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Psicologia: ascoltare inni sacri riduce ansia morte in anziani

(AGI) - Washington, 22 apr. - Ascoltare inni sacri potrebbe aiutare le persone piu' anziane a essere meno ansiose nei confronti della morte. E' quanto sostengono alcuni studiosi dell'americana Baylor University secondo sui ascoltare musica religiosa incrementa la soddisfazione circa la propria vita, l'autostima e il senso di controllo sulle proprie vite nel caso dei cristiani piu' anziani. La ricerca e' stata pubblicata sulla rivista The Gerontologist. Gli studiosi, in particolare hanno mostrato che ascoltare musica gospel puo' diminuire l'ansia circa la morte e aumentare il senso di controllo sia nei maschi che nelle femmine e indipendentemente dal proprio status
Davide Baventore - www.psicologiasistemica.net's insight:

Un'evidenza in più sull'utilità della musica.

 

Come psicologo ho lavorato per diverso tempo con i malati oncologici e nelle cure palliative con i pazienti in stato terminale. Credo sia importante dare rilievo a questi risultati senza però perdere di vista lo specifico dell'intervento terapeutico anche in punto di morte.

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Depressione, più parole e meno pillole: è la ricetta | Metro News

Depressione, più parole e meno pillole: è la ricetta | Metro News | Psicologia sistemica | Scoop.it

SALUTE. La battaglia contro la depressione ancora una volta passa attraverso l’incontro e il confronto verbale che ricorda, narra e ricostruisce l’esperienza di una vita. Che a un certo punto sembra perdere direzione. L’arma, anzi, lo strumento usato è la psicoterapia. Che un recente studio tedesco pubblicato sul Dailymail, riporta al centro della cura del “male oscuro”, rischiarato proprio dalla medicina verbale. Secondo gli scienziati dell’Università di Kassell chi è depresso mostra una iperattività in alcune aree del cervello: si può correggere incontrando uno psicoterapeutica per 8 settimane. La ricerca ha mostrato delle particolari immagini cerebrali in cui il cervello delle persone che soffrono di depressione aveva un aspetto diverso da quello delle persone sane.  Le parti del coinvolte nell’iperattività si trovano di solito nell'amigdala e riguardano quelle dell’umore, del pensiero, del sonno e dell’appetito.
La ricerca è partita dal reclutamento di 18 pazienti che non stavano assumendo farmaci. Il loro cervello è stato sottoposto a risonanza magnetica in 2 occasioni. La stessa cosa è stata fatta su un gruppo di 17 che però non soffrivano di depressione. Tutti sono stati stimolati con frasi per provocare in loro una reazione, una risposta. Sono state eseguite risonanze magnetiche sui pazienti durante gli stimoli e dopo la psicoterapia. I ricercatori hanno scoperto che il cervello dei pazienti con o senza depressione ha reagito in maniera diversa. E dopo otto settimane di psicoterapia il cervello dei pazienti depressi presentava meno iperattività nelle zone stimolate dalla depressione. Sul versante della cura farmacologica l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo le prescrizioni per antidepressivi (che spesso hanno effetti collaterali) sono triplicate  dal 1998 nei paesi più ricchi del mondo.

Davide Baventore - www.psicologiasistemica.net's insight:

Queste sono notizie che lasciano un sapore dolce e amaro.

Dolce perché si tratta di dati a supporto dell'utilità della psicoterapia rispetto a un grave tipo di sofferenza come la depressione e dunque a supporto anche di una soluzione "umana" e non farmacologica di un fenomeno che è del tutto psicologico e sociale.
Amaro perché è preoccupante che dati del genere abbiano ancora bisogno di supporto e non facciano già parte delle conoscenze acquisite e date per scontate.

Dopo la crisi economica nel Regno Unito il governo ha investito molto nell'arruolamento di psicologi e psicoterapeuti proprio per affrontate la probabile ondata di depressioni collegate alla perdita del lavoro e dunque della percezione della propria utilità sociale e del proprio ruolo familiare.

Non tutti paesi però sembrano investire nella psicologia proporzionalmente ai risparmi che essa garantisce al sistema sanitario nazionale, come ormai acclarato da molti studi.

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La sindrome del tubero solitario - Psicologia Sistemica

La sindrome del tubero solitario - Psicologia Sistemica | Psicologia sistemica | Scoop.it
E' possibile creare un disturbo psicologico accidentalmente e far sì che la gente ne parli e lo consideri vero?
Davide Baventore - www.psicologiasistemica.net's insight:

Ho deciso di riprendere questo articolo del Guardian perché lo trovo molto interessante sia per le persone che non sono psicologi sia per i miei colleghi. Di fatto in questo articolo Dean Burnett uno psicologo e neuroscienziato parla di come sia facile creare falsi allarmismi parlando di disturbi mentali O addirittura inventandosi vere e proprie patologie.

Oggi tantissime persone utilizzano concetti psicologici per definire degli stati del tutto normali: ad esempio molti sostengono di essere depressi quando in realtà hanno tutti buoni motivi per essere un po' tristi o semplicemente un po' stanchi.

Bisogna quindi stare sempre allerta perché la diffusione dei concetti psicologici rischia di dare un nome patologico a tutte quelle manifestazioni normali del comportamento che oggi non corrispondono alla nostra idea di perfezione: essere sempre attivi, socievoli, gentili, entusiasti, con relazioni di coppia da favola, eccetera.

 

Molti colleghi oggi utilizzano le definizioni dei disturbi mentali che usano i professionisti della salute mentale per incuriosire pubblico e rimediare qualche cliente in più. Questo però ha un impatto nel modo in cui l'opinione pubblica percepisce il lavoro degli psicologi e la psicologia, pertanto è sempre meglio essere molto cauti quando si parla di benessere psicologico e di psicologia.

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Le 10 scoperte più inaspettate della psicologia - Psicologia Sistemica

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C'è chi dice che la psicologia sia solo buon senso. Queste 10 ricerche dimostrano che spesso i risultati scientifici sono contrari alle credenze popolari. Ecco le 10 scoperte più inaspettate della ...
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La psicologia è uguale al senso comune?

Oggi viene prodotta una tale mole di ricerche in psicologia che alcune di esse sembrano scoprire l'acqua calda. Ma è sempre vero che ciò che è condiviso a livello del senso comune è anche vero dal punto di vista della ricerca psicologica?

Queste 10 ricerche sembrano indicare che la ricerca in psicologia si importante non solo per dare un solido fondamento a ciò che poteva già essere intuito ma anche per sfatare alcuni miti molto comuni e introdurre dei dati inaspettati.

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3 buoni motivi per parlare di più al tuo bambino - Psicologia Sistemica

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Quanto è importante parlare ai bambini? Oggi i dispositivi elettronici sono facili sostituti della conversazione, ecco 3 buoni motivi per spegnerli.
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Come e quanto bisogna parlare al proprio bambino? Per divertire i bambini e far loro passare il tempo ormai disponiamo di tantissimi mezzi per distrarli, ma così rischiamo di parlare di meno con loro.

Ma quanto è importante parlare con i nostri figli?

E qual è la forma di relazione che facilita maggiormente l'apprendimento?

In questo articolo cerco di dare una  risposta a queste domande ricordando quanto sia importante il tempo esclusivamente dedicato alla conversazione con i bambini.

 

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La psicoterapia può riparare i geni danneggiati dai traumi

La psicoterapia può riparare i geni danneggiati dai traumi | Psicologia sistemica | Scoop.it

La rivista “Psychotherapy and Psychosomatics” ad Agosto 2014 ha pubblicato una ricerca  dell’Università di Konstanz in Germania, nella quale i ricercatori per la prima volta dimostrano chelo stress derivante da traumi può determinare danni a livello genetico che possono essere curati dalla psicoterapia.

I neuroscienziati tedeschi che hanno effettuato lo studio si sono basati sui risultati di precedenti ricerche che  rilevavano una correlazione tra lo stress causato da traumi e un aumento del rischio per molte malattie, compreso il cancro. A livello molecolare, lo stress può infatti sviluppare la carcinogenesi (processo di formazione di patologie tumorali), creando un danno a livello di DNA e ai meccanismi di riparazione del codice genetico.

(…) In un primo studio, i ricercatori hanno valutato i danni a livello del DNA e la capacità di riparazione dello stesso nelle cellule del sangue periferico di 34 soggetti con disturbo post-traumatico da stress (PTSD, una condizione psicopatologia conseguente ad esperienze soggettivamente traumatiche), confrontandoli con quelli di 31 soggetti sani di controllo. (…)

Ciò che si evidenzia da questi primi risultati è che i soggetti con disturbo post-traumatico da stress presentavano livelli più elevati di danno a carico del proprio corredo genetico e minor capacità di riparazione, indicando come lo stress traumatico possa essere associato a livello molecolare a danni nel DNA.

In un secondo studio, i neuroscienziati hanno analizzato l’effetto della psicoterapia sui processi di rottura e riparazione del DNA.

I 38 soggetti con Dis sono stati assegnati in modo casuale a una tra due condizioni: 1) trattamento psicoterapeutico o 2) condizione di controllo. Solo una gruppo di pazienti con PTSD seguiva dunque un percorso di psicoterapia. Il follow-up è stato eseguito 4 mesi e 1 anno dopo il trattamento.

