Reti di imprese
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DEF 2014: rifinanziamento del fondo per il regime agevolato delle reti di impresa

A pagina 22 del Documento di Economia e Finanza per il 2014, presentato dal Governo nella serata di martedì 8 aprile, si legge quanto segue: “Rifinanziamento del Fondo per il regime agevolato delle Reti d’Impresa per 200 milioni, aumentando il limite degli utili accantonabili e semplificando il bilancio d’impresa”. Il rifinanziamento alle reti di imprese è previsto nel paragrafo I.6 del Def, dedicato ad “Impresa, competitività e attrazione investimenti”, all’interno dell’Azione “Una nuova finanza d’impresa per la crescita”, la quale prevede, tra le altre misure, anche l’ampliamento degli investitori istituzionali per l’impresa italiana, attraverso minibond, fondi di credito e ACE nonché incentivi all’investimento in azioni o quote di PMI quotate o quotande.
Si tratta di un annuncio atteso da molto tempo, poiché l’agevolazione ex D.L. n. 78/2010 è stata probabilmente la più importante tra quelle dedicate alle reti di impresa ed era ormai da diversi mesi che si attendevano segnali di attenzione da parte del Governo su questo tema. Altrettanto interessante la prevista misura di semplificazione del bilancio d’impresa, ulteriore misura che, ove realizzata, avrebbe l’indubbio vantaggio di avvicinare altri imprenditori alle reti. A questo punto non resta che attendere il provvedimento esecutivo di questa decisione. A tal proposito, il DEF riporta la data, per l’intera “Azione”, di settembre 2014. 

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Il contratto di rete, il consorzio con attività esterna e le A.T.I.: breve analisi comparata

Sintesi della lezione tenuta al corso di alta formazione in reti di impresa a Rovigo, su iniziativa della Camera di Commercio di Rovigo e con la collaborazione di Assindustria Servizi Srl e AssoretiPmi – I parte

Fabrizio Garaffa's insight:

Il contratto di rete è stato introdotto nel nostro ordinamento dalla legge 9 aprile 2009, n. 33, di conversione del Decreto Legge 10 febbraio 2009 n. 5: esso rappresenta uno strumento di aggregazione delle imprese agile e flessibile, che permette di realizzare un’idea imprenditoriale comune alle imprese coinvolte, senza vincoli di distretto o comunque geografici e mantenendo in capo alle singole imprese retiste la propria autonomia giuridica ed aziendale.
Elemento distintivo del contratto di rete è la sua causa, l’obiettivo cui esso tende: lo svolgimento in comune di una o più attività economiche allo scopo di accrescere la capacità innovativa e la competitività delle imprese partecipanti e della rete nel suo complesso.
Questa caratteristica del contratto di rete ne rivela, ad un tempo, l’intima ragione ispiratrice e le sue peculiarità, tali da farne un unicum nell’ordinamento attuale.
Lo scopo di accrescere la capacità innovativa e la competitività delle imprese partecipanti è evidentemente dettato dall’esigenza di dotare le nostre aziende di uno strumento che le aiuti a vincere la sfida della competizione globale, sfida che si gioca contro avversari che spesso dispongono di notevoli vantaggi competitivi rispetto alle imprese nostrane a causa degli enormi cambiamenti che la globalizzazione ha provocato nei grandi sistemi di approvvigionamento e produzione a livello globale.
Se l’esigenza di accrescere l’innovatività e la capacità competitiva delle imprese è la principale ragione della nascita di questo nuovo istituto, essa distingue le reti di impresa anche da altri modelli di aggregazione imprenditoriale.
1. Reti di impresa e consorzi con attività esterna
L’esempio più noto conduce al parallelismo tra rete di impresa e consorzio con attività esterna ed, in effetti, è innegabile che queste due figure si somiglino da un punto di vista strutturale, potendo condividere la nozione, peraltro molto generale, di “organizzazione creata da imprenditori per soddisfare bisogni ed esigenze comuni”. Le similitudini, però, non vanno molto oltre questo primo dato, posto che radicalmente diversi sono gli obiettivi dei consorzi, da un lato, e delle reti di imprese, dall’altro: e così, lo sviluppo della capacità innovativa e della competitività dei partecipanti non figura tra gli obiettivi prioritari del consorzio, essendo quest’ultimo istituito al fine di creare un’organizzazione comune per la disciplina o per lo svolgimento di determinate fasi delle rispettive imprese (art. 2602, cod. civ. comma I).
È bene precisare che anche il consorzio tende a raggiungere una maggiore competitività delle imprese partecipanti, ma come risultato indiretto delle operazioni di frazionamento e relativa coordinazione. Nel contratto di rete la prospettiva è rovesciata: si collabora proprio per accrescere la competitività e l’innovazione, che rappresenta lo scopo primario di questa particolare forma di aggregazione.
In altri termini, le reti di impresa non hanno come scopo finale il solo elemento produttivo ma, per l’appunto, il migliore posizionamento sul mercato attraverso consistenti aumenti di innovazione e competitività.
Si deve poi aggiungere la maggiore elasticità della governance delle reti di impresa rispetto al consorzio con attività esterna, il quale deve comunque avere un presidente ed un organo direttivo, composto da una o da più persone.
Il contratto di rete si caratterizza infatti, anche in questo ambito, per una maggiore semplicità ed elasticità, considerato che la legge richiede l’inserimento nella compagine della rete di un solo soggetto chiamato a dare esecuzione al contratto: l’organo comune.
Spetterà poi ai singoli imprenditori in rete, detti anche “retisti”, decidere esattamente quali poteri di gestione e di rappresentanza riconoscere all’organo comune, mentre nel caso del consorzio queste scelte sono tracciate dalla individuazione specifica delle cariche sopra ricordate. La presenza dell’organo comune, poi, non è richiesta a pena di nullità del contratto di rete e può essere costituito da persona fisica o giuridica, elementi tutti che ne sottolineano la significativa adattabilità alle varie situazioni.
2. Reti di impresa e ATI o RTI
