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LA FRANCIA ARRESTA I POLIZIOTTI BELGI: "CI RIMANDANO I MIGRANTI"

LA FRANCIA ARRESTA I POLIZIOTTI BELGI: "CI RIMANDANO I MIGRANTI" | Professional Security Agency | Scoop.it
LA FRANCIA ARRESTA I POLIZIOTTI BELGI: "CI RIMANDANO I MIGRANTI"
Vicino alla città di Nieppe i poliziotti francesi hanno arrestato dei colleghi belgi rei di aver sconfinato mentre respingevano alcuni migranti

Se ce l'avessero raccontato due anni fa, non ci avremmo creduto. E anche oggi resta comunque una notizia singolare. Perché quando si legge di poliziotti belgi arrestati dai colleghi francesi perché stavano riportando alcuni immigrati clandestini oltre il confine si stenta a credere ai propri occhi. Eppure è accaduto davvero, sul confine franco-belga nei pressi di Nieppe. Martedì scorso sembrava un tranquillo giorno di fine settembre, quando un camionista in viaggio verso Bruxelles ha notato alcune voci provenienti dal rimorchio e ha allertato la polizia belga.

Gli agenti hanno effettivamente ritrovato tredici migranti iracheni e siriani all'interno del mezzo pesante, che erano diretti in Gran Bretagna ma avevano evidentemente perso la strada. Così i poliziotti belgi hanno ricondotto i profughi verso il confine ma, secondo quanto riferisce il quotidiano parigino Le Figaro, avrebbero sconfinato di cinquanta metri in Francia.

Non molto, certo. Quanto basta, però, per fare intervenire i colleghi francesi, che hanno arrestato i belgi e li hanno interrogati per almeno quattro ore. L'incidente ha provocato l'ira dei sindacati di polizia del Belgio, che sottolineano come gli agenti fermati non abbiano avuto diritto ad un interprete, nonostante non parlassero francese in quanto di lingua fiamminga. "I migranti, fra cui c'erano anche tre bambini - ha spiegato Georges Aeck, capo della polizia della città belga di Ypres -

Sono stati scortati al confine perché non volevamo lasciarli in aperta campagna, lungo la strada a camminare da soli fino alla frontiera." A Parigi, fra qualche imbarazzo, il ministro dell'Interno Bernard Cazeneuve avrebbe chiamato la propria controparte belga per ricomporre l'incidente ma anche per chiarire come la Francia non gradisca affatto che i poliziotti di Bruxelles riconducano al confine i migranti che escono dall'Esagono.

La verità è che nessuno vuole accettare un migrante più di quanti ne impongano le leggi europee. Che, in base al regolamento di Dublino III, prescrivono che i migranti possano richiedere asilo solo ed esclusivamente nel primo Paese europeo in cui mettono piede.

L'unico modo di stabilire se questo o quell'immigrato è o meno di "competenza" francese sarebbe dunque quello di presidiare la frontiera. Come effettivamente accade sin dal mese di febbraio.

Di Giovanni Masini
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CONVEGNO MALATTIE AMIANTO: AI RAPPRESENTANTI DEL PERSONALE NEGATA...

CONVEGNO MALATTIE AMIANTO: AI RAPPRESENTANTI DEL PERSONALE NEGATA... | Professional Security Agency | Scoop.it
CONVEGNO MALATTIE AMIANTO: AI RAPPRESENTANTI DEL PERSONALE NEGATA LA PARTECIPAZIONE, IL MINISTERO DELLA DIFESA SI TRINCERA NELLA BUROCRAZIA

Nel mese di aprile del 2016, i delegati del Cocer Aeronautica, il massimo organo di rappresentanza dei militari, Alfio Messina e Antonsergio Belfiori chiedevano di partecipare ad un importante e delicato convegno organizzato da un'associazione nazionale (ONA) sulle problematiche riferite all'amianto e alle correlate patologie che hanno colpito militari e civili.

Lo Stato Maggiore dell'Aeronautica negava, di fatto, l'autorizzazione e nasceva un caso politico che finiva in Parlamento con due interrogazioni. La prima dell'onorevole Elio Vito di FI, la seconda dell'onorevole Tatiana Basilio del M5S.

Oggi, per voce del sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi, è pervenuta la risposta del Ministero della Difesa all'interrogazione dell'on. Elio Vito. Risposta che appare subito, nel suo linguaggio burocratese, inadatta ai tempi moderni e inadatta al rispetto dei più elementari diritti di chi deve rappresentare le istanze dei lavoratori con le stellette. Una pagina vergognosa, a nostro modesto parere, anche nei confronti del personale ammalato e/o deceduto. Ci aspettavamo di più da un governo che promette riforme e diritti ma che nella pratica continua a negarli.

Fino a quando il mondo militare non otterrà maggiori diritti di rappresentanza non si potrà parlare di democrazia nelle forze armate.

Lo dichiarano i delegati del Cocer dell'Aeronautica Militare Alfio Messina e Antonsergio Belfiori
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DIFESA SERVIZI S.P.A.: PUBBLICATO IL BANDO DI GARA 2016 PER LA VALORIZZAZIONE DEI FARI

DIFESA SERVIZI S.P.A.: PUBBLICATO IL BANDO DI GARA 2016 PER LA VALORIZZAZIONE DEI FARI | Professional Security Agency | Scoop.it
DIFESA SERVIZI S.P.A.: PUBBLICATO IL BANDO DI GARA 2016 PER LA VALORIZZAZIONE DEI FARI

E' stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana il bando di gara 2016 del progetto Valore Paese FARI. L’evento è stato annunciato ieri sera, presso il Circolo della Marina Militare “Caio Duilio”, dall’amministratore delegato di Difesa Servizi S.p.A. Fausto Recchia e dal direttore dell’Agenzia del Demanio, Roberto Reggi. L’AD di Difesa Servizi S.p.A. nell’illustrare il progetto ha affermato che “Valorizzare, con un approccio duale, gli immobili militari non più interamente utilizzati per compiti operativi della difesa riduce i costi a carico della pubblica amministrazione e rappresenta un'occasione di sviluppo per il territorio". “Questa iniziativa – ha proseguito l’avv. Fausto Recchia – è un’occasione per restituire beni militari alle comunità locali sottraendoli al degrado e recuperando risorse aggiuntive per pubblica amministrazione”. Forti del successo del 2015, questa nuova edizione del progetto interessa 20 beni di proprietà dello Stato, di cui 10 del Ministero della Difesa, distribuiti lungo le coste italiane.

Un portafoglio immobiliare diversificato per tipologia e unicità: non solo fari, ma anche torri ed edifici costieri potranno rinascere grazie a quest’iniziativa. Entro il 19 dicembre 2016 cittadini, associazioni e imprese potranno presentare un progetto di recupero e riuso, attraverso un’offerta libera, e partecipare così alla gara per la concessione fino ad un massimo di 50 anni di questi beni dal grande valore storico e paesaggistico. Nella valutazione delle offerte verranno considerati maggiormente gli aspetti qualitativi, per un peso complessivo del 60%, rispetto agli elementi economici che avranno invece un peso pari al 40%.

Tutte le informazioni e gli avvisi di gara saranno disponibili su www.difesaservizi.it e www.agenziademanio.it, nella sezione dedicata accessibile direttamente dalla Home Page.

di Difesa Servizi
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EGITTO: "ISIS ED ATTENTATI PIANIFICATI DAI SERVIZI SEGRETI OCCIDENTALI" "

EGITTO: "ISIS ED ATTENTATI PIANIFICATI DAI SERVIZI SEGRETI OCCIDENTALI" " | Professional Security Agency | Scoop.it
EGITTO: "ISIS ED ATTENTATI PIANIFICATI DAI SERVIZI SEGRETI OCCIDENTALI" "
Le esecuzioni dell'Isis ricreate in set cinematografici. Musulmani arrestati ed uccisi per giustificare la guerra al terrore”. A rilanciare l’ennesima teoria del complotto è il quotidiano Al-Ahram, sotto diretto controllo del Ministero egiziano dell'Informazione.

 “L’Isis ed il cosiddetto estremismo islamico radicale, sono semplicemente delle invenzioni create dagli Stati Uniti e dai governi occidentali per mettere in cattiva luce i musulmani e l'Islam nel mondo, incitando all’odio”. A scrivere l’ennesima teoria del complotto è l’editorialista Noha Al-Sharnoubi sul quotidiano Al-Ahram. Sarebbe opportuno rilevare che Al-Ahram è uno dei principali quotidiani letti in Egitto e posto sotto il diretto controllo del Ministero egiziano dell'Informazione. Rispecchia, quindi, il pensiero dello Stato. L’articolo è stato pubblicato il 23 agosto scorso, poche settimane prima le celebrazioni per il quindicesimo anniversario degli attacchi alle Torri gemelle. Scrive l’editorialista: “Gli attacchi dell'11 settembre così come quelli perpetrati in tutta Europa, sono soltanto una coreografia dai governi occidentali che hanno collettivamente cospirato contro i musulmani. Elementi dell’intelligence (forse occidentale) sono dietro gli attacchi e gli attentati. I cittadini musulmani vengono arrestati ed uccisi per giustificare quello che sta accadendo nei paesi arabi in nome della guerra al terrore. Chi vogliono ingannare gli Stati Uniti?”.

