionali che servono soltanto a giustificare comportamenti sbagliati.

Ma come discernere? Una delle caratteristiche della controparola è l’esclusione sistematica della croce e della sofferenza; viceversa la Parola ci invita a passarci attraverso per sperimentare la Grazia.

È un confronto, anzi uno scontro, tra la stoltezza e la saggezza: lo stolto crede di esser furbo, ma in realtà è in balia della malizia e della malvagità. Ma come si vince la stoltezza?

Amos viene mandato a Betel a profetizzare: "State attenti perché Dio è amareggiato per la condotta stolta". Ciò non piace ad Amasia, sacerdote di Betel, che non lo ascolta facendo di testa sua.

Il profeta Amos era pungitore di sicomoro e non è casuale, in quanto possedeva l’abilità di far diventare commestibile la pianta, altrimenti velenosa, attraverso un taglio.

Anche nei sacrifici compiuti dai sacerdoti nel Santo dei Santi, venivano asportati alcuni organi dell’animale ritenuti indegni per l’offerta a Dio.

Quando ci mettiamo in cammino per compiere il progetto di Dio abbiamo qualcosa da cambiare, da circoncidere, da tagliare e separare; anche la creazione è avvenuta per separazione (il firmamento diviso dalle acque).

La battaglia prevede l’applicazione di una sapienza, per dividere ciò che è buono da ciò che è sbagliato, e per capire cosa scartare.

Eppure la Parola di Dio (Proverbi 27, 22) ci illumina sull’impossibilità di annientare definitivamente la malvagità che soggiorna in noi.

Infatti il punto d’arrivo del nostro cammino non potrà mai essere quello di raggiungere la perfezione, ma quello di accogliere la misericordia che lenisce la fatica quotidiana del combattimento, e sconfigge la paura dei nostri limiti ed imperfezioni.

E questa battaglia non la si combatte in solitario, ma possiamo trarre forza dalla Vergine Maria che ci accompagna sempre, dai Sacramenti e dagli amici in Cristo; quindi non è giustificato mollare!

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La sapienza del gusto

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Proverbi 5, 3-4 

 

3 Stillano miele le labbra di una straniera

e più viscida dell'olio è la sua bocca;

4 ma ciò che segue è amaro come assenzio,

pungente come spada a doppio taglio.

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Nelle Nozze di Cana, dopo l’analisi fatta da Maria, la sua obbedienza fiduciosa in Gesù, la conseguente operosità dei servi, paradigma di ogni buon cristiano, ecco intervenire il maestro di tavola, colui che dirige il banchetto, chiamato architriclinio (ossia: sapiente del gusto); con esso l’evangelista Giovanni intende introdurre il tema del gusto.

L’esempio di obbedienza di Maria ci terrorizza; si preferisce scappare cedendo alle dolci evasioni effimere, ad una felicità a breve termine che inevitabilmente lascia un sapore acre nel medio-lungo periodo.

Quindi la questione del gusto diventa preponderante, perché è facile lasciarsi invaghire dalla “straniera” (Proverbi 5), dalla sua dolcezza apparente come miele che si rivelerà ben presto viscida come l’olio ed amara come l’assenzio.

C’è una sapienza del gusto, una bellezza insita nel vero cristianesimo che va coltivata ed educata, che contrasta con un cristianesimo lontano dalla realtà, fatto di doveri da espletare e di idee migliori da realizzare ad ogni costo; purtroppo, come nel caso della “straniera”, il gusto ci può ingannare.

Tutto di noi parla della bellezza del gusto della vita e dell'affezione, ed il cristiano deve vivere nel costante stupore per qualcosa di bello che gli viene donato.

Purtroppo ci facciamo confondere e non riconosciamo più il vero gusto di una vita da vivere in pienezza: l’uomo dei dolori descritto da Isaia è senza bellezza e senza apparenza, ma è il più bello dei figli dell’uomo esaltato nei Salmi, perché la Croce è bellezza senza apparenza.

C’è il maestro di tavola del mondo, Satana, molto abile ad attirarci nel vortice del peccato, quel bersaglio mancato figlio dell’appagamento “a tempo zero” del legittimo desiderio di bellezza, di quel “tutto e subito”, quella rapidità nel perseguire una soddisfazione passeggera tanto cara allo spirito del mondo che, nel caso di peccati con radici profonde, porta a frantumare la propria vita.

Il mondo ti ordina i gusti che devi avere e ad un certo punto ti accorgi di essere assogettato a gusti non tuoi! Ti accontenti del vino scadente perché ti hanno convinto della sua bontà!

Eppure Dio non ci infonde nel cuore desideri che non possano poi incarnarsi nella realtà: stiamo parlando di quel Dio che ci ha donato il Suo unico Figlio in carne ed ossa!

C'è la vita a cui sei chiamato e c'è "una straniera" che ti attira ma che lascia l'amaro in bocca.

Dio ha un solo metodo, quello della Croce, a cui segue sempre la resurrezione.

Ci attende un cammino, un passo per volta alla sequela della Chiesa, vera maestra di tavola che può educarci al gusto.

Si comincia provando a contestare i propri gusti, quelli del piacere apparente indotti dalla logica del mondo; occorre imparare a sedersi alla mensa di Dio e abbandonare la tavola degli empi.

Imparare a gustare il buono e il bello. Andare oltre ai gusti che il mondo e Satana decidono per te.

Non è sbagliato il desiderio di soddisfare il proprio bisogno di amore, ma bisogna appagarlo nel modo giusto per non sbagliare bersaglio.

C'è una bellezza alla quale Dio vuole educarci, e che non immaginiamo nemmeno di poter vedere, la cui valenza è per la vita eterna; ma la tempistica non la decide l’uomo.

Bisogna saper attendere, combattere, sacrificarsi, stare ai tempi di Dio che ci vuol far volare! Ma ci vuole tempo per imparare... L’unico modo per poter fuggire dal peccato senza alcuna costrizione, è quello di aver gustato il bello, che altro non è che il piacere dell'obbedienza alla realtà.

Serve semplicemente ascoltare il cuore, soddisfare il bisogno d'infinito che c'è insito in noi stessi evitando di seguire il maestro di tavola del mondo, per vivere in pienezza con lo stupore di un bimbo che scopre ogni giorno quanto ci sta donando Dio.

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PRIMO SEGNO

PRIMO SEGNO | Vangelo dei Segni | Scoop.it

Giovanni 2,6-11

6 Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. 7 E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le giare»; e le riempirono fino all'orlo.

8 Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 9 E come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l'acqua), chiamò lo sposo 10 e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po' brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». 11 Gesù fece questo inizio dei segni in Cana di Galilea e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.

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E’ indubbio che quando si sceglie liberamente di dare spazio a Dio nella propria vita, si deve inevitabilmente fare i conti con la tentazione, col maligno che insiste nel farci travisare la realtà.

Ma esiste un’unica porta nella nostra vita per passare dalla Legge alla Grazia, per comprometterci ogni giorno di più abbandonando la comoda posizione della mediocrità: Gesù è la via, ed il Vangelo di Giovanni ci mostra come percorrerla attraverso una serie di segni, delle azioni miracolose che sono simboliche per la nostra vita.

La parola “simbolo” trae origine dal greco e significa “mettere insieme”: nell'antica Grecia, per stipulare un contratto, si era soliti spezzare in due o più parti una tavoletta di bronzo consegnandone poi un frammento ad ogni interessato.

Il possessore di una delle parti poteva così farsi riconoscere dai possessori delle altre mostrando come le diverse parti fra di loro combaciassero. Tale segno di riconoscimento era chiamato appunto "simbolo". Qui è Dio stesso che stipula un contratto con l’umanità, una Nuova Alleanza che ci conduce alla salvezza, una nuova creazione che si contrappone a quella descritta il sesto giorno nella Genesi, quando venne alla luce l’uomo.

Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! (Gv 1,29 ) Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli. (Gv 1,35) Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: «Seguimi». (Gv 1,43) Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. (Gv 2,1)

Giovanni presenta i tre anni di vita pubblica di Gesù scandendo il susseguirsi delle feste ebraiche, con la prima e l’ultima settimana speculari tra loro.

La prima settimana si conclude (sesto giorno) con le Nozze di Cana, il primo dei segni che spiegheranno come Gesù si sia rivelato nella sua gloria, ossia nella realizzazione di una vita vissuta in pienezza (e non affrontandola con mediocrità aggiustando ogni situazione alla meno peggio, come sovente facciamo noi altri).

In questo segno viene posta al centro dell’attenzione la sponsalità, la scelta di essere dono per l’altro; infatti gran parte della nostra infelicità dipende dall’incapacità di “darsi” a qualcuno, di “sposarsi” e di accogliere l’altro; non si sta certo limitando il discorso alla vita matrimoniale, ma a qualunque relazione umana, quale l’amicizia, nella quale non si va alla ricerca dell’altro per servirsene o colmare i propri vuoti.

Quando poi viene a mancare la gioia, allora l’intera relazione ne patisce; per gli ebrei il vino è sinonimo di festa e gioia, e quando manca come in questo caso, la relazione sponsale perde la sua bellezza, lasciando spazio alla pesantezza del rapporto, alla sopportazione reciproca.

L’essenzialità del vino è insita nell’entusiasmo di condividere con qualcuno la gioia del dono, soprattutto nei momenti più complicati, quali l’incomprensione e la sofferenza.

Ed è Maria ad accorgersi che è finito il vino, e dopo aver parlato con Gesù dice ai servi: "Qualsiasi cosa vi dirà, fatela!"

Le giare per le abluzioni sono vuote, Gesù le fa riempire di acqua fino all'orlo, nè tanto più, nè di meno, perché occorre attingere al coraggio di donare tutto, senza andare oltre misura.

La giara è l’espressione concreta della relazione con Dio, in quanto le abluzioni sono riti di purificazione per vivere l'alleanza con Lui: è un immergersi per rivestirsi di vita nuova.

Quindi la condizione necessaria per ottenere la gioia è quella di avere le giare piene fino all'orlo, consentendo poi a Gesù di compiere il miracolo.

Ma cosa stiamo facendo concretamente per vivere e alimentare la nostra relazione con Dio? Qual è la qualità di questa relazione? Parziale, saltuaria, di pura convenienza o completa fino all’orlo?

Senza Dio la relazione d’amore tra gli sposi si consuma, in quanto il sentimento si esaurisce prima o poi, venendo a mancare quel vino che è scelta quotidiana di condividere la tua vita con l’altro, scommessa che si vince solo con Gesù. Ed occorre ribadirlo, questo discorso vale anche per tutte le relazioni umane vissute su piani differenti, come l’amicizia o la cooperazione sul posto di lavoro.

Solo così arriva quel momento nel quale Gesù cambia l’acqua in vino, allorché ti accorgi davvero che la tua vita perde significato senza Dio, e prendi piena consapevolezza, nel nascondimento, che non potrai più fare a meno di Lui.

Il maestro di tavola, l’architriclinio, non è al corrente dei fatti accaduti, ma osserva e giudica il risultato assaggiando il vino; costui rappresenta tutte quelle persone che si accorgono delle conseguenze, che sono testimoni del cambiamento. Il problema sta dunque a monte, ossia dobbiamo accorgerci, come Maria, quando manca il vino.

Poi ci sono i reali testimoni dell’accaduto, i servi che custodiscono il miracolo ed agiscono compiendo un’azione che è tutta un controsenso.

Gesù chiede di obbedire ad un’assurdità! Invece di mandare i servi a prendere il vino in cantina, chiede loro di riempire di acqua le giare dell'abluzione.

Che senso ha? Niente, ma è necessario obbedire! Nell'assurdità, l’obbedienza a Gesù porterà doni miracolosi. Si sceglie di obbedire senza comprendere fino in fondo, quando si crede che c’è qualcosa di importante in serbo per noi.

L'atto di obbedienza può salvarti perché ti può cambiare la vita, ed occorre seguire le istruzioni fino all'orlo, nè tanto di più, nè di meno, ossia stare in obbedienza a qualcosa di concreto e preciso; talvolta quest’atto è l’unica soluzione per aprire quella porta che conduce alla pienezza della gioia, e non serve certo capire, ma soltanto imparare ad obbedire.

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Contemplare

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Giovanni 20, 28-31

 

28 Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

30 Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. 31 Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Salmi 33, 6a

 

6 Guardate a lui e sarete raggianti

 

 

Giovanni 19, 37b

 

Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto

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Ecco che Tommaso compie qui una confessione di fede assoluta "il mio Signore e il mio Dio". Questa professione, afferma che Gesù è Kyrios (Signore) ossia il Messia inviato da Dio e poi Theos (ossia Dio stesso). Tommaso ha visto, ed ha dato la vita per Cristo, morendo martire.

La beatitudine espressa da Gesù ci immette nel tempo della Chiesa e riguarda i discepoli futuri, che non devono rimpiangere il fatto di non aver vissuto al tempo di Gesù, perché saranno beati coloro che nel corso dei tempi avranno creduto senza vedere.

La storia di Gesù ci è testimoniata dai suoi primi discepoli che lo hanno visto, ma l'esperienza dell'incontro con il risorto nel suo Spirito è accessibile ai discepoli, ai credenti di tutti i tempi.

Bisogna superare la pretesa di vedere e accogliere la testimonianza autorevole di chi ha visto, un invito alla comunione di fede, esperienza che allora come oggi è possibile a tutti i discepoli.

Giovanni ancora una volta ci mostra il legame tra vedere e credere: anche la nostra vita ha bisogno di direzionare lo sguardo verso qualcosa di grande, a dispetto della cecità indotta dai nostri schemi mentali, dai ragionamenti egoistici che ci imbrigliano.

È necessario alzare lo sguardo, e non tenerlo perennemente basso, fisso sul proprio ombelico, vivendo ripiegati su se stessi; guardiamo a Colui che abbiam trafitto!

Questo è il segno per eccellenza! Nel Vangelo non vengono riportati tutti i segni compiuti da Gesù, non tanto per fare una dichiarazione di limitatezza e quindi di umiltà, ma perché son sufficienti per ottenere lo scopo prefissato: donare la vita eterna ad ogni credente, facendo da tramite tra coloro che hanno visto e coloro che crederanno senza aver visto; il Vangelo trasmette la vita, le parole i segni compiuti da Gesù perché chi legge possa contemplare e accogliere Gesù Cristo nel suo mistero di Figlio di Dio. Un mistero che ci consente addirittura di alzare gli occhi verso tutti coloro che hanno subito del male da noi, consapevoli che quella sofferenza frutto del nostro peccato viene presa sulle spalle dal Figlio dell’Uomo.

C’è Qualcuno che ci ama tanto da farsi carico del male che noi abbiamo commesso.

Bisogna imparare a contemplare, ossia guardare comprendendo tutto il significato di ciò che si sta ammirando, senza filtri o pregiudizi.

Contemplare il Crocifisso per porre lo sguardo nell’assurdità di un dono così grande!

Guardare a quelle mani bucate, ai segni dei chiodi che fanno memoria del gesto d’amore di Dio Padre che ci dona il Figlio, la firma autenticata del Dio dell’Amore. Impariamo a guardare in alto senza paura verso Colui che ha dato la vita per tutti noi; e piantiamola una buona volta di tenere lo sguardo basso, di autocommiserarci o autocompiacerci a seconda dei momenti, di ripeterci che non siamo capaci, che tanto tutto resta sempre uguale qualunque cosa si faccia...

GUARDIAMO A LUI E SAREMO RAGGIANTI!

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Piangere per...

Piangere per... | Vangelo dei Segni | Scoop.it

Giovanni 11, 33-35


33 Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: 34 «Dove l'avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35 Gesù scoppiò in pianto.

 

Geremia 31, 15b


Rachele piange i suoi figli,

rifiuta d'essere consolata perché non sono più

 

Salmi 55,9b


Le mie lacrime nell'otre tuo raccogli

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Al centro di questa riflessione c’è il pianto di Gesù, che versa lacrime di compassione, non di disperazione; non siamo di fronte all’ideale stoico, quello che non si lascia coinvolgere nel profondo dell'animo, ed ha un perfetto controllo delle proprie emozioni. Tutto il contrario di Gesù che invece si lascia percuotere "nell'animo" dal dolore di Maria, sorella di Lazzaro, e non reagisce secondo le convenienze di rito, con gli spettacolosi lamenti orientali, ma "freme in se stesso".

Le sue lacrime però non sono impotenza di dolore, ma potenza di amore: è il pianto di Dio per l'uomo che ama. Piange di fronte al sepolcro, al nostro sepolcro che abbiamo adibito a luogo di culto: noi addirittura adoriamo quell’involucro imbiancato che occulta le nostre miserie, ma occorre dismettere questa pratica! Il cimitero non è la fine, ma il luogo che accoglie coloro che riposano.

Nell’episodio narrato, interviene prima la professione di fede di Marta, poi è il turno delle lacrime di Maria, che sollecitano la commozione di Gesù: non basta annunciare la Buona Novella, occorre che qualcuno pianga per noi.

Non parliamo certo di lacrime di rabbia, di invidia o di ingiustizia, ma lacrime di afflizione attiva.

La nostra cultura è poco avvezza alle lacrime, è sostanzialmente dura di cuore; percepisce la sofferenza, se ne lamenta e si ribella, una società arrabbiata, triste, che non si preoccupa del dolore degli altri, e sovente lo spettacolarizza. Per di più, proprio per una ragione di amor proprio e di superficialità, molti ritengono una debolezza piangere sugli altri.

Quindi non un pianto di rimorso frutto del senso di colpa, non un piangersi addosso che allarga l’orgoglio, ma un pianto di compassione per il dolore dell’altro.

Rachele piange i suoi figli e rifiuta la consolazione perché c’è una ricchezza nel pianto; infatti questo atto assume un carattere riparatorio e finisce per essere ascoltato da Dio che le fa una promessa: "Trattieni la voce dal pianto, i tuoi occhi dal versare lacrime, perché c’è un compenso per le tue pene”. Le lacrime vere, quelle spese per l’altro, riempiono gli otri in cielo, vengono raccolte direttamente da Dio; perché noi si possa resuscitare a vita nuova occorre che ci sia qualcun’altro che pianga per noi, che faccia penetrare il dolore dentro noi; le lacrime di Santa Monica per il figlio Agostino sono l’esempio lampante della potenza del pianto!

Il dolore (non certo quello che ci auto-affliggiamo) è fecondo: Rachele morirà di parto dando alla luce un figlio di nome Benonì, ossia figlio del dolore, ma che suo padre commutò in Beniamino, ossia colui che è forte!

Analoga carica di fecondità possiede il perdono, sia dato che ricevuto: il re Davide, che piange la morte del figlio ribelle Assalonne, perdona la sua condotta in vita atta ad usurparlo (era arrivato a tramare per l’uccisione del padre); la morte del tuo nemico non può procurarti gioia!

Lazzaro non si salva senza le lacrime della sorella Maria; san Francesco non aveva più le ciglia dal pianto, arrivando alla cecità perché “piangeva per l’amore non amato”.

Le lacrime versate per il fratello sono la cifra di quanto amiamo, unico metro di giudizio che ci spalancherà (a Gesù piacendo) le porte del Paradiso.

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Sansone

Sansone | Vangelo dei Segni | Scoop.it

 

Giudici 14:5-6 

 

5 Sansone scese con il padre e con la madre a Timna; quando furono giunti alle vigne di Timna, ecco un leone venirgli incontro ruggendo. 6 Lo spirito del Signore lo investì e, senza niente in mano, squarciò il leone come si squarcia un capretto.

 

 

Giudici 16,28-30

 

28 Allora Sansone invocò il Signore e disse: «Signore, ricordati di me! Dammi forza per questa volta soltanto, Dio, e in un colpo solo mi vendicherò dei Filistei per i miei due occhi!». 29 Sansone palpò le due colonne di mezzo, sulle quali posava la casa; si appoggiò ad esse, all'una con la destra, all'altra con la sinistra. 30 Sansone disse: «Che io muoia insieme con i Filistei!». 

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"Gli Israeliti tornarono a fare quello che è male agli occhi del Signore e il Signore li consegnò nelle mani dei Filistei per quarant'anni.” (Gdc 13,1)

In questo triste contesto Dio suscitò un giudice, Sansone il cui nome significa: “Piccolo sole”.

Egli venne al mondo sotto i migliori auspici in quanto la sua nascita, come quella di Giovanni Battista e quella di Gesù, fu un vero miracolo di Dio.

Infatti, alla stregua di Isacco (Genesi 18), Samuele (1Samuele 1) e Giovanni Battista (Luca 1), Sansone, per diretto intervento divino, nasce come figlio tanto desiderato da una donna sterile.

Un evento del genere con l'intervento di angeli e profezie di profeti è segno di vocazione particolare, di un consacrato destinato ad essere un pilastro importante della storia della salvezza.

L’inizio della vita di quest’uomo appariva dunque promettente anche in considerazione del fatto che lo Spirito di Dio spesso lo investiva in quanto nazireo (in ebraico: נזיר, Nazir, cioè consacrato a Dio con il conseguente voto di seguire alcuni rigidi precetti di vita, come non tagliarsi i capelli in testa, ma consentire alle ciocche di capelli di crescere, ove risiede la forza di Sansone).

Purtroppo questo “piccolo sole” fu oscurato da nuvole tenebrose. Quali furono le cause che condussero quest’uomo alla rovina della fede? Innanzi tutto la cupidigia.

Sansone non seppe in alcun modo vincere le passioni che si agitavano in lui. Le donne straniere rappresentarono per lui delle trappole mortali e la sua sensualità lo portò lontano da Dio. Il suo tracollo spirituale affonda qui le radici.

Tutte queste donne, essendo straniere (c’è anche una prostituta) erano assolutamente vietate ai giovani Israeliti (Deuteronomio 7:3-4; Proverbi 6:24-25; Levitico 21:7). Sansone, pur conoscendo queste proibizioni, non seppe resistere e le sue conseguenze furono tragiche.

Il suo peccato ci mette in guardia contro ogni desiderio o inclinazione, interesse, piacere, attrazione verso persone o cose che manifestamente ci conducono a disubbidire a Dio.

Sansone vuole sposare una Filistea; ecco quindi l'episodio del leone che viene da lui ucciso, preparatorio al successivo ritrovamento dell'alveare e del miele nella sua carcassa che fu ispirazione di un enigma che Sansone propose agli invitati alle nozze.

La moglie di Sansone tanto insiste che si fa rivelare l'enigma, ma è infedele e lo svela ai Filistei.

Per pagare il pegno della scommessa Sansone uccide trenta uomini e ne depreda le spoglie.

Un barbaro assoluto! Pagato il dovuto se ne va indignato.

E "la moglie di Sansone fu data al compagno che gli aveva fatto da amico di nozze."

Non è facile rinunciare a qualcosa che ci attira terribilmente, anche quando sappiamo che ciò costituisce un pericolo, ma sicuramente possiamo attingere le forze dal Signore come fece Giosafat: “Noi siamo senza forza, di fronte a questa gran moltitudine che avanza contro di noi; e non sappiamo che fare, ma gli occhi nostri sono su di te!” (2Cronache 20:12).

Gli attacchi di Satana sono forti e talvolta ci appaiono irresistibili tanto da investirci con tutta la loro forza, ma se resistiamo nella fede, avremo la vittoria.

Altro episodio notevole è quando Sansone ebbe sete e Dio lo ascoltò e fece uscire l'acqua da una roccia. Ciò fa ricordare Gesù che ha sete sulla croce e che dal suo costato sgorgò acqua. Lui è la roccia.

Talvolta siamo preda del delirio d’onnipotenza, quest’illusione di farcela con le nostre forze senza bisogno di chiedere, perché tutto dovuto, e ci dimentichiamo dell’acqua che sgorga dalla Roccia.

Infatti Sansone appare troppo sicuro di sé. È convinto che nonostante la sua disubbidienza, la sua ribellione a Dio ed alla Sua Parola, lo Spirito di Dio continuerà ad investirlo a dargli forza e vittoria. Questo suo pensiero è dimostrato dal suo continuo atteggiamento, una superficialità nell’approccio alla vita che gli costerà caro.

Proseguendo nel racconto del libro dei Giudici, si arriva all’episodio di Sansone che si unisce con un'altra filistea, Dalilà: nel nome di questa c'è la parola notte (לילה). Il contrasto è evidente, lui "piccolo sole" e lei parente della notte.

Per tre volte la donna tenta inutilmente di venire a conoscere il segreto della sua forza e Sansone elude con risposte false. Ogni volta viene legato e si libera, facendo strage di filistei. Scioccamente rivela infine il suo segreto che sta nei capelli e ancora una volta è tradito da una donna straniera.

Sansone aveva avuto da Dio una forza straordinaria. Con le mani aveva ucciso un giovane leone, squartandolo come se era un capretto. Aveva ucciso con una mascella d’asino, mille Filistei, divenendo per questi il loro terrore. Queste ed altre azioni caratterizzarono la vita di Sansone ma egli non considerò con attenzione ciò che da Dio aveva ricevuto. Si divertiva a sfidare i suoi nemici con un enigma, oppure a sguinzagliare fra i campi pronti per la mietitura, trecento sciacalli con la coda in fiamme, o a farsi legare in vari modi con corde diverse, per fare vedere che era capace di liberarsi con estrema facilità. Così egli disattese le intenzioni di Dio che miravano a liberare Israele dai Filistei mediante la forza che in dono aveva da Lui ricevuto.

Si è fatto beffe dell’unzione del Signore per tutta la vita, tranne ricordarsene ormai cieco ed in catene, perché la Sapienza di Dio non lo abbandona: chiede umilmente di riavere la forza e muore insieme a tutti i Filistei per la salvezza di Israele, adempiendo in punto di morte alla sua vocazione.

La vita non è uno scherzo: non possiamo sprecare del tempo “giocando” a vivere, anestetizzandoci coi piaceri che ci allontanano dalla nostra vocazione, illudendoci che possiamo smettere quando vogliamo, che c’è sempre tempo per realizzarci.

Viviamo con superficialità anche le relazioni, schiavi di stereotipi che vogliono l’anima gemella fatta in un certo modo, col fisico scolpito o le curve al posto giusto, senza un approfondimento che porta alla conoscenza del cuore; e magari si dà libero sfogo alla cupidigia, proprio come Sansone, puntando alla quantità invece che alla qualità del rapporto.

Sansone si è dimenticato della Sapienza di Dio: il rischio è il medesimo per tutti noi, che ci scordiamo di ESSERE CONSACRATI A DIO!

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QUINTO SEGNO

QUINTO SEGNO | Vangelo dei Segni | Scoop.it

Giovanni 9, 1-7

1 Passando vide un uomo cieco dalla nascita 2 e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?». 3 Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. 

4 Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. 5 Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo». 6 Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco 7 e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

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Il quinto segno è la risposta sul senso della sofferenza umana, soprattutto quella innocente ed assurda.

Il protagonista della vicenda è un cieco dalla nascita, che non vede la realtà, e deve dipendere totalmente dagli altri, muovendosi nei percorsi che conosce.

Questa è anche la nostra situazione: perché Signore c’è questo assurdo nella nostra vita?

Gli amici di Giobbe, alla medesima domanda, davano una spiegazione che spesso circola nell’ambiente cristiano: la sofferenza è propedetica alla conversione, fa parte del messaggio forte che il Signore ci invia per farci imboccare la giusta via.

La credenza contenuta nell'Antico Testamento che sia Dio l'autore delle sciagure che si abbattono sull'umanità, lascia all'uomo solo la possibilità di accettare rassegnato quel che il Signore gli manda, sperando che non calchi troppo la mano.

Frutto di questa mentalità è la domanda che i discepoli rivolgono a Gesù, il quale esclude tassativamente qualunque relazione tra colpa e malattia; Gesù avverte i discepoli che proprio in quell' individuo, ritenuto peccatore dalla religione e emarginato dalla società, si manifesterà visibilmente la Gloria di Dio.

Dobbiamo sempre darci spiegazioni, anche per i fenomeni irrazionali: la realtà è che il male subito non è colpa dell'uomo. E Gesù entra in questa logica e la spacca dall'interno: Dio non risolve il tuo problema, ma ti indica la strada verso la salvezza, totalmente differente dal percorso che noi tutti ci siam “aggiustati” alla bene e meglio, perennemente brancolanti nel buio (Isaia 42,16: “Farò camminare i ciechi per vie che non conoscono, li guiderò per sentieri sconosciuti”).

Ecco che prende l’iniziativa e il suo sguardo si posa sull'uomo immerso nelle tenebre per completare in lui l'opera del Creatore della luce: non serve a nulla cercare un colpevole al quale imputare l’ assurdo che stai vivendo, in quanto tutto concorre alla manifestazione della Gloria di Dio (ed è molto di più della soluzione al problema).

Gesù compie dei gesti precisi, ricchi di significato: sputa nella terra, fa del fango e lo spalma sull'occhio del cieco (in realtà, il verbo originariamente usato è χρίω, "ungere", ossia consacrare un profeta per la sua missione).

La saliva serve per parlare, quindi rappresenta la parola; la terra con la quale viene impastata la saliva è sia la nostra storia personale (la concretezza del nostro vissuto, assurdi compresi), che quella universale; il fango indica la predicazione della Chiesa; ed, infine, gli occhi sono il punto debole che ognuno di noi cerca di nascondere al prossimo, rimanendo perennemente sulla difensiva.

Segue l’azione del cieco, che è chiamato a fare un percorso lungo e tortuoso, in discesa tra carretti e bancarelle, verso la piscina di Siloe; qualcosa di totalmente sconosciuto rispetto al percorso noto tra casa e luogo ove mendicava.

Sicuramente non possiamo render ragione dell’assurdo che affligge la nostra esistenza, ma dobbiamo dare ascolto al Signore: “Vai a lavarti!”, e seguire quella strada sconosciuta, inciampando e cadendo, sempre pronti a rialzarci con fiducia verso la meta.

L’alternativa è continuare a vivere da mendicanti (di affetto, ad esempio) calcando il sentiero della mediocrità, ben conosciuto e privo di rischi, nella piena ipocrisia di sentirsi sani, occupati a nascondere le ferite, le nostre debolezze che il mondo rifugge.

Il senso della nostra esistenza non passa dal “perché”, ma dal “per cosa”! Per quale scopo sto attraversando questa situazione assurda, questa sofferenza senza un perché?

Noi abbiamo già “gli occhiali giusti” per vedere il senso della nostra vita.

La tua ferita non si cancella, perché certe assurdità non si risolvono!

Puoi solo “tagliarle” via dalla tua esistenza, fare “spalluccie” e ignorarle definitivamente!

Gesù ci dona una Parola, attraverso la predicazione della Chiesa, ci versa il sale sulla ferita, laddove fa più male, e poi ci invia: "Vai a lavarti!".

La piscina di Siloe, detta dell’inviato, era alimentata dalle acque della sorgente di Gihon attraverso il tunnel di Ezechia, un canale sotterraneo non accessibile ai nemici che forma vari sifoni, punto di accesso per attingere l’acqua dai pozzi all’interno di Gerusalemme... e non è la prima volta che tale piscina compare nelle Scritture:

«Poiché questo popolo ha rigettato le acque di Sìloe, che scorrono piano, e trema per Resin e per il figlio di Romelia, per questo, ecco, il Signore farà salire contro di loro le acque del fiume, impetuose e abbondanti: cioè il re d'Assiria con tutto il suo splendore, irromperà in tutti i suoi canali e strariperà da tutte le sue sponde. (Isaia 8,6-7)

In questo testo, il profeta Isaia se la prende con il re Acaz che trema davanti alla coalizione formata da Resin, il re di Damasco, e Peqa, il re di Samaria (il figlio di Romelia); a dispetto dell’opinione del profeta Isaia, chiede l’aiuto del re di Assiria.

Concretamente poi, Acaz diventa vassallo del re Tiglat-Pileser e gli paga un tributo. (cf. 2Re 16,5-9). Il popolo di Gerusalemme e il suo re non hanno fiducia nelle proprie risorse simboleggiate dalle acque docili della sorgente di Siloe.

Non hanno fiducia nel proprio Dio e vanno a cercare aiuto altrove. La conseguenza, dice Isaia, sarà tremenda: il fiume di Mesopotamia, l’Eufrate, strariperà e allagherà tutto il paese. In parole più concrete, l’alleanza con l’Assiria costerà cara alla terra di Giuda.

Il profeta Isaia esorta il re Acaz a fidarsi di Dio: "Tu hai tutto! Hai una sorgente nascosta e con l'aiuto di Dio puoi resistere ai nemici. Ti devi fidare!".

L’epilogo della mancanza di fiducia in Dio e della ricerca forsennata di appoggio esterno (gli idoli stranieri) è la schiavitù.

Anche noi abbiamo questo problema, non riusciamo a vedere Dio nei meandri dolorosi della nostra esistenza: e se questo assurdo fosse una Grazia?

Scorre anche per noi un fiume d’acqua docile, che compie un percorso al buio di nascosto senza far rumore. Tutti noi siamo stati creati perchè siamo amati da Dio; ma c'è una cecità nativa che ci limita, che ci frena nel relazionarsi alla realtà in maniera autentica.

C'è l’incapacità di vedere i nostri peccati (e ipocritamente li imputiamo agli altri).

Andiamo a lavarci alla piscina di Siloe percorrendo la strada sconosciuta: c’è una missione da compiere, ed il mondo aspetta la nostra testimonianza!

 

 

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QUARTO SEGNO

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Giovanni 6, 1-15

 

 

1 Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. 5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare.

7 Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 «C'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cos'è questo per tanta gente?». 10 Rispose Gesù: «Fateli sedere». C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d'orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.

14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». 15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.

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Abbiamo visto come ogni segno si materializzi in un dono: nelle nozze di Cana abbiamo Maria, la nostra Mamma Celeste; nella guarigione del figlio del funzionario viene donata la Parola di Dio; nella guarigione del paralitico vi è il lettuccio, mentre nel quarto segno, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, si fa riferimento esplicito al PANE, uno degli elementi principali per l’esistenza, alimento essenziale e cibo legato ad una relazione profonda con il proprio intimo.

Nella Creazione descritta nella Genesi, si menziona l’erba che produce seme, che genera il cibo nostro nutrimento; ma non tutto il cibo è uguale, non tutto giova, come succede per la manna del racconto dell’Esodo, che diviene “cattiva” se conservata per più di un giorno.

Questo pane, centro del racconto evangelico, è cibo di vita, non un semplice alimento di sostentamento che riempie la pancia.

Allo scopo Gesù sale la montagna andando verso un luogo speciale, per uscire dal luogo ordinario ove gli uomini cercano Dio per interesse, per riempirsi la pancia; c’è bisogno di un passaggio in più, quel cercare Dio per raggiungere la pienezza della vita.

Gesù si muove creando una “distanza”: vuole rendere partecipi i suoi apostoli affinché essi, accorgendosi delle necessità della folla, si ‘scuotessero’ impegnandosi all’azione, e non si facessero prendere da ogni tipo di scoraggiamento, di sfiducia e rassegnazione. Poi Gesù si siede, un gesto evocativo del suo abbassarsi per immergersi nella nostra realtà, quella ordinaria di ogni uomo.

C’è un bisogno da soddisfare, una fame da appagare: Filippo risponde in modo molto comprensibile, concreto, realistico secondo una logica contabile, cioè che con pochi denari non si può soddisfare l’esigenza dell’intera folla; Andrea, invece, mostra un atteggiamento differente, in quanto intravvede un’occasione nella disponibilità di un ragazzino che mette a disposizione il proprio pasto, la razione di un povero.

Andrea mette nelle mani di Gesù questa piccola offerta, cinque pani e due pesci, pur sapendo che è un niente di fronte alle necessità della folla di Galilea.

I pani d’orzo sono evocativi di un fatto descritto nell’Antico Testamento quando Eliseo, il profeta, con venti pani d’orzo sfamò cento persone.

Nei pranzi solenni, nei pranzi festivi, in particolare per la Pasqua, i signori, cioè quelli che avevano dei servi da cui potevano farsi servire, mangiavano sdraiati. Ebbene, la prima azione di Gesù è far sentire le persone “signori”; Gesù si fa servo perché i servi si possano sentire signori. E dice ai discepoli, collaboratori di questa Eucaristia, di far sdraiare la gente, dopo essersi messo a sedere Lui per primo.

Poi prende il “poco” offerto dal ragazzo, lo benedice e lo distribuisce: l’offerta della propria pochezza, riposta nelle mani del Signore e messa al servizio degli altri, diviene tanto per molti!

Gesù non chiede a questa folla se i pani sono purificati e non chiede neanche di purificarsi.

Non bisogna purificarsi per ricevere il pane, che è Gesù, ma è l’accogliere, il mangiare questo pane di Gesù, che purifica.

Ebbene, mangiano, e dai pezzi avanzati raccolgono dodici canestri (questo numero rappresenta Israele): quel poco messo a disposizione è sufficiente come nutrimento per i presenti, e addirittura avanza per sfamare il popolo.

Il grande dono di questo segno sono i cinque pani e due pesci messi nelle mani del Signore!

Il tranello nel quale sovente cadiamo è quello di ritenere la nostra pochezza insufficiente rispetto al bisogno dell’uomo, i nostri talenti circoscritti in limiti invalicabili, peccando così di falsa umiltà o di codardia, proteggendo quel poco per timore di perderlo, senza mettersi in gioco; invece quel cesto messo tra le mani del Signore diviene fonte di salvezza indispensabile per l’umanità... e se non facciamo noi la nostra parte, non ci sarà nessuno che potrà sostituirci nel compito, in quanto ogni persona è un pezzo unico e inimitabile!

Gesù benedice il nostro talento messo a servizio degli altri, perché più ti avvicini a Lui e più affini l’udito all’ascolto del grido del fratello affamato; se sotterri quell’unico talento per comodità o pigrizia, rischi la maledizione di Dio, la sterilità spirituale! Non ascoltiamo la controparola, quella menzogna che ci suggerisce quanto il nostro niente non serve a niente: tutt’altro!!!

Dio ci lascia la libertà di rischiare la santità, o di conservare la mediocrità, perché essere santi significa trovare il coraggio di riporre il poco a propria disposizione nelle mani di Dio; noi ci mettiamo poche briciole, poi Lui ci mette tutto il resto della torta facendo il miracolo!

Ma questo segno di Gesù non è stato compreso in pieno, perché la folla vuole sottomettersi; Gesù li aveva chiamati alla libertà, ma loro non sanno che farsene e vogliono essere dominati; vogliono fare di Gesù un re.

Come sempre, la logica del mondo non coincide con quella di Dio: la schiavitù è una posizione di comodo per molti, ma un suddito non porta frutto.

La maledizione più grande nella nostra vita è quella di NON GENERARE!

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TERZO SEGNO

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Giovanni 5, 1-7

 

1 Vi fu poi una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 2 V'è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzaetà, con cinque portici, 3 sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. 4 [Un angelo infatti in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l'acqua; il primo ad entrarvi dopo l'agitazione dell'acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto.]

 

 

 

5 Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato. 6 Gesù vedendolo disteso e, sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?». 7 Gli rispose il malato: «Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me».

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Per questo terzo segno, Gesù si reca a Gerusalemme entrando dalla Porta delle Pecore (Lui, il Buon Pastore che si prende cura del suo gregge) durante una festa giudea, che potrebbe essere lo Shabbat, la festa della benedizione, che ci richiama al Terzo Comandamento, a benedire e riconciliarci con la nostra storia.

Si reca alla piscina di Betzaetà frequentata da gente malata nel fisico, condizione dell’uomo segnato dal limite: c’è qui un palese riferimento all’acqua, segno di vita ove affondare le proprie radici, e alla legge, i cinque portici simbolo del Pentateuco.

Ma il problema vero di questi malati è la paralisi, persone statiche prive di vita, in attesa che piovi dall’alto l’evento salvifico risolutore: la cifra "38" allude agli anni che il popolo di Israele fuggito dall'Egitto ha trascorso nel deserto prima di giungere nella terra promessa "andammo erranti per 38 anni" (Dt 2,14), esodo che si trasformò in un grande fallimento per gli uomini fuggiti dalla schiavitù, in quanto nessuno di essi raggiunse la terra della libertà (Nm 14,20-33).

È Gesù a prendere l'iniziativa e stimolare l'uomo a riprendere il cammino verso la libertà: VUOI GUARIRE? Il malato la prende alla lontana, appellandosi alla credenza riguardo la piscina di Betzaetà, e all’impossibilità per una persona nelle sue condizioni di immergersi nell'esatto momento in cui l'acqua venga agitata da un angelo.

Il paralitico è l’emblema di tutti noi bloccati dal facile vittimismo, dalle sofferenze subite, dall’alibi di essere incompresi dagli altri “che ci passano davanti” tuffandosi nella piscina prima di noi; sono 38 anni che attinge la sua identità dalla sua condizione di limite, dal suo peccato e non dall’acqua che dona vita.

Il peccato si dice originale non solo perché deriva dall’atto di disobbedienza di Adamo ed Eva, ma in quanto ognuno di noi gli dà una forma propria, originale appunto.

Ma Gesù ci viene incontro per rompere questa condizione frutto della menzogna, e ci domanda: VUOI GUARIRE? La risposta non è così ovvia, in quanto non è facile cambiare identità abbandonando uno stato di equilibrio, seppur malato, che ci è congeniale in quanto non ci destabilizza, anche se ci ha procurato dolore e ci fa soffrire tuttora.

Il peccato non solo ci rende inclini al male, ma risucchia la nostra capacità di far del bene; purtroppo è un componente costitutivo della nostra vita che ci regala un’identità pronta per appagare il perpetuo bisogno di riconoscimento.

Abbandonare una condizione malata per una sana che ci consenta di camminare, ha sia una componente di bellezza che indubbiamente ci attira, ma anche un’assuzione di responsabilità per la nuova identità che ci ricaccia verso la tranquilla mediocrità di partenza.

Occorre fare appello alla propria forza di volontà se vogliamo che avvenga il miracolo di una vita rigenerata, perché senza il nostro consenso, Gesù non può guarirci!

 

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SECONDO SEGNO

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Giovanni 4, 46-53

 

46 Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafarnao. 47 Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire.

48 Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete».

49 Ma il funzionario del re insistette: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». 

50 Gesù gli risponde: «Va', tuo figlio vive». Quell'uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino. 51 Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». 52 S'informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un'ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato». 53 Il padre riconobbe che proprio in quell'ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive» e credette lui con tutta la sua famiglia.

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Questo secondo segno è anch’esso collocato in Galilea a Cana, ove si era verificato il primo segno, di fondamentale importanza in quanto citato anche in questo Vangelo, e ci propone come antefatto un Gesù che si sta riposando.

Ma il lavoro lo raggiunge ugualmente allorché un funzionario del re Erode, appreso come Gesù fosse venuto dalla Giudea nuovamente in Galilea, si mosse da Cafarnao per incontrarLo.

Appena giunto davanti al Signore, egli si inginocchiò e Lo supplicò di scendere al più presto possibile con lui a Cafarnao, poiché il suo unico figlio, il quale è tutto per lui, lottava già con la morte.

Anticipiamo già che la discesa verso la Giudea non avverrà; il verbo “scendere” è usato a proposito non solo per questioni geografiche, ma per sottolineare quanto quest’uomo con un ruolo di potere ritenga Gesù al suo livello, anche se depositario di una potenza di natura diversa da quella umana, ma lontana dalla Gloria del Cristo.

Infatti costui non ha fatto certo esperienza di Gesù, ma ha udito l’eco delle sue gesta: la modalità di Gesù è diversa, e scenderanno sì giù insieme, ma dal piedistallo del potere (non dalle alture della Galilea).

Dietro a questo funzionario anonimo, c’è l’esperienza di ogni uomo che si è costruito una vita sicura ed agiata, che prende consapevolezza della propria impotenza dinnanzi alla malattia.

Nella risposta di Gesù c’è tutta la disapprovazione per quanti vogliono appoggiare la loro fede sui segni della sua potenza.

La mentalità dell’uomo altolocato lo porta ad attribuire un valore di credibilità solo alle manifestazioni della potenza; ma è soltanto privandoci delle nostre sicurezze, degli idoli ai quali abbiamo asservito la nostra vita, che otteniamo un cuore svuotato pronto ad esser riempito di gioia.

Con i miracoli Cristo non intende piegare la volontà umana sotto la gloria di Dio, ma intende solo rivelare l'amore.

Gli uomini del potere, infatti, non capiscono come sia possibile che il Messia, pur potendo schiacciare l'umanità sotto la sua potenza, non abbia neppure il desiderio di farlo.

Cristo condanna apertamente l'atteggiamento di chi lo cerca per ricevere un beneficio, senza curarsi di ridefinire la propria vita nell'ubbidienza della fede. Tuttavia il beneficio non è negato.

Quindi la richiesta del funzionario, che somiglia tanto ad un ordine, viene esaudita secondo la modalità scelta da Gesù: quest’uomo di potere vede disatteso l’ordine impartito, ma accoglie l’invito di Gesù e si mette in cammino.

L'unico segno che la guarigione del bambino non è casuale ma è il risultato di un comando esplicito di Cristo, sarà la coincidenza perfetta dell'orario; Cristo rifiuta di scendere a Cafarnao proprio per lasciare lo spazio per un atto libero di adesione di fede.

Credette alla parola di Gesù!

La fede è il vero dono accolto, un’accoglienza che avviene per mezzo della Parola e uno spontaneo ringraziamento per quanto avvenuto; ecco la base di una relazione autentica e generativa, che lo conduce a riscoprirsi padre (e non più un funzionario senza nome; per di più credette tutta la famiglia, quindi abbondanza di doni diretta conseguenza della sua fede).

La Parola di Dio entrando nel nostro cuore ha il potere di metterci in relazione con Lui perché ci interpella e ci sprona ad una risposta. Un semplice miracolo, invece, è una manifestazione del potere di Dio e magari anche del suo amore, ma ci lascia da parte, non ci coinvolge direttamente.

Il più grande miracolo fatto da Dio all’uomo è il dono della sua Parola, in questo dono infatti c’è tutto Dio, c’è il suo amore, c’è la sua bellezza, c’è la sua gloria e la sua grandezza.

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Il dono di Maria

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Giovanni 2,1-5

1 Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. 2 Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3 Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4 E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». 5 La madre dice ai servi: «Qualsiasi cosa vi dirà, fatela!».

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Questo segno accende i riflettori sulla figura di Maria: è Lei l’invitata, che viene poi accompagnata da Gesù e i suoi discepoli. Ed è Lei quella capace di fare una diagnosi della situazione, sia del banchetto che del nostro stato di vita. Ed è soprattutto Lei che invochiamo per intercedere presso il Figlio, Gesù che sembra rispondere in modo piccato al sollecito della madre.

Alcuni studiosi ritengono che la frase sia interrogativa e prolunghi la domanda precedente:

"Che ho da fare con te, donna? Non è ancora giunta l'ora mia?". Ossia è l’ora di “rompere” con la madre per iniziare la vita pubblica e portare a compimento la vocazione per la gloria di Dio?

Gesù fa intendere a Maria che ormai non è più dipendente da lei, ma deve prendere l'iniziativa per fare l'opera del Padre; ed interroga indirettamente la madre: “Sei pronta a lasciarmi andare?”.

È giunta l’ora che la Madonna si faccia carico di tutti i figli dell’uomo.

Maria, allora, si astiene docilmente dall'insistere presso di Lui e agisce rivolgendosi ai servi per invitarli ad obbedire a Gesù. In ogni caso la sua fiducia nel Figlio viene premiata: questo è il secondo “fiat” di Maria.

La Madonna è l’Arca dell’Alleanza, è la madre dei credenti che ci esorta alla fede illimitata, incrollabile e invincibile nella potenza e nell’amore di Dio. Anche quando tutto è misterioso e doloroso, anche quando la navicella della nostra vita è sbattuta dalla tempesta, crediamo che “tutto è grazia” e abbandoniamoci con tanta fiducia, come bambini, fra le braccia dell’Onnipotente.

Prima di arrivare al secondo “fiat”, Maria compie un cammino fatto di alti e bassi, un alternarsi di sofferenze e pause, un po’ come avviene per le doglie del parto; ed è proprio questo l’esempio più calzante per rappresentare quel dolore che occorre assecondare ed accogliere nella propria vita per raggiungere la pienezza.

L’obbedienza consapevole di Maria ha inizio con l’Annunciazione, allorché rinuncia al suo progetto personale di matrimonio “normale”, per aderire al progetto di Dio, fatto di fatica nel relazionarsi con Giuseppe (ed infatti nella Visitazione si palesa tutta l’umanità di Maria che cerca conforto nella cugina Elisabetta), di rifiuti incassati (non c’è un luogo dove far nascere Gesù, che è comunque un figlio concepito fuori dal matrimonio, il figlio della “pantera”), di profezie poco rassicuranti (una spada ti trafiggerà l’anima, sentenzia Simeone rivolgendosi a Maria durante la presentazione di Gesù al Tempio) e momenti di apprensione (Gesù dodicenne che si ferma nel Tempio a discorrere con i dottori mentre i genitori lo cercano in ogni dove).

Col secondo fiat, Maria accetta di lasciar andare Gesù e, nel contempo, di prendersi carico di tutti noi, col suo sguardo materno sempre pronto all’azione; Ella crede sempre che ogni uomo possa meritarsi il vino buono, e ci mostra la strada, lastricata di tanti “si”: la via dell’obbedienza.

Ed è solo il preludio di quello che avverrà sotto la Croce, il sesto giorno dell’ultima settimana, quando Gesù si spoglia di tutto rinunciando anche alla madre per donarla all’umanità.

Un midrash molto bello racconta che nel grembo materno il bambino impara tutta la Torà, ma appena esce fuori viene un angelo che gli pratica un taglietto sul labbro, facendogliela dimenticare Il compito del bambino, crescendo, è cercare di recuperare tutta la Torà studiata nel ventre materno e poi dimenticata. E la Madonna, madre di tutti noi, può aiutarci nella ricerca della Parola di Dio.

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Dalla Legge alla Grazia

Dalla Legge alla Grazia | Vangelo dei Segni | Scoop.it

 

 

Partiamo da una citazione di san Bonaventura, teologo francescano: “Lo scultore non fa qualcosa. La sua opera è invece un’ablatio: essa consiste nell’eliminare, nel togliere via ciò che è inautentico.

In questa maniera, attraverso l’ablatio, emerge la nobilis forma, cioè la figura preziosa.

 

 

Così anche l’uomo, affinché risplenda in lui l’immagine di Dio, deve soprattutto e prima di tutto accogliere la purificazione, attraverso la quale lo scultore, cioè Dio, lo libera da tutte quelle scorie che oscurano l’aspetto autentico del suo essere, facendolo apparire solo come un blocco di pietra grossolano, mentre inabita in lui la forma divina.”

Con lo sguardo dell’artista, anche Michelangelo vedeva già, nella pietra che gli stava davanti, l’immagine-guida che nascostamente attendeva di venir liberata e messa in luce. Il compito dell’artista – secondo lui – era solo quello di toglier via ciò che ancora ricopriva l’immagine. Michelangelo concepiva l’autentica azione artistica come un riportare alla luce, un rimettere in libertà; non tanto come un fare.

Il Decalogo è la pedagogia di Dio per togliere il superfluo, perché nella vita quotidiana ci sobbarchiamo di impalcature che ci appesantiscono e celano la nostra vera natura.

La Prima Parola pone tutti di fronte al dilemma: servire Dio o l’idolo? Ed abbiamo imparato ad identificare quest’ultimo nella carriera, nel piacere, nel denaro ma… una volta riportato alla luce, abbiamo poi risolto il nostro problema, o siamo ricaduti imperterriti nella schiavitù facendoci succhiare la vita?

Nella Seconda Parola, abbiamo compreso come prendersi carico del Nome di Dio ci conduca a relazionarci col mondo in maniera autentica, facendo risaltare tutta la bellezza di una vita che parla di Dio in ogni azione quotidiana, senza spreco di tempo; eppure siamo ricaduti ancora nelle nostre incoerenze, girando a vuoto in modo inconcludente.

E la Terza, che ci invita a benedire la nostra storia? Quante volte l’abbiamo fatto, o piuttosto siam sempre lì a lamentarci del passato. Infine la Quarta Parola, ultima della prima tavola; l’invito a lasciare il nido, a tagliare col passato, a dare onorabilità ai nostri genitori.

La seconda tavola ci esorta ad amare fin dalla Quinta Parola, perché non uccidere significa dare la vita per l’altro; e l’amore si può declinare nel Sesto Comandamento, amando col proprio corpo senza adulterare la propria vocazione; nel Settimo, amando con le cose proponendoci come amministratori della Provvidenza; nell’Ottavo, rendendo testimonianza alla Verità a favore del nostro prossimo.

La Nona e Decima Parola  si declinano nell’unico comandamento: non desiderare.

È il comandamento che ci inchioda tutti ad un problema insormontabile: anche qualora riuscissimo a controllare i nostri comportamenti per conformarci alla legge, il nostro cuore smetterebbe di desiderare il male? Come si esce da questo dramma che san Paolo ha espresso magnificamente in Rm 7? Occorre chiedere il cuore nuovo, il cuore di carne che Dio ha promesso per bocca del profeta Geremia.

L’ultimo comandamento ci apre all’opera santificatrice dello Spirito, al desiderio nuovo di una vita santa; ci invita a gridare a Dio, a chiedere la liberazione da questo corpo votato al male.

Da tutto ciò si intuisce una bellezza, e sorgono domande che non trovano ancora risposta: siamo di fronte alla diagnosi del male che affligge la nostra vita, ma la cura va ricercata altrove.

D’altronde ciò che è legge porta sempre dietro un istinto di repulsione da parte dell’uomo, anarchico e ribelle per natura, pronto a mettere in discussione ciò che considera un’imposizione, e che, quindi, non ha scelto liberamente.

Eppure l’obbedienza potrebbe risolverci molte grane; per esempio, nell’affrontare situazioni sconosciute e poco comprensibili, la fiducia nella sapienza divina (o nell’esperienza dei nostri genitori, nella visione della guida spirituale) può giovare, e non poco, alla nostra salvezza.

Quindi è necessario passare dalla Legge alla Grazia, dalla diagnosi alla guarigione, dal Decalogo al Vangelo vivente, ossia Gesù.

La stessa vita di Gesù narrata nei Vangeli, è divenuta Parola di Vita quando trova accoglienza; ed è l’unico percorso di guarigione per ognuno di noi.

In particolare, il Vangelo di Giovanni contiene Sette Segni che saranno fondamentali per individuare la cura; nel prologo, si parla di una Luce che viene nel mondo, e di coloro che la accolgono. A costoro verrà dato il potere di essere Figli di Dio, la guarigione completa.

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