Dai risultati di questo secondo studio, emerge  che la psicoterapia non  solo guarisce i sintomi del disturbo post traumatico da stress, ma favorisce i naturali processi di riparazione del DNA.

Queste ricerche mostrano per la prima volta in vivo un’associazione tra stress traumatico e danni a carico del DNA, ma anche come tali danni possono essere riparati a livello molecolare grazie al processo di cambiamento realizzato attraverso un percorso di psicoterapia.

 

Riferimenti Bibliografici:

Effects of Psychotherapy on DNA Strand Break Accumulation Originating from Traumatic Stress. Morath J., Moreno-Villanueva M., Hamuni G., Kolassa S., Ruf-Leuschner M., Schauer M., Elbert T., Bürkle A., Kolassa I.T. Psychotherapy and Psychosomatics, August 2014.

 

http://www.medicalnewstoday.com/releases/284410.php

 

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E' sempre benvenuta ogni notizia che espliciti i benefici e i meccanismi di funzionamento della psicoterapia perché contribuisce a far crescere il nostro sapere.

La ricerca tende sempre più a cercare prove di tipo organico per spiegare quello che succede a livello mentale.

Non è un mistero che l'ambiente in cui cresciamo influenza il modo in cui pensiamo, né che gli avvenimenti della vita hanno effetto su di noi, sia in senso positivo che negativo.

 

Questo naturalmente vale anche per le relazioni che possono essere per noi positive o negative. E' dunque stupefacente che la psicoterapia abbia effetti benefici?

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La psichiatria sta andando alla deriva

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Quali sono i 10 miti della psichiatria? Possiamo fidarci di quello che il senso comune ci dice rispetto agli psicofarmaci cioé che servono e vanno presi a lungo? Il co-fondatore della Cochrane Collaboration attacca le attuali abitudini prescrittive e la loro fondatezza.
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Se volete essere creativi...annoiatevi!

Se volete essere creativi...annoiatevi! | Psicologia sistemica | Scoop.it
Un ambiente molto ricco di stimoli sembra aver favorito lo sviluppo di alcune facoltà mentali, ma sarebbe anche responsabile di un calo dell’inventiva, specie nei bambini

 

Leonardo Da Vinci è l’esempio più famoso di creativo a tutto tondo: ha realizzato capolavori di ingegno e maestria in innumerevoli campi. Musicisti, pittori, scrittori fanno della creatività un lavoro e sono creativi per contratto pure i pubblicitari. Ma creativa è anche la massaia che deve reinventarsi una ricetta perché le manca un ingrediente, o l’elettricista che trova una soluzione diversa dal consueto per far funzionare un impianto. Il pensiero creativo, insomma, sembra poter essere ovunque. Ma che cos’è davvero la creatività? La possediamo realmente tutti, o è un dono di pochi talentuosi? È legata a doppio filo con l’intelligenza? Ma soprattutto, è vero che è in crisi, come sostiene uno studio apparso di recente sul Creativity Research Journal? Stando, infatti, ai risultati della ricerca, condotta su 300mila persone sottoposte a uno dei test più usati per misurare la creatività, dal 1990 in poi c’è stato un chiaro declino dei punteggi, mentre gli analoghi test sull’intelligenza indicano una continua crescita del quoziente intellettivo: un ambiente molto ricco di stimoli come quello attuale pare averci reso più intelligenti, “addormentando” però l’inventiva, specie nei bambini, che invece, di solito, sono i migliori nei test di creatività. Secondo i ricercatori, ciò accade perché interagiamo in modi sempre più impersonali grazie alla tecnologia, perdendo “segnali” comunicativi che arrivano dal contatto diretto e aiutano a sviluppare una personalità estrosa.

Ma la nostra creatività diminuisce pure perché oggi tutti, bambini compresi, abbiamo poco tempo per pensare in libertà: nel caso dei bimbi, ad esempio, programmi scolastici molto ampi, attività collaterali di ogni genere e giochi elettronici hanno fagocitato il tempo libero, che invece andrebbe dedicato anche ad annoiarsi un po’. Perché proprio la noia è benzina per le nuove idee. Una ricerca pubblicata su Frontiers in Psychology, ad esempio, ha dimostrato che favorire le attività poco strutturate, dal gioco all’aperto alla lettura, dalle visite allo zoo alle passeggiate nel parco, aiuta gli alunni delle scuole elementari ad avere performance creative migliori: il gioco di ruolo, un classico delle attività infantili, è uno dei modi migliori per stimolare il “genio”. E uno studio americano su 56 adulti conferma: bastano quattro giorni di full immersion nella natura, senza diavolerie elettroniche, per dare una tregua alla mente che, non più costretta a dare fondo alle sue capacità di attenzione, ritrova slancio e creatività. Ma se lo stile di vita attuale sembra soffocare l’inventiva, d’altro canto c’è sempre maggior consapevolezza che fantasia e creatività siano talenti da incentivare.

 

 

Spiega Barbara Colombo, coordinatrice dell’unità di ricerca di Psicologia della Creatività all’Università Cattolica di Milano: «Studi su persone che hanno perso l’impiego hanno dimostrato che il pensiero creativo si associa a una maggior probabilità di reinserirsi nel mondo del lavoro o di migliorare la propria posizione: chi è molto esperto nel suo campo, ma è “rigido”, non lascia mai la strada vecchia per la nuova e spesso non trova alternative; chi è esperto ma ha un pensiero flessibile, capace di spaziare con creatività, riesce a riciclarsi meglio. Ed è più apprezzato dai datori di lavoro». Tutto sta nella capacità di avere un pensiero divergente, caratteristica alla base della creatività secondo molti studiosi: chi vede oltre gli steccati, facendosi distrarre da stimoli collaterali insoliti, è più ingegnoso e innovativo di chi utilizza solo il pensiero convergente, ovvero focalizzato su un obiettivo, logico e razionale. Secondo molte ricerche, poi, chi è creativo è anche più intelligente (mentre l’inverso non è scontato). Ma è possibile definire la creatività? «È composta da diversi fattori: fluidità (quante idee siamo capaci di partorire); flessibilità (capacità di trarre spunto da elementi diversi e passare dall’uno all’altro); originalità, (effettiva innovazione del pensiero); elaborazione (il grado di dettaglio con cui si specificano le idee) - spiega l’esperta -. Secondo un altro tipo di approccio, la creatività è soprattutto la capacità di associare elementi molto distanti fra loro per trarne una novità».

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Chi non si è mai chiesto come fanno alcune persone a cavarsela egregiamente in situazioni molto diverse o avere importanti successi in ambiti lavorativi molto distanti fra loro?

 

DI sicuro la creatività è una caratteristica del pensiero che aiuta a destreggiarsi e ottenere buoni risultati anche in ambienti nuovi rispetto a quelli cui si è abituati e suggerisce soluzioni innovative "invisibili" agli altri.

 

E' dunque interessante scoprire che per stimolarne lo sviluppo nel bambino è necessaria anche un po' di noia, che spinge a trovare degli svaghi utilizzando quello che si ha a disposizione.

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'Mi chiamo Steve e sono sesso-dipendente'
Quando l'eros diventa un vero inferno

'Mi chiamo Steve e sono sesso-dipendente'<br/>Quando l'eros diventa un vero inferno | Psicologia sistemica | Scoop.it

Un rapporto di coppia poco soddisfacente. Una ricerca di svaghi virtuali più assidua. Cyber Sex. Film porno. E poi il baratro. Non riuscire più a smettere. E perdere il controllo. Un 'sex addict' racconta la sua storia.

 

"In fondo, cercavo solo una “distrazione” che mi permettesse di non tradire mia moglie, invece ho trovato l’inferno”. Parte da una conclusione e da una raccomandazione, che mi farà più volte durante l’intervista: non rivelare il suo nome. Come se un Charlie o un Michael, negli Stati Uniti, fossero facilmente riconoscibili anche solo fra quei 16 milioni che, secondo statistiche sicuramente non esaustive, sono “sex addict” dichiarati e in cerca di aiuto. Gli dico che il nome può sceglierlo lui e che io voglio solo ascoltare la sua storia per poterla raccontare. Steve, questo il nome che sceglie, mi ha chiamato per la prima volta dopo che un suo amico ha acconsentito a metterci in contatto. Ovviamente, il suo numero è schermato e la prima telefonata serve solo a presentarci brevemente. Si comprende subito la sua difficoltà a parlare, a raccontarsi senza essere sopraffatto da quel senso di vergogna che lo accompagna da un po'. Allo stesso tempo, però, ha voglia di fare qualcosa che gli faccia pensare che quel periodo, quello della sua “dipendenza”, è ormai alle spalle e, dunque, può essere condiviso. “Anche per aiutare altri – mi dice – perché è spesso difficile comprendere che il “sesso” sta diventando un problema, almeno finché non è troppo tardi”.


La prima volta che nel paese si è cominciato a parlare, in maniera “scientifica” di dipendenza sessuale è stato nel 1983 quando la Hazelden Foundation, un’organizzazione con sede in Minnesota, pubblicò un libro, ancora in circolazione, dal titolo “Out of the Shadows: Understanding Sexual Addictions”, scritto da Patrick Carnes il quale spiega che la dipendenza dal sesso funziona esattamente come tutte le altre, favorendo dei comportamenti compulsivi che poi, nel tempo, hanno conseguenze molto serie nella vita quotidiana dei soggetti malati.