L'editoriale su Al-Ahram “
…dobbiamo davvero credere alla versione ufficiale del governo degli Stati Uniti per gli eventi dell'11 settembre del 2001? E 'una coincidenza che i piloti dell'11 settembre siano stati addestrati presso le scuole di volo americane? Secondo la versione ufficiale dell'amministrazione americana, il primo attacco sulla torre nord, è avvenuto alle 08:46, ora di New York. La torre sud è stata colpito da un altro aereo 15 minuti più tardi, intorno alle 09:03. Più di mezz'ora dopo, un terzo aereo colpì l'edificio del Pentagono, mentre un quarto mancavo il suo obiettivo, andandosi a schiantare. E’ davvero possibile credere che quattro aerei dirottati possano volare liberamente nello spazio aereo degli Stati Uniti colpendo le torri del World Trade Center ed il Pentagono, con intervalli di 15 e 30 minuti?

Tutto questo senza che gli americani siano riusciti a fare nulla, nonostante i loro segreti militari. O, forse, era tutto previsto al fine di giustificare la guerra al terrorismo e l’invasione dell’Iraq? La maggior parte dei membri dell’Isis sono cittadini occidentali. Lo Stato islamico è stato pianificato in anticipo dall'Occidente per giustificare la devastazione, il partizionamento e l'occupazione dei paesi nel Medio Oriente?”. Quella pubblicata sul quotidiano egiziano è solo l’ultima speculazione sulla genesi dello Stato islamico. A rinfoltire quelle note negli Usa come conspiracy theories, è stato anche il candidato repubblicano presidenziale Donald Trump. Quest’ultimo, poche settimane fa, ha dichiarato pubblicamente che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ed il candidato democratico alla presidenza Hillary Clinton, sono co-fondatori dello Stato islamico. Nel quotidiano del governo egiziano, infine, Al-Sharnoubi suggerisce che molti video diffusi sulla rete dello Stato islamico, sarebbero in realtà ricreati in set allestiti con attori occidentali.

di Franco Iacch
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IGLATO NUOVO ACCORDO MILITARE TRA USA ED ISRAELE...

IGLATO NUOVO ACCORDO MILITARE TRA USA ED ISRAELE... | Professional Security Agency | Scoop.it
UFFICIALE, SIGLATO NUOVO ACCORDO MILITARE TRA USA ED ISRAELE: CONCESSI 38 MILIARDI DI DOLLARI FINO AL 2028

È stato siglato il nuovo programma di assistenza militare pari a 38 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni tra Stati Uniti ed Israele. L’attuale memorandum, fissato a 3,1 miliardi di dollari l'anno, scadrà nel 2018. È il più grande accordo di assistenza militare estero mai siglato nela storia degli Stati Uniti. A partire dall’esercizio di bilancio 2019, gli Stati Uniti garantiranno finanziamenti per 3,8 miliardi di dollari l’anno. Il nuovo MOU, Memorandum Of Understanding, scadrà nel 2028. Israele chiedeva aiuti militari con budget ritoccato a 4/4,5 miliardi di dollari l’anno. L’impegno per la sicurezza di Israele è irremovibile – si legge in un comunicato a firma del presidente Barack Obama - e si basa su una preoccupazione autentica e duratura per il benessere ed il futuro dello Stato di Israele. L'amministrazione Obama premeva per cementare un nuovo accordo decennale con Israele prima della fine del mandato, soprattutto dopo aver raggiunto un accordo nucleare con l'Iran, fortemente osteggiato da Gerusalemme.

Il MOU è stato firmato presso il Dipartimento di Stato dal consigliere di Israele per la sicurezza nazionale, Jacob Nagel, e Thomas Shannon, sottosegretario agli Affari Politici USA. Nonostante le tensioni – ha sottolineato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu - le relazioni tra Israele e gli Stati Uniti sono forti e potenti. "Questo non significa che non ci sono disaccordi, ma sono cose che capitano in una famiglia. Nulla potrà influenzare la grande amicizia tra Israele e gli Stati Uniti, rapporto che si evince in questo accordo che sarà molto utile nel forgiare il potere di Israele nel prossimo decennio". Netanyahu è in disaccordo con Obama sia per l’Iran che sulla questione palestinese. Nel nuovo programma di assistenza militare, Israele sarà obbligata a reinvestire le somme ottenute nell’industria americana.

Cancellata, quindi, la possibilità (ancora in atto) di spendere parte delle somme ottenute dagli Usa nelle industrie israeliane. I 38 miliardi di dollari saranno cosi divisi: 33 miliardi in forniture militare ed i restanti cinque per la difesa missilistica. Fino ad oggi, l’intero asset missilistico di difesa di Israele veniva finanziato separatamente dal Congresso su base annua (in totale oltre 600 milioni di dollari). Gli Stati Uniti hanno sviluppato o finanziato congiuntamente tutti e tre i livelli di difesa missilistica di Israele: Iron Dome (corto raggio), David's Sling (medio raggio) ed Arrow (lungo raggio) per una spesa complessiva di oltre 600 milioni di dollari. Nel nuovo accordo, Israele non potrà stornare le somme ottenute per acquistare il carburante per il suo esercito. Israele, infine, rinuncia a richiedere ulteriori fondi al Congresso, prima della scadenza naturale del contratto.

di Franco Iacch
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"ERANO MINACCIATI DI MORTE". E IL GIUDICE ASSOLVE DUE SCAFISTI

"ERANO MINACCIATI DI MORTE". E IL GIUDICE ASSOLVE DUE SCAFISTI | Professional Security Agency | Scoop.it
"ERANO MINACCIATI DI MORTE". E IL GIUDICE ASSOLVE DUE SCAFISTI
Nel naufragio erano affogati in 12. I pm volevano l’ergastolo. Ma per la toga i due migranti erano stati "costretti" a pilotare il gommone.

Erano accusati di avere guidato un gommone zeppo di migranti. Erano accusati di aver provocato il naufragio nel Canale di Sicilia, durante la traversata tra la Libia e la Sicilia, durante il quale morirono ben dodici persone. E per questo erano accusati di omicidio plurimo per cui il pm aveva addirittura chiesto l'ergastolo. Eppure il gup Gigi Omar Modica ha assolto due scafisti applicando la discriminante dello "stato di necessità". Secondo il gup, come riporta la Stampa, il senegalese Jammeh Sulieman (21 anni) e il gambiano Dampha Bakary (24 anni) non avrebbero deciso "autonomamente e liberamente di avventurarsi per il Mediterraneo alla guida di un mezzo di fortuna, carico all’inverosimile di persone" ma sarebbero stati obbligati da "soggetti libici armati". E sono stati subito rimessi in libertà. Una decisione che ha provocato forti dubbi da parte dei pm dal momento che non è assolutamente dimostrato l legame tra i due trafficanti di uomini e i "libici armati".

Nelle diciassette pagine in cui ha messo nero su bianco le motivazioni della sentenza, il gup mette in dubbio la genuinità di testimonianze che consentono di ottenere il permesso di soggiorno e parla di "preciso interesse a rendere dichiarazioni accusatorie" che per questo motivo "devono essere sottoposte ad un attento vaglio di credibilità intrinseca ed estrinseca". Scafisti per forza, dunque. "Non avevano altra scelta se non quella di commettere i reati - scrive il gup - per salvare la loro vita da una situazione superiore alla loro volontà". E ricostruisce: "Quando giungono in spiaggia, trovano già il natante carico di migranti... sotto la minaccia di armi da guerra non possono che accondiscendere alla determinazione dei libici su chi dovesse guidare l’imbarcazione. Tornare indietro sarebbe stato un atto del tutto scellerato". "Proseguire invece nella rotta - conclude la sentenza - poteva significare invece coltivare una qualche speranza di giungere sani e salvi in un Paese sicuro e libero come l’Italia". Invece, ne sono morti dodici.

Di Sergio Rame
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ADDIO GOLPE, I MILITARI POSSONO FARE POLITICA

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ADDIO GOLPE, I MILITARI POSSONO FARE POLITICA
Il Tar: è un diritto avere incarichi di partito. Finisce l'Italia dei "colonnelli" di Tognazzi

Viva la democrazia. Il maresciallo Carmelo Cataldi ha vinto il braccio di ferro con l'Arma: la divisa non è e non può essere un ostacolo alla carriera politica. Nessuna incompatibilità. Il Tar del Piemonte ha dato ragione al sottufficiale di Fossano, oggi in congedo, che si era iscritto ad una formazione peraltro sconosciuta al grande pubblico, il Partito per gli operatori della sicurezza e della difesa, e ne era diventato segretario regionale. L'Arma, fedele ai vecchi dogmi, l'aveva presa male e lui si era preso una sanzione, cinque giorni di consegna di rigore, che la diceva lunga sul disagio percepibile in una delle istituzioni più amate dagli italiani. La catena gerarchica non perdonava al militare di aver fatto di testa sua e di aver scelto una strada particolare, ritenuta evidentemente non consona agli standard ecumenici dei Carabinieri.

Ma i tempi cambiano, le barriere saltano, l'asticella del politically correct si sposta di continuo e anche dentro le caserme automatismi collaudati non funzionano più. O almeno così la pensa il Tar: certi divieti, che profumano di silenzio e obbedienza, appaiono oggi fuori luogo. O più banalmente sproporzionati. Negli anni Settanta la coppia Monicelli-Tognazzi metteva alla berlina le tentazioni golpiste che covavano ai piani alti del mondo militare tricolore, fin dai tempi del piano Solo, ideato dal generale Giovanni De Lorenzo. «Vogliamo i colonnelli» è una pellicola meravigliosa, ma il film ci parla, per fortuna, di un'epoca che non c'è più, anche perché è finito il bipolarismo, è crollato il Muro e antiche, feroci appartenenze sopravvivono solo nelle nicchie dell'ideologia. E però, senza voler mettere in discussioni le dotte analisi dei magistrati amministrativi, e senza voler invertire il senso di marcia della storia, qualche considerazione si impone.

