Parliamo di psicologia
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Videotutorial - Esercizio psicologico: ogni difetto contiene un pregio...

E' pronto il mio secondo videotutorial sulla psicologia...
Oggi presento un esercizio per cogliere i pregi delle persone che non tolleriamo.


Cosa ne pensate? suggerimenti? qualcuno prova a fare l'esercizio e mi dice se gli tornano i conti?
grazie!

Luca Mazzucchelli

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Danilo Puzzo's comment, September 1, 2012 7:58 AM
se mi dai il permesso lo pubblico nei prossimi giorni mettendo il link al tuo sito...ciao Luca
Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's comment, September 1, 2012 8:31 AM
Certo che si, la sua riproduzione è libera!
FuturaPsi's comment, September 17, 2012 10:56 AM
Davvero molto interessante!! Da studentessa di psicologia quale sono, mi è davvero molto utile. Ho scoperto un nuovo modo di vedere i difetti e non star li sempre a giudicarli. Complimenti!
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Gli 8 ingredienti di un sonno perfetto secondo la ricerca

Gli 8 ingredienti di un sonno perfetto secondo la ricerca | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Anni di ricerca scientifica non hanno lasciato alcun dubbio rispetto al fatto con un sonno di alta qualità sia essenziale per il benessere fisico e mentale.

Tuttavia, molti di noi ancora lottano per ottenere un adeguato riposo notturno.

In realtà, l'insufficienza nel sonno sta diventando una vera e propria epidemia di salute pubblica, con fino a 70 milioni di americani che lamentano una qualche forma di disturbo o difficoltà a dormire secondo il Centers for Disease Control and Prevention.

 

Anche se molte persone soffrono di veri e propri disturbi del sonno che esulano dal loro controllo, una larga percentuale di coloro che sono insonni non si attengono ad una serie di cosiddette “regole di igiene del sonno”, che fanno riferimento a comportamenti quotidiani che incidono in modo significativo sulla qualità/durata del sonno e sono sotto la responsabilità del singolo.

 

"Molte persone vedono il sonno come qualcosa di noioso, qualcosa che “devono” fare for forza..” ha spiegato Mary Carskadon, Professoressa di psichiatria e comportamento umano presso la Brown University (Providence, Rhode Island) “Invece, se si accetta il sonno come una parte importante della vita e si comincia a trattarlo con cura, anche'esso migliorerà la vostra qualità di vita”.

 

Ecco 8 spunti suffragati dalla ricerca scientifica che possono aiutarvi a prendervi maggiore cura del vostro sonno...

 

1. Impostare il termostato

 

Contrariamente a quanto si crede, 36.5 gradi non è la temperatura interna costante del nostro corpo, ma piuttosto una media delle fluttuazioni che avvengono nel corso della giornata. Queste oscillazioni della temperatura corporea sono controllate da processi biologici interni chiamati “ritmi circadiani”. Con il trascorrere della giornata e l'aumento della stanchezza, la nostra temperatura corporea comincia a decrescere e raggiunge i livelli più bassi intorno alle 5 del mattino, per poi cominciare a salire di nuovo quando ci si sveglia. Gli scienziati ritengono che questo declino graduale possa fungere da segnale interno per preparare il corpo al sonno, ipotesi supportata anche alcuni studi che suggeriscono che l'insonnia cronica sia parzialmente connessa ad un disturbo della temperatura corporea interna (Lack et al., 2008). Così, temperature corporee troppo elevate (o troppo basse) possono interferire con la naturale caduta di temperatura che promuove il sonno, mantenendo la persona in uno stato di veglia. Dunque, qual è la temperatura ideale per dormire? Come regola generale, la ricerca (Onen et al., 1994) suggerisce che la temperatura ideale è compresa tra 15 e 20, mentre temperature sopra i 24 e sotto i 12 gradi sono svantaggiose.

 

2) Spegnere i dispositivi elettronici

 

In un recente studio (Chang et al., 2014), i ricercatori hanno mostrato che le persone che fanno uso di tablet e e-reader prima di coricarsi impiegano più tempo per addormentarsi, producono più bassi livelli di melatonina, un ormone che promuove il sonno, e sono meno vigili la mattina seguente. Ad esserne responsabile sarebbe la luce emessa da questi dispositivi. Il nostro ciclo sonno-veglia è controllato principalmente da un “orologio biologico” interno, un gruppo di neuroni nell'ipotalamo che rispondono ai segnali luminosi. I dispositivi elettronici luminescenti possono “ingannare” il nostro orologio biologico inducendolo a concludere che sia ancora giorno, dunque non permettendo di cadere nel sonno. Secondo Carskadon, al fine ridurre l'uso di dispositivi elettronici, occorre riporli o spegnerli almeno un'ora prima di addormentarsi, per evitare qualsiasi tentazione. “Per le persone che invece hanno difficoltà a svegliarsi presto di mattina, una buona tecnica è quella di aumentare l'apporto di luce”.

 

3) Fare movimento

 

E' stato dimostrato come l'esercizio fisico regolare sia in grado di migliorare la qualità del sonno. In una ricerca, soggetti che praticavano attività fisica venivano confrontati con soggetti sedentari: anche quando le ore di sonno erano le stesse, gli sportivi riportavano un sonno qualitativamente migliore e i sedentari riferivano maggiore sonnolenza diurna (National Sleep Foundation’s 2013 - Sleep in America). Idealmente, sarebbe opportuno terminare l'attività fisica almeno due ore prima di coricarsi, al fine di lasciare tempo sufficiente al corpo per rilassarsi, ha spiegato Carskadon. Se non amate lo sport, non preoccupatevi. La stessa ricerca ha mostrato che anche semplicemente riducendo il tempo che passate seduti potete aumentare la qualità del sonno e diminuire la sonnolenza diurna.

 

4) Le due facce dell'alcol

 

Circa il 20% degli americani beve alcolici come espediente per addormentarsi. “Anche se l'alcol ha proprietà sedative che possono ridurre il tempo necessario per addormentarsi, numerosi studi (Ebrahim et al., 2013) hanno dimostrato che il suo consumo prima di coricarsi può rendere il sonno meno ristoratore”, ha spiegato Carskadon. Tuttavia, quantità molto contenute di alcol possono conservare l'effetto rilassante senza alterare in modo significativo il sonno. “Un bicchiere potrebbe essere forse la massima quantità concessa...” ha spiegato Carskadon.

 

5) Ascoltare musica

 

Da sempre, si ritiene che la musica abbia una notevole capacità modulare l'umore. Tali effetti si estendono anche al sonno. Alcuni lavori (Harmat et al., 2008) hanno mostrato che l'ascolto di musica classica rilassante entro un'ora dall'addormentamento costituisce un mezzo accessibile ed economico per migliorare la qualità del sonno in individui che lottano con l'insonnia. Questi effetti soporiferi potrebbero derivare dalla ridotta attività del sistema nervoso simpatico responsabile della risposta di attacco-fuga e della conseguente diminuzione di ansia, pressione sanguigna e frequenza cardiaca.

 

6) Un bagno caldo

 

Può sembrare controintuitiva l'idea di immergersi in un bagno caldo prima di andare a dormire quando, poco sopra, abbiamo detto che la nostra temperatura corporea deve abbassarsi per permetterci di prendere sonno. Anche se un bagno aumenterà temporaneamente la temperatura, la sua rapida caduta quando si emerge dall'acqua in una stanza fresca può essere particolarmente rilassante e in grado di preparare il nostro corpo al sonno. Una ricerca sugli effetti fisiologici del bagno caldo ha mostrato una maggiore sonnolenza prima di coricarsi e un aumento del sonno profondo ad onde lente (Horne & Reid, 1985)

 

 7) Fresco come “l'altro lato” del cuscino

 

Conosciamo tutti questa sensazione. Ci muoviamo nel letto cercando la posizione desiderata, mettiamo la faccia sul cuscino e veniamo immediatamente cullati da una sensazione dei freschezza che ci avvolge. Perché in quella situazione ci sentiamo così bene? La risposta può avere qualcosa a che fare con la temperatura corporea. Il viso è una dalle parti che più velocemente perde calore quando il corpo si raffredda per il sonno. E una testa fresca può a sua volta raffreddare il cervello e ridurne l'attività. Il sonno è tradizionalmente associato ad una riduzione dell'attività nella corteccia frontale del cervello, un'area associata a compiti di problem solving e comportamento orientato allo scopo. In uno studio del 2011 su soggetti insonni (Nofzinger & Buysse, 2011), i ricercatori hanno utilizzato una cuffia refrigerante per indurre una riduzione della temperatura nella corteccia frontale dei partecipanti, e hanno rilevato una riduzione del tempo necessario per addormentarsi e un aumento del tempo totale di sonno. Così, la prossima volta che vi state girando e rigirando nel letto tentando di prendere sonno, girate il cuscino e godevi la superficie fresca che potrà conciliarvi l'addormentamento.