“Ero sposato da 15 anni – dice Steve – e non avevo mai tradito mia moglie. La nostra era una vita “serena”, caratterizzata da una relazione consolidata, un figlio e una bella casa. Il mio lavoro, poi, nella finanza, mi teneva molto impegnato e mi dava anche delle discrete soddisfazioni. Solo il sesso, con mia moglie, era diventato sempre piu raro, troppo raro rispetto ai miei bisogni”. Steve, dunque, ricorre al “rimedio” più semplice e diffuso: la pornografia. “Era una “scappatoia” innocente – racconta – che mi consentiva di dare sfogo alle mie pulsioni sessuali senza, però, tradire mia moglie: punto che per me era fondamentale”.


Internet e la gratuità di molti siti, negli anni, hanno reso la fuga verso il porno sempre più immediata e senza troppi ostacoli. “In pochi mesi, guardare film – continua Steve – era diventata una necessità incontrollabile e, di conseguenza, anche la masturbazione. Non andavo in ufficio senza aver prima visto qualche spezzone di film e consumato il primo orgasmo della giornata e continuavo a ritmi che diventavano sempre più incontrollabili. Persino in ufficio, concentrarmi era diventato difficile e le mie “fughe” in bagno sempre più frequenti”.


Come per ogni altra dipendenza, anche quella sessuale non viene riconosciuta come un pericolo e l’addict ripete a sè stesso, come una cantilena, che potrebbe smettere in ogni momento. “Ci si prende in giro, magari smettendo per qualche giorno, quando ancora è possibile, solo per dimostrare a se stessi di esserne capaci – conferma Steve – ma poi il “richiamo” è troppo forte e si cede senza nemmeno opporsi più di tanto”.


Quando il porno e la masturbazione, però, non bastano più, allora si comincia a diventare più “audaci”, cercando delle donne vere con le quali relazionarsi. “All’inizio – racconta – mi sono limitato al sesso virtuale; cercavo donne che vivessero lontano da me, perché ancora non mi sentivo pronto a tradire mia moglie, ma i film da soli non bastavano più. Con tutte davo sfogo a fantasie che non avevo mai sperimentato e della loro vita reale non mi importava nulla, non mi chiedevo nemmeno se il nome o l’età che mi dicevano di avere fossero reali”.


Uno dei sintomi della dipendenza sessuale sta, infatti, proprio nel considerare i partner solo degli oggetti di consumo e mai come delle persone con cui stabilire una situazione “intima”. “Quando mia moglie, insospettita dal mio cambiamento – racconta ancora Steve – ha scoperto tutto per me è stato dolorosissimo comprendere il male che le avevo fatto e anche separarmi da mio figlio. Ho provato, perciò, a cambiare, smettendola con la pornografia e frequentando una donna in maniera “regolare”. Con lei, però, non riuscivo a sentire nessuna intimità e, quindi, in breve, ho cominciato a considerarla come le donne che incontravo online: un semplice oggetto di consumo”.


Naturalmente, con il “fallimento” del tentativo relazionale, il ritorno al porno e al cyber sex è inevitabile; solo che ora gli stimoli devono essere sempre più intensi e, dunque, le amanti “virtuali” vengono sostituite da amanti reali, incontrate tramite annunci su siti per appuntamenti. “Ero un “consumatore” compulsivo e non me ne rendevo conto – dice – ma il mio lavoro aveva cominciato a risentirne e prendevo sempre più giorni di ferie per poter restare a casa a guardare porno per ore. A quel punto ero malato ma ancora non pronto ad ammetterlo”.


Un giorno, poi, mentre Steve sta andando a prendere suo figlio a scuola, in metropolitana adocchia una donna: si guardano e quando lei scende lui la segue fino a casa dove fanno sesso. “Mio figlio era uscito dalla mia mente completamente – confessa – e quando ho trovato tutte le sue chiamate sul cellulare mi sono sentito veramente un fallito”.


Da qualche mese, Steve frequenta gli incontri dei SAA, Sexual Addict Anonymous, e ha, finalmente, capito la gravità della sua dipendenza. “Come per gli alcolisti o i tossicodipendenti – dice – anche io devo stare “lontano” dalla fonte di dipendenza: niente porno, niente masturbazione e niente incontri casuali. è difficile. Una delle cose più difficili che abbia dovuto fare, ma sono determinato a uscirne fuori. Soprattutto per mio figlio, ma anche per me che, nonostante tutto, sento di aver diritto alla felicità come tutti”.

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La grande categoria delle dipendenze è una delle sfide più interessanti e difficili per la psicologia. 

Quella sessuale non fa eccezione, anche se credo si debba mantenere distinta la tendenza alla "dipendenza" in generale dall'oggetto specifico che può variare da persona a persona.

 

Questo è comunque un tema di sempre maggiore attualità considerata la diffusione delle nuove tecnologie e dunque la facilità di cadere in queste forme di dipendenza.

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Internet, con 'Una vita da social' piu' denunce per cyberbullismo

Internet, con 'Una vita da social' piu' denunce per cyberbullismo | Psicologia sistemica | Scoop.it

Cronaca nazionale - 28/05/2014 - Nei primi quattro mesi dell'anno la polizia postale ha ricevuto 92 denunce da parte di minori per reati legati al cyberbullismo: stalking, diffamazione on line, ingiurie, minacce e molestie ricevute attraverso i social network, e-mail e telefonini cellulari. Si tratta di un aumento delle denunce rispetto all'anno precedente, nell'intero 2013 questo tipo di denunce da parte dei minorenni erano state 161, dovuto anche alla campagna educativa che si e' conclusa oggi a Roma dal titolo 'Una vita da social', promossa dalla polizia di Stato in collaborazione con il ministero dell'Istruzione. Grazie all'aiuto e il sostegno di aziende private, con un tir, con all'interno una sala multimediale, la polizia postale delle comunicazioni ha girato l'Italia per quattro mesi toccando 41 tappe in 40 citta'. Sono stati oltre 500mila i ragazzi incontrati, coinvolte 1.800 scuole, incontrati 8mila insegnanti e 15mila genitori. 
   Il tir di 'Una vita da social' della polizia di Stato ha percorso novemila chilometri per mettere in guardia i ragazzi dai pericoli che si nascondono nel web e invitare a un uso responsabile e consapevole delle nuove tecnologie. 
   "E' stata un'esperienza straordinaria - ha spiegato Marco Valerio Cervellini, responsabile dei progetti educativi della polizia postale - e grazie a questa iniziativa abbiamo avuto un aumento delle denunce dei ragazzi nei confronti dei loro compagni per episodi di bullismo e cyberbullismo. I ragazzi prima non denunciavano per paura e perche' terrorizzati. Adesso, dopo i nostri incontri cominciano a denunciare e non si chiudono piu' in se stessi evitando cosi' che si arrivi a gesti estremi come il suicidio". Questa mattina al Teatro Brancaccio di Roma la campagna educativa itinerante si e' conclusa con l'incontro di alcune scolaresche romane. Tra gli ospiti il comico Maurizio Battista, gli attori protagonisti della fiction 'Braccialetti rossi'. Ai ragazzi e' stato inoltre mostrato un filmato dal titolo 'Like, storie di vita on line', ispirato alla vicenda di Andrea Spezzacatena, il quindicenne romano morto suicida dopo essere stato insultato sul web come 'il ragazzo dai pantaloni rosa'. 
   "Voglio che la storia di mio figlio - ha detto agli studenti Teresa, la mamma di Andrea - sia da esempio perche' Andrea non ha avuto il coraggio di uscire dal suo silenzio e questo silenzio lo ha ammazzato. Voglio che la storia raccontata possa essere utile a tutti voi". 

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Una notizia interessante anche se c'è da chiedersi se l'aumento delle denunce non crei una situazioni di "militarizzazione" dei rapporti tra adolescenti.

E' sicuramente positivo che più giovani abbiano il coraggio di segnalare situazioni di disturbo e aggressione create attraverso i nuovi media ma è anche vero che sarebbe più auspicabile lavorare per far diminuire questi episodi da parte degli "aggressori", chiedendoci anche quali aspetti del nostro vivere sociale favoriscono lo sviluppo di queste forme di aggressività.

 

un maggior numero di denunce non per forza significa un miglioramento della qualità delle comunicazioni tra i ragazzi sui canali telematici. 

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Droga: tra gli adolescenti aumenta il consumo di cocaina

Droga: tra gli adolescenti aumenta il consumo di cocaina | Psicologia sistemica | Scoop.it

Roma, 16 mag. (Adnkronos Salute) - Tre studenti su quattro hanno fatto, almeno una volta nella vita, uso di droghe o abusato di alcol, psicofarmaci o gioco d’azzardo. “Fra questi il 17% ha già un comportamento a rischio di dipendenza, una quota in crescita. Preoccupa la tendenza dei ragazzi ad improvvisarsi ‘alchimisti’ mescolando sostanze e principi psicoattivi con effetti sconosciuti: stimolanti, allucinogeni, ‘smart drugs’, cannabis, eroina e cocaina”. A spiegarlo è Sabrina Molinaro, dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Ifc-Cnr) di Pisa, tra i curatori del volume ‘Consumi d’azzardo: alchimie, normalità e fragilità’, che illustra i principali risultati dello studio Espad Italia 2013. Il libro sarà presentato lunedì in collaborazione con l’Asl Mi2, all’Istituto tecnico statale Argentia di Gorgorzola (Mi).