Le Associazioni temporanee di impresa, note anche come Raggruppamenti temporanei di impresa, sono aggregazioni temporanee di imprenditori concorrenti, costituiti da imprenditori individuali, società commerciali e cooperative ovvero fra consorzi, i quali, prima della presentazione dell’offerta per la partecipazione ad una determinata gara ad evidenza pubblica, hanno conferito mandato collettivo speciale con rappresentanza ad uno di essi, qualificato mandatario, il quale esprime l’offerta in nome e per conto proprio e dei mandanti (art. 34, D. Lgs. n. 163/2006, cosiddetto “Codice dei contratti pubblici”).
Così come chiaramente desumibile dal nome, l’ATI esprime una forma di collaborazione tra imprese solo temporanea, limitata cioè alla partecipazione alla singola gara che ha determinato l’aggregazione: una volta esaurita tale gara e realizzata l’opera o il servizio, l’ATI si scioglie.
Oltre a ciò, si deve osservare che il rapporto di mandato sul quale viene costruito il raggruppamento «non determina di per sé organizzazione o associazione degli operatori economici riuniti, ognuno dei quali conserva la propria autonomia ai fini della gestione, degli adempimenti fiscali e degli oneri sociali» (art. 37, Codice contratti pubblici, comma 17).
Nelle ATI, dunque, più imprese si impegnano a presentare un’offerta unitaria in sede di gara e, una volta vinta, a cooperare tra loro per concludere ed eseguire, ciascuna per la sua parte, un contratto di prestazione di opere o di servizi nei confronti di un terzo, la stazione appaltante. Conservano, anche durante l’esecuzione del contratto, la loro piena autonomia giuridica e non danno vita all’esercizio in comune di un’attività economica strutturata e prolungata.
Ricostruito in tal modo il quadro generale, si nota come le differenze con il contratto di rete siano evidenti: in primo luogo, le ATI sono dei raggruppamenti pensati per rispondere ad una esigenza limitata e ben determinata nel tempo, corrispondente alla necessità di consentire la partecipazione ad una determinata gara ad un gruppo di imprese che, prese singolarmente, non vi potrebbero partecipare per mancanza dei vari requisiti richiesti nel bando ma che, riunite insieme, possono soddisfarli: l’ATI, quindi, nasce per risolvere delle necessità contingenti, e non per impostare e realizzare un programma imprenditoriale comune.
Ogni impresa contribuisce alla aggiudicazione della commessa attraverso le proprie specifiche competenze e le relative certificazioni ma, una volta costruita l’opera ovvero espletato il servizio oggetto dell’appalto, il raggruppamento si scioglie immediatamente.
L’ATI non esprime, quindi, quella visione imprenditoriale che sta dietro la conclusione di un contratto di rete e che sta tutta nella volontà dei partecipanti di dar vita, attraverso la collaborazione e il confronto continui, ad uno o più prodotti o servizi innovativi in grado di imporsi e conquistare nuovi spazi di mercato.
I soggetti in rete, in altri termini, decidono di collaborare ad un progetto imprenditoriale che abbia una sua autonomia e stabilità, al servizio del quale viene creata una struttura dedicata alla realizzazione dello stesso: si tratta, con ogni evidenza, di un istituto che si proietta nel futuro proprio perché chiamato a garantire nel tempo l’innalzamento della competitività e della capacità di innovare dei singoli retisti in particolare e della rete nel complesso.
Ecco perché se, da una parte, è vero che la legge richiede l’indicazione della “durata del contratto” di rete, è altrettanto vero, dall’altra parte, che non sono previsti limiti minimi di durata e che pare possibile prevederne il rinnovo tacito in assenza di disdetta. Si lascia così ai retisti la piena libertà di continuare la collaborazione, esplorandone in pieno tutte le possibilità per l’attuazione del programma di rete. Siamo dunque di fronte ad una vera e propria funzione programmatica della rete, ragion per cui si può affermare che una rete debba essere costituita per una durata, minima e massima, compatibile con il perseguimento degli obiettivi indicati nel programma di rete.
Queste caratteristiche determinano, come già detto, l’esigenza di dar vita ad una vera e propria struttura, che tra poco approfondiremo, in grado di perseguire gli obiettivi della rete. Tale struttura risulterebbe, invece, assolutamente inutile e, probabilmente, dannosa, in un’aggregazione temporanea come l’ATI, che ha il solo scopo di garantire il coordinamento tra i suoi protagonisti limitatamente all’esecuzione dell’appalto e che vedrebbe, quindi, una struttura ad hoc come un elemento sovrabbondante.