 

8) Sfilare o no le calze?

 

Estremità corporee come mani e piedi contengono strutture vascolari specifiche che sono altamente vulnerabili alla perdita di calore. Perché la nostra temperatura corporea scende mentre ci prepariamo per il sonno, alcuni scienziati ritengono che può essere utile sfilarsi le calze e addirittura tenere uno o due piedi fuori dalle coperte prima di addormentarsi, per dissipare il calore del corpo più rapidamente. Altri studi sostengono invece che i piedi caldi siano essenziali per addormentarsi. Tali ricerche suggeriscono che, appena prima di dormire, il corpo reindirizza il sangue verso le nostre mani e i nostri piedi, dilatando i vasi sanguigni a questi estremi. Hanno anche osservato che una maggiore dilatazione è associata ad una più rapida insorgenza di sonno. I piedi nudi possono impedire questa dilatazione conducendo ad una perdita di calore. Indossando un paio di calze, forniremmo l'isolamento necessario per aiutare a mantenere i piedi caldi e il sangue circolante, aiutando il nostro corpo ad avviarsi verso il sonno.

 

 

Vai alla fonte in lingua originale:  https://www.braindecoder.com/tips-for-better-sleep-1055657341.html

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Torniamo a parlare di sonno e del suo valore dal punto di vista della salute psicologica.

 

Dalle ricerche effettuate sull'argomento, sembra che tra tutti coloro che trovano difficoltà ad addormentarsi, una parte soffra di disturbi specifici mentre un'altra parte, più nutrita, non seguirebbe alcune regole di “igiene del sonno”, semplici indicazioni sotto il controllo del singolo che però possono fare la differenza.

 

Ecco allora 8 approfondimenti scientifici in merito a ciò che tutti possono fare per aumentare qualità e quantità del proprio sonno.

 

Su questo argomento, potrebbero anche interessarvi altri miei contributi. QUI (http://www.psicologo-milano.it/newblog/privazione-di-sonno-psicologia/) potete approfondire gli effetti nocivi che la mancanza di sonno ha sulla nostra psiche, QUI (http://www.psicologo-milano.it/newblog/misteri-sonno-studi-psicologici/) potete fare un piccolo viaggio tra i miracoli e i misteri del sonno in 10 studi scientifici  e QUI (http://www.psicologo-milano.it/newblog/sogni-psicologia/) potrete curiosare nel fenomeno psicologico del sogno. 

Infine, QUI (https://www.youtube.com/watch?v=0QGI4NNT4Nc) un mio videotutorial in cui fornisco in prima persona le 4 regole principali per dormire bene. 

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Il narcisista nelle relazioni sessuali: 8 segnali

Il narcisista nelle relazioni sessuali: 8 segnali | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Il “narcisismo sessuale” corrisponde alla convinzione di avere doti grandiose in campo sessuale, in conseguenza alle quali la persona si sente nella posizione di poter sfruttare l'altro sotto ogni aspetto, fisico ed emotivo.

Solitamente, il narcisismo è caratterizzato da mancanza di intimità nelle relazioni, dove l'altra persona è semplicemente usata per soddisfare i propri bisogni egoistici (1)(2)(3).

Come si fa a riconoscere se il proprio partner è un narcisista a letto? I punti che seguono sono dei piccoli campanelli di allarme.

La maggior parte delle persone può occasionalmente mettere in atto alcuni dei seguenti comportamenti sentendosi poi colpevole; un narcisista patologico tende invece a comportarsi in questo modo praticamente sempre, rimanendo largamente inconsapevole di come i suoi agiti feriscono il partner.

 

1. Affascinante e romantico, ma sempre troppo controllato (e controllante)

 

I narcisisti sono per loro natura attraenti e seduttivi, specialmente durante le fasi iniziali di una relazione, quando stanno cercando di abbindolare l’altro. Come venditori di fumo, usano il loro carisma per ottenere attenzione, lusingano per farvi sentire speciali, seducono con regali e cene, e vi fanno camminare sulle nuvole con lo scopo di ottenere quello che vogliono. Certamente qualche narcisista è veramente bravo a letto, ma anche il sesso è usato esclusivamente come strumento per impressionare, intrappolare, manipolare l’altro.

Non c’è nulla di sbagliato nell’essere romantici, affascinanti e buoni amanti; il narcisista, però, utilizza questi tratti a proprio vantaggio per poi sfruttare l’altro. In realtà non è interessato a voi e quello che vuole è soltanto l’appagamento dei suoi bisogni, per riempire un vuoto interno dovuto alla sua incapacità di costruire legami intimi.

 

2. Eccessivo interesse verso la performance e ricerca di approvazione

 

“Il mio ragazzo è così fissato rispetto alla performance quando facciamo l’amore, che molte volte sembra che sia più concentrato sull’atto che su di me.”

Per il soggetto narcisista la relazione con l'altro è solo un modo per rispecchiarsi nelle proprie capacità e vederle confermate. Per questo motivi i narcisisti devono essere perfetti sotto le lenzuola, ricercano continuamente approvazione e sono molto sensibili alle critiche. Questo è specialmente vero nelle fase iniziali della relazione, quando cercano di impressionare il partner.

Quale è la differenza tra una persona che prova piacere e divertimento nel fare l’amore e un soggetto narcisista quando in entrambi i casi la performance é ottima? Il primo sperimenta profondo amore e passione, mentre il secondo semplicemente “sta agendo”.

Svariate volte quello che fa il partner è validare e confermare quanto il compagno narcisista è stato un dio a letto come lui crede di essere. Se rimandate al narcisista la sua bravura, non fate altro che stare al suo gioco.

 

3. Eccessivo interesse sull’aspetto fisico rispetto alle emozioni provate

 

Il narcisista nel fare l’amore è principalmente concentrato sull'apparenza e sull’immagine, con una avversione verso i difetti e le debolezze del partner.

Fare l’amore per il narcisista non consiste nella fusione di due anime che si connettono profondamente e intimamente; la parte dell’amore caratterizzata da un intenso interesse per l’altro, del prendersi cura vicendevolmente, dalla tenerezza e dalla vulnerabilità è qualcosa che viene completamente evitato.

Il narcisista è concentrato esclusivamente sulla bellezza fisica, ma così facendo inevitabilmente sta perdendo qualcosa di importante mentre fa l’amore: le emozioni genuine che nascono in quel momento.

 

4. Soddisfazione esclusiva di bisogni narcisistici

 

Superata la fase di corteggiamento iniziale, durante la quale lo scopo è cercare di impressionare e compiacere l’altro, il soggetto narcisista inizia a richiedere di soddisfare principalmente i suoi bisogni egoistici. Si aspetta che voi siate sempre disponibili quando vuole, su chiamata, per soddisfare i suoi impulsi sessuali, richiede di fare posizioni sessuali che piacciono soltanto a lui/lei o esige che limitiate le vostre altre attività per essere maggiormente liberi.

Il narcisista non è interessato ad avere accanto un individuo con propri pensieri, sentimenti e passioni, ma desidera avere soltanto qualcuno che sia una estensione di se stesso. I vostri bisogni personali vengono semplicemente ignorati.

 

5. Critica o denigrazione del partner

 

“Alcune persone cercano di diventare alte tagliando la testa degli altri” - Paramhansa Yogananda

Per mantenere la loro facciata di superiorità e mascherare l’insicurezza nascosta e il sentirsi inadeguati, alcuni narcisisti denigrano le altre persone per aumentare la loro desiderabilità.

E' così che, all’interno della relazione sessuale, qualche narcisista può criticare duramente il partner, può vergognarsi di lui, può colpevolizzarlo e addirittura denigrarlo.

Sottomettendo il partner e relegandolo in una posizione di inferiorità dal punto di vista psicologico, il narcisista può così esercitare maggior controllo e manipolazione (4) (5).

 

6. Reagire aspramente quando non si fa quello che vogliono

 

La maggior parte dei narcisisti non riescono a tollerare il rifiuto o il disappunto, di conseguenza reagiscono negativamente quando non viene loro dato quello che hanno richiesto nel modo in cui vogliono. Le risposte più tipiche sono:

- rabbia: fare i capricci, dare giudizi negativo, ridicolizzare l’altro, criticarlo aspramente

- aggressività passiva: alzare le spalle, chiudersi in silenzio mutacico, usare il sarcasmo disprezzando l’altro, scappare.