Secondo la ricerca, la cannabis continua ad essere la sostanza illegale più utilizzata dai giovani, seguita da cocaina e droghe sintetiche, mentre l’eroina torna ‘di moda’. Il consumo di alcol è molto diffuso, anche se gli studenti italiani bevono ‘meglio’ dei coetanei europei, sia per minori quantità di alcol puro ingerite, sia per una meno diffusa tendenza al ‘binge drinking’ e alle ubriacature.

I dati verranno illustrati anche il 20 maggio a Roma, nell’ambito dell’evento ‘A chi compete la raccolta, l’interpretazione dei dati e lo studio della parte sommersa del ‘fenomeno droga?’, organizzato dal Centro interdipartimentale di biostatistica e bioinformatica (Cibb) dell’Università di Roma Tor Vergata, nella sede centrale del Cnr.

“Dei quasi 600 mila studenti italiani che nel 2013 hanno utilizzato sostanze psicoattive illegali, pari a un quarto di tutti gli studenti, l’83% ne ha usata una sola - riporta lo studio - nel corso dello scorso anno, quindi, i cosiddetti poli-consumatori sono stati circa 100mila, pari al 4,3% dell’intera popolazione studentesca. E un terzo di questi ne fa un uso consistente, moltiplicando i rischi associati all’assunzione”. La cannabis resta la sostanza illegale più utilizzata dagli studenti: sono 580 mila quelli che nel 2013 l’hanno assunta almeno una volta, fra questi più di 75mila la consumano quasi quotidianamente mentre oltre il 60% ne ha fatto uso meno di 10 volte durante l’anno.

Per la cocaina, si registra un incremento dei consumi nell’Italia centrale e meridionale, mentre al nord sono stabili dal 2005. Fra i 65 mila studenti che l’hanno consumata nell’anno sono circa 20 mila i ‘frequent user’, tra i quali però si registra un progressivo aumento, dallo 0,3% negli anni 2000-2006 allo 0,8% dell’ultima rilevazione. A farne maggior uso sono i ragazzi, anche se le ragazze mostrano una precoce curiosità per questa sostanza, tanto che un terzo di chi l’ha provata tra le femmine aveva tra i 14-15enni, contro il 20% dei maschi. L’eroina, pur restando una delle sostanze meno utilizzate fra i giovanissimi, sembra tornata in auge: nel 2013 ne hanno fatto uso 28 mila studenti (l’1,2%) e 16.000 sono ‘frequent user’. È tra questi ultimi che si evidenzia un aumento negli anni: da 0,2% del 2002 a 0,7% del 2013.

Nel 2013, infine, oltre 65 mila studenti (2,8%) hanno fatto uso di stimolanti e 60 mila (2,5%) di allucinogeni. Quasi 20mila (0,8%) più di 10 volte al mese, con un andamento in costante crescita, specialmente per gli stimolanti, da 0,1% del 2004 a 0,8%. La facilità di reperimento online caratterizza le principali novità di uso tra i ragazzi: 27mila (1,2%) studenti hanno fatto uso nel corso del 2013 di ‘smart drug’, le droghe ‘furbe’, così chiamate proprio perché commercializzate come prodotti naturali, al confine tra legalità ed illegalità pur avendo effetti simili alle sostanze psicoattive illecite. Inversione di tendenza per il gioco d’azzardo, ancora diffuso tra i minorenni nonostante i divieti. Nel 2013, oltre un milione di 15-19enni (44%) ha giocato somme di denaro e tra questi 152 mila lo hanno fatto almeno 20 volte nell’anno. Anche qui l’online facilita le cose: il 9% degli studenti ha puntato tramite computer (67%) o smartphone (24%).

Davide Baventore - www.psicologiasistemica.net's insight:

Aumenta l'uso della cocaina al centro sud e l'eroina "è tornata di moda". Aumenta anche il consumo di farmaci stimolanti e il gioco d'azzardo.

 

Non basterebbe questo per incentivare le azioni di prevenzione invece che smantellare quel poco che c'era nel servizio pubblico?

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Come i sensi influenzano i nostri comportamenti: 5 esempi di “intelligenza fisica” nella vita quotidiana

Come i sensi influenzano i nostri comportamenti: 5 esempi di “intelligenza fisica” nella vita quotidiana | Psicologia sistemica | Scoop.it

Negli ultimi anni gli scienziati hanno studiato a fondo le modalità in cui i nostri pensieri e la nostre decisioni vengono inconsapevolmente condizionate dai nostri sensi fisici (…).

Ora un libro emozionante in uscita porta i lettori in un tour completo tra questi studi all'avanguardia (…). Il testo si intitola “SENSATION: la nuova scienza dell'intelligenza fisica”, è scritto dalla Prof.ssa Thalma Lobel (Atria Books, 2014) e ci mostra come colori, sensazioni tattili, profumi, gusti ci influenzano in modo significativo senza che ne siamo consapevoli. La Prof.ssa Lobel espone in modo piacevole uno studio dopo l'altro e descrive come questi risultati inattesi abbiano implicazioni praticamente su tutto ciò che facciamo nella vita.

 

Ecco 5 esempi di “intelligenza fisica” al lavoro nella vita quotidiana

 

1. Sei ad un primo appuntamento. Qual è la bevanda migliore che potresti scegliere di ordinare? una tazza di tè caldo o caffè, oppure una bibita gassata o una birra ghiacciata?

I ricercatori hanno fornito a due gruppi di partecipanti la descrizione di una persona capace, intelligente, determinata e laboriosa (…), poi hanno chiesto ai soggetti del campione di giudicare la persona su una serie di altre caratteristiche. Prima di leggere la descrizione, ai partecipanti è stato chiesto di tenere in mano per qualche secondo la tazza di caffè del ricercatore mentre scriveva alcune note. Metà del campione teneva in mano una tazza di caffè bollente, l'altra metà una tazza di caffè freddo. Coloro che avevano tenuto in mano la tazza calda giudicavano la persona nella descrizione generosa, attenta e di buon carattere (una persona “calda”), mentre coloro che avevano tenuto la tazza fredda giudicavano la stessa persona irritabile, antisociale ed egoista (“fredda”). Entrambi i gruppi avevano letto la stessa descrizione e l'unica differenza era nei pochi momenti trascorsi con in mano la bevanda calda oppure fredda.

Questo è il motivo per cui si dovrebbe forse optare per una bella tazza di tè durante un primo appuntamento piuttosto che per una bibita fredda o una birra, in modo da predisporre positivamente l'interlocutore nei nostri confronti.

 

2. Stai avviando una pratica di negoziazione per un nuovo acquisto o per un importante affare di lavoro. Su quale tipo di sedia dovresti sederti e quale tipologia dovresti offrire alla persona con cui stai negoziando? Un'altra serie di studi ha dimostrato che sedersi su una sedia rigida rende i negoziatori più severi, mentre sedersi su sedia morbida rende meno aggressivi. Pertanto, sarà vantaggioso sedersi su una sedia dura e offrire all'interlocutore la sedia morbida.

 

3. Sei una donna e hai un primo appuntamento. Qual è il colore più indicato della camicetta: rosso, verde, blu o grigio?

In uno studio sugli effetti del colore, ad un campione di uomini sono state mostrate fotografie della stessa donna che indossava camicette di diverso colore (ogni uomo vedeva la fotografia della stessa donna con la camicetta rossa, blu, verde o grigia). Quando indossava la camicetta rossa, la donna veniva giudicata, in media, più sexy e attraente. Gli uomini del campione riferivano inoltre un desiderio maggiore di invitare fuori la donna vestita di rosso, ed erano disposti a spendere di più durante l'appuntamento con lei piuttosto che con la stessa donna vestita in verde, blu o grigio.

NB: Gli uomini non percepivano la donna vestita di rosso più intelligente, gentile o simpatica ma semplicemente più seducente (…).

Pertanto, le donne potrebbero considerare l'ipotesi di indossare una camicia rossa (e di ordinare una bevanda calda) al primo appuntamento.

 

4. Stai cercando di sfruttare tutta la tua creatività sul lavoro. Che tipo di sorgente luminosa pensi di usare: una luce al neon o una semplice lampadina elettrica?

Noi tutti associamo una lampadina con l'arrivo di un'idea brillante e creativa, ma non si tratta di una semplice associazione simbolica. Gli studi sull'argomento hanno mostrato che accendere una lampadina elettrica durante un compito che richiede un problem solving creativo permette di risolvere i problemi più rapidamente rispetto ad accendere una lampada al neon.

In un altro studio, i partecipanti sono stati divisi in due gruppi ed è stato chiesto loro di risolvere un problema che richiedeva una soluzione “out-of-the-box” (fuori dagli schemi). Ad un primo gruppo è stato chiesto di posizionarsi letteralmente dentro un grande scatola di cartone, ad un secondo gruppo di sedersi accanto alla scatola. I partecipanti seduti fuori dalla scatola avevano significativamente più probabilità di trovare soluzioni creative al problema rispetto a chi si era posizionato dentro la scatola.