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Sintesi del Corso di Rovigo sulle reti di impresa: IV parte

 

Formazione e governance del fondo patrimoniale

Già si è dato conto delle varie modalità di formazione del fondo patrimoniale previste dalla legge. Le ricapitoliamo brevemente:
- conferimenti iniziali o eventuali contributi successivi di denaro o di beni in natura che ciascun partecipante si obbliga a versare al fondo comune al momento della adesione alla rete;
- conferimento di un patrimonio destinato ad uno specifico affare ex art. 2447 bis, primo comma, lettera a), codice civile: secondo la dottrina prevalente, tale facoltà è aperta alle sole s.p.a. aderenti al contratto di rete.
A queste voci possiamo aggiungere gli eventuali contributi ordinari e straordinari previsti nel contratto di rete.
Le decisioni dei singoli retisti assumono grande importanza anche in questo particolare momento della vita della rete. La determinazione dei criteri di valutazione dei conferimenti, così come l’individuazione delle modalità di gestione del fondo sono, infatti, due degli elementi più importanti per il funzionamento della rete e sono interamente demandati all’autonomia delle parti.
Dalla determinazione dei criteri per la valutazione dei conferimenti può discendere, in ultima analisi, l’individuazione del “peso” che ciascun retista avrà nella nascente aggregazione, posto che, sovente, a tale valutazione viene collegata la ripartizione dei benefici e delle perdite derivanti dall’attività della rete, così come l’attribuzione di diritti e obblighi delle imprese contraenti. Non si tratta, però, di una scelta obbligata: i partecipanti possono infatti decidere di non vincolare il valore dei conferimenti da ciascuno apportati al “peso” che ogni singolo retista avrà nella vita della rete di imprese.
L’altro elemento preso in considerazione, vale a dire l’individuazione delle modalità di gestione del fondo, si configura come eminentemente operativo ma non meno importante, considerando che è proprio attraverso tali modalità che si esplica la vita ed il ruolo del fondo medesimo.
Per quanto concerne la formazione del fondo comune, è bene ricordare che oggetto di conferimento potrà essere il bene fungibile per eccellenza, il denaro, ma anche beni immobili, mobili e crediti. Secondo le ricostruzioni più accreditate, infatti, qualsiasi bene o servizio suscettibile di valutazione economica può essere conferito in rete: vengono quindi in rilievo garanzie reali o personali, prestazioni di opere o di servizi, diritti di proprietà industriale o know-how. In alcune reti sono stati conferiti strumentazioni e sistemi software, strutture, impianti e macchinari.
Quanto alla valutazione, nulla vieta di affidarla ad un terzo, magari un esperto del settore cui appartiene il bene conferito ovvero, più semplicemente, anche nella persona dell’organo comune, così come si ritiene pienamente ammissibile una valutazione effettuata dalle stesse imprese partecipanti al momento della stipulazione del contratto.
Come detto, il contratto di rete definisce le modalità di gestione del fondo patrimoniale comune, predisponendo regole in merito alle attività di maggiore importanza per la vita della rete: l’attuazione di investimenti inerenti beni e diritti inclusi nel fondo nonché i profili inerenti al comune godimento dei beni e alla loro conservazione, aspetti comunque suscettibili di essere regolati dal contratto di rete nell’esercizio dell’autonomia negoziale dei partecipanti.
La gestione del fondo rientra senza dubbio nell’esecuzione del contratto, compito che, in linea di massima, spetta, in assenza di diverse disposizioni, all’organo comune.
Abbiamo però più volte evidenziato come nel contratto di rete venga dato grande spazio all’autonomia delle parti e, quindi, non si può escludere che il contratto attribuisca tale funzione non all’organo comune ma ad un soggetto diverso, magari incaricato della sola gestione del fondo, oppure preveda che lo stesso organo comune assegni tale funzione ad un soggetto terzo, magari in funzione di una sua particolare specializzazione, eventualmente circoscrivendo tale «esternalizzazione» alla gestione di una parte del fondo (es. quella destinata ad investimenti di tipo finanziario).
Nel primo caso si ha un preciso e autonomo incarico conferito dai retisti attraverso il contratto di rete: ne discende che tra questi ed il gestore del fondo si instaura un rapporto di mandato speciale e distinto rispetto a quello che intercorre tra partecipanti alla rete e organo comune; nel secondo caso, il gestore opera quale «sostituto» del mandatario ai sensi dell’art. 1717 cod. civ., in quanto previamente autorizzato dai mandanti o direttamente investito dall’organo in presenza di una situazione di necessità dettata dalla natura della gestione.
In base a quanto stabilito dall’art. 1717 cod. civ. (comma 2), nel caso in cui i retisti – mandati abbiano previamente autorizzato l’organo comune a farsi sostituire senza indicare il sostituto, l’organo comune risponde solo quando è in colpa nella scelta.
Nel caso in cui, invece, l’organo comune procede alla sostituzione senza autorizzazione o senza che ciò sia necessario per la natura dell’incarico, risponde dell’operato della persona sostituita (art. 1717, comma 1).
I retisti possono agire direttamente contro la persona sostituita dall’organo comune (art. 1717, ultimo comma).
Benefici destinati ai partecipanti e modalità di suddivisione

Il fondo patrimoniale comune è destinato all’attuazione del programma di rete definito nel contratto. Tale vincolo di destinazione è oggetto di specifica obbligazione contrattuale al cui rispetto è reciprocamente tenuta ciascuna parte aderente alla rete e, in virtù del rapporto gestorio, lo stesso gestore del patrimonio (normalmente l’organo comune).
L’attuazione del programma di rete, cui, ripetiamo, è destinato il fondo comune, rappresenta una finalità che persegue contemporaneamente l’interesse della rete di imprese e di tutti i retisti presi singolarmente, come confermato dalla legge istitutiva dei contratti di rete, secondo la quale gli imprenditori in rete “perseguono lo scopo di accrescere, individualmente e collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato”.
Ecco perché si ritiene di poter riconoscere a tale finalità significativi connotati di mutualità e questo porta a chiedersi se è possibile prevedere nell’ambito del contratto di rete una vera e propria distribuzione di utili.
In tal senso, si ritiene possibile individuare almeno tre diverse modalità di allocazione nella rete di imprese di benefici ampiamente intesi, dei quali solo nell’ultima si fa riferimento a veri e propri utili.
I. Secondo una prima modalità, tale utilità è costituita dalla opportunità di acquisire elementi di maggiore competitività (per esempio: partecipazione in comune a fiere, promozione commerciale comune, informazioni, contatti commerciali, ecc.) senza che per essi l’aderente debba corrispondere un prezzo specifico se non nei termini del conferimento iniziale.
II. In una seconda prospettiva, non necessariamente alternativa alla prima, le utilità generate dalla rete si sostanziano in quelle particolari dinamiche note nel linguaggio accademico come “economie degli scambi” e che i singoli retisti gestiscono, anche in questo caso individualmente o collettivamente, attraverso la rete (acquistando beni o servizi dalla rete, ricorrendo ad essa come intermediaria o vendendo ad essa o per il suo tramite beni o servizi prodotti).
In questa ipotesi, piuttosto simile ai meccanismi di riallocazione usuali nelle cooperative, i retisti beneficeranno di risparmi di spesa o di integrazioni dei corrispettivi rispetto alle normali condizioni di mercato.
Anche in questo caso ritorna in considerazione la particolare autonomia dei partecipanti ad un contratto di rete, i quali potranno decidere di versare al fondo comune tali benefici affinché siano reinvestiti nell’attività della rete per essere ripartiti magari in un secondo momento; d’altro canto, però, nulla vieta di procedere immediatamente alla ridistribuzione dei benefici presso i singoli retisti, previo riconoscimento di una parziale ritenuta a favore del fondo o meno.
III. Il terzo ordine di ipotesi preso qui in considerazione esula da moduli più o meno cooperativistici, poiché si sostanzia nella seguente domanda: il contratto di rete può prevedere una vera e propria distribuzione di utili, da intendere non quali le utilità indirette di cui ai precedenti due punti, ma come allocazione delle risorse patrimoniali generate dall’attività della rete di imprese ?
Già sappiamo che causa del contratto di rete è la crescita della competitività e della capacità innovativa della rete nel suo complesso e dei singoli partecipanti.
Risulta però innegabile che la crescita della competitività e della capacità innovativa ha come scopo in via principale se non esclusivo l’espansione in nuovi mercati e l’acquisizione di nuova clientela. Ne deriva, innegabilmente, un aumento dei fatturati delle singole aziende in rete e, di conseguenza, un aumento degli utili da distribuire.
La distribuzione degli utili generati dall’aumento di competitività e capacità innovativa può quindi costituire un contenuto eventuale del contratto di rete, a discrezione delle parti, anche in ragione del programma di rete e della natura dell’attività. Se ad esempio le parti volessero costituire un dipartimento di ricerca e sviluppo della rete e se tale dipartimento sviluppasse un particolare ritrovato sottoposto a brevetto, la cui commercializzazione generasse dei proventi, non si vede perché in tal caso i partecipanti alle rete non potrebbero procedere a suddividere all’interno della stessa i proventi generati dal brevetto.
Quanto ai criteri di distribuzione degli utili, viene lasciato ampio margine all’autonomia negoziale degli aderenti, potendo spaziare da criteri fortemente ispirati ad una prospettiva esclusivamente o parzialmente lucrativa ovvero a criteri di tipo mutualistico.
E così, similmente a quanto avviene nelle società, si può collegare strettamente la misura di distribuzione dei profitti al valore della partecipazione detenuta nella rete, misurata in base ai conferimenti prestati in sede di costituzione della rete ovvero successivamente, secondo la valutazione che di questi è stata fatta a suo tempo. Si può, inoltre, decidere di riconoscere tali profitti solo alla imprese che hanno partecipato all’operazione economica che li ha generati, ovvero distribuirli, almeno in una loro frazione, anche alle imprese in rete che non abbiano preso parte a quella specifica attività economica, così accentuando il carattere mutualistico della rete.
D’altro canto, nulla vieta ai singoli retisti di adottare criteri maggiormente ispirati al concetto di mutualità, così rompendo il legame di perfetta corrispondenza tra il valore della partecipazione e la quota parte di profitti riconosciuti, assegnando maggiore importanza a contributi ritenuti di maggiore rilevanza per il successo della rete rispetto al loro valore materiale ovvero, in un’ipotesi forse estrema ma che non ci sentiamo, a legislazione vigente, di dover escludere, decidendo di suddividere in parti uguali qualsiasi distribuzione di utili realizzati dalla rete, prescindendo dal valore dei conferimenti dei singoli retisti.

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