- coercizione emotiva: dire al partner di essere un ingrato, farlo sentire in colpa, minacciare di togliere l’amore, fare la parte della vittima ferita

Nessuna di queste risposte è solitamente autentica, ragionevole, matura.

Agendo come un bimbo capriccioso e viziato o un adolescente bullo, il narcisista spera di manipolare l’altro in modo da far sì che faccia un passo indietro e sia di nuovo a sua completa disposizione.

 

7. Dopo aver fatto l’amore, il partner non viene più considerato

 

Dato che il narcisista vuole che siano saziati i propri bisogni, una volta raggiunto il proprio soddisfacimento scompare. Inizialmente il partner proverà una forte rabbia, successivamente solitudine e vuoto accorgendosi che non c’è mai stata una genuina intimità. Era solo sesso, non amore. Sicuramente il narcisista cercherà nuovamente l'altro quando ne avrà voglia e vorrà soddisfare i propri bisogni sessuali. Un segnale chiave per distinguere un narcisista da uno che non lo è, è osservare come vi tratta e vi guarda quando non state facendo sesso.

 

8. Infedeltà, violenza e dipendenza da sesso

 

Numerosi studi hanno riscontrato forti associazioni tra il narcisismo sessuale e i seguenti comportamenti:

- Infedeltà: in un recente studio longitudinale condotto da McNulty & Widman, sono state valutate 123 coppie appena sposate per osservare se elevati tratti di narcisismo in uno dei due partner predicessero una maggior infedeltà. Gli autori hanno trovato che era proprio il fattore “narcisismo sessuale” ad essere fortemente correlato (6)(7).

- Violenza domestica: altre ricerche hanno osservato una forte associazione tra sessualità narcisistica e violenza domestica. Hurlbert ha rilevato che i mariti aggressivi sia verbalmente che fisicamente nei confronti delle mogli riportavano maggior preoccupazione delle performance a letto e una visione egocentrica dei soddisfacimenti sessuali (8)(9).

- Dipendenza da sesso: Uno studio condotto da Apt e colleghi ha osservato che il narcisismo sessuale non sarebbe una dipendenza, bensì deriverebbe da una incapacità di provare intimità. Quest'ultima sarebbe legata, a livello profondo, ad scarsa autostima e ad un elevato senso di insicurezza (10).

 

Vi siete accorti di essere dentro ad una relazione con un narcisista sessuale?

 

 

REFERENCES

(1) Johnson, S. Humanizing the Narcissistic Style. W. W. Norton & Company. (1987)

(2) Johnson, Stephen. “Character Styles”. W. W. Norton & Company. (1994)

(3) Hurlbert, D.F., Apt, C., Gasar, S., Wilson, N.E., Murphy, Y. Sexual Narcissism: A Validation Study. Journal of Sex and Marital Therapy. (1994)

(4) Bursten, Ben. "The Manipulative Personality". Archives of General Psychiatry, Vol 26 No 4. (1972)

(5) Buss DM, Gomes M, Higgins DS, Lauterback K. "Tactics of Manipulation". Journal of Personality and Social Psychology, Vol 52 No 6 (1987)

(6) Keiller, S., Twenge, J. Narcissistic Personality Disorder, DSM-IV. Sex Roles. (2010)

(7) McNulty, J. K., & Widman, L.. Sexual Narcissism and Infidelity in EarlyMarriage. Archives of Sexual Behavior. (2014)

(8) Hurlbert, D.F., Apt, C. Sexual Narcissism and the Abusive Male. Journal of Sex and Marital Therapy 17. (1991)

(9) Ryan, K.M., Weikel, K., Sprechini, G. Gender Differences in Narcissism and Courtship Violence in Dating Couples. Sex Roles (2008)

(10) Apt, C., Hurlbert, D.F. Sexual Narcissism: Addiction or Anachronism? The Family Journal 3. (1995)

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: https://www.psychologytoday.com/blog/communication-success/201504/8-signs-youre-in-relationship-sexual-narcissis

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Abbiamo spesso parlato di cosa significhi avere a che fare con soggetti con tratti narcisistici, ossia quelle personalità caratterizzate da un eccessiva stima di sé, da un intenso bisogno di essere ammirati e da una visione degli altri come oggetti da manipolare al fine di soddisfare i propri bisogni.

QUI (http://www.psicologo-milano.it/newblog/innamorato-narcisista-studi-scientifici/) abbiamo cercato di comprendere per quali motivi i soggetti con questi tratti di personalità ci sembrino, all'inizio, così affascinanti, e QUI (http://www.psicologo-milano.it/newblog/relazione-narcisista-psicologia-allarme/) abbiamo esplorato quali siano i comportamenti tipici di questi soggetti all’interno di un rapporto di coppia.

 

Oggi vediamo come le caratteristiche di queste personalità si declinano, nello specifico, all'interno della sessualità.

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Viaggio nella mente di un super memorizzatore

Viaggio nella mente di un super memorizzatore | Parliamo di psicologia | Scoop.it

La maggior parte delle persone conoscono solo poche cose a memoria: testi di alcune canzoni e qualche formula matematica, come l'area del cerchio.

Tuttavia, esistono persone che spingono il loro cervello al massimo per trattenere un numero incredibile di informazioni, come lunghe serie di numeri o interi poemi epici. Sono i “super memorizzatori”.

Sembra che queste persone non nascano con una memoria illimitata, ma si allenino continuamente per averla tale.

Johannes Mallow, per esempio, cinque volte vincitore del campionato tedesco di memoria, ha affermato di aver cominciato ad allenare il suo cervello 11 anni fa, all’età di 23 anni. “Ho una memoria normale, come quella di tutti gli altri.. anch'io spesso dimentico dove ho lasciato le chiavi della macchina..” ha raccontato. “Tuttavia se voglio memorizzare qualcosa utilizzo delle tecniche specifiche. Mi sono allenato per molti anni per diventare un super memorizzatore.”

Per raggiungere queste straordinarie abilità di memoria, i super memorizzatori insegnano al loro cervello ad usare differenti strategie, una di queste impiega i punti di riferimento spaziali e visivi.

In un recente studio pubblicato sulla rivista Frontiers in Systems Neuroscience, un team di ricercatori, tra cui lo stesso Mallow, hanno registrato l’attività cerebrale dei super memorizzatori quando apprendono e richiamano alle memoria le informazioni, per scoprire cosa succede all’interno della loro testa.

 

Il palazzo della memoria

 

La tecnica usata da Mallow e dalla maggior parte dei super memorizzatori è chiamata “metodo dei loci”, anche conosciuta come “Palazzo della memoria”, un metodo conosciuto già al tempo dei greci e diventato recentemente popolare grazie al testo di Joshua Foer “Moonwalking with Einstein: The Art and Science of Remembering Everything“

 

Ecco come costruire e utilizzare un palazzo della memoria per ricordare una lunga lista di informazioni:

1. Progetta il tuo palazzo: nonostante il palazzo della memoria sia un luogo immaginario, è più semplice usare all'inizio un luogo esistente, ad esempio una stanza della tua casa, il tuo appartamento o un percorso che fai abitualmente.

2. Decidi il percorso e identifica gli spazi specifici per conservare le informazioni: se hai bisogno di ricordare delle cose in un certo ordine, è essenziale stabilire un percorso specifico, nella realtà o nella tua mente. Metti dunque le informazioni che necessiti ricordare (numeri, parole, parti di discorso) in luoghi specifici. Se il tuo palazzo è un luogo reale, come il percorso fino al lavoro, i luoghi possono essere la casa del vicino, un incrocio, un negozio, una rotonda etc. Se invece è il tuo appartamento, puoi mettere informazioni sullo zerbino, nella toppa, su un armadio etc.

3. Memorizza il tuo palazzo della memoria: Affinchè il tuo palazzo sia efficace, devi conoscerlo bene. Immagina il palazzo quando non lo vedi fisicamente e ripercorri il percorso mentalmente rispettando l'ordine dei luoghi.

4. Metti nel palazzo le informazioni da ricordare: Metti una piccola quantità di informazioni in ogni luogo, posizionandoli nell'ordine in cui li devi ricordare.

5. Sfrutta i simboli: non devi necessariamente mettere una riga di testo, ma semplicemnte qualcosa che accenna a ciò che devi ricordare. Ad esempio, se stai cercando di ricordare una nave, metti un ancora sul tuo divano. Se la nave è quella di Colombo, immagina un uovo infilato nell'ancora.