Quando lavorate su problemi che richiedono creatività e intuizione, il consiglio è di accendere una semplice lampadina elettrica “nuda” e tenere una scatola accanto a voi.

 

5. Vuoi rendere il più possibile negli allenamenti, a casa o in palestra. C'è un profumo o un odore specifico che può aiutarti in questo tuo obiettivo?

Le palestre non sono certamente note per avere profumi piacevoli (…), ma potrebbe esserci un importante cambiamento all'orizzonte. Recenti studi hanno trovato che l'odore di menta piperita può migliorare l'esercizio fisico. Secondo le ricerche, le persone che lavoravano in ambienti con profumo di menta percepivano l'allenamento meno faticoso; inoltre l'ambiente profumato aiutava gli atleti ad avere performance migliori rispetto a quelle che avevano abitualmente negli ambienti non profumati. Altri studi hanno invece mostrato che il profumo di cannella può migliorare la memoria, e che gli odori dolci potrebbero facilitare l'altruismo e l'assunzione di comportamenti di aiuto.

Per quanto riguarda la palestra, invece che cercare di spruzzare in giro profumo di menta ogni volta che vi allenate, basterà masticare un bastoncino di menta piperita fresca o una gomma un po' prima di cominciare l'allenamento.

 

Il libro della Prof.ssa Lobel ha implicazioni interessanti in quasi tutti gli aspetti della vita, tra cui business e management (la lunghezza delle linee sul grafico del personale di una azienda condiziona il modo in cui percepiamo il potere e la leadership), pubblicità e marketing (i colori del logo di una società influenzano il modo in cui percepiamo la sua stabilità finanziaria) e altri aspetti della nostra vita personale (come fare una doccia impatta sulla nostra morale e sul nostro desiderio di barare) (...). Quindi preparatevi una bevanda calda, metteteci una spolverata di cannella e sedetevi su una sedia comoda per una buona lettura.

 

Vai alla fonte in lingua originale:  

http://www.psychologytoday.com/blog/the-squeaky-wheel/201405/how-mastering-all-5-senses-can-get-you-what-you-want

 


Via Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it
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Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's curator insight, May 22, 2014 6:33 PM

Avete mai sentito parlare di “intelligenza fisica”? Si tratta di campo di studi relativamente recente che approfondisce come le sensazioni fisiche (tatto, temperatura, colori, odori..) influenzano inconsapevolmente le nostre scelte e i nostri pensieri.

Per capire come funziona, vi propongo 5 esempi tratti dalla vita quotidiana, decritti nel nuovo libro della Prof.ssa Lobel ...che ne pensate? Vi convincono?

 

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Obbligo di POS per gli psicologi: quali offerte? - Psicologia Sistemica

Obbligo di POS per gli psicologi: quali offerte? - Psicologia Sistemica | Psicologia sistemica | Scoop.it
Dal 30 giugno tutti gli psicologi liberi professionisti dovranno dotarsi di POS, ecco le offerte in circolazione! Quale pensate di scegliere?
Davide Baventore - www.psicologiasistemica.net's insight:

Un'utile guida per gli psicologi alle offerte per il POS che diventerà obbligatorio avere dal 30 giugno 2014.

 

Voi quale scegliete?

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E' davvero ADHD? Aumento diagnosi negli U.S.A. sapete perché? - Psicologia Sistemica

E' davvero ADHD? Aumento diagnosi negli U.S.A. sapete perché? - Psicologia Sistemica | Psicologia sistemica | Scoop.it
Due ricercatori indagano l'aumento vertiginoso di diagnosi di ADHD negli USA scoprendo che non sono i ragazzi a esser cambiati ma la politica.
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Scienza in camera da letto, gli effetti del sesso sul cervello

Scienza in camera da letto, gli effetti del sesso sul cervello | Psicologia sistemica | Scoop.it
E' come una droga perché agisce sugli stessi circuiti cerebrali attivati da cocaina, caffeina, nicotina e cioccolato. E' calmante, antidepressivo, antidolorifico e, almeno in ratti e topi, alleato della memoria. Però può anche scatenare attacchi di 'mal di vivere' è e amnesie transitorie. E nel maschio ha un potere soporifero. Questi gli effetti del sesso sul cervello, 8 quelli noti al momento, passati in rassegna dal giornale Time, mentre si avvicina l'appuntamento con San Valentino.

"Capire come l'attività sessuale agisca a livello neurologico può aiutare e far luce anche su altri aspetti di salute. Ma portare avanti questo genere di studi non è la cosa più semplice, quindi la ricerca in questo campo è ancora in fase di sviluppo", spiega Barry R. Komisaruk, docente di psicologia alla Rutgers University di Newark in New Jersey, Usa. "Gli scienziati stanno però iniziando a svelare il mistero". Ecco, dunque, cosa si sa per ora.

E' come una droga. Fare sesso fa sentire bene, conferma la scienza. E' per questo che vogliamo farlo, che ci piace un sacco e dedichiamo tanto tempo alla 'caccià di un partner. La sensazione di piacere che un rapporto genera è in gran parte legata al rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore che attiva nel cervello i centri della ricompensa ed è coinvolto nella dipendenza da alcune sostanze o droghe. "Assumere cocaina e fare sesso non dà esattamente la stessa sensazione - precisa Timothy Fong, docente di psichiatria alla David Geffen School of Medicine dell'Università della California di Los Angeles - ma le 2 cose coinvolgono le stesse regioni cerebrali, così come aree differenti". E Komisaruk ricorda che "anche caffeina, nicotina e cioccolato accendono la 'centrale cerebrale della gratificazione".

Agisce come un antidepressivo. Uno studio su 300 donne, condotto nel 2002 dall'Università americana di Albany, ha evidenziato come - al netto di possibili fattori confondenti, quali vivere un rapporto stabile o assumere contraccettivi orali - quelle che avevano rapporti sessuali senza utilizzare il preservativo soffrivano meno di sintomi depressivi rispetto a quelle che usavano il condom. I ricercatori hanno ipotizzato che varie sostanze contenute nel liquido seminale, per esempio estrogeni e prostaglandine, abbiano proprietà antidepressive. Un'informazione che gli scienziati consigliano di sfruttare solo all'interno di una relazione consolidata. In tutti gli altri casi meglio non dimenticare il profilattico: "Ci sono altri modi per migliorare l'umore, ma nessun altro per evitare malattie sessualmente trasmesse", ricordano gli esperti.

Può deprimere. E' antidepressivo, ma può anche scatenare l'effetto opposto. Esiste infatti una sorta di 'depressione post-sesso', in gergo tecnico disforia postcoitale, sperimentata da circa un terzo delle partecipanti a uno studio scientifico che riferivano di aver provato una sensazione di tristezza nel dopo-rapporto. La natura della relazione potrebbe incidere, ma questa forma di 'blues' resta un giallo da chiarire.

Allevia il dolore. Mal di testa? Il sesso non va evitato, ma fatto. Fa crollare uno dei più classici 'alibi della nonna uno studio tedesco in cui il 60% dei partecipanti che soffrivano di emicrania, e il 30% dei pazienti con cefalea a grappolo, se avevano un rapporto sessuale durante un attacco riportavano una remissione totale o parziale del dolore. Altre ricerche hanno dimostrato che, nelle donne, stimolare l'area del punto G aumenta la soglia del dolore. L'effetto potrebbe essere legato all'ossitocina, il cosiddetto 'ormone delle coccole', dice Beverly Whipple, docente della Rutgers University, che ha indagato sul tema.

Può azzerare la memoria. Ogni anno quasi 7 persone su 100 mila sperimentano la cosiddetta 'amnesia globale transitoria', un'improvvisa e temporanea perdita dei ricordi non attribuibile a un problema neurologico. Un rapporto sessuale particolarmente vigoroso, così come stress, dolore, lesioni minori alla testa, alcune procedure mediche e tuffi nell'acqua bollente o ghiacciata possono scatenare questa condizione. La 'tabula rasà dura da pochi minuti a poche ore, un periodo durante il quale è impossibile non sono ricordare eventi molto recenti, ma anche immagazzinare nuovi ricordi. Per fortuna passa, senza conseguenze.

Ma può anche migliorare la memoria. Ma la memoria il sesso può anche migliorarla. O almeno così sembra da studi condotti sui roditori in laboratorio. Un lavoro del 2010 ha confrontato ratti ai quali veniva permesso un solo rapporto sessuale con ratti che facevano 'sesso cronico' (una volta al giorno per 14 giorni consecutivi), e nel secondo gruppo si è osservata la crescita di più neuroni nell'ippocampo, regione del cervello associata alla memoria. I risultati sono stati confermati da un'altra ricerca sui topi, ma sono tutti da verificare nell'uomo.


Può calmare. Nello stesso studio sui ratti, gli animali che facevano sesso per più giorni sono risultati meno stressati e questo sembra funzionare anche negli esseri umani: una ricerca ha dimostrato che appena dopo aver fatto sesso le persone riescono a rispondere meglio a situazioni di forte tensione emotiva come parlare in pubblico. L'effetto è collegato alla riduzione della pressione arteriosa.