Sarà bellissimo poter entrare in Parlamento o in Comune direttamente dal portone della caserma ma il consigliere di opposizione, magari in uno dei mille borghi che costituiscono l'ossatura dell'Italia, non sarà affatto contento di trovarsi come avversario il maresciallo della locale stazione dell'Arma. La divisa avrà pure perso quel tocco di sacralità che aveva un tempo, ma resta o dovrebbe rimanere una garanzia, anzi un baluardo per tutti. Il primato della legge, del diritto, del bene che non si arrende mai. Se sotto l'uniforme spunta la casacca, di qualunque colore, ecco che subito scatta il retropensiero: quel signore che tuona dai banchi del Consiglio comunale può anche venire in casa per una perquisizione o, peggio, con le manette. Tutto può essere ma certi equilibri si trasformano fatalmente in equilibrismi che non durano. E possono lasciare una scia di rancori, sospetti, dubbi che affollano la mente e non se ne vogliono più andare.

Il Tar la pensa diversamente e non vuole comprimere i diritti del cittadino, sia pure in alta uniforme. Forse, nell'altalena delle aspettative e delle percezioni generali, siamo in un momento storico che privilegia il solista rispetto al coro che gli sta intorno. E poi i colonnelli cattivi sono solo nei libri perfino in Grecia dove oggi comanda la sinistra più sinistra di Tsipras. Ma alla divisa, come del resto alla tonaca e alla toga, si richiede un supplemento di vigilanza e sensibilità perché certe vocazioni o sono rivolte a tutti o non hanno ragione di essere. E la stessa magistratura dibatte e si divide su questo tema delicatissimo, al confine pericoloso fra il colore dello Stato e quello della passione personale. La prudenza, che impone il sacrificio, non guasta. E un pizzico in più può dare sapore ad una democrazia sempre più insipida.

Di Stefano Zurlo
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PAPA FRANCESCO ACCAREZZA LEO, CANE EROE. E INDOSSA BERRETTO POLIZIA

PAPA FRANCESCO ACCAREZZA LEO, CANE EROE. E INDOSSA BERRETTO POLIZIA | Professional Security Agency | Scoop.it
PAPA FRANCESCO ACCAREZZA LEO, CANE EROE. E INDOSSA BERRETTO POLIZIA

Ad aspettare Papa Francesco sul sagrato di piazza San Pietro insieme ai volontari che partecipano al giubileo del volontariato c’era anche Leo, il labrador della Polizia di Stato che dopo il sisma ha salvato dalle macerie Gi la bimba rimasta sotto la sua casa crollata per oltre 16 ore. Il Papa si è avvicinato al conduttore del cane l’assistente della Polizia Matteo Palladinetti, e al responsabile della Squadra Cinofili della Questura pescarese, il sovrintendente capo Liborio Desimone e ha accarezzato Leo. Poi la delegazione dei soccorritori ha donato al Papa un berretto con lo stemma della Polizia che Francesco ha indossato. Il Papa ha accarezzato Leo che ha subito porto la zampa come, nei giorni scorsi, aveva già fatto con il premier Renzi e la cancelliera Merkel prima del vertice bilaterale Italia-Germania a Maranello. “Papa Francesco – racconta il responsabile della Squadra Cinofili della Questura pescarese, il sovrintendente capo Liborio Desimone – ci ha detto di essere rimasto colpito del lavoro fatto nei luoghi del sisma dove con gli uomini e le donne della Polizia hanno operato anche i cani: Leo a Pescara del Tronto e Sarotti, un pastore tedesco, ad Amatrice”.

di Spartaco Ferretti
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GIÀ LIBERI GLI SCIACALLI ARRESTATI E SI INDAGA SULLE CASE PRIVATE

GIÀ LIBERI GLI SCIACALLI ARRESTATI E SI INDAGA SULLE CASE PRIVATE | Professional Security Agency | Scoop.it
GIÀ LIBERI GLI SCIACALLI ARRESTATI E SI INDAGA SULLE CASE PRIVATE
Fuori tre su quattro. Il gip ai razziatori romeni: potete andare, ma mi raccomando tornate per il processo...

Roma Feriti e rabbiosi per la satira d'oltralpe, ma anche per gli sciacalli da giorni in azione tra le rovine eppure «quasi» impuniti, mentre le attenzioni degli inquirenti dalla scuola elementare si spostano anche sulle abitazioni private. Il dopo-sisma ad Amatrice vive di polemiche, e l'ultima in ordine di tempo si incentra sugli sciacalli a piede libero. Dei quattro arrestati nei giorni scorsi e dei tanti fermati per controlli e allontanati, solo uno - romano - si trova al momento dietro le sbarre. Gli altri sono stati denunciati e rilasciati. Sono già a piede libero anche i due romeni di 44 e 45 anni, pregiudicati, fermati ad Amatrice in compagnia del nipote di sette anni, su un auto con targa tedesca e con 305 euro in contanti e numerosi capi d'abbigliamento, ritenuti provento di furto. Il giudice di Rieti Marilena Panariello ha convalidato l'arresto della coppia, ma ha applicato nei loro confronti solo la misura cautelare del divieto di dimora nella provincia di Rieti, scarcerandoli. I due, residenti in Romania, sono insomma liberi di circolare nel resto d'Italia: dovrebbero - il condizionale è d'obbligo - ripresentarsi per il processo il prossimo 20 ottobre. Sul problema della «messa in sicurezza» delle case inagibili e delle «zone rosse» nei centri abitati colpiti dal sisma, comunque, si è intervenuti rinforzando la task force, che vede le forze dell'ordine insieme al lavoro sia ai confini delle zone off-limits che in giro tra paesi e frazioni, per evitare nuove «visite» indesiderate degli sciacalli.

Quanto all'inchiesta sui crolli, gli investigatori della Finanza stanno iniziando a fare ordine nella messe di carte, autorizzazioni e collaudi delle gare d'appalto per gli edifici pubblici - scuola elementare, ospedale, caserme - o, come il ristorante Roma, indicati come punto di raccolta per la popolazione proprio in caso di sisma, documentazioni che sono state acquisite nei giorni scorsi. Gli uomini della Gdf si preparano ora a studiare l'iter dei finanziamenti sia pubblici che privati. Perché adesso l'indagine mette sotto i riflettori anche le case (prime e seconde) dei paesi terremotati. Negli ultimi due giorni i Carabinieri hanno messo sotto sequestro diverse delle case del centro storico di Amatrice e delle frazioni crollate mercoledì 24 agosto, in particolare quelle sotto le cui macerie sotto morte persone. Si cerca di capire da un lato se gli eventuali contributi per la messa in sicurezza richiesti dai proprietari siano stati utilizzati per lo scopo per cui erano stati concessi, e dunque se prima dell'erogazione sia stata accertata la conformità al progetto presentato, sia la presenza di abusi edilizi nelle strutture collassate.

Tra l'altro l'ufficio del procuratore capo di Rieti Giuseppe Saieva è sommerso da giorni da esposti anonimi che denunciano presunte costruzioni non autorizzate ad Amatrice e ad Accumoli (dove sarebbero stati ritrovati nel municipio i documenti del campanile «ristrutturato» che crollando ha ucciso una intera famiglia) che avrebbero, stando a quanto ricostruito nelle missive, minato la resistenza degli immobili. Gli anonimi piovuti in procura lasciano ovviamente il tempo che trovano, ma i primi sequestri di case con i sigilli messi dai militari dell'Arma sono la dimostrazione che adesso il focus dell'inchiesta reatina si stia spostando anche sull'edilizia privata. Di certo, la scarsa tenuta al sisma di magnitudo 6.0 della scorsa settimana delle abitazioni è quella che ha provocato il maggior numero di vittime mentre, al di là dei doverosi accertamenti, per fortuna né nell'ospedale né nella scuola elementare al centro delle polemiche dell'ultima settimana (che essendo agosto era chiusa) si sono registrati morti o feriti.

Di Massimo Malpica
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GOFFREDO MAMELI, IL CORPO E LO SPIRITO DELLA NAZIONE

GOFFREDO MAMELI, IL CORPO E LO SPIRITO DELLA NAZIONE | Professional Security Agency | Scoop.it
GOFFREDO MAMELI, IL CORPO E LO SPIRITO DELLA NAZIONE

Per molti concittadini Mameli è “quello” che ha scritto l’Inno d’Italia, ma poco si sa della sua intensa e breve vita. Lo stesso Inno è poco amato, la patria dei grandi musicisti come Verdi, Rossini, Puccini, Donizetti, sembra essere poco rappresentata dalla “marcetta” del “Canto degli Italiani”. Ma le cose non nascono per piacere, la storia non è un discount a scaffali dove prendere ciò che più ci attira e soddisfa. La storia è la vita degli uomini e delle loro gesta, e la vita di Mameli è la vita di un uomo, di un intellettuale, di un patriota e di un martire. Quando Goffredo Mameli muore a soli 22 anni, il 6 luglio 1849, l’Italia unita era ancora un miraggio, un sogno irraggiungibile.

Molti dopo la disfatta della Repubblica Romana di Giuseppe Mazzini si convinsero che l’Italia Unita non avrebbe mai visto la luce. Troppi nemici fuori e dentro la penisola italiana remavano contro l’unificazione, e soprattutto la repubblica di Mazzini sembrò aggravare le contraddizioni del processo Unitario - La Repubblica Romana apparve troppo sconveniente per conciliare il paese che doveva essere del Papa e dei Savoia. Cavour capì bene la situazione e da uomo pragmatico quale era disegnò una strada per l’Unità che prevedeva i Savoia e il papato a discapito delle idee di Mazzini e dei mazziniani. Ma torniamo a Mameli. Gli eventi che caratterizzano la vita di Mameli si consumano velocemente, nell’arco di soli tre anni.

Diciannovenne, ancora studente, aderì alle idee del risorgimento italiano e preferì una vita di sacrifici ad una agiata carriera diplomatica, dato che proveniva da una antica e benestante famiglia nobile. Nel 1846, compose la poesia “Fratelli d’Italia” che iniziò a circolare tra gli studenti e i circoli risorgimentali genovesi, ma non era ancora un canto. Nel 1847, Mameli contattò il musicista Navaro per dare una musica compiuta alla sua poesia. Il canto che ne venne fuori e che venne anche indicato come il “Canto degli Italiani”, fu cantato per la prima volta durante i moti di Genova di cui Mameli fu uno degli organizzatori. Il 10 dicembre 1847, in occasione della commemorazione della rivolta del 1746 dei genovesi contro gli austriaci, nelle piazze di Genova, all’insaputa delle autorità, i patrioti iniziarono a sventolava il tricolore e a distribuire dei volantini con il canto di Mameli-Navaro e fu subito un successo “mediatico". Per le sue gesta piene di entusiasmo e le sue capacità intellettuali e organizzative il giovane studente e patriota Mameli fu arruolato nelle fila rivoluzionarie e fu portato al cospetto di Mazzini. Nella primavera seguente, a soli 21 anni era già un personaggio di spicco del movimento, e con Bixio si fece promotore, durante i moti del 1848, della spedizione dei trecento volontari per la liberazione di Milano che diedero vita alle 5 giornate e, in virtù dello straordinario successo dell’episodio, che vide il passaggio di mano del potere milanese dagli austriaci a patrioti, venne arruolato come ufficiale nell'esercito di Giuseppe Garibaldi. L’eco delle 5 giornate di Milano infiammò la penisola, i patrioti si convinsero che era possibile liberare l’Italia dello straniero. A Roma, Papa Pio IX, che in un primo tempo sembrava volesse sostenere la causa italiana, cominciò a temere per il potere temporale della chiesa. La posizione ambigua del Papa portò la popolazione di Roma alla rivolta e Pio IX fu costretto alla fuga a Gaeta. I risorgimentali riuscirono a indire una costituente e a proclamare la Repubblica a Roma. Il Papa in esilio chiamò in soccorso i francesi per restaurare il papato. Dal canto loro i patrioti chiamarono le truppe volontarie di Garibaldi, il quale aderì immediatamente e con lui Mameli e il Canto degli Italiani venne adottato fin da subito come Inno della Repubblica Romana. Non ci fu molta partita, i francesi di Napoleone III meglio organizzati e maggiori in numero ebbero la meglio e l’esperienza della Repubblica Romana finì presto (9 febbraio - 4 luglio 1849). Negli scontri, il 3 giugno, Mameli si ferì ad una gamba e morì il 6 luglio 1849 di cancrena, poco dopo essere stato nominato capitano, con nel cuore la disfatta della Repubblica e il sogno di una Italia unita che svaniva. Mameli morì come cittadino romano, in quanto perì per la difesa della Repubblica Romana e quindi venne seppellito al Verano, il cimitero monumentale di Roma, con una tomba che riporta le insigne della città di Roma. Dopo di che, di Mameli non si parla più, una volta raggiunta l’Unità d’Italia nel 1861, i Savoia scelsero come inno del nuovo Regno la “Marcia Reale” e del Canto degli Italiani non si ebbe più traccia. Nel 1941 la prima svolta. Mussolini era in forte crisi di consensi, il fascismo da tempo aveva esaurito la sua spinta propulsiva, e allora ebbe un’idea, egli volle riscoprire le radici repubblicane del risorgimento italiano per dare una immagine giacobina e patriottica ad un regime ormai logorato da anni di dittatura e dalla guerra.

Organizzò in pompa magna la traslazione della salma di Mameli dal Verano al Gianicolo, luogo della battaglia a difesa della Repubblica Romana e dove Mameli venne ferito. Una cerimonia laica che interessò tutta la città di Roma, un lungo corteo dal Verano fino al Gioanicolo passando per le maggiori piazze della città. Fiori, lacrime, scene di regime certo, ma anche di un sincero affetto per un episodio, quello della Repubblica Romana, che era ancora vivissimo nell’immaginario collettivo. Il corteo non salvò il fascismo, e Mussolini si avviò alla inesorabile disfatta, e con lui quella di tutto il paese. Il 2 giugno del 1946, dopo la liberazione, gli Italiani scelsero la Repubblica, e la Marcia Reale fu chiusa in un cassetto e allora si pose il problema di trovare un inno che riunisse le varie anime di un paese nelle macerie oltre che fisiche, anche morali. Avvenne la seconda svolta. Nel consiglio dei ministri del 12 ottobre 1946, il Ministro della Guerra propose l’Inno di Mameli come canto per le Forze Armate, e da li si estese a Inno provvisorio per l’Italia repubblicana. Ma ancora non ci fu pace ne per Mameli ne per l’Inno. Molti esponenti delle Forze Armate avrebbero preferito la canzone del Piave, e non la canzone legata ad un oscuro episodio del passato, peraltro finito male. La sinistra Italiana avrebbe preferito l’Inno di Garibaldi, la sinistra radicale lo giudicava troppo militaresco, la borghesia colta invece avrebbe preferito il “va pensiero” di Verdi. La destra monarchica non digeriva la Repubblica, figuriamoci l’Inno, e comunque la destra vedeva scomparire tutti i simboli del precedente regime e per i cattolici era troppo legato ad episodi anti papalini. Insomma non piaceva proprio a nessuno, per questo, come da buona tradizione italiana, era quello giusto. Le polemiche non si sono mai sopite del tutto. La ricostruzione, il bum economico, il periodo del terrorismo e delle lotte studentesche, tangentopoli, durante qualsiasi fase della storia della nostra recente Repubblica c’è sempre stato un motivo per attaccare il canto di Mameli. A partire dagli anni 2000, la terza svolta. Ciampi prima e Giorgio Napolitano dopo, imposero l’inno in tutte le manifestazioni ufficiali a partire da quelle dove era presente il capo dello Stato. Disse Carlo Azeglio Ciampi, allora presidente della Repubblica: È un Inno che, quando lo ascolti sull'attenti, ti fa vibrare dentro; è un canto di libertà di un popolo che, unito, risorge dopo secoli di divisioni e di umiliazioni.

di Alessandro Ghinassi
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GOFFREDO MAMELI, IL CORPO E LO SPIRITO DELLA NAZIONE
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LA RUSSIA OFFRE AIUTO ALL'ITALIA

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LA RUSSIA OFFRE AIUTO ALL'ITALIA
La Federazione Russa pronta a inviare gli uomini dell’unità “Tsentrospas” e il complesso diagnostico mobile “Struna”

Attorno al centro Italia – scosso stanotte dal terremoto di magnitudo 6 che ha avuto il suo epicentro nel reatino – si stringe una solidarietà eccezionale che arriva bel oltre il confine. Fino a Mosca che, con due telegrammi, ha espresso solidarietà al nostro Paese e messo a disposizione l’esperienza dei suoi soccorritori per “liquidare le conseguenze del sisma”. La prima comunicazione arriva dal vertice del Cremlino. Vladmir Putini ha porto le proprie condoglianze al presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi. “La Russia – si legge nel telegramma inviato dallo “zar” al nostro premier – condivide il dolore della popolazione italiana, ed è pronta ad assicurare la necessaria assistenza per affrontare l’emergenza successiva al terremoto”.

La seconda comunicazione arriva dalla task-force russa leader nelle operazioni in caso di calamità naturale. Il ministro delle Situazioni di Emergenza russo Vladimir Puchkov – secondo quando riporta l’agenzia russa Interfax – ha inviato un telegramma al capo della Protezione civile Fabrizio Curcio offrendo “assistenza pratica” all’Italia nelle operazioni di rimozione delle macerie e di ricerca dei dispersi. La Federazione Russa sarebbe disposta ad inviare gli uomini dell’unità “Tsentrospas” e il complesso diagnostico mobile “Struna” – dotato di attrezzature all’avanguardia e tecnologia avanzata – per effettuare la stima della profondità dei danni riportati da edifici ed infrastrutture.

Già nel 2006, l’allora capo del Ministero delle Emergenze russo Sergey Shoygu – oggi ministro della Difesa – ha visitato le località colpite dal sisma dell’Aquila. Le unità di soccorso del Cremlino – attualmente impegnate nelle missioni umanitarie in Siria e Donbass – si sono sempre distinte per i loro interventi nel mondo. Nel 2014, ad esempio, 72 soccorritori russi dell’unità “Tsentrospas” e due elicotteri “Ka-32” del ministero delle Situazioni di Emergenza russo hanno contribuito in Serbia – piegata dall’alluvione – alle operazioni di ricerca e salvataggio degli alluvionati.

Di Elena Barlozzari
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PASSAPORTI FACILI, DA MALTA ALL'UNGHERIA: COSÌ SI DIVENTA COMUNITARI

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PASSAPORTI FACILI, DA MALTA ALL'UNGHERIA: COSÌ SI DIVENTA COMUNITARI
In Bulgaria pagando di più si accorciano i tempi. A Cipro con 3 milioni il passaporto arriva in 3 mesi.