6. Esplora il tuo palazzo: Quando hai riempito il palazzo di immagini evocative, passaci del tempo e osservalo, in modo che sia più facile ricordarne i contenuti.

7. Usa il tuo palazzo. Quando hai memorizzato i contenuti del tuo palazzo, puoi richiamare il tuo discorso o le informazioni che desideri semplicemente camminandoci all'interno o osservandolo.


Lo stesso palazzo della memoria può essere usato molte. Sostituisci i contenuti con quelli nuovi, e ricorderai i più recenti. Se hai bisogno di ricordare i contenuti del palazzo per lungo tempo, lascia intatto quel palazzo e creane uno nuovo dove immagazzinare altre informazioni.

 

Grazie a questa tecnica, diviene molto semplice ricordare informazioni che altrimenti sarebbe impossibile tenere a mente. Con il tempo, è possibile passare da un palazzo “fisico” (ad esempio il tuo appartamento) ad uno interamente immaginato. “Può sembrare ridicolo e divertente, ma è proprio questo che che permette al cervello di ricordare con più facilità”. Ha commentato Mallow.

 

Dentro il cervello

 

Nello studio (Mallow et al., 2015), i ricercatori hanno voluto confrontare le regioni del cervello deputate alla memoria dei super memorizzatori con quelle delle persone con memoria normale.

Mallow, che lavora alla Otto-von-Guericke University come dottorando in biometria e informatica medica, ha reclutato gli 11 super memorizzatori che hanno gareggiato contro di lui al campionato di memoria, e altrettanti controlli.

I partecipanti sono stati valutati con risonanza magnetica funzionale (fMRI). Il compito richiesto consisteva nel memorizzare una serie di 40 numeri in 60 secondi. “Per i super memorizzatori questo compito può essere fatto facilmente in un minuto, ma per la maggior parte delle persone è impossibile”. Dopo 20 secondi di distrazione, i soggetti dovevano rievocare quanti più numeri possibili. Non sorprendentemente i super memorizzatori ottenevano performance migliori, ricordando in media 35 numeri, facilmente e anche velocemente. I controlli invece ricordavano solo 11 numeri in media.

 

I ricercatori, però, erano soprattutto interessati ad osservare che cosa succedeva all'interno del cervello dei partecipanti. Quando imparavano i numeri, i super memorizzatori attivavano molte parti differenti del cervello, incluse le aree responsabili della vista e del linguaggio, così come regioni che sono importanti per la navigazione mentale e la memoria, come il giro angolare, la corteccia retrospleniale e la corteccia parietale superiore. Tali aree sono quelle che controllano le funzioni utilizzate nel “Palazzo della memoria”. Inoltre, i ricercatori si aspettavano di vedere una maggior attivazione dell’area deputata alla memoria a breve termine, ma sono stati sorpresi di scoprire che i super memorizzatori accedevano anche alle memorie a lungo termine in quanto, utilizzando la tecnica “Palazzo della memoria”, connettevano nuove informazioni con immagini già immagazzinate precedentemente. Infine, quando ai super memorizzatori era chiesto di ricordare i numeri, il loro cervello era molto meno attivato rispetto al gruppo di controllo, suggerendo una loro abilità di ricordare le informazioni con molto meno sforzo. Durante la rievocazione in fMRI solo il lobo anteriore temporale (essenziale per il richiamare) e la corteccia motoria (dato che i partecipanti ripetevano i numeri a voce alta) si accendevano. In studi futuri i ricercatori chiederanno ai super memorizzatori di ricordarsi in numeri silenziosamente per vedere se la corteccia motoria si attiva ancora.

 

Anche Martin Dresler, un professore di neuroscienze cognitive alla università Radbound in Olanda, sta studiando i super memorizzatori e ritiene che il lavoro condotto da Mallow e colleghi sia un buon contributo. “La memoria probabilmente è il fenomeno più ampio e studiato nelle scienze cognitive. Ci sono mille e più studi a riguardo, e molti di questi riguardano le memorie eccezionali” ha spiegato “ma è ancora troppo presto per generalizzare le nuove scoperte; la numerosità campionaria è abbastanza contenuta essendo i super memorizzatori un campione raro e altamente selezionato”.

 

In studi futuri Mallow e i suoi colleghi sperano di riuscire a separare tutti gli step di memoria dei super memorizzatori, dalla codifica al processo di richiamo, per meglio conoscere come queste tecniche funzionano rispetto ai metodi classici di memorizzazione. “La memorizzazione è un processo complesso che usa molte aree del cervello per compiti diversi, così spesso è difficile separare i diversi step” ha aggiunto Mallow.

Dresler ha un numero di altre domande sul cervello dei super memorizzatori che intende esplorare, per esempio se il loro cervello sia naturalmente strutturato in maniera differente, quale sia l’effetto del sonno sulla abilità di consolidare le memorie e se l’allenamento possa rallentare il declino che arriva con l’età.


Anche se questo studio non è stato il primo a farlo, Mallow sostiene che la ricerca fornisce prove concrete che le tecniche di memoria funzionano veramente. "La parte di memorizzazione necessita un po' di sforzo, ma dopo un pò di allenamento, il processo di richiamo diviene molto più facile", ha detto Mallow. “Esso potrebbe rappresentare un utile strumento per gli studenti che cercano di memorizzare le informazioni, ad esempio mentre si preparano per gli esami, a condizione che abbiano fatto un training per diventare memorizzatori eccellenti”.

Dresler è d'accordo e aggiunge che anche le persone che non sono addestrate ad essere super memorizzatori ma hanno una migliore memoria rispetto alla media, probabilmente adottano tecniche mnemonici implicitamente. "Le tecniche di memorizzazione rappresentano un espediente che la maggior parte delle persone possono imparare a padroneggiare” ha aggiunto Dresler. "Non tutti coloro che iniziano ad utilizzare queste tecniche diventano dei campioni, ma la stra grande maggioranza possono facilmente aumentare le loro capacità mnemoniche."

 

 

Vai alla fonte in lingua originale:  https://www.braindecoder.com/inside-the-brain-of-a-super-memorizer-1359825364.html

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Johannes Mallow è un 34enne tedesco pluri vincitore di campionati nazionali e mondiale di memoria.

Tra i suoi record: memorizzazione di una serie di 501 numeri casuali in 5 minuti, e di una serie di 937 in 15!!


Mallow ha raccontato di non essere nato con una memoria illimitata, ma di avere appreso tecniche specifiche, tra cui la tecnica dei loci (o “palazzo della memoria”), e di allenarsi quotidianamente.

 

Nell'articolo di oggi, scopriamo di più su questa tecnica di memorizzazione nota dall'antichità, e cerchiamo di comprendere grazie all'aiuto delle neuroscienze che cosa succede nella mente di Mallow e di altri super memorizzatori.

 

Sul tema della memoria, potrebbero interessarti altri miei articoli:

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Viaggio nella mente di un atleta

Viaggio nella mente di un atleta | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Gli atleti professionisti non mancano di stupirci con la loro velocità, forza e agilità.. ma cos'è che li distingue da chi ama semplicemente guardarli dal proprio comodo divano?

Certamente gli atleti hanno alle spalle anni e anni di allenamenti dedicati a costruire la forza muscolare di cui dispongono e a padroneggiare movimenti complessi, tutti step necessari per sviluppare corpi capaci di performance incredibili.

Ma i segreti delle prestazioni eccezionali degli atleti professionisti si possono trovare anche nei loro cervelli. L'allenamento intensivo cui si sono sottoposti va infatti a modificare significativamente il loro cervello, e un numero crescente di studi di neuroimaging stanno cominciando a rivelare i cambiamenti cerebrali associati a diversi tipi di sport.

 

Struttura del cervello

 

Alcune ricerche mostrano che l'allenamento può modificare significativamente la struttura del cervello.

Nel 2011, un team di ricercatori cinesi ha rilevato che la corteccia cerebrale di sub professionisti risultava avere, in alcune regioni, uno spessore maggiore rispetto a quella di coetanei principianti (Wei el al., 2011). Queste regioni includono il giro ippocampale destro, implicato nella navigazione spaziale e nell'orientamento, il solco temporale superiore, noto per essere coinvolto nella percezione del movimento biologico, e la corteccia orbitofrontale destra.