Può far venire sonno. Il sesso, infine, fa venire sonno. Al maschio più che alla donna. Secondo i ricercatori questo effetto-torpore è legato alle conseguenze dell'eiaculazione sulla corteccia prefrontale, che dopo aver raggiunto l'acme del piacere sembra 'spegnersi'. Questo fatto, unito al rilascio di ossitocina e serotonina, potrebbe spiegare perché l'uomo crolla esanime dopo un rapporto. Le donne sanno bene che capita e ora potranno anche capire il perché.
Davide Baventore - www.psicologiasistemica.net's insight:

Molto spesso I risultati delle neuroscienze confermano o ribadiscono alcune ovvietà che tutti daremmo per scontato.

Spesso poi si confonde la psicologia con lo studio del cervello che, nel migliore dei casi, ne rappresenta soltanto una parte e nello specifico la parte più "medicalizzata".

 

Questa ricerca fa luce sui correlati cerebrali dell'attività sessuale ma certamente non svela nulla a livello psicologico e a livello del comportamento. Sarebbe molto più interessante dal punto di vista psicologico che la ricerca si focalizzasse sui differenti modi in cui le persone si approcciano al sesso in funzione della loro personalità: non ci sono infatti solo le differenze tra uomini e donne, ma anche differenze all' interno degli uomini e delle donne.

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Se ne discute: psicologi, psicosi e schizofrenia - Psicologia Sistemica

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Si discute molto ultimamente del ruolo degli psicologi nei processi di cura di persone con esperienze di psicosi schizofrenia
Davide Baventore - www.psicologiasistemica.net's insight:

Recentemente uscito a cura della British psychological society il rapporto "Understanding Psychosis and Schizophrenia" a proposito di psicosi e schizofrenia.

A mio parere contiene tanti stimoli e tanti concetti evoluti che dovrebbero interessare molto ai colleghi psicologi.

Ad esempio non è data per scontata la teoria dello squilibrio chimico che dovrebbe spiegare questo tipo di manifestazioni psichiatriche.

Viene dato grande risalto quali psicologi e al lavoro psicologico sostenendo che la terapia debba sempre essere garantita ai pazienti che soffrono di psicosi schizofrenia, una cosa che qui in Italia sembra ancora fantascienza.

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Le donne sono più sensibili degli uomini? - Psicologia Sistemica

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Le donne sono più sensibili degli uomini perché elaborano le informazioni in maniera differente? Nella percezione comune non è una novità che le donne siano definite più emotive degli uomini. Quest...
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Leggenda o realtà?

Sembra un fatto certo per il senso comune che gli uomini siano meno sensibili delle donne. Anche se recentemente i modelli di maschi ritratti di femminilità sono molto cambiati aprendo agli uomini la possibilità di mostrarsi come maggiormente sensibili rispetto passato sembra che gli studi sul funzionamento del cervello mettano ancora in evidenza una maggiore tendenza delle donne all'attivazione emotiva.

Sarà una questione di biologia o di apprendimento e ruoli sociali?

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Il rapporto bambini, tablet e smartphone - Psicologia Sistemica

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Il rapporto bambini, tablet e smartphone è centrale nell'educazione contemporanea. Alcuni pratici consigli basati sui dati scientifici.
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L'utilizzo delle nuove tecnologie è ormai così diffuso che non ne possiamo fare a meno, anche i bambini imparano a utilizzarle prestissimo.

Ma se da una parte di nuove tecnologie possono aiutare lo sviluppo di alcune abilità cognitive e l'apprendimento di alcune capacità dall'altra se utilizzate come sostituto di una corretta relazione con i genitori possono creare bambini incapaci di gestire le emozioni negative e di regolare il proprio stato interno.

E voi come usate le nuove tecnologie insieme ai vostri figli?

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Con l'abito giusto si lavora meglio e di più

Con l'abito giusto si lavora meglio e di più | Psicologia sistemica | Scoop.it

[Esperimento di un professore dell'Università dell'Illinois: a due gruppi di lavoratori viene chiesto di svolgere mansioni con un camice bianco. Agli uni si dice che è 'da medico', agli altri 'da pittore': alla fine coloro che indossano i panni del medico fanno un lavoro più rigoroso. Il consiglio: vince chi indossa abiti che fanno sentire a proprio agio.]

 

L'abito non fa il monaco: ma il lavoratore sì. Almeno secondo uno studio condotto da Adam D. Galinsky, che insegna Management presso la Kellogg School della Northwestern University, l'Università americana con sede in Illinois. Attraverso gli esperimenti che Galinsky conduce già da qualche anno, ha dimostrato come il semplice atto di indossare certi abiti aiuta a migliorare le prestazioni. Gli studiosi lo hanno definitoenclothed cognition, che potremmo tradurre con cognizione indossata ocoscienza dell’abito. E si basa sull'importanza simbolica che diamo ai nostri vestiti, ma anche sull'esperienza fisica di indossarli.

Per trarre le sue conclusioni, lo studioso ha svolto diversi esperimenti, fra cui il più interessante è quello nel quale ad alcune persone è stato fatto indossare un camice bianco e poi è stato loro chiesto di svolgere alcune mansioni. Ma se ad alcuni veniva detto che quel camice immacolato era un camice da dottore, ad altri veniva spacciato per quello di un pittore. Il risultato è stato che chi pensava di indossare il camice da medico ha realizzato performance migliori di quelli che credevano di essere nei panni, sia pure immacolati, di un pittore.

Interviste successive hanno dimostrato che il camice del dottore suggeriva accuratezza, attenzione, prudenza: mentre quello del pittore era più legato all'idea di caos creativo. E l'esperienza fisica di indossare quel capo faceva sentire i soggetti che partecipavano all'esperimento letteralmente investiti del ruolo simbolico che il camice suggeriva: proprio come un costume spinge a seguire le regole di un gioco di ruolo. Questo perché, spiega il dottor Galinsky "non pensiamo solo con il nostro cervello: ma anche con il nostro corpo". Ovvero i nostri processi mentali si basano su esperienze fisiche associate a concetti astratti e anche il semplice fatto di indossare un abito anziché un altro rientra in quei processi.

Ma non è solo il senso di sicurezza che alcuni abiti offrono a chi li indossa ad influire sulle prestazioni. Certo, giacca e cravatta per gli uomini o i tailleur per le donne sono da tempo considerati alla stregua di corazze contemporanee, che aiutano a far sentire più sicuri di sé chi li indossa. Ma gli esperimenti dello studioso americano hanno notato anche un'altra cosa: una persona naturalmente ben vestita ispira più fiducia nei suoi colleghi: a patto, però, che il gusto coincida.

La chiave, spiega lo scienziato, è la coerenza di stile: "L'abbigliamento colpisce perché incarna il modo in cui altre persone ci vedono, ma anche cosa pensiamo di noi stessi e esprimiamo con i nostri abiti". Infatti un altro esperimento condotto da Galinsky ha dimostrato che le donne che si presentano a colloqui di lavoro vestite in modo rigoroso, con capi più maschili che femminili, hanno maggiori probabilità di essere assunte. E quelle che indossano abiti formali cul posto di lavoro sono percepite come più intelligente delle colleghe che vestono in maniera casual.

Ma perché allora negli anni Novanta - con il boom dei dotcom - l'abbigliamento casual sul lavoro diventò la nuova moda? In quel contesto il concetto era rendere più smart e giovane il proprio aspetto: in linea con la modernità della proposta.

La cosa migliore, suggeriscono però gli esperti del settore, è di squisito buon senso: indossare sempre e solo abiti che fanno sentire a proprio agio. Perché l'atteggiamento del corpo in un abito inadatto dice molto più di chi lo indossa di qualunque capo firmato.

 
Davide Baventore - www.psicologiasistemica.net's insight:

Esperimento interessante sull'effetto che gli abiti hanno su di noi: apparentemente l'abito - almeno un po' - fa il monaco.

 

Dal punto di vista della psicologia questo effetto potrebbe essere spiegato anche anche con le teorie della percezione sociale che spiegano come le persone si formino un'opinione sugli altri.

Il fatto di indossare un camice da pittore o da medico potrebbe quindi portare ad atteggiamenti diversi perché chi li indossa ha ha l'impressione che gli altri si aspetteranno precisione, affidabilità e rigore (nel caso del camice da medico) oppure creatività, disordine e immaginazione (nel caso del camice da pittore).

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Oliver Burkeman. Scelte casuali

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A volte tirare a caso può essere più utile che cercare di decidere razionalmente.

 

Non importa quanto tempo passate a leggere libri su Come decidere o Come pensare con chiarezza: difficilmente troverete riferimenti al sistema usato nella tribù azande dell’Africa centrale per prendere le decisioni. Quando i suoi componenti si trovavano davanti a un dilemma, somministravano del veleno a una gallina e ponevano la domanda “all’oracolo del veleno”. Se la gallina sopravviveva, la risposta era “sì”, se moriva era “no”.

Ovviamente era un atto di crudeltà nei confronti delle povere bestie. Ma a parte questo, era un modo davvero assurdo per prendere una decisione? L’antropologo E.E. Evans-Pritchard, che negli anni venti visse presso la tribù, pensava di no. “Tenevo sempre una scorta di veleno e regolavamo le nostre faccende in base alle decisioni dell’oracolo”, scriveva, aggiungendo: “Era efficiente come qualunque altro modo di gestire i miei affari”. Penserete che sia uno scherzo. Dopotutto, era un metodo basato sulla superstizione che dava responsi puramente casuali. Ma se qualche volta la casualità fosse proprio quello di cui abbiamo bisogno?

