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Discussioni, risorse e proposte per l'Italia, l'euro e la crisi del debito
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Euro, da sogno a incubo

di Guido Viale.

I veri europeisti sono coloro che sostengono che non si può procedere verso un’Europa dei popoli se non si ha innanzitutto il coraggio, e poi la forza, di imporre una revisione radicale di tutto l’assetto finanziario su cui si è retta finora la sua costruzione. Ma bisogna che le forze sociali che lo vogliono veramente si uniscano in un movimento comune.
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L'economia del debito

L'economia del debito | Tifiamo default? | Scoop.it

Intervista a Maurizio Lazzarato.

 

Giorno dopo giorno siamo sempre più debitori: nei confronti dello Stato, delle assicurazioni private, delle imprese… E per onorare i nostri debiti siamo sempre più costretti a diventare «imprenditori» delle nostre vite, del nostro «capitale umano». Il nostro orizzonte materiale ed esistenziale viene così del tutto stravolto. Il debito, tanto privato che pubblico, è la chiave di volta attraverso la quale leggere il progetto di un’economia fondata sul pensiero neoliberista.

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Sfiga e rivoluzione

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di Mauro Vanetti - via Giap.

 

Crisi dell’euro e crisi di sovrapproduzione: la forma e la sostanza

 

Quando l’economia reale entra o sta per entrare in questa situazione è perché si rompe la capacità degli investimenti di generare profitto con lo stesso ritmo di prima. Siccome nel capitalismo fare profitto aprendo una fabbrica, piuttosto che comprando dei derivati sul mercato finanziario, piuttosto che affittando un terreno, è semplicemente un modo come un altro di investire i propri soldi, c’è un sistema di vasi comunicanti tra il profitto, l’interesse e la rendita. Nella misura in cui si prosciugano le occasioni di profitto nell’economia reale, i capitali affluiscono in quella fittizia, finché le bolle che lì si creano non scoppiano a loro volta. D’altronde, per via di quella che Lenin chiamava «la fusione delle banche con lo Stato», le difficoltà della finanza privata non possono lasciare indenne la finanza pubblica. La crisi di sovrapproduzione/sovracapacità diventa crisi bancaria diventa crisi del debito sovrano diventa crisi valutaria. Non è sfiga!

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L’Italia non è la Grecia

di Franco Berardi.

 

La Grecia è in fiamme. Perché in Italia non sperimentiamo una nuova forma di azione, che magari consista nell’inazione, nel rifiuto di partecipare di collaborare di contribuire? Perché non proviamo a organizzare il Do Nothing Day che una ragazza greca, Alexandra Odette Kypriotaki ha proposto dopo aver constatato che il popolo greco con l’azione e la mobilitazione non è riuscito a difendere nulla?

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Il diritto naturale all'insolvenza

di Andrea Fumagalli.

 

Un'accurata analisi su come si possa contestare le politiche di austerity a partire dalle esperienze internazionali di contrattazione del debito dei paesi nel Sud del mondo.

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Beni comuni e debito sono la stessa battaglia

Marco Bersani del Forum Italiano dei movimenti per l'acqua ci parla delle liberalizzazioni del governo Monti e della crisi del debito italiana.

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Riprendiamoci l’Europa!

di Collettivo Uninomade.

 

Una cosa è certa: se nell’Europa gotica qualcuno sta pensando a comporre gli interessi di diverse frazioni di capitale, nessun riconoscimento viene tributato al lavoro. Tutt’al più, dove ancora ve ne sono le condizioni (ad esempio in Germania) questo riconoscimento trova qualche spazio all’interno delle strutture di concertazione nazionale. Ma da queste strutture sono escluse quote sempre più significative (tanto quantitativamente quanto qualitativamente) di lavoratrici e lavoratori ormai definitivamente precarizzati, mentre la stessa posizione del lavoro “garantito” comincia a essere minacciata da una crisi che non risparmia nessuno. Altrove, nella grande maggioranza dei Paesi europei, l’attacco alle condizioni del lavoro (di quello cognitivo come di quello operaio, di quello migrante come di quello autoctono, di quello dipendente come di quello formalmente autonomo) non sembra conoscere confini. I “debiti sovrani” sono scaricati su donne e uomini sempre più indebitati “privatamente”, l’attacco al salario si combina con quello ai servizi, la disoccupazione con l’erosione dei risparmi familiari e dunque con il dilagare della povertà. Un aumento vertiginoso delle disuguaglianze sociali, già cresciute a dismisura con i processi di finanziarizzazione del capitalismo, è la prima conseguenza di tutto questo.

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Cinque domande sulla crisi

Cinque domande sulla crisi a Andrea Fumagalli, Christian Marazzi e Carlo Vercellone.

 

L’approfondimento della crisi, con le sue devastanti conseguenze sociali, continua a spiazzare consolidati paradigmi interpretativi. Ne risultano non soltanto la bancarotta della scienza economica mainstream, ma anche inedite sfide per quanti hanno continuato in questi anni a praticare in forme originali la critica dell’economia politica. In questione, sempre più chiaramente, ci sembra essere proprio il rapporto tra le categorie economiche e le categorie politiche.