 

L'allenamento può avere anche conseguenze significative sui collegamenti tra le aree cerebrali, dunque sui fasci di sostanza bianca. Uno studio pubblicato nell'anno 2012 ha utilizzato la metodica DTI (Diffusion Tensor Imaging) per confrontare soggetti cinture nere di karate e principianti, e ha trovato differenze significative nella struttura microscopica dei collegamenti neurali all'interno della corteccia motoria primaria, che controlla i muscoli, e del cervelletto, il quale svolge un ruolo importante nel coordinare i movimenti. Come conseguenza, i karatechi professionisti avrebbero una maggiore abilità di sincronizzare i movimenti di spalle e polsi, in modo da poter generare più forza durante l'esecuzione dei pugni (Roberts et al., 2013).

 

Funzionamento cerebrale

 

L'allenamento è in grado di modificare non solo la struttura, ma anche il funzionamento del cervello.

Ad esempio, in un esperimento di risonanza magnetica funzionale (Fourkas et al., 2008), è stato chiesto ad un gruppo di tennisti professionisti di immaginare i movimenti di esecuzione di un dritto: la loro corteccia motoria presentava una maggiore attivazione rispetto a soggetti che non avevano mai praticato quello sport. Tale maggiore attivazione potrebbe essere responsabile di una aumentata capacità di controllare i muscoli necessari per eseguire l'azione. Quando agli stessi due gruppi veniva chiesto di immaginare un movimento di golf o di tennis da tavolo non vi erano grandi differenze nell'attivazione cerebrale.

Similmente, i tennisti professionisti riuscivano a visualizzare molto più facilmente rispetto ai principianti una racchetta da tennis come estensione del proprio corpo, ma non altre attrezzature sportive.

Altri studi mostrano come le immagini mentali possano potenziale i processi di apprendimento di abilità: almeno in alcuni casi, eseguire mentalmente i movimenti di un azione può essere efficace tanto quanto effettuare realmente il movimento (Debarnot et al., 2014).

 

Cervello più efficiente?

 

Gli studi finora presentati dimostrano come l'allenamento sia in grado di aumentare le dimensioni di alcune regioni del cervello, o la loro attivazione. Questi cambiamenti si verificano nel corso del tempo e, man mano che avvengono, le prestazioni degli atleti migliorano.

Non tutte le ricerche, tuttavia, vanno in questa direzione: alcune sembrano dimostrare che le aree coinvolte nelle prestazioni sportive hanno una dimensione o una attivazione minori.

Ad esempio, in un altro studio di risonanza magnetica funzionale del 2014, un gruppo di ricercatori giapponesi ha confrontato l'attività cerebrale di calciatori professionisti e principianti mentre attuavano movimenti identici dei piedi. Sorprendentemente, i ricercatori hanno scoperto nei professionisti una minore attività nella corteccia motoria rispetto ai non esperti. Questo dato fa supporre che il cervello di giocatori esperti, avendo bisogno di meno attivazione per completare la stessa performance, lavori più efficacemente (Naito et al., 2014).

In questo senso, un ulteriore corpus di ricerche sostiene l'ipotesi che l'allenamento vada ad implementare le abilità mentali degli atleti. Ad esempio, uno studio ha mostrato che gli atleti professionisti sono significativamente più bravi nel processare scene visive complesse rispetto agli amatori di alto livello, i quali a loro volta sono significativamente meglio dei principianti. Ciò potrebbe essere connesso al fatto che l'allenamento degli atleti si svolge solitamente in ambienti dinamici e imprevedibili, e necessita pianificazione continua e processo decisionale veloce (Faubert 2013).

 

Conclusioni

 

Gli studi presentati in questo articolo sembrano suggerire la capacità di traing sportivi di generare importanti cambiamenti a livello cerebrale.

Tuttavia è anche possibile che siano le differenze individuali nell'anatomia o nella fisiologia del cervello, e nella genetica, a predisporre alcune persone, e non altre, a diventare atleti professionisti.

Solo studi longitudinali, condotti su soggetti che vengono seguiti per mesi o anni ed esaminati diverse volte, possono essere in grado di comprendere se tali modifiche siano dovute all'allenamento, oppure se configurazioni cerebrali preesistenti candidino alcuni soggetti a divenire atleti professionisti.

 

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: https://www.braindecoder.com/the-athletes-brain-1374467104.html

 

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Grazie alle metodiche di neuroimaging - risonanza magnetica (MRI), risonanza magnetica funzionale (fMRI), positron emission tomography (PET), diffusion tensor imaging (DTI) etc - siamo oggi in grado di esplorare a fondo l'anatomia e la fisiologia del cervello, e di capire cosa accade a livello cerebrale in conseguenza o durante attività specifiche.

Le domande a cui cercherà di rispondere l'articolo di oggi sono: come è fatto il cervello di un atleta professionista? I segreti delle sue performance eccezionali sono nei muscoli o nel cervello?

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Cosa il nostro cervello dice della nostra professione

Cosa il nostro cervello dice della nostra professione | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Immaginate un uomo ignoto su un tavolo da autopsia. Forse ucciso. Rinvenuto in un ambiente privo di indizi che potrebbero condurre a fare luce sulla sua identità o su quella del suo aggressore. L'anatomopatologo si appresta ad iniziare l'esame autoptico: il corpo potrebbe rivelare qualche dettaglio sulla situazione o sulla provenienza del soggetto.

Ma che dire del cervello? Se tutto ciò che una persona impara nella vita rimane memorizzato nei suoi circuiti cerebrali, sarebbe possibile trovare qualche risposta ai nostri interrogativi analizzando il suo cervello?

 

Jan Scholz, neuroscienziato presso l'Hospital for Sick Children di Toronto, Canada, ritiene che alcune approssimazioni in questo senso possano essere fatte. “E' possibile raccontare la storia di una persona guardando il suo cervello” ha spiegato Scholz. “Se, ad esempio, la corteccia motoria è particolarmente sviluppata, si potrebbe pensare che la persona che lo possiede sia forse un pianista”.

Tuttavia, una corteccia motoria particolarmente sviluppata potrebbe anche caratterizzare il cervello di un giocatori di tennis o di un campione di pugilato.

 

Dunque, correlazioni di questo tipo potrebbero essere veramente molto vaghe. Daphna Shohamy, ricercatrice presso il Columbia University's Zuckerman Mind Brain Behavior Institute, afferma che le neuroscienze di oggi, pur con le metodiche molto avanzate di cui dispongono come la risonanza magnetica, non siano in grado di dedurre tali informazioni con certezza. “C'è la percezione che le neuroscienze possano dirci molto su una singola persona, ma non così”, ha spiegato “Il cervello è troppo complesso, ed è errato pensare che un'area sia responsabile di una sola funzione”

 

Eppure, la questione di come la conformazione interna del nostro cervello rifletta in qualche modo ciò che abbiamo fatto nella vita è qualcosa di molto affascinante ed è studiata in numerose ricerche.

“Quanto più ci si allena per un compito particolare, più forti e robusti divengono i corrispondenti circuiti neurali in quanto il nostro cervello non è tanto diverso da un muscolo” ha spiegato Gottfried Schlaug, neuroscienziato presso il Music and Neuroimaging Lab dell'Harvard Medical School.

 

Studiando le persone che esercitano professioni non comuni, i ricercatori hanno trovato che effetti di questo tipo possono essere molto rilevanti: i cervelli di professionisti in un settore possono in qualche modo essere “specchio” dei loro talenti.

 

Ecco come il vostro cervello potrebbe apparire nel caso aveste speso anni di formazione in una di queste sei attività altamente specializzate:

 

1) Se tu fossi un musicista, avresti un corpo calloso più voluminoso

 

Confrontando musicisti professionisti con persone senza preparazione musicale, Schlaug ha scoperto che i primi avevano un corpo calloso (il fascio di fibre nervose che connette i due emisferi cerebrali) particolarmente grande (Wan & Schlaug, 2010).

Il corpo calloso svolge il ruolo di mediatore, non solo aiutando i due emisferi a scambiarsi informazioni, ma anche aiutando a discriminare quale tra i due sia responsabile del trattamento di alcune informazioni. Attraverso il corpo calloso le due metà del cervello possono cooperare, ma anche bloccarsi l'un l'altra in caso di necessità.

Per esempio, quando abbiamo intenzione di muovere la mano sinistra, potremmo avere il riflesso di muovere anche la destra. Questa tendenza è più pronunciata nei bambini mentre, con la crescita, si impara a regolare meglio il movimento.

Proprio quando abbiamo bisogno di sopprimere “movimenti specchio”  non necessari, il copro calloso entra in azione e agisce da inibitore, non permettendo alla seconda mano di seguire la prima. I musicisti sono particolarmente bravi in questa competenza: “Se sono un musicista e sto suonando un pezzo complesso con la mano sinistra, che è controllata dalla mia corteccia motoria destra, avrò bisogno che quest'ultima inibisca anche la corteccia motoria sinistra dall'attivare la mano destra” ha spiegato Schlaug, “ed è proprio quanto fa il corpo calloso”.