Recentemente alcuni neuroscienziati statunitensi hanno pubblicato i risultati di un esperimento condotto sui ratti, dimostrando che in certe situazioni imprevedibili i roditori smettono di decidere in base alle esperienze passate. Il loro cervello passa invece alla “modalità casuale”. Secondo i ricercatori, questo ha uno scopo preciso: di solito le esperienze passate sono utili, ma quando il livello di incertezza è molto alto possono diventare fuorvianti, e quindi affidarsi al caso è la cosa migliore.

Anche noi esseri umani, quando ci troviamo davanti a qualcosa che non ci è familiare, possiamo essere fuorviati dall’esperienza, anche perché la filtriamo attraverso vari pregiudizi irrazionali. Secondo quei libri su come pensare con chiarezza, dovremmo cercare di superare i pregiudizi facendo calcoli più razionali. Ma c’è anche un altro modo per aggirarli: fare come i ratti e scegliere a caso.

In certi campi dell’attività umana l’utilità delle scelte casuali è nota da tempo: l’andamento della borsa, per esempio, è così imprevedibile che, per citare l’economista Burton Malkiel, “una scimmia bendata che lancia freccette alle pagine di finanza di un quotidiano potrebbe scegliere un portafoglio di azioni che funziona quanto uno attentamente scelto dagli esperti”. L’esperimento è stato poi ripetuto con delle scimmie simulate, che hanno addirittura ottenuto risultati migliori degli esperti.

In genere, però, “diamo per scontato che le decisioni migliori nascano da un’analisi empirica e da una scelta informata”, come ha scritto di recente Michael Schulson sulla rivista Aeon. Ma pensate alla tradizione dell’antica Grecia di affidare alcune cariche pubbliche a persone estratte a sorte, osserva Schulson. La casualità purifica un processo che potrebbe essere inquinato dalla corruzione.

La casualità potrebbe essere utile anche nella vita quotidiana. Per le piccole decisioni è un risparmio di tempo: se scegliete un piatto a caso sul menù potete tornare subito a chiacchierare con gli amici. Per quelle più grandi, è un modo di ammettere che non siamo in grado di prevedere le complesse conseguenze di una scelta.

Siamo realistici: per le decisioni più importanti, tipo chi sposare, affidarsi al caso è assurdo. Ma se provate ad aumentare il quoziente di casualità per le scelte marginali, soprattutto quando il livello di incertezza è alto, potreste scoprire che è vantaggioso. Però evitate di avvelenare le galline.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

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Nell'economia classica si pensava che l'homo oeconomicus scegliesse sempre la via migliore per raggiungere i propri obiettivi, attraverso la sua capacità di analizzare nel modo migliore la situazione e il contesto  e prevederne l'evoluzione. 


La psicologia ci ha già ampiamente detto che la razionalità non è il criterio che ci guida in molte situazioni della vita quotidiana, ma il fatto che in alcuni casi addirittura sia meglio lasciar scegliere al caso per alcuni potrebbe essere davvero una sorpresa.

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Marco Baldini: "Il gioco d'azzardo è sempre dentro di me. Ma ce la farò, ne sono sicuro" - Il Fatto Quotidiano

Marco Baldini: "Il gioco d'azzardo è sempre dentro di me. Ma ce la farò, ne sono sicuro" - Il Fatto Quotidiano | Psicologia sistemica | Scoop.it
Ha 55 anni e corre. Corre tutto il giorno, ogni giorno, ogni momento, senza fine, senza sapere per quanto, come e dove. Non importa, basta farlo. Neo-salut
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Spesso ci dimentichiamo di quanto la sofferenza psicologica non guardi la dichiarazione dei redditi. Personaggi più o meno famosi in tutto il mondo e in tutte le epoche sono stati vittima di disturbi e sofferenze psicologiche, come nel caso di Marco Baldini, una delle voci radiofoniche più note in Italia.

 

Investire in prevenzione vuol dire creare benessere sociale.

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Salute: più longevo chi ha uno scopo nella vita

Salute: più longevo chi ha uno scopo nella vita | Psicologia sistemica | Scoop.it

..E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz'ora basta un libro di storia,
io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto,
continuarono gli altri fino a leggermi matto.Salute: più longevo chi ha uno scopo nella vita.

 

News di Dr.ssa Teresita Forlano in Psicologia

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Bello studio sui fattori psicologici che favoriscono la longevità.

Oggi oltre alla longevità è però da studiare seriamente la qualità della vita che diventa di primaria importanza proprio considerando l'aumento dell'età media.

 

Nel caso della qualità della vita avere uno scopo diventa sicuramente di primaria importanza perché stimola il mantenimento di obiettivi a medio e lungo termine e probabilmente anche la tenuta delle relazioni con gli altri.

 

Che i fattori psicologici influenzino seriamente la salute e la qualità della vita è dunque ormai un fatto accertato, dobbiamo però cercare di capire quali siano i fattori che, in origine, generano la progettualità di una persona e la sua capacità di darsi uno scopo pur nelle difficoltà della vita.

 

Questo risulterebbe di primaria importanza, ad esempio, nei casi di licenziamento in cui oltre a perdere di un botto il riconoscimento della propria utilità sociale e il proprio stipendio la persona deve anche trovare una nuova progettualità e un nuovo ruolo in famiglia.

 

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Psicofarmaci ai bambini autistici: la denuncia di una ricerca americana

Psicofarmaci ai bambini autistici: la denuncia di una ricerca americana | Psicologia sistemica | Scoop.it

Negli Stati Uniti il 64% dei bambini autistici è in terapia con farmaci psicotropi, sebbene non ci siano prove dell’efficacia di questi farmaci nella cura della malattia. Il 35% dei bambini esaminati prende simultaneamente due sostanze psicotrope, il 15% si loro almeno tre.  È quanto emerge da uno studio americano condotto su 33.565 soggetti nati tra il 2001 e il 2009, pubblicato sulla rivista Pediatrics.

Dallo studio condotto dai ricercatori dell’Università di Drexel a Philadelphia è emerso che i soggetti autistici oltre gli 11 anni sono i più curati con tali farmaci, ma sono significativi anche i livelli di somministrazione a bambini più piccoli: il 33% dei minori di età compresa tra i 2 e i 10 anni e il 10 % di quelli con un anno o meno vengono trattati con psicofarmaci. Secondo i ricercatori, inoltre, la percentuale di bambini sottoposti a trattamenti farmacologici è molto alta anche tra coloro a cui sono stati riscontrati altri disturbi gravi come le vertigini, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, l’ansia, il disturbo bipolare o la depressione.

Gli autori dello studio spiegano che “esistono poche prove di efficacia e adeguatezza del trattamento dell’autismo con i farmaci psicotropi, eppure questi farmaci vengono utilizzati come standard, somministrati sia separatamente che combinati”.
In Italia ad essere trattato con psicofarmaci è il 17% dei bambini autistici.

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Nella comunicazione oggi alcuni concetti vengono dati quasi per scontati: che tutto deriva dal cervello e che quindi si può curare con i farmaci come si farebbe con qualunque altro organo è uno di questi.

 

Se somministrare psicofarmaci è sempre una questione delicata lo diventa ancor di più nel caso dei bambini. Diventa quindi un dovere per chi è interessato alla salute mentale monitorare questo tema soprattutto se ci sono dubbi sui modi in cui le ricerche che supportano l'uso dei medicinali sono state condotte.

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All'origine dell'esperienza psichica. Programma Congresso SPI 2014, Milano


Via Federico Baranzini - www.federicobaranzini.it
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I fantasmi della psicologia. La crisi di una professione - Jerome Kagan, recensione

I fantasmi della psicologia. La crisi di una professione - Jerome Kagan, recensione | Psicologia sistemica | Scoop.it
I fantasmi della psicologia. La crisi di una professione - Jerome Kagan: recensione del libro e commenti.

 

La dico pane al pane, così ci capiamo subito: dare di matto in qualche dove sperduto delle montagne andine mica è lo stesso che uscire di zucca nel bel mezzo della City londinese. Capite bene che vale anche con il doc, il disturbo bipolare e la depressione, che un conto è se capitano a un americano in carriera di Manhattan un altro se a un nativo della Papuasia. Il parametro di misurazione del benessere individuale cambia col cambiare delle latitudini e - quindi - della cultura: tenere conto del setting (del contesto) di riferimento fa la differenza analitica. A sostenerlo è Jerome Kagan - professore emerito alla Harvard University - in un testo di tesi-antitesi-sintesi psicologica, di taglio accademico ma decifrabile anche dai lettori più volenterosi. Specifica Kagan, a pagina 12 de “I fantasmi della psicologia. La crisi di una professione” (Bollati Boringhieri, 2014):

“Quel che manca in buona parte della ricerca è una considerazione attenta delle influenze del contesto immediato in cui vengono raccolte le misurazioni del cervello, del comportamento o delle risposte verbali. Pare che molti psicologi considerino ininfluente per le loro osservazioni se gli informatori sono soli, con un esaminatore estraneo o un amico, in un luogo familiare o sconosciuto. Inoltre, quando indagano sul rapporto tra le varie misurazioni ignorano l’influenza continuativa dell’esposizione differenziale ai setting che accompagnano una particolare classe sociale o cultura. Troppi articoli presumono che un risultato riscontrato tra quaranta studenti bianchi di un’università del Midwest, che hanno risposto a istruzioni visualizzate sullo schermo di un computer all’interno di una stanzetta senza finestre, troverebbe conferma se la stessa procedura venisse proposta da un vicino di casa a un gruppo di sudafricani cinquantenni, in una grande sala della chiesa che frequentano a Capetown”.

Chiaro, no? Rilevare stati d’animo e comportamenti sulla base esclusiva delle dichiarazioni dei soggetti intervistati o assegnare un’origine mono-causale (quasi sempre genetica) alle manifestazioni di tipo psichiatrico, sono semplificazioni (scorciatoie analitiche, inciampi) che una scienza (psicologica) degna di tal nome non deve in alcun modo imboccare. Per una valutazione esatta degli “stati mentali” non può essere tralasciato il ruolo determinante che giocano l’appartenenza culturale, la collocazione sociale, le storie di vita di un individuo. Ancora Kagan, a rafforzo del concetto e in fase (construens) di bilancio:

“Una psicologia riformata dovrebbe aggiornare il motto delfico: conosci te stesso in ogni contesto”.

Ne deriva un pamphlet poderoso (quasi 300 fitte pagine) che aldilà del sottotitolo ammonitorio – “La crisi di una professione” – si (im)pone anche come manifesto programmatico e atto d’amore insieme nei confronti dell’indagine psichica. Costa non poco - 26 euro - ma li vale uno per uno e soprattutto gli addetti ai lavori non possono mancare di leggerlo.

 
Davide Baventore - www.psicologiasistemica.net's insight:

La psicologia è in crisi? Da quello che sembra suggerire lo psicologo, ex professore di Harvard, Jerome Kagan si tratta di un problema di riduzionismo, la mancanza di considerazione del contesto in favore di un divisione in parti sempre più piccole dei "fatti mentali".

 

In realtà alcune teorie, come quella sistemica, hanno alla loro origine proprio una grande importanza attribuita ai fattori contestuali e alle relazioni con il mondo esterno piuttosto che guardare "dentro" la mente.

 

Certo la ricerca dovrebbe fare qualche passo verso l'utilizzo di situazioni più naturali per svolgere gli esperimenti, rinunciando al controllo di qualche variabile potrebbe emergere qualche elemento interessante.

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Un articolo di Daniel Goleman su ADHD e mindfullness - Psicologia Sistemica

Un articolo di Daniel Goleman su ADHD e mindfullness - Psicologia Sistemica | Psicologia sistemica | Scoop.it

Un articolo di Daniel Goleman a proposito dell'ADHD e dell'utilizzo della mindfullness al posto dei medicinali per il trattamento di questo "disturbo" da molti contestato.

 

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uale sceglierò – i frutti di bosco o il dolce al cioccolato ? I compiti a casa o la Xbox ? Finire il compito, o vagare su Facebook?

 

Queste decisioni di tutti i giorni si basano su una capacità mentale chiamata controllo cognitivo, la capacità di mantenere la concentrazione su una scelta importante, ignorando altri impulsi. La scarsa pianificazione, l’attenzione fluttuante e la difficoltà a inibire gli impulsi implicano un calo di controllo cognitivo. Ora un numero crescente di ricerche suggerisce che rafforzare questo “muscolo” mentale può aiutare i bambini e gli adulti ad affrontare il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (DDAI o ADHD in inglese) e il suo equivalente adulto , il Disturbo da Deficit di Attenzione (DDA), di solito con esercizi di cosiddetta consapevolezza (mindfullness).

Gli studi capitano nel bel mezzo del crescente disincanto verso il trattamento più diffuso per queste condizioni: i medicinali.

Nel 2007 , i ricercatori dell’università di Los Angeles hanno pubblicato i risultati di uno studio secondo cui l’incidenza di ADHD tra gli adolescenti in Finlandia, insieme alle difficoltà di funzionamento cognitivo e relativi disturbi emotivi come la depressione, erano praticamente identici ai tassi tra gli adolescenti negli Stati Uniti. La vera differenza? La maggior parte degli adolescenti con A.D.H.D. negli Stati Uniti sono stati trattati con farmaci, la maggior parte di quelli finlandesi no.

“Questo risultato genera dei dubbi circa l’utilizzo di farmaci come prima scelta di trattamento “

ha detto Susan Smalley, un genetista del comportamento dell’università della California e primo autore della ricerca.

In un ampio studio pubblicato l’anno scorso in The Journal of American Academy of Child & Adolescent Psychiatry i ricercatori hanno riportato che mentre la maggior parte giovani con ADHD traggono beneficio dai farmaci nel primo anno di utilizzo questi effetti generalmente svaniscono entro il terzo anno, se non prima.

“Non ci sono benefici a lungo termine nel prendere farmaci per il trattamento dell’ADHD. Ma la mindfullness sembra allenare le stesse aree del cervello caratterizzate da attività ridotta nei soggetti con ADHD.”

dice James M. Swanson, psicologo presso l’Università della California e autore dello studio. E aggiunge:

“Ecco perché la mindfullness potrebbe essere così importante. Sembra arrivare alle cause.”

A seconda di chi lo descrive, il controllo cognitivo può essere definito come il ritardo della gratificazione, la gestione degli impulsi, l’autoregolazione emotiva o l’auto-controllo, la soppressione di pensieri irrilevanti, la capacità di prestare attenzione o la velocità di apprendimento.

Questa capacità mentale particolare, dice la ricerca, predice il successo sia nella scuola che nella vita lavorativa .

Il controllo cognitivo aumenta dai 4 ai 12 anni, poi ha una fase di stallo, ha detto Betty J. Casey, direttore dell’Istituto Sackler per la psicobiologia dello sviluppo presso il Weill Cornell Medical College. Gli adolescenti infatti hanno difficoltà a reprimere i loro impulsi, come ogni genitore sa.

Ma l’impulsività ha il suo picco a circa 16 anni, dice la dott.ssa Casey, e intorno ai 20 anni lamaggior parte delle persone a raggiunge un livello di controllo cognitivo che sarà quello adulto. Tra gli adulti in buona salute, comincia a scemare sensibilmente tra i 70 e gli 80 anni, spesso si manifesta come incapacità di ricordare i nomi o le parole, a causa di distrazioni che la mente una volta avrebbe soppresso.

Rafforzare questa capacità mentale, suggeriscono gli specialisti, potrebbe essere particolarmente utile nel trattamento di ADHD e A.D.D.

Per farlo i ricercatori stanno testando la mindfulness: imparare a controllare i propri pensieri e sentimenti senza giudizi o altro reazioni. Piuttosto che focalizzarsi su un pensiero solo, la loro attenzione vaga liberamente e così rinnova la loro concentrazione.

Secondo un recente studio di Neurofisiologia Clinica , gli adulti con ADD beneficiano di una formazione alla mindfulness combinata con la terapia cognitiva; i loro miglioramenti nelle prestazioni mentali sono paragonabili a quelli ottenuti dai soggetti che assumono farmaci.

La mindfulness ha portato ad un calo degli errori dovuti all’impulsività, un problema tipico dell’ADD, mentre la terapia cognitiva ha aiutato i pazienti a essere meno severi con sé stessi rispetto ai propri errori o distrazioni.

La mindfulness sembra allenare i circuiti del cervello dedicati a sostenere l’attenzione, un fattore implicato nel controllo cognitivo, secondo una ricerca condotta da Wendy Hasenkamp e Lawrence Barsalou della Emory University.

In uno studio pubblicato su Frontiers in Human Neuroscience, è stato studiato il cervello di persone allenate a meditare, mentre attraversavano quattro movimenti mentali di base: la concentrazione su un target, la presa di coscienza che la loro mente aveva divagato, portare di nuovo l’attenzione sul target, e mantenerla lì.

Questi movimenti sembrano rafforzare i circuiti neurali dedicati al mantenimento dell’attenzione su un obiettivo determinato.

La meditazione è un esercizio di controllo cognitivo che esalta “la capacità di auto-regolare le distrazioni interne”, ha affermato Adam Gazzaley, neuroscienziato dell’Università di San Francisco .

La sua ricerca mira a duplicare questi effetti con videogiochi che “mirano a stimolare i circuiti cerebrali senza il tipo di effetti collaterali che si hanno con le medicine.”

Con alcuni colleghi, ha progettato NeuroRacer , un gioco per anziani in cui questi devono reagire a segnali stradali che compaiono improvvisamente durante la guida su una strada tortuosa. Il gioco migliora il controllo cognitivo in soggetti che vanno dai 60 agli 85 anni, secondo uno studio pubblicato su Nature.

Stephen Hinshaw, specialista in psicopatologia dello sviluppo presso l’Università della California, Berkeley, ha detto che i tempi sono maturi per esplorare l’utilità di interventi non farmacologici come la mindfullness.

Il Dr. Swanson d’accordo . “Ero scettico fino a quando ho visto i dati” ha detto “ed i risultati sono promettenti.”

Davide Baventore - www.psicologiasistemica.net's insight:

In quanti sono d'accordo con il fatto che per l'ADHD è opportuno usare questa forma di allenamento mentale invece magari di interventi dedicati alla famiglia e alle relazioni?

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