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Il debito e le spese militari

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di Alberto Stefanelli e Piero Maestri.

 

L'enorme debito pubblico italiano, come quello degli altri paesi europei, è il risultato delle scelte politiche neoliberiste - come gli articoli pubblicati sul sito www.rivoltaildebito.org hanno già più volte mostrato.
Per l'argomento che trattiamo ci sembrano due le questioni connesse: da una parte l'aumento del budget della difesa, malgrado la riduzione di altri capitoli di bilancio, come conseguenza di un rilancio dell'uso della forza militare come strumento connesso alla presenza economico-politica internazionale (come già recitava il Nuovo modello di difesa del 1991); dall'altra il sostegno pubblico all'industria bellica, in particolare alla galassia di Finmeccanica.
Come dicevamo, questa non è una caratteristica solamente italiana. La Grecia, pur in bancarotta, ha continuato a destinare il 3,2% del Pil alle spese militari (oltre dieci miliardi di dollari l'anno).
L'Italia, come abbiamo visto, non è da meno, e con undebito pubblico di oltre 1900 miliardi di euro continua ad avere il bilancio militare di cui abbiamo parlato - che ci ha fatto spendere negli ultimi 10 anni più di 200 miliardi di euro per la guerra secondo i dati ufficiali, ma ben 280 miliardi secondo il Sipri.
E' chiaro che queste forte spesa militare ha contribuito al deficit pubblico e che il bilancio della difesa ha subito tagli decisamente ridicoli o inesistenti, ancora più scandalosi se confrontati con quelli subiti dai servizi pubblici.

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Appello "Dobbiamo fermarli"

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Il Comitato No Debito si propone l'obiettivo di costruire un movimento di resistenza contro il pagamento del debito, contro le misure antipopolari e di distruzione di quanto resta dello stato sociale e contro ogni grave attentato alla democrazia, ai diritti e a ogni concetto di rappresentanza popolare.

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Audit sul debito, in Europa si fa così

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di Salvatore Cannavò.

 

In Francia l'appello ha superato le 50 mila adesioni, in Belgio le associazioni Attac e Cadtm hanno fatto ricorso al Consiglio di Stato contro i 54 miliardi per salvare la banca Dexia, in Grecia c'è un comitato attivo da un anno. Incontriamoci anche in Italia Articolo dopo articolo, grazie anche all'attenzione che il manifesto sta ponendo, la questione dell'audit sul debito pubblico, cioè l'indagine su come è stato formato il debito, come viene gestito, quali interessi soddisfa e quali bisogni comprime, sta diventando un nodo del dibattito politico.

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Una via d’uscita dal vicolo cieco liberista. Se non ora, quando?

di Guido Viale.

 

L'Italia ha imboccato la stessa strada della Grecia. L'unica possibilità che abbiamo per un'alternativa è quella di condizionare il governo con la mobilitazione sociale. L'importante è cominciare.

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Il bufalo e la locomotiva. Per una strategia dell’insolvenza sociale

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di Franco Berardi Bifo.

 

“… tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi: la locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare … ”
(Francesco de Gregori)

Dal momento che la logica predatoria si installa in una sfera che non può essere né governata né contrastata dalla volontà politica, l’opposizione sociale appare incapace di contrastare efficacemente la predazione. In quali forme allora la resistenza potrà manifestarsi?

La strategia che sta emergendo spontaneamente – ma che andrebbe elaborata in maniera consapevole ed esplicita – è quella che punta a svuotare il potere della moneta, a far saltare i termini stessi dello scambio economico. E’ la strategia dell’insolvenza.

Non si tratta di intendere la parola dell’insolvenza come rifiuto degli stati nazionali a pagare il debito, come rivendicazione anti-europea o nazionalistica. Non di insolvenza nazionale (default) dobbiamo parlare, ma di insolvenza sociale.

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«Italia, serve la bancarotta»

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Intervista a Serge Latouche, guru della decrescita, il debito non sarà mai ripagato: meglio ripartire da zero.

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La guerra dei mercati. Competizione, speculazione e interessi nella crisi dell’eurozona

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di Maurizio Donato.

 

La domanda che questo articolo si pone è se la correlazione tra rendimenti sui titoli del debito e stabilità dei conti pubblici di un paese sia sufficientemente robusta da reggere da sola il peso della spiegazione della tempesta che si è abbattuta dalla primavera del 2011 sui titoli pubblici di alcuni paesi europei.

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Video spiegazione sul debito

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Intervista a Danilo Corradi.

 

Una video spiegazione sul debito pubblico. Cos'è, come si è formato, chi possiede il debito pubblico italiano? Quando si può parlare di un debito illegittimo? Come si può stabilire quale parte del debito sia illegittima e con quali strumenti.

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Breve storia della crisi

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di Andrea Baranes.