L'Europol teme che la pratica favorisca grandi evasori e terroristi Viktor Orban, primo ministro dell'Ungheria dal 2010, tempo fa definì così gli immigrati: "Sono dei parassiti, criminali che sovvertono la società in cui vanno a vivere". Ma i "parassiti" extracomunitari vanno benissimo a Budapest se sono disposti a sborsare 350 mila euro (di cui 300 mila euro in titoli di stato, gli altri 50 mila a fondo perduto). Tanto costa un passaporto ungherese, e di conseguenza europeo, a chiunque provenga da un paese extra Ue. Non ci sono colloqui, né test medici. Se non si parla la lingua del Paese d'adozione non c'è nessun problema: l'importante è aprire il portafogli. I passaporti vengono consegnati dopo 5 anni, assieme alla restituzione dei 300 mila euro in titoli di stato. La residenza invece è immediata. Il rischio è che di queste pratiche si avvantaggino i grandi evasori.

L'Europol teme anche che questi documenti possano finire in mano a potenziali terroristi. Il business della cittadinanza a pagamento è in piedi da tempo, sulla Stampa in edicola oggi Roberto Scarcella ne descrive i meccanismi. L'Ungheria non è l'unico paese che ha abbracciato questo business. In Bulgaria c'è addirittura una sorta di opzione "salta la fila". La pratica standard prevede il pagamento di 511 mila euro in bond governativi, poi restituiti senza interessi. Il passaporto arriva anche in questo caso dopo 5 anni. Raddoppiando la cifra però si diventa bulgari a tutti gli effetti in soli 24 mesi. Altro che fili spinati: gli immigrati con un grosso portafoglio vengono accolti dai bulgari con i tappeti rossi. È evidente che queste somme difficilmente possano essere versate da chi scappa da zone di guerre. Sono più che altro i milionari (per lo più cinesi secondo il giornale torinese) a essere ingolositi dall'opportunità. Soprattutto nei paesi dell'est europeo queste pratiche stonano con le dichiarazioni dei politici che davanti alle telecamere si dicono contrari ai movimenti migratori, alzando muri di facciata provvisti di porte d'accesso secondarie che si aprono davanti a cifre prestabilite. Ma anche paesi come Spagna, Portogallo e Regno Unito non sono da meno. Quella della vendita dei documenti, ricostruisce la Stampa, è una pratica che esiste almeno dal 1984 quando piccoli stati dei Caraibi come St. Kittis and Nevis, da poco resisi indipendenti dalla Corona britannica, pensarono bene di rimpinguare le casse statali vendendo passaporti che davano accesso al Commonwealth, organizzazione internazionale che è di fatto l'erede dell'Impero britannico, in cui gli Stati, ormai indipendenti, cooperano sotto diversi aspetti. Per anni i milionari che vivevano in paesi con relazioni diplomatiche limitate si rivolgevano ai paesi caraibici per comprare una seconda cittadinanza che gli consentisse maggiore libertà sociale, fiscale ed economica.

Con l'inizio della crisi la possibilità di fare soldi facilmente ha attratto diversi paesi europei. In Belgio, Grecia, Malta, Austria, Portogallo, Spagna, Irlanda, Lettonia e Cipro è possibile acquistare (a diverse condizioni) il passaporto che dà libero accesso a tutti i paesi Ue. I paesi apripista sono stati Cipro e Malta dove il documento si ottiene in pochi mesi con 650 mila euro di investimenti. In Grecia bastano 250 mila euro di investimenti per diventare comunitari. L'Unione europea ha provato a fare qualcosa contro questa pratica, ma con scarsi risultati. Nel 2014 l'allora commissario Ue alla Giustizia avviò una battaglia contro i passaporti facili, ma il vero problema è l'assenza di una normativa che regoli il rilascio dei passaporti. Il risultato è che ogni stato fa come gli pare. Il rischio è che di queste pratiche si avvantaggino i grandi evasori. L'Europol teme che i passaporti facili possano arrivare in mano ai terroristi. In questi giorni sta indagando su passaporti falsi individuati nei campi profughi della Grecia destinati a presunti membri dell'Isis. Questa "fabbrica di cittadinanza" potrebbe attrarre anche il mondo del calcio. Basterebbe sborsare meno di un milione di euro per rendere comunitario un giocatore sudamericano, senza dover ricorrere a bisnonni inesistenti, come accaduto in passato.

Di Daniele Eboli
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"CONTRO I JIHADISTI NOI AGENTI ARMATI CON SOLO UN CARICATORE"

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"CONTRO I JIHADISTI NOI AGENTI ARMATI CON SOLO UN CARICATORE"
Per le forze dell'ordine vige il divieto di portare il secondo caricatore. Disarmati ai tempi del terrorismo. Ma ora qualcosa sembra cambiare.

I terroristi colpiscono armati di kalashnikov, i nostri poliziotti e carabinieri rispondono con le pistole.

Scariche. Sono queste le falle dei servizi di sicurezza nazionali che il ministro Alfano e il dipartimento di Pubblica Sicurezza stanno cercando di rattoppare. Quasi un anno fa, a settembre 2015, Il COSNAP (Confederazione Sindacale Autonoma di Polizia) chiedeva alle istituzioni governative di raddoppiare le munizioni a disposizione degli agenti in servizio. Attualmente i poliziotti e carabinieri, che usano la Beretta calbro 9, possono fare affidamento solo su 15 colpi.

Pochi, se si considera che dall'altra parte potrebbero trovarsi sanguinari jihadisti con in mano armi da guerra che sparano anche 600 colpi al minuto. I poliziotti e carabinieri col doppio caricatore Ebbene, dopo anni di battaglie, ora qualcosa sembra muoversi. Nei giorni scorsi il titolare del Viminale esortato gli agenti fuori servizio a portare in giro la pistola di ordinanza. E le dichiarazioni di Alfano hanno scatenato i commenti tra gli addetti ai lavori. Il dibattito si concentra proprio su questi tre punti: permettere a tutti di portare le armi anche quando non si è in servizio, la concessione del porto d'armi (che molti prefetti negano ai poliziotti) e dotare gli agenti del secondo caricatore.

"A seguito della incessante attività della Consap - si legge nella nota - mirata a ottenere per il personale della Polizia di Stato dotazioni sempre più moderne ed efficienti, siamo venuti a conoscenza che il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Direzione Centrale Affari Generali, recependo ( seppure in ritardo...) la nostra esplicita richiesta di fornitura del secondo caricatore per la pistola d'ordinanza, al fine garantire maggiore sicurezza degli operatori e il più efficace svolgimento dei servizi istituzionali in questo particolare momento storico, ha diramato una circolare che avvia un monitoraggio delle esigenze dei singoli uffici volto a verificare la possibilità della successiva assegnazione del secondo caricatore, come dotazione di reparto con assegnazione individuale, al personale in servizio presso uffici e reparti che, per la peculiarità del servizio svolto, si trovi esposto a maggior rischio".

Lo stesso vale per i carabinieri. Alcuni reparti, scrive la rappresentanza militare, saranno "dotati del secondo caricatore corredato da ulteriori 15 cartucce" e "di una apposita custodia che permetterà loro di portare al seguito l'ormai indispensabile munizionamento di scorta". Insomma, sembra che ora le cose stiano cambiando. Ma - si chiedono i poliziotti - è possibile che siano dovuti servire gli attentati che hanno insanguinato l'Europa per far capire che 15 proiettili sono pochi per fermare qualsiasi azione criminale?

Di Claudio Cartaldo
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GIARDINIERE IN IRPINIA, DIVENTA JIHADISTA DELL'ISIS

GIARDINIERE IN IRPINIA, DIVENTA JIHADISTA DELL'ISIS | Professional Security Agency | Scoop.it
GIARDINIERE IN IRPINIA, DIVENTA JIHADISTA DELL'ISIS
Dopo tre mesi di impiego partì per la Siria passando per Milano. Il coinvolgimento di Fatima Sergio, la "lady Jihad" che pontificava in tv da Barbara D'Urso

Faceva il giardiniere, ha scelto di unirsi all'Isis e diventare un soldato del Califfo. Nell’ambito del processo contro Fatima Sergio, la “convertita” italiana che scelse di recarsi in Siria a combattere per Daesh emergono particolari inquietanti sulla capacità di arruolamento da parte delle cellule del terrorismo internazionale. Il fatto emerso durante il dibattimento ha come sfondo i placidi colli dell’Irpinia. Arrivato in Italia da pochi mesi, un giovane marocchino s’era trovato un posto come giardiniere a Cervinara, piccolo comune dell’avellinese che conta poco meno di 10mila abitanti. Ci è rimasto per tre mesi in Irpinia, nessuno – a quanto pare – se ne ricorda benisssimo. Datori di lavoro e colleghi lo avrebbero descritto come un uomo riservato, grande lavoratore, all'apparenza pacato: un vero e proprio insospettabile.

La sua permanenza in Campania non è durata molto, però. Fino a quando ha incontrato qualcuno che gli ha magnificato le lodi del Califfato, lo ha convinto a farsi terrorista per il Jihad e a partire verso la Siria. Siamo nel 2014. Il viaggio dalla Campania al Medio Oriente sarebbe avvenuto tramite la tappa obbligata di Milano dove, a quanto pare, agirebbero un gruppo di “smistatori” di foreign fighters dall’Occidente fino agli scenari di guerra che vedono impegnate le bandiere nere di Daesh. Questi elementi sono considerati di fondamentale importanza dagli investigatori e dai magistrati per ricostruire le vie della guerra che attraversano l’Italia e che si dipanano lungo la scia di schede telefoniche estere (il marocchino ne avrebbe usata una turca per contattare un "gancio") e favoreggiatori internazionali. Il coinvolgimento nelle reti della lady italiana della Jihad, Maria Giulia Sergio – che convertendosi ha assunto il nome arabo di Fatima – sembra accertato, da comprendere è il ruolo che la donna poteva rivestire.