Un training musicale intensivo è anche risultato associato ad una rappresentazione più grande delle dita all'interno della mappa cerebrale. Ogni parte del corpo è infatti rappresentato nel cervello all'interno di una mappa, e lo spazio occupato è proporzionale ai neuroni motori presenti in quella particolare zona. (...)

 

2) Se tu fossi un giocoliere, avresti una maggior quantità di materia grigia e bianca

 

Mentre era al Department of Clinical Neurology presso l'Università di Oxford, Jan Scholz ha studiato i cambiamenti nel cervello di giocolieri amatoriali che hanno imparato l'abilità praticando mezz'ora al giorno per sei settimane (Scholz et al., 2009). Nonostante la breve durata dello studio, i partecipanti hanno mostrato un chiaro aumento della materia grigia e bianca nelle aree del cervello responsabili per la rilevazione del movimento e per l'azione di raggiungere e afferrare oggetti nella zona periferica del campo visivo. “La giocoleria è affascinante perchè richiede una combinazione di competenze sensoriali e motorie, soprattutto abilità visive e motorie veloci ” ha spiegato Scholz. "Un'altra abilità alla base di questa attività è la previsione del movimento: afferriamo dove pensiamo che la palla sarà tra mezzo secondo”. Nel cervello, i compiti di tracking visivo (inseguimento di un bersaglio) sono controllati dalla corteccia parietale, che riceve input dalla corteccia visiva posizionata sul retro della testa la quale, a sua volta, riceve informazioni dagli occhi attraverso il nervo ottico. La corteccia motoria coordina il movimento delle mani e aiuta a mantenere l'equilibrio. Il lavoro di previsione è fatto da un'area associativa posta nel lobo parietale tra la corteccia visiva e quella motoria. Quest'area associativa analizza le informazioni visive e assembla i passi necessari per afferrare la palla. Per un atto di perfetta giocoleria, queste aree hanno bisogno di comunicare tra loro perfettamente. Ecco dove entra in gioco la materia bianca, che connette i neuroni e trasporta tra di essi il segnale elettrico. "Sostanza bianca e grigia devono lavorare sinergicamente", ha spiegato Scholz. La materia grigia e la materia bianca costruiscono una rete di comunicazione sofisticata che permette ai giocoliere professionisti di recuperare le palle in aria.

 

3) Se tu fossi un sub professionista, avresti uno spessore corticale maggiore

 

Gaoxia Wei, ricercatrice presso la Chinese Academy of Sciences di Pechino, ha condotto un interessante studio su come i cervelli dei subacquei professionisti differiscono da quelli di coloro che non praticano immersioni.

“Le immersioni differiscono significativamente da altri sport come la corsa, il ciclismo o l'alpinismo in quanto non richiedono una navigazione di tipo visivo, ma spaziale”. Ha spiegato Wei. I subacquei si fanno cadere nell'acqua con gli occhi chiusi con una capriola e si muovono attraverso l'acqua con l'angolazione desiderata basandosi sulla loro abilità di navigazione spaziale altamente specializzata. Devono essere consapevoli delle diverse parti del loro corpo e di come si muovono nello spazio anche senza vedere.

Nel suo studio (Wei et al., 2011), Wei ha confrontato studenti della scuola di immersioni di Pechino, alcuni dei quali hanno gareggiato a livello nazionale e internazionale, con un gruppo di non atleti.

Ha scoperto che il cervello dei sub aveva tre regioni con un aumento significativo dello spessore corticale. La prima di queste aree è il giro paraippocampale destro, una regione importante nella navigazione spaziale e nell'orientamento. La seconda è il solco temporale superiore sinistro, che è coinvolto nella percezione del movimento biologico (come ad esempio i movimenti di altri esseri umani) e nell'integrazione di informazioni uditive e visive. La terza è la corteccia orbitofrontale destra, che si trova nella corteccia prefrontale, responsabile di molte funzioni complesse, tra cui la memoria, le decisioni top-down e il sistema di inibizione. (...)

 

4) Se tu fossi un tassista, avresti un ippocampo più grande

 

Quando Eleanor Maguire della University College di Londra ha esaminato i cervelli dei tassisti della città (Maguire et., al 2006) ha trovato che questi avevano un volume maggiore della materia grigia in una zona dell'ippocampo, regione chiave per la memoria e la navigazione spaziale.

Per ottenere la licenza nella capitale britannica, gli aspiranti tassisti devono imparare a navigare nel groviglio di circa 25.000 strade, che assomiglia più a un labirinto che ad una metropoli urbana. Essi devono memorizzare centinaia di percorsi diversi e devono essere grado di rievocarli.

Questo apprendimento, denominato “The Knowledge”, culmina in un esame completo, che molti candidati non riescono a superare. Solo circa la metà dei 79 tirocinanti che il team di Maguire ha seguito in uno studio longitudinale erano riusciti a passare l'esame e guadagnarsi la licenza. Quando gli scienziati hanno confrontato le dimensioni dell'ippocampo dei soggetti che avevano passato l'esame con quelli che l'avevano fallito, hanno scoperto che coloro che avevano ottenuto la licenza avevano accresciuto il loro volume ippocampale rispetto a quando avevano iniziato il training. I soggetti che non avevano ottenuto la licenza, invece, non avevano registrato tale aumento.

In un altro studio sui tassisti di Londra, i ricercatori hanno scoperto che la crescita dell'ippocampo era proporzionale al tempo speso al volante. I ricercatori hanno commentato: "Questo cambiamento suggerisce che l'aumento del volume della materia grigia nella parte posteriore dell'ippocampo avveniva in risposta all'aumento dell'esperienza di guida, forse riflettendo una rappresentazione più dettagliata della città”.

 

5) Se tu fossi una ballerina, il tuo cervelletto sarebbe più piccolo

 

Arrivati fin qui, si potrebbe pensare che più ci si allena in un compito particolare, più le aree corrispondenti crescono. Non è sempre vero.

Quando Barry Seemungal, neurologo presso l'Imperial College di Londra, ha studiato le basi neurali delle vertigini, si trovò ad esaminare i cervelli delle ballerine sperando di scoprire cosa permette loro di fare piroette infinite senza sperimentare giramenti di testa (Nigmatullina et al., 2013).

Sorprendentemente, ha scoperto che le ballerine avevano meno materia cerebrale nelle aree del cervelletto responsabili dell'elaborazione degli imput sensoriali provenienti dagli organi vestibolari. Il senso di rotazione inizia nell'orecchio interno, che è pieno di fluido. Quando ruotiamo, il fluido si muove, mandando un segnale al cervello tramite il nervo vestibolare. Questo scatena un effetto domino in cui il cervello invia segnali ai diversi circuiti che controllano occhi, postura e regioni percettive, in modo da sentire la sensazione di rotazione.

Seemungal ha scoperto che è la percezione di rotazione la responsabile delle vertigini. Quando face girare i soggetti del suo studio su una sedia girevole in una stanza buia, scoprì che la sensazione di giramento dei non ballerini durava molto di più di quella dei ballerini. Nel corso anni di formazione, le ballerine hanno imparato a sopprimere gli input provenienti dagli organi vestibolari per evitare la sensazione di vertigini.

“E' come se i ballerini non volessero il segnale dall'orecchio interno perchè li condurrebbe a vertigini e squilibrio” ha spiegato Seemungal. “I ballerini non utilizzano le informazioni sensoriali per il loro equilibrio, ma esso è basato sul movimento”.

Alcuni ballerine del campione avevano più anni di pratica di danza classica, mentre altre si erano dedicate sia al balletto sia ad altri tipi di danza, e ciò veniva mostrato dalla risonanza magnetica. Il livello di riduzione del cervello in quella particolare area correlava con gli anni di esperienza nella danza classica. "Più anni di balletto avevano praticato, minore era la densità di materia grigia in quell'area”, ha spiegato Seemungal.