 

Troppo debito?
Nella prima metà degli anni Novanta il governo Berlusconi annunciava un nuovo miracolo italiano fondato sulla crescita e lo sviluppo, prometteva tagli delle tasse per cittadini e imprese, investimenti pubblici per trasformare il paese. A novembre 2011 il governo si dimette sotto il peso degli interessi da pagare, tra conti pubblici che non quadrano e nubi sempre più minacciose di possibili default. La pressione fiscale aumenta, a partire dall’Iva, assistiamo a tagli generalizzati di tutte le spese pubbliche mentre i soldi per gli investimenti e lo «sviluppo» sono un miraggio sempre più distante. Il nostro paese è uno dei principali problemi dell’Unione Europea.
Cos’è successo allora in questi diciotto anni?

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Infografica sul debito pubblico italiano

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a cura di Rivolta il Debito!
(.pdf)

 

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Depressione

di Helena Janeczek.

 

Eppure ci sono nodi e luoghi da cui conviene cominciare. L’Europa può essere un perno. Se in questo continente cominciassero a cambiare alcune regole, questo potrebbe avere un impatto assai più esteso. Probabilmente, causa di forza maggiore, i summit della politica EU troveranno qualche accordo palliativo che consenta una tregua utile per guadagnare tempo. Bisognerebbe sfruttarla anche dal basso per mettere in piedi quel che finora è stato fatto troppo poco. Creare reti – avere più scambi, informazioni, coordinamento. Giustapporre un’altra politica a quella che impongono le istituzioni monetarie e i governi con il coltello dalla parte del manico. L’Europa è anche quella in cui per secoli uomini e donne hanno lottato per i loro diritti. L’Europa, ancora prima che intorno agli ideali socialisti, comunisti e anarchici si organizzassero partiti e sindacati, è stata il luogo dove si è combattuto insieme perché i singoli paesi potessero diventare nazioni autonome, pari a quella che nel nome di libertà, fraternità e uguaglianza aveva decapitato la monarchia assoluta. Oggi pare di assistere a un processo inverso. Non lasciamo che la moneta diventata immagine e somiglianza di un pianeta minaccioso la disintegri- e noi con essa.

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Dizionario della crisi

 di Vincenzo Comito.

 

La crisi: istruzioni per l'uso. Da "credit crunch" a default, dai bond ai Btp, dalle capitalizzazioni ai "credit default swaps", un glossario, chiaro e articolato, per capire i termini dell'economia e il suo funzionamento.

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Bifo e il nuovo libro: “Basta pagare il debito delle banche. Insorgiamo o sarà miseria”

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di Giovanni Stinco.

 

Tra pessimismo di fronte alla crisi economica e speranza nei movimenti, Franco Berardi ha presentato il saggio La sollevazione: "in questo momento chiedere alla politica di trovare una soluzione sarebbe come chiedere oggi di essere curati da un medico del 1600". Con un avvertimento: “Attenti a Monti, sta spianando la strada al ritorno di Berlusconi”.

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Uscire o non uscire dall’euro?

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di Michel Husson.

 

È possibile riassumere in maniera semplicissima l’andamento della crisi: nel corso degli ultimi due decenni il capitalismo si è riprodotto accumulando una montagna di debiti. Onde evitare il tracollo del sistema, gli Stati si sono assunti il grosso di questi debiti che, da privati, sono diventati pubblici.

Di qui in poi, il compito di questi Stati è quello di farne pagare la fattura ai cittadini, sotto forma di tagli dei bilanci, di aumento delle imposte più inique e di congelamento dei salari. In sintesi: la maggioranza della popolazione (lavoratori e pensionati) deve garantire la concretizzazione di profitti fittizi accumulati in lunghi anni.

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Ripensare l’economia per ritrovare le politiche

di Roberto Schiattarella.

 

La crisi è anche il risultato degli schemi conoscitivi dell’economia tradizionale. Le soluzioni richiedono interventi che riflettano un diverso modo di pensare. A cominciare dalla finanza, dal debito, dal lavoro, dalla distribuzione del reddito.

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Un esempio di default pilotato

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di Francesca Tarantino.

 

Gli errori economico-finanziari che hanno portato al tracollo dell’Argentina e le mosse che le hanno permesso di risollevarsi e guidare la rinascita sudamericana. E’ possibile seguire l’esempio anche in Italia e in Europa?

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Nessuno capisce che cos’è il debito

di Guido Carandini e Paolo Leon.

 

Il premio Nobel Paul Krugman, ha scritto sul New York Times un articolo intitolato "Nessuno capisce cos'è il debito". Intendeva nessun economista della scuola preferita dai conservatori, e il debito cui si riferiva è quello pubblico generato dal disavanzo della spesa statale. Per dimostrarlo ha fatto il seguente esempio. Coloro che aborriscono i disavanzi statali ritengono che possano causare un futuro in cui i cittadini saranno impoveriti dal dover rimborsare il denaro preso a prestito. Quindi paragonano gli Stati Uniti a una famiglia che abbia contratto un mutuo tanto oneroso da condannarla a soffrire gravi difficoltà nel pagamento delle rate mensili. Ma, dice Krugman, si tratta di una analogia falsa per due motivi.

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