Il collegamento, infatti, sarebbe – come riferisce Il Mattino – nelle origini della madre della donna, avellinese proveniente da Domicella, centro che dista meno di 50 chilometri da Cervinara. Sia la Sergio che il giardiniere con il pallino della Jihad avrebbero fatto ricorso alla stessa organizzazione per raggiungere il sedicente Califfato. Toccherà ai giudici, però, stabilire la verità sulla questione. Fatima Sergio, che è partita per la Siria dove attualmente si troverebbe, divenne famosa per la sua partecipazione ai talk show televisivi italiani in cui condannava gli usi e i costumi delle donne occidentali.

Di Giovanni Vasso
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REGNO UNITO, PRIMA SOLDATESSA AUTORIZZATA A COMBATTERE È UNA TRANSESSUALE

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REGNO UNITO, PRIMA SOLDATESSA AUTORIZZATA A COMBATTERE È UNA TRANSESSUALE
Le donne rappresentano attualmente il 10% del personale militare britannico.

Chloe Allen, soldatessa transessuale britannica di 24 anni, che si era arruolata tra le Guardie Scozzesi quattro anni fa quando si chiamava Ben, è stata presentata oggi come la prima donna autorizzata a combattere in prima linea tra le forze armate britanniche. A inizio luglio, il governo di Londra aveva annunciato di avere recepito la raccomandazione dell'esercito britannico di revocare l'interdizione imposta alle donne di combattere in prima linea, una misura che doveva diventare operativa entro la fine del 2016.

"Sono lieto di avere la nostra prima donna in servizio in una unità di combattimento ravvicinato", ha detto al Sun il generale James Everard, comandante dell'esercito, salutando il coraggio della soldatessa Allen.

"L'esercito britannico dimostra che è un'organizzazione aperta, dove ognuno è benvenuto e può migliorare", ha aggiunto. "Saluto la soldatessa Chloe Allen per essere una pioniera e le auguro ogni successo", ha insistito il comandante. La decisione di luglio prevede che a partire da novembre le donne soldato possano unirsi ai Royal Armoured Corps che operano su carri armati e altri veicoli militari. Entro la fine del 2018 anche la fanteria, i Royal Marines e un reggimento di Air Force specializzato nella difesa dei campi di volo saranno accessibili alle donne.

Michele Ardengo
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CHIUDONO L'AMBASCIATA TEDESCA E INGLESE IN TURCHIA. SONO NEL MIRINO DELL'ISIS

CHIUDONO L'AMBASCIATA TEDESCA E INGLESE IN TURCHIA. SONO NEL MIRINO DELL'ISIS | Professional Security Agency | Scoop.it
CHIUDONO L'AMBASCIATA TEDESCA E INGLESE IN TURCHIA. SONO NEL MIRINO DELL'ISIS
Il governo germanico e quello britannico fanno chiudere i propri uffici di rappresentanza a seguito di segnalazioni secondo le quali lo Stato Islamico sarebbe pronto a colpirli.

La Germania e l'Inghilterra chiudono le proprie ambasciate in Turchia. Il governo tedesco, inoltre, ha dato ordine di non fare aprire neanche i propri consolati, le scuole e gli uffici di rappresentanza presenti sul territorio. Il motivo? Secondo quanto riferito da parte delle forze di intelligence l'Isis sarebbe pronta a colpire nei prossimi giorni gli obiettivi germanici e britannici presenti in terra turca. L'ambasciata britannica era già chiusa da giorni. Come la maggior parte delle rappresentanze diplomatiche estere, essa è rimasta chiusa durante la festività islamica di Eid al-Adha, iniziata lunedì, ma avrebbe dovuto riaprire domani alla fine ufficiale del periodo festivo. In una nota ha però annunciato che prolungherà la chiusura per motivi di sicurezza. Le festività islamiche che si stanno celebrando in Turchia in questi giorni porteranno diverse persone per le strade, creando dunque la situazione ideale perché i terroristi possano entrare in azione.

Secondo le forze di intelligence l'Isis avrebbe programmato proprio in questi giorni di andare all'attacco contro obiettivi inglesi e tedeschi, i governi hanno dunque deciso di non esporre a pericoli le proprie missioni sul territorio. Da parte tedesca rimarrano chiusi, oltre ad ambasciata e consolati, anche gli uffici diplomatici scuole. Una precisa data di apertura non è stata annunciata, dovrebbe però avvenire appena il rischio attentati verrà considerato minore, presumibilmente tra qualche giorno. Non è la prima volta che avviene un fatto del genere. Già lo scorso marzo ambasciata e consolati tedeschi erano stati chiusi per lo stesso motivo, la paura di essere colpiti è molto alta.

La Turchia è stata infatti più volte vittima di attentati di matrice islamista, che non hanno escluso né i turisti né gli obiettivi tedeschi. A gennaio un attenatore suicida aveva causato la morte di 12 turisti provenienti dalla Germania. E nessuno vuole che una strage di questo tipo si ripeta.

di Robert Favazzoli
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CENA A FAVORE DEI TERREMOTATI: IL VIGILE MULTA GLI ORGANIZZATORI

CENA A FAVORE DEI TERREMOTATI: IL VIGILE MULTA GLI ORGANIZZATORI | Professional Security Agency | Scoop.it
CENA A FAVORE DEI TERREMOTATI: IL VIGILE MULTA GLI ORGANIZZATORI
A Roma alcuni cittadini organizzato una cena in strada. Raccolgono 1.300 euro per i terremoti. Ma il vigile li stanga perché non hanno i permessi.

Raccolgono quasi 1.300 euro per i terremotati di Arquata del Tronto, ma ricevono una multa di 6300 euro. L'ennesimo corto circuito della burocrazia italiana è stato denunciato a Roma dove alcuni cittadini per solidarietà nei confronti delle popolazioni colpite dal sisma del 24 agosto scorso avevano deciso di organizzare una cena in strada. Venerdì scorso, come raccontato dal giornalista Augusto Cantelmi del Tg2000, alcuni cittadini hanno organizzato una cena a sottoscrizione libera per raccogliere fondi da inviare subito al Comune di Arquata del Tronto. Un aiuto concreto ai terremotati che, dopo il violento sisma del 24 agosto, vivono in condizioni di fortuna. "Durante questa iniziativa però si sono presentati i vigili urbani che ci hanno contestato diverse cose tra queste i permessi che effettivamente non avevamo - racconta Cantelmi - sinceramente pensavamo che per un'iniziativa benefica non fossero necessari e l'intento era solo di inviare più soldi possibile ad Arquata".

Alla fine la cena di beneficenza ha permesso di raccogliere 1.290 euro che sono stati, appunto, inviati tramite un bonifico al Comune di Arquata del Tronto. "Siamo amareggiati - aggiunge Irene - ci siamo rimasti molto male". "Se si scoraggiano queste iniziative - prosegue Giuseppe - si scoraggia la solidarietà". "Gli amici di Arquata - riferisce Katia - nonostante tutte le loro difficoltà hanno visto la nostra buona fede e hanno deciso persino di aiutarci. Speriamo di sistemare tutto. Siamo un gruppo di cittadini normali e per noi dover pagare una multa del genere sarebbe insostenibile". Per l'occasione la redazione del Tg2000 ha rivolto un appello alle autorità e le istituzioni affinché si possa arrivare ad una soluzione ragionevole senza penalizzare un'iniziativa dallo scopo benefico e solidale nei confronti di altri italiani in difficoltà.

di Sergio Rame
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VASIL, ALBANESE DELL'AUDI GIALLA SCARCERATO TRE VOLTE DAI GIUDICI

VASIL, ALBANESE DELL'AUDI GIALLA SCARCERATO TRE VOLTE DAI GIUDICI | Professional Security Agency | Scoop.it
VASIL, ALBANESE DELL'AUDI GIALLA SCARCERATO TRE VOLTE DAI GIUDICI
 Il bandito che ha terrorizzato il Nord Est è stato fermato in Grecia. Arrestato tre volte in passato è sempre stato scarcerato.

E vanta pure 5 identità L'Audi Gialla ha terrorizzato il Nord Est per giorni, ha seminato la polizia, ha intrattenuto scontri a fuoco, ha forzato posti di blocco. A bordo c'erano tre banditi albanesi che dopo aver dato fuoco all'auto nelle campagne trevigiane sono scomparsi nel nulla. Le forze dell'ordine li hanno cercati per mesi, da gennaio fino a ieri quando finalmente ne è stato bloccato uno. Il ladro in Audi Gialla Si chiama Vasil Rama, è albanese e un curriculum di tutto rispetto. Trentasei anni all'insegna di furti, rapine, cambi di identità e spostamenti senza sosta per far perdere le sue tracce. Secondo quanto scrive il Corriere, Vasil avrebbe cambiato almeno 5 volte identità, modificando nei documenti il nome o il cognome. E allora Rama è stato anche Lulezim, Luli, Lulzim, Lulizim. Piccole modifiche, ma efficaci. Il fatto è che Vasil non era per niente sconosciuto alla giustizia. Anzi. Da quando nel 2001 è arrivato in Italia ha confezionato tre arresti. Furti e rapine, ovviamente. Nel 2003 arrestato sul lago di garda per non essersi fermato a un posto di blocco dei Carabinieri. Nel 2005 a Varese. E infine la condanna per associazione a delinquere e ricettazione. I poliziotti lo buttavano dentro e il giudice lo liberava.

Per tre volte infatti è stato scarcerato per "scadenza di termini". Lui allora cambiava nome, stava qualche tempo all'estero e se ne tornava sotto falso nome. Per ricominciare a "lavorare". Secondo il Corriere il pm di Venezia Stefano Ancilotto avrebbe scoperto anche i due complici. Si tratta di Shkelzen Malokaj, 29 anni, e Indrit Hanxhari, 33anni. Il gip Roberta Marchiori ha detto che "non è infondata l’ipotesi che Rama, Malokaj e Hanxhari abbiano ricostruito nel gennaio 2016 l’antico sodalizio mettendo a segno una serie di imprese per le quali stanno indagando diverse procure". Ma i due complici non li ha arrestati. Al momento l'unico ad essere stato arrestato è stato Vasilm fermato a Kristallopigi (Grecia). "A tradirlo - scrive il Corriere - è stato il tagliando del pedaggio da lui pagato a Vicenza. Le impronte digitali sono state confrontate con quelle della banca dati delle forze di polizia ed è spuntato il suo nome, l’ultimo. Individuati amici e fidanzata, sono scattate le intercettazioni che incrociate alle testimonianze oculari e al sequestro di indumenti a casa di un parente, la sua ultima dimora, hanno chiuso il cerchio". Vasil intanto si difende. E alla polizia greca ha provato a sostenere uno scambio di persona. Dice di non essere lui l'uomo che con le manovre spericolate è sfuggito per giorni alla polizia, rendendo l'Audi Gialla una sorta di leggenda.

Di Claudio Cartaldo
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DROGA ISIS, MAXI SEQUESTRO IN GIORDANIA

DROGA ISIS, MAXI SEQUESTRO IN GIORDANIA | Professional Security Agency | Scoop.it
DROGA ISIS, MAXI SEQUESTRO IN GIORDANIA

È stato un sequestro record quello annunciato mercoledì dalle autorità giordane, che in un’abitazione nei pressi di Amman hanno rinvenuto 13,2 milioni di pasticche di Captagon, lo stupefacente usato dai jihadisti dello Stato Islamico e diffusissimo in Medio Oriente e nei paesi del Golfo. Il carico record di droga sequestrato, definito da Amman “il più importante nella storia del regno”, trovato nelle asciugatrici di casa di uno dei tre trafficanti, due giordani e uno “straniero di origini arabe”, era destinato ad “un altro Paese”. Questo è quanto ha chiarito il ministero degli Interni giordano, senza però fornire informazioni più precise in merito. Meglio conosciuto come la “droga dell’Isis”, o “droga della Jihad”, il Captagon è uno stimolante di tipo anfetaminico molto diffuso in Medio Oriente, e salito all’onore delle cronache quando alcune siringhe contenenti questa sostanza sono state rinvenute nel covo di Salah Abdeslam e degli altri membri del commando jihadista che organizzarono gli attentati del 13 novembre a Parigi.

La stessa droga era presente anche nel sangue di uno degli attentatori di Sousse, in Tunisia, ed è stata trovata dai combattenti curdi nelle postazioni del Califfato in Siria. Prodotto principalmente proprio in questo Paese, il Captagon è uno stimolante che contiene fenitillina. Assumendolo non si sente più lo stimolo della, fame, del sonno, la resistenza del sistema nervoso viene potenziata e, soprattutto, si allentano i freni inibitori, e non si sente più la paura. Per questo i jihadisti ne fanno largo uso, sia in battaglia, sia negli attentati, per sentirsi invincibili ed esorcizzare la paura, spesso mescolando la sostanza con la caffeina o altri adulteranti per potenziarne l’effetto. Il costo è bassissimo, e va dai 5 ai 20 dollari. Anche per questo, secondo i dati diffusi dall’ultimo rapporto mondiale sulle droghe dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc), la produzione e il consumo di questa droga è aumentato vertiginosamente in Medio Oriente, e spesso a gestire la produzione e il traffico sono proprio i gruppi jihadisti.

L’aumento della produzione e del traffico di questa droga, si legge nel rapporto, è tanto più preoccupante, considerando che si sviluppa in una regione interessata da conflitti, instabilità, porosità dei confini, scarso controllo governativo in molte aree. Il traffico della droga dell’Isis parte dalla Siria e dal Libano, e arriva fino in Sudan e in Turchia. La Giordania rappresenta, invece, uno dei principali Paesi di transito. Qui, solo nella prima metà del 2016, le autorità giordane hanno arrestato oltre 13mila sospetti trafficanti e hanno sequestrato più di sei tonnellate di sostanze stupefacenti.

Di Alessandra Benignetti
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I PALOMBARI DI COMSUBIN IN SVEZIA PER L’ESERCITAZIONE BISON COUNTER 2016

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I PALOMBARI DI COMSUBIN IN SVEZIA PER L’ESERCITAZIONE BISON COUNTER 2016
Nel sud della Svezia si è recentemente conclusa la seconda edizione dell'esercitazione "C-IED Bison Counter", alla quale hanno preso parte 21 nazioni che aderiscono all'EDA (European Defence Agency), l'organismo dell'Unione Europea che ha il compito di rafforzare la capacità di difesa dei paesi dell'Unione.

 L'esercitazione si è svolta nel porto militare e vicino la città Karlskrona. I palombari EOD di Comsubin, insieme ai mezzi EOD (Explosive Ordnance Disposal) e IEDD (Improvise Explosive Device Disposal) si sono addestrati nel contrasto agli ordigni esplosivi simulando diversi scenari, operando sotto le carene delle imbarcazioni e all'interno di diverse navi, oltre alle banchine e agli ormeggi. Durante l'esercitazione sono state provate anche tecniche e apparecchiature utilizzate nel "Military Search", la capacità militare per la bonifica ambientale di siti sensibili come, ad esempio, i porti.​

di Marina Militare
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AI DOMICILIARI DURANTE IL TERREMOTO, CHIAMA I CARABINIERI: "COSA FACCIO?"

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AI DOMICILIARI DURANTE IL TERREMOTO, CHIAMA I CARABINIERI: "COSA FACCIO?"
Ragazzo agli arresti domiciliari, nella sua casa a Fonte del Campo, sente il terremoto ma non scappa per paura di prendersi tre anni di carcere per evasione.

Rischiare di morire sotto le macerie oppure giocarsi gli ultimi due mesi di libertà vigilata, con la possibilità di prendersi tre anni per evasione? All'apparenza potrebbe sembrare una domanda di immediata risposta, ma non è stata così scontata per Dario Cecchetti, 26 anni, che - agli arresti domiciliari per furto d'auto - durante il terribile terremoto ha riflettuto a lungo se fosse il caso di salvarsi la vita o di rispettare la legge. E incredibilmente ha scelto la seconda. Infatti, durante la notte del terremoto, appena la sua casa a Fonte del Campo, frazione di Accumuli, inizia a tremare, le pareti a crollare e il pavimeno a spaccarsi, Cecchetti con grande lucidità solleva il telefono e chiama i carabinieri, chiedendo consiglio su come meglio comportarsi.

La caserma di Accumuli, epicentro del terremoto, subissata da richieste di aiuto provenienti da ogni parte del paese, avendo altre priorità, congeda la telefonata del povero Dario con un "ti faremo sapere". Ma Giacchetti in carcere non ci vuole proprio tornare e così, come confida al Corriere della Sera, prende da solo la decisione: "Resto qui dentro finché non arriva qualcuno e se nel frattempo mi crolla in testa la casa vorrà dire che è venuta la mia ora. Se esco mi danno evasione: da sei mesi a tre anni di carcere. Mi mancano solo due mesi da scontare, meglio restare qua". E lì ci rimane per ben tre giorni, passati i quali, una pattuglia della Guardia di Finanza viene a prelevarlo per portarlo nella tenda numero 12 del campo di Accumuli, dalla quale naturalmente non può uscire. Ora il terremoto sembra averlo cambiato: "Ho fatto tanti errori in vita mia, ma qui ho imparato molto e non voglio sbagliare più".

Di Benedetta Maffioli
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CHARLIE HEBDO, LA VIGNETTA CHE IRRIDE I FRANCESI

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CHARLIE HEBDO, LA VIGNETTA CHE IRRIDE I FRANCESI
Dopo il disegno del settimanale francese sul terremoto di Amatrice si moltiplicano le risposte dei vignettisti italiani.

Dopo il disegno del settimanale francese sul terremoto di Amatrice si moltiplicano le risposte dei vignettisti italiani.

Charlie Hebdo ieri ha sollevato immani polemiche per la vignetta in cui rappresentava i terremotati di Amatrice come schiacciati dagli strati di una lasagna. La vignetta di Charlie Hebdo Il disegno firmato Felix aveva scatenato la reazione della rete, facendo anche vacillare il grido "Je Suis Charlie" sollevatosi dall'Italia in occasione degli attentati terroristici islamici che dimezzarono la redazione del settimanale satirico. E così è proprio su quell'attentato che si concentrano le "risposte" dei vignettisti italiani.

Come "Pillole di Jenus", che nella sua pagina Facebook ha pubblicato una vignetta irriverente. Si vede uno scolapasta, divenuto la sede dei Servizi Segreti francesi, che perde sangue da tutti i pori. Un modo per sottolineare come negli attentati di Parigi così come in quelli di Nizza, le forze dell'ordine sono state incapaci di prevedere gli attacchi islamisti. Una risposta anche alla seconda vignetta di Charlie Hebdo, che ieri ha scritto: "Non è Charlie a costruire le vostre case (distrutte dal terremoto, Ndr), ma la mafia".

Chi di vignetta colpisce...

Di Rachele Nenzi
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IL VELO ISLAMICO FARÀ PARTE DELLA DIVISA DELLA POLIZIA SCOZZESE

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IL VELO ISLAMICO FARÀ PARTE DELLA DIVISA DELLA POLIZIA SCOZZESE
La polizia scozzese ha inserito il velo islamico fra le componenti accessorie della divisa degli agenti: "Una misura per facilitare l'integrazione"

Introdurre il velo islamico nella divisa della polizia come incentivo per incoraggiare le donne musulmane ad unirsi ai ranghi delle forze dell'ordine. L'idea arriva dalla Scozia, dove la polizia ha inserito l'hijab (il velo completo che lascia scoperto solo il volto) fra le componenti opzionali della divisa, con il dichiarato scopo di "rendere la polizia più rappresentativa della comunità che gli agenti devono servire".

"Come molti altri settori del pubblico impiego stiamo lavorando per assicurare che il nostro servizio rispecchi la comunità in cui operiamo - ha spiegato il capo della polizia Phil Gormley - Sono felice di fare questo annuncio e di salutare il benvenuto con cui sia la comunità musulmana sia gli agenti hanno salutato la notizia." Dei quasi cinquemila nuovi agenti che negli ultimi dodici mesi hanno fatto domanda per entrare nella polizia scozzese, scrive il britannico The Telegraph, il 2,6% sono di origine straniera.

A Londra, d'altronde, la Metropolitan Police ha ammesso il velo islamico come parte integrante della divisa da più di dieci anni. "Non c'è dubbio che questa misura incoraggerà sempre più donne musulmane ad entrare in polizia", spiega soddisfatta la presidente dell'associazione dei poliziotti musulmani scozzesi (SPMA) Fahad Bashir.

Di Ivan Frances
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L’AZIONE MILITARE ITALIANA CONTRO L’ISIS IN LIBIA E BLOCCO DI JIHADISTI IN FUGA

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L’AZIONE MILITARE ITALIANA CONTRO L’ISIS IN LIBIA E BLOCCO DI JIHADISTI IN FUGA

Ormai è ben chiaro il quadro della partecipazione italiana al contrasto dell’ISIS in Libia, assieme ad altri Paesi che hanno costituito una coalizione a guida degli Stati Uniti, con il consenso del governo d’accordo nazionale guidato dal primo Ministro Fayez Al-Sarraj, dopo aver acconsentito all’uso della base Sigonella per far decollare i droni armati verso gli obiettivi dello Stato islamico presente anche in Libia.

È stato predisposto, da parte delle autorità italiane, l’intervento di nuove squadre d’assalto anfibie a bordo delle navi da guerra della Marina Militare italiana con l’obiettivo di captare imbarcazioni sospette presenti nel mar Mediterraneo, per la ragione che vi possano essere alti rischi di infiltrazioni di foreign terrorist fighters dello Stato islamico in mezzo ai migranti, che rappresenterebbe un quadro molto attendibile, per tale ragione il governo italiano ha posto in essere un’unità della stessa Marina Militare. Questa nuova unità è capace di abbordare una nave o un’imbarcazione che manifesti atti di ostilità, non solo, ma pure di arrestare individui armati o liberare, ad esempio, una nave mercantile che si trova nelle mani di gruppi pirateschi. In sostanza sono state costituite delle vere e proprie neo forze d’assalto anfibio che avranno una struttura di carattere antiterroristico e che interagiranno vis-à-vis con gli incursori del Comando Subacquei e Incursori (COMSUBIN), raggruppamento della Marina Militare incaricato di svolgere le operazioni di guerra non convenzionale in ambiente acquatico e di difesa subacquea.

Quest’ultimi, chiaramente, sono seguiti dai sommergibili che vengono utilizzati proprio per scovare gli scafisti e i gruppi terroristici legati allo Stato islamico. Il modus operandi di coloro che cercano di contrastare l’immigrazione clandestina e i c.d. trafficanti di esseri umani è davvero incredibile, nel senso che essi intervengono in aree molto ristrette, 24 ore su 24, in mezzo al mare, a bordo di navi scadenti e o in piccoli imbarcazioni e conoscono il timore che possano trovarsi, dietro ciascun portellone un pericolo e all’interno della stiva una minaccia. Compiti questi molto delicati per il grosso rischio di trovarsi a bordo di imbarcazioni provenienti dalle coste libiche in cui possano trovarsi infiltrati jihadisti, che sono fuggiti dall’ormai perduta roccaforte dell’ISIS nella città di Sirte, affidati ai militari del 2° reggimento San Marco, al quale è stato dato il compito di applicare la linea dura contro il terrorismo internazionale.

Vi sono due ragioni di fondo circa la partecipazione del nostro Paese nella lotta contro lo Stato islamico presente in Libia, affinché si eviti che gruppi terroristici arrivino con navi – non importa la dimensione di esse – in cui vi siano immigrati e si mescolino tra loro per poi raggiungere il suolo italiano: la prima ragione concerne il forte rischio di infiltrazioni di estremisti islamici, lanciato dai servizi segreti italiani e non solo, e che possono celarsi tra le persone che migrano verso l’Europa e il nostro Paese; la seconda ragione si fonda sul fatto che la reale possibilità di assistere ad attacchi contro navi commerciali e, aggiungerei, anche di mercantili che trasportano armi fuori dalla Libia. Entrambe le motivazioni hanno spinto le autorità italiane – Governo e Marina Militare – a creare una nuova forza militare a bordo di navi da guerra con il compito di cercare e catturare gruppi sospetti che si nascondono sotto le vesti di falsi migranti. In buona sostanza, sono mansioni particolari quali quelli di tenere sotto controllo il tratto di mare e vedere cosa può succedere tutti i giorni, di effettuare perquisizioni su imbarcazioni civili, di vigilare su imbarcazioni piccoli o grandi ed essere pronti in caso ci siano equipaggi non cooperanti ad intervenire.

Questa nuova unità è supportata e guidata dai sottomarini U-212, unità di medie dimensioni e considerati tra i migliori al mondo, tuttora impiegati nell’operazione Mare Sicuro – costituita qualche anno fa, a causa della crisi libica che ha reso necessario un potenziamento del Dispositivo Aeronavale della M.M. dispiegato nel Mediterraneo Centrale – Stretto di Sicilia, per proteggere gli interessi nazionali nell’area – esposti a continui rischi determinati dalla presenza di entità estremiste – e garantire adeguati livelli di sicurezza marittima. Grazie all’evolversi della tecnologia, il personale, che si trovi a bordo di questi sottomarini, può, mercé il periscopio, captare ovvero individuare gli scafisti o soggetti terroristici che possono essere armati, che sono sulle navi o gommoni dei migranti o nei cargo delle navi commerciali e segnale la loro presenza alle squadre d’assalto, che avranno il compito per un intervento celere. Atro importante aspetto concerne l’istituzione di unità denominate combat che affiancherebbero le c.d. squadre ispettive – quest’ultime hanno il compito di effettuare minuziosi controlli su ogni nave che si trovi in transito – con la mansione di ingaggiare ciascun individuo presente, che manifesti comportamenti ostili, giungendo dal mare su imbarcazioni molto celeri oppure dal cielo per mezzo di elicotteri.

Quindi, forze di fucilieri della Marina militare italiana sono state costituite per abbordaggi e interventi, qualora ci fosse l’ipotesi concreta di presenza di gruppi terroristici a bordo di imbarcazioni. In conclusione, potremmo dire che queste unità sono formate dai fanti del reggimento San Marco, i c.d. marò (non dimenticando la vicenda dei due fanti Massimiliano Latorre e Salvatore Girone di cui si sta attendendo la sentenza a fine agosto 2018 da parte dei giudici dell’arbitrato del mare; ragazzi che hanno servito con onore e deferenza la propria nazione in situazioni molto delicate e complesse), addestrati al combattimento anfibio che hanno fatto un percorso di perfezionamento per la costituzione del nuovo reparto.

di Giuseppe Paccione
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SICUREZZA, A GALLIPOLI UNA SEDE UNICA PER CARABINIERI E POLIZIA: "PROGETTO PILOTA PER L'ITALIA"

SICUREZZA, A GALLIPOLI UNA SEDE UNICA PER CARABINIERI E POLIZIA: "PROGETTO PILOTA PER L'ITALIA" | Professional Security Agency | Scoop.it
SICUREZZA, A GALLIPOLI UNA SEDE UNICA PER CARABINIERI E POLIZIA: "PROGETTO PILOTA PER L'ITALIA"
Il prefetto di Lecce ha sottoscritto la transazione che consentirà di ultimare i lavori entro un mese e mezzo dopo un iter protrattosi per 14 anni. "

E siamo a buon punto anche per la nuova questura" Polizia e carabinieri lavoreranno a Gallipoli a stretto contatto in un'unica struttura operativa. Il prefetto di Lecce, Claudio Palomba, ha sottoscritto con l'avvocatura dello Stato e la ditta appaltatrice un atto di transazione che consentirà, dopo un iter protrattosi per 14 anni, di ultimare i lavori entro 30-45 giorni. L'atto è stato sottoscritto nella nuova struttura, sulla statale 101 di Gallipoli, a un chilometro dalla cittadina. "Subito si stabiliranno i carabinieri - ha detto il prefetto - e spero che verso la fine dell'anno apriremo il commissariato di pubblica sicurezza. L'aver ubicato nel complesso carabinieri e polizia è una delle prime esperienze sul territorio nazionale". "Di sicuro per l'estate prossima - ha aggiunto Palomba - avremo le due strutture già operanti per una sistemazione più dignitosa per le forze dell'ordine, tali da consentire a cittadini e turisti di accedervi senza difficoltà, oltre alla presenza dei rinforzi estivi". Palomba ha riferito che si sta lavorando anche per la nuova sede della questura di Lecce. "Le sofferenze logistiche delle forze dell'ordine - ha detto - sono anche nostre. Abbiamo già mandato lo scorso 10 agosto al ministero una bozza di avviso pubblico per individuare strutture già esistenti oppure strutture o terreni per partire con l'aggiudicazione".

R.it
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