 

6) Se tu fossi un pilota di caccia, avresti un cervello difficilmente distraibile

 

Esaminando il cervello di piloti di caccia, Edward Roberts, ricercatore presso l'Imperial College di Londra, ha scoperto che il loro emisfero destro mostrava una più robusta rete di materia bianca nel lobo parietale destro e nella regione frontale dorsomediale destra. Queste differenze cerebrali potrebbe essere dovute a competenze superiori di evitamento della distrazione, caratteristiche dei piloti. Nello studio di Roberts, i partecipanti erano posti davanti ad uno schermo su cui appariva una freccia che puntava in una direzione, e dovevano premere il tasto che indicava la direzione corrispondente (Roberts et al., 2010). Inoltre, dovevano ignorare alcuni distrattori, cioè frecce di colori diversi che puntavano nella stessa direzione o in direzioni diverse e che comparivano in contemporanea allo stimolo target. Quando tutte le frecce (target e distrattori) puntavano nella stessa direzione, non c'era conflitto tra le scelte ed era più facile rispondere correttamente. Quando invece freccia target e freccia distrattore puntavano in direzioni opposte, i cervelli dei soggetti dovevano lavorare di più per analizzare quale freccia scegliere. "Il cervello doveva inibire le distrazioni per far la giusta scelta” ha spiegato Roberts. (...)

Nel cervello, l'area parietale permette di decodificare di quale simbolo si tratti e quali sono le sue caratteristiche (ad esempio la posizione, la direzione, il fatto di essere uno stimolo target o un distrattore). La regione frontale dorsolaterale si occupa di compiti decisionali tramite azioni motorie, in questo caso si occupa di quale pulsante premere basandosi sulla direzione della freccia.

Per fare la scelta corretta, le due regioni devono lavorare insieme: l'area parietale identifica i simboli e l'area dorsomediale mette fuori gioco i distrattori e decide quale pulsante premere.

Nei piloti di caccia, le connessioni tra le due aree potrebbero essere maggiormente organizzate e robuste rispetto al resto di noi, aiutandoli a commettere significativamente meno errori rispetto alle altre persone. Insomma, le fibre di sostanza bianca di piloti di caccia sembrano essere meglio organizzate, riflettendo una migliore connessione funzionale.

Edwards fa notare che non è chiaro se i piloti da caccia sviluppino queste forti reti di sostanza bianca a causa della loro formazione o siano selezionati per queste capacità speciali. “I selezionatori scelgono gli aspiranti piloti sulla base di specifici tratti di personalità” ha spiegato Roberts. “Tutti i piloti hanno caratteristiche simili, ad esempio sono notevolmente calmi e concentrati”. Data l'alta selettività dei programmi per piloti di caccia, Roberts ritiene che essi potrebbero essere preselezionati sulla base delle loro capacità, una delle quali potrebbe essere la capacità del loro cervello di essere focalizzato”.

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: https://www.braindecoder.com/what-your-brain-could-reveal-about-you-1361805249.html

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Lo sapevate che esiste un filone di ricerca in psicologia interamente dedicato ad esplorare come particolari attività lavorative possono indurre modifiche anatomiche e funzionali nel nostro cervello?


In questo senso, i tassisti, grazie alla loro abilità di districarsi tra le strade ingarbugliate delle metropoli, andrebbero incontro ad un aumento nel volume dell'ippocampo, una regione cruciale per la memoria e la navigazione spaziale.


In realtà, si tratta di un campo di ricerca molto dibattuto, ma anche affascinante, che sicuramente vale la pena conoscere.


Ecco allora raccontate 5 correlazioni, suffragate da ricerche in campo psicologico, tra professioni altamente specializzate e modifiche cerebrali. Vediamo nello specifico cosa succede nelle seguenti professioni: oltre al tassista, il musicista, il giocoliere, il sub, la ballerina e il pilota di aerei da guerra. Buona scoperta!

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Uso di sostanze stupefacenti e salute mentale: 5 news dal report USA 2014

Uso di sostanze stupefacenti e salute mentale: 5 news dal report USA 2014 | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Ogni anno il SAMHSA (Substance Abuse and Mental Health Services Administration) pubblica un report che esamina il consumo di sostanze stupefacenti e i problemi di salute mentale che interessano gli americani sopra i 12 anni. (...)

 

Da poco tempo è disponibile il rapporto 2014 (qui: http://www.samhsa.gov/data/sites/default/files/NSDUH-FRR1-2014/NSDUH-FRR1-2014.pdf), i cui risultati sono allo stesso tempo incoraggianti e scoraggianti.

 

Ecco alcuni dati significativi:

 

1) Troppe persone tossicodipendenti sono ancora sole

 

Innanzitutto il report rivela che, sebbene i disturbi da uso di sostanze possano essere prevenuti e trattati, lo sono ancora molto poco. Sono circa 22,5 milioni le persone che nel 2014 hanno necessitato un aiuto rispetto ai loro problemi di tossicodipendenza, ma solo 2,6 milioni (circa l'11,6%) sono riuscite ad accedere alle cure.

Non si tratta di una improvvisa défaillance del sistema assistenziale: il numero è simile a quello degli anni passati

I motivi per cui così tante persone non accedono alle cure sono i seguenti:

- L'1,1% ritiene di avere bisogno di un aiuto e ha cercato di ottenerlo, ma ha fallito.

- Il 2,9% ritiene di avere bisogno di un aiuto ma non ha fatto alcuno sforzo per ottenerlo.

- Il 96% ritene di non avere bisogno di alcun trattamento.

Coloro che hanno cercato di ottenere aiuto senza riuscirci hanno addotto due principali motivazioni: la loro assicurazione sanitaria non era abbastanza buona oppure non potevano permetterselo.

Globalmente, questi dati suggeriscono alcune misure auspicabili:

- Permettere l'accesso al trattamento a più persone possibili e a lungo termine.

- Fornire copertura assicurativa completa al trattamento delle tossicodipendenze, così come avviene per condizioni prettamente mediche.

- Promuovere una maggior condivisione delle storie di vita di soggetti che sono usciti dalla condizioni di tossicodipendenti, in modo tale che sempre più persone capiscano che il trattamento è possibile e può valere lo sforzo.

 

2) Siamo solo a metà strada nella cura della salute mentale

 

Il numero di soggetti che soffre di disturbi mentali è rimasto stabile negli ultimi anni, a circa 18% della popolazione in età adulta.

All'interno di questi, il 45% riceve un qualche trattamento, e questa è una buona notizia. Ciò che non è incoraggiante è che vi è un altro 55% che non riceve alcun supporto, cosa avviene soprattutto nella fascia 18-25 anni. Nel 2014, ben due terzi dei soggetti in questa fascia di età non sono ricorsi a servizi di salute mentale, rispetto alla metà di quelli tra i 26 e i 49 anni, o sopra i 50. Ciò rappresenta un aspetto problematico in quanto spesso le patologie mentali esordiscono proprio durante l'adolescenza e la prima età adulta.

L'indagine si è anche dedicata ai soggetti in fascia 12-17 anni, trovando questi risultati: nel 2014, circa 3,4 milioni di adolescenti (12-17) hanno ricevuto servizi di salute mentale, e circa la metà di loro ha chiesto aiuto per “depressione”. Più nel dettaglio, il 29% hanno necessitato aiuto per aver pensato o tentato il suicidio, il 29% aveva sintomi d'ansia, il 26% presentava problemi familiari, il 20,8% problemi di natura esternalizzante (infrazione di regole, agiti impulsivi), e il 16,7% problemi nella gestione della rabbia.

Tra gli adulti, circa in 12 milioni hanno percepito un bisogno di essere aiutati dai servizi di salute mentale durante l'anno 2014, ma circa la metà non ha ricevuto alcuna cura. La ragione principale? Non se lo potevano permettere. Tra le altre motivazioni, più del 28% ha riportato di avere pensato di potere gestire il problema da solo, il 23% di non sapere a chi rivolgersi e il 16,4% di non avere tempo per un trattamento.

Questi dati dovrebbero condurre a ripensare l'attuale offerta in termini di servizi di salute mentale, cercando di avvicinare anche coloro che attualmente non giungono all'attenzione clinica nonostante il vissuto di sofferenza, ed includendo nell'assicurazione sanitaria anche le spese che riguardano la salute psichica.

 

3) I minorenni amano ancora l'alcool, ma meno di prima

 

Secondo il rapporto 2014, 8,7 milioni di soggetti tra i 12 e i 20 anni hanno riportato di aver bevuto almeno una bevanda alcolica nell'ultimo mese. Questo numero è comprensivo di 5,3 milioni di ragazzi che hanno effettuato “abbuffate alcoliche” (almeno 5 bevande alcoliche in una sola occasione) e di 1,3 milioni di “bevitori pesanti” (il che significa aver avuto abbuffate alcoliche per 5 o più volte in un mese). Sono cifre preoccupanti, ma iniziano ad essere leggermente migliori di quelle di qualche anno fa.

Un decennio fa, ad esempio, il 28,7% della popolazione minorenne faceva uso di alcol, rispetto al 22,8% di oggi. Coloro che praticavano abbuffate erano il 19,6% rispetto al 13,8% di oggi e i cosiddetti bevitori pesanti erano il 6,3%, rispetto al 3,4% di oggi. (…).

Dunque, se da una parte il trend globale di diminuzione è rincuorante, dall'altra la percentuale di consumatori è simile a quella del 2013 e questo potrebbe significare che il trend di diminuzione sta rallentando.

 

4) L' abuso di marijuana è un fenomeno che esiste, ma potrebbe andare peggio

 

Quando diversi stati americani hanno acconsentito all'uso della marijuana a scopo ricreativo, alcune persone hanno manifestato preoccupazione riguardante la possibilità che ciò facilitasse l'accesso alle droghe da parte dei più giovani. In realtà, questo non è avvenuto.

All'interno della fascia 12-17 anni, la percentuale di coloro che hanno riferito di aver fatto uso di marijuana nel mese precedente al sondaggio si attesta al 7,4%. Tale percentuale è sostanzialmente simile a quella del 2013 e più bassa di quella del 2002, che si calcolava attorno all'8,2%.

Per quanto riguarda la fascia 18-25 anni, il report mostra come il consumo di marijuana sia leggermente aumentato: 19,6% nel 2014 rispetto a 19,1% nel 2013. (…)

Per coloro che hanno più di 26 anni, l'uso è rifiorito a partire dal 2002, fino a raggiungere l'attuale percentuale del 6,6%.

Un aspetto rincuorante riguarda il fatto che la percentuale di coloro che hanno ricevuto diagnosi di “disturbo da uso di marijuana” è rimasta circa la stessa tra il 2013 il 2014. Inoltre, nei soggetti 12-17 anni, il numero di coloro con un uso problematico di marijuana è sceso al 2.7% rispetto al più alto 4.3% nel 2002.

La cannabis rimane senza dubbio la sostanza illecita in assoluto più popolare e usata in tutto il mondo (...)

 

5) L'eroina è usata poco, ma ha esiti letali

 

Sia l'eroina che i farmaci antidolorifici maggiori (come l'OxyContin, il Percocet e il Vicodin) sono sostanze esogene in grado di mimare l'effetto di alcune molecole endogene, gli “oppioidi” endogeni appunto, e in particolare la loro azione analgesica.

Quando l'America, dopo diversi anni, ha cominciato a regolarizzare la dilagante e pericolosa prescrizione di farmaci antidolorifici, l'eroina è divenuta un sostituto poco costoso e facile da reperire. Di conseguenza, l'epidemia di prescrizione di antidolorifici si è trasformata in epidemia di eroina. Le morti dovute all'eroina, infatti, sono quadruplicate dal 2002, e il rapporto SAMHSA conferma che una droga ha sostituito l'altra. Da un lato, l'uso di antidolorifici a scopo non medico è sceso in tutti i gruppi di età, e questo è un segnale incoraggiante. Dall'altro, l'uso di eroina è aumentato rispetto ad un decennio fa, specialmente nella fascia di età sopra i 26 anni.

E mentre il numero complessivo di consumatori di eroina è molto contenuto (435.000 consumatori nel 2014, contro, ad esempio, i 22,2 milioni di consumatori di marijuana), le conseguenza possono essere molto gravi. L'overdose da eroina è infatti un esito piuttosto facile, specialmente se si considera che essa è spesso tagliata con altre sostanze (come il fentanil) che possono aumentare notevolmente il rischio, e il suo uso diventa una roulette russa.

Un'altra informazioni sulla crescente popolarità dell'eroina: il numero di soggetti che ricevono un trattamento per dipendenza da eroina sono più del doppio rispetto al 2004 (…)

 

Conclusioni

Globalmente, i risultati del report forniscono un'istantanea di una nazione che ha fatto numerosi progressi per aiutare le persone con problemi di salute mentale (comprese le dipendenze da sostanze), ma ha ancora molta strada da fare prima che la disponibilità dei trattamenti saturi la domanda e che la consapevolezza superi lo stigma. Tra le righe del report emerge un chiaro messaggio: coloro che lottano con problemi di salute mentale e di dipendenza da sostanze non sono solo "gli altri", ma sono persone con cui lavoriamo, con cui viviamo e che amiamo, e le politiche sociali che aiutano loro, aiutano anche noi.

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://blogs.psychcentral.com/addiction-recovery/2015/09/5-things-the-samhsa-survey-tells-us-about-our-mental-health-drug-use/

 

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Da settembre 2015 è disponibile la nuova edizione del "National Survey on Drug Use and Health", un report che fornisce una fotografia del consumo di sostanze stupefacenti e dei problemi di salute mentale tra gli americani durante l'anno 2014.


Nell'articolo vengono elencati i 5 spunti più significativi, alcuni dei quali rincuoranti (i minorenni sembrano bere meno alcol rispetto a 10 anni fa), altri dei quali allarmanti (lo sapevate che l'eroina, che si pensava ormai debellata, sta riprendendo una quota, per ora piccola ma significativa, di “mercato”?).

 

Vero è che i trend sono quelli americani, che però molto spesso anticipano la situazione europea..

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Le 5 abitudini di un lavoratore felice

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Amate il vostro lavoro?

Ogni lunedì mattina saltate fuori dal letto pronti per affrontare la settimana, o il vostro balzo assomiglia più ad una lenta caduta agonizzante?

Dati provenienti dall’ultima indagine Gallup (un’agenzia di sondaggi americana) mostrano come una percentuale altissima di lavoratori (addirittura il 70-80%) siano a qualche livello insoddisfatti del proprio lavoro.

 

Il dottor Shane Lopez è un ricercatore americano che si è dedicato allo studio delle persone che amano il proprio lavoro (il 13% di tutti i lavoratori, secondo le sue rilevazioni) al fine di comprendere cosa li differenzi da coloro che invece ne sono insoddisfatti.

Nel suo ultimo TED talk (qui il video della conferenza in lingua originale: https://www.youtube.com/watch?v=F9b0fi7p3Ts), Lopez ha spiegato che uno dei fattori che porta all'insoddisfazione lavorativa potrebbe essere la mancanza di autonomia e responsabilità. Molti luoghi di lavoro, infatti, non danno ai propri impiegati la responsabilità che desiderano, di conseguenza i lavoratori svolgono il proprio lavoro senza passione.

 

Al contrario, il dottor Lopez ha scoperto che le persone che amano il proprio lavoro mantengono alcune abitudini, tutte accomunate da una certa proattività del singolo.

 

Eccole:


1. Pianificano il loro futuro

Quando è stata l’ultima volta in cui vi siete chiesti come vorreste realmente che fosse il vostro lavoro? Che cosa intendete ottenere dalla vostra attività? Quali sono i vostri obiettivi a lungo termine?

Il primo passo per avere un lavoro soddisfacente è chiedersi che cosa si desidera per il proprio futuro. Solo facendosi questa domanda è possibile realizzare i dovuti cambiamenti nel proprio lavoro attuale e orientarsi verso ciò a cui si aspira.

In questo senso, le aziende più progressiste stanno attualmente regolamentando “il tempo dei sogni” per gli impiegati, un momento dedicato in cui i lavoratori possono lavorare sugli obiettivi fondamentali della loro vita.


2. Usano la tecnica “spend vs send” per relazionarsi con i colleghi

Le persone che amano il proprio lavoro si circondano di colleghi fidati e si fidano del proprio istinto nell’inquadrare queste persone. Con il tempo eliminano le relazioni di bassa qualità trascorrendo la maggior parte del tempo con i colleghi più validi. Essi utilizzano una strategia che il Dottor Lopez definisce “spend vs send”, basata sulla gestione del tempo con i colleghi: trascorrono la maggior parte del tempo con persone con cui hanno costruito relazioni di alta qualità (spend significa infatti trascorrere) e riservano una relazione basata su mail ed SMS a persone di cui non gli importa un accidente (send significa infatti inviare).


3. Sanno valorizzare i loro punti di forza sul lavoro

A prescindere dalle semplici mansioni richieste, è fondamentale potersi avvalere dei propri punti di forza sul lavoro. Un crescente numero di ricerche dimostra che i lavoratori capaci di sfruttare le proprie doti sul posto di lavoro sono più felici, provano minore stress, sono più fiduciosi nelle proprie capacità, compiono una crescita e uno sviluppo notevoli trovando maggiore soddisfazione nella propria attività. Questo punto, ci porta direttamente al successivo, infatti i lavