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Intervista a Danilo Corradi.
Una video spiegazione sul debito pubblico. Cos'è, come si è formato, chi possiede il debito pubblico italiano? Quando si può parlare di un debito illegittimo? Come si può stabilire quale parte del debito sia illegittima e con quali strumenti.
di Andrea Baranes.
Troppo debito?
Paolo Ganino intervista Loretta Napoleoni.
La situazione è molto seria. L’Italia, ad esempio, ha ormai lo stesso rating del Marocco: mancano due punti e saremo al livello di junk che varrebbe a dire che i Fondi non potrebbero più investire nel nostro Paese. Se fosse solo questo ce la potremmo anche fare. Il vero problema è però ancora una volta la Grecia, per la quale non si trova un accordo per una riduzione volontaria del debito al 120% del PIL. Il declassamento da solo non può far degenerare la situazione.
di Collettivo Uninomade.
Una cosa è certa: se nell’Europa gotica qualcuno sta pensando a comporre gli interessi di diverse frazioni di capitale, nessun riconoscimento viene tributato al lavoro. Tutt’al più, dove ancora ve ne sono le condizioni (ad esempio in Germania) questo riconoscimento trova qualche spazio all’interno delle strutture di concertazione nazionale. Ma da queste strutture sono escluse quote sempre più significative (tanto quantitativamente quanto qualitativamente) di lavoratrici e lavoratori ormai definitivamente precarizzati, mentre la stessa posizione del lavoro “garantito” comincia a essere minacciata da una crisi che non risparmia nessuno. Altrove, nella grande maggioranza dei Paesi europei, l’attacco alle condizioni del lavoro (di quello cognitivo come di quello operaio, di quello migrante come di quello autoctono, di quello dipendente come di quello formalmente autonomo) non sembra conoscere confini. I “debiti sovrani” sono scaricati su donne e uomini sempre più indebitati “privatamente”, l’attacco al salario si combina con quello ai servizi, la disoccupazione con l’erosione dei risparmi familiari e dunque con il dilagare della povertà. Un aumento vertiginoso delle disuguaglianze sociali, già cresciute a dismisura con i processi di finanziarizzazione del capitalismo, è la prima conseguenza di tutto questo.
Cinque domande sulla crisi a Andrea Fumagalli, Christian Marazzi e Carlo Vercellone.
L’approfondimento della crisi, con le sue devastanti conseguenze sociali, continua a spiazzare consolidati paradigmi interpretativi. Ne risultano non soltanto la bancarotta della scienza economica mainstream, ma anche inedite sfide per quanti hanno continuato in questi anni a praticare in forme originali la critica dell’economia politica. In questione, sempre più chiaramente, ci sembra essere proprio il rapporto tra le categorie economiche e le categorie politiche.
di Alberto Stefanelli e Piero Maestri.
L'enorme debito pubblico italiano, come quello degli altri paesi europei, è il risultato delle scelte politiche neoliberiste - come gli articoli pubblicati sul sito www.rivoltaildebito.org hanno già più volte mostrato.
Il Comitato No Debito si propone l'obiettivo di costruire un movimento di resistenza contro il pagamento del debito, contro le misure antipopolari e di distruzione di quanto resta dello stato sociale e contro ogni grave attentato alla democrazia, ai diritti e a ogni concetto di rappresentanza popolare.
di Salvatore Cannavò.
In Francia l'appello ha superato le 50 mila adesioni, in Belgio le associazioni Attac e Cadtm hanno fatto ricorso al Consiglio di Stato contro i 54 miliardi per salvare la banca Dexia, in Grecia c'è un comitato attivo da un anno. Incontriamoci anche in Italia Articolo dopo articolo, grazie anche all'attenzione che il manifesto sta ponendo, la questione dell'audit sul debito pubblico, cioè l'indagine su come è stato formato il debito, come viene gestito, quali interessi soddisfa e quali bisogni comprime, sta diventando un nodo del dibattito politico.
di Guido Viale.
L'Italia ha imboccato la stessa strada della Grecia. L'unica possibilità che abbiamo per un'alternativa è quella di condizionare il governo con la mobilitazione sociale. L'importante è cominciare.
di Franco Berardi Bifo.
“… tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi: la locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare … ” Dal momento che la logica predatoria si installa in una sfera che non può essere né governata né contrastata dalla volontà politica, l’opposizione sociale appare incapace di contrastare efficacemente la predazione. In quali forme allora la resistenza potrà manifestarsi? La strategia che sta emergendo spontaneamente – ma che andrebbe elaborata in maniera consapevole ed esplicita – è quella che punta a svuotare il potere della moneta, a far saltare i termini stessi dello scambio economico. E’ la strategia dell’insolvenza. Non si tratta di intendere la parola dell’insolvenza come rifiuto degli stati nazionali a pagare il debito, come rivendicazione anti-europea o nazionalistica. Non di insolvenza nazionale (default) dobbiamo parlare, ma di insolvenza sociale.
di Damien Millet e Éric Toussaint.
La questione del pagamento del debito costituisce sicuramente un tabu. È presentato dai capi di Stato e di governo, dalla Banca Centrale Europea (BCE), dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), dalla Commissione Europea (CE) e dalla stampa dominante come ineludibile, indiscutibile, doveroso. Cittadini/e dovrebbero rassegnarsi a pagare. L’unica discussione possibile riguarda la maniera di modulare la distribuzione dei sacrifici indispensabili per concretizzare gli strumenti di bilancio che consentano di mantenere l’impegno assunto dal paese indebitato. I governi che hanno ottenuto prestiti sono stati eletti democraticamente, per cui le azioni effettuate sono legittime. Quindi, bisogna pagare.
L’audit civico è uno strumento per eliminare questo tabu. Esso consente a uno strato crescente della popolazione di rendersi conto in lungo e in largo del processo di indebitamento di un paese. Consiste nell’analizzare criticamente la politica di indebitamento da parte delle autorità del paese.
di Alessandro Poggi.
Ma se il nostro Paese dovesse fallire cosa sarebbe l’impatto sulle nostre tasche e come cambierebbe la nostra vita? Dovremmo aspettarci scenari apocalittici, come molti temono, oppure si tratterrebbe “soltanto” di ridimensionare i nostri consumi e il nostro tenore di vita? Inoltre quanto probabile è questa eventualità e perché siamo finiti dentro questa situazione? “Default” è il termine anglosassone che viene utilizzato per descrivere la condizione di un Paese che non può più ripagare i propri creditori secondo gli importi e le scadenze prestabilite. In pratica equivale a dire che uno Stato è stato sopraffatto dai debiti ed è andato in bancarotta, anche se la parola inglese forse fa meno paura.
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di Franco Berardi.
La Grecia è in fiamme. Perché in Italia non sperimentiamo una nuova forma di azione, che magari consista nell’inazione, nel rifiuto di partecipare di collaborare di contribuire? Perché non proviamo a organizzare il Do Nothing Day che una ragazza greca, Alexandra Odette Kypriotaki ha proposto dopo aver constatato che il popolo greco con l’azione e la mobilitazione non è riuscito a difendere nulla?
di Andrea Fumagalli.
Un'accurata analisi su come si possa contestare le politiche di austerity a partire dalle esperienze internazionali di contrattazione del debito dei paesi nel Sud del mondo.
Marco Bersani del Forum Italiano dei movimenti per l'acqua ci parla delle liberalizzazioni del governo Monti e della crisi del debito italiana.
di Helena Janeczek.
Eppure ci sono nodi e luoghi da cui conviene cominciare. L’Europa può essere un perno. Se in questo continente cominciassero a cambiare alcune regole, questo potrebbe avere un impatto assai più esteso. Probabilmente, causa di forza maggiore, i summit della politica EU troveranno qualche accordo palliativo che consenta una tregua utile per guadagnare tempo. Bisognerebbe sfruttarla anche dal basso per mettere in piedi quel che finora è stato fatto troppo poco. Creare reti – avere più scambi, informazioni, coordinamento. Giustapporre un’altra politica a quella che impongono le istituzioni monetarie e i governi con il coltello dalla parte del manico. L’Europa è anche quella in cui per secoli uomini e donne hanno lottato per i loro diritti. L’Europa, ancora prima che intorno agli ideali socialisti, comunisti e anarchici si organizzassero partiti e sindacati, è stata il luogo dove si è combattuto insieme perché i singoli paesi potessero diventare nazioni autonome, pari a quella che nel nome di libertà, fraternità e uguaglianza aveva decapitato la monarchia assoluta. Oggi pare di assistere a un processo inverso. Non lasciamo che la moneta diventata immagine e somiglianza di un pianeta minaccioso la disintegri- e noi con essa.
di Vincenzo Comito.
La crisi: istruzioni per l'uso. Da "credit crunch" a default, dai bond ai Btp, dalle capitalizzazioni ai "credit default swaps", un glossario, chiaro e articolato, per capire i termini dell'economia e il suo funzionamento.
di Giovanni Stinco.
Tra pessimismo di fronte alla crisi economica e speranza nei movimenti, Franco Berardi ha presentato il saggio La sollevazione: "in questo momento chiedere alla politica di trovare una soluzione sarebbe come chiedere oggi di essere curati da un medico del 1600". Con un avvertimento: “Attenti a Monti, sta spianando la strada al ritorno di Berlusconi”.
di Michel Husson.
È possibile riassumere in maniera semplicissima l’andamento della crisi: nel corso degli ultimi due decenni il capitalismo si è riprodotto accumulando una montagna di debiti. Onde evitare il tracollo del sistema, gli Stati si sono assunti il grosso di questi debiti che, da privati, sono diventati pubblici. Di qui in poi, il compito di questi Stati è quello di farne pagare la fattura ai cittadini, sotto forma di tagli dei bilanci, di aumento delle imposte più inique e di congelamento dei salari. In sintesi: la maggioranza della popolazione (lavoratori e pensionati) deve garantire la concretizzazione di profitti fittizi accumulati in lunghi anni.
di Roberto Schiattarella.
La crisi è anche il risultato degli schemi conoscitivi dell’economia tradizionale. Le soluzioni richiedono interventi che riflettano un diverso modo di pensare. A cominciare dalla finanza, dal debito, dal lavoro, dalla distribuzione del reddito.
di Francesca Tarantino.
Gli errori economico-finanziari che hanno portato al tracollo dell’Argentina e le mosse che le hanno permesso di risollevarsi e guidare la rinascita sudamericana. E’ possibile seguire l’esempio anche in Italia e in Europa?
di Guido Carandini e Paolo Leon.
Il premio Nobel Paul Krugman, ha scritto sul New York Times un articolo intitolato "Nessuno capisce cos'è il debito". Intendeva nessun economista della scuola preferita dai conservatori, e il debito cui si riferiva è quello pubblico generato dal disavanzo della spesa statale. Per dimostrarlo ha fatto il seguente esempio. Coloro che aborriscono i disavanzi statali ritengono che possano causare un futuro in cui i cittadini saranno impoveriti dal dover rimborsare il denaro preso a prestito. Quindi paragonano gli Stati Uniti a una famiglia che abbia contratto un mutuo tanto oneroso da condannarla a soffrire gravi difficoltà nel pagamento delle rate mensili. Ma, dice Krugman, si tratta di una analogia falsa per due motivi.
di Roberta Russo.
Il dibattito pubblico (sia tra economisti, sia tra i policy maker) è tutto incentrato sulla crisi del debito pubblico. Le questioni che vengono dibattute riguardano la ricerca delle ”ricette” per cercare di fermare l'attacco speculativo ai titoli del debito pubblico dei paesi europei (in particolare di Italia, Grecia, Spagna). Le varie soluzioni che si prospettano partono tutte dall'assunto che bisogna “dare fiducia ai mercati”. I mercati finanziari, però non sono messi mai in discussione, non c'è nessuno, tra chi decide che piega debbano prendere gli stati, che prende in considerazione l'ipotesi di fermare a monte la speculazione finanziaria, che è stata all'origine della crisi nel 2008.
di Pietro Monsurrò.
Perché “lascia o raddoppia”? Perché la strategia è quella di scommettere che la crisi sia “una tantum” e non strutturale, e dunque se si riesce a promettere garanzie ai debitori questi non si spaventeranno e poi tutto tornerà come prima. Se la scommessa è corretta si previene la crisi perché i debitori si sentono più sicuri una volta capito che dietro Icesave c’è il governo islandese, se la scommessa va male, i conti sballano e si va in bancarotta. Chi ha permesso ai governi di fare scelte così folli, mettendo in pericolo il futuro dell'intero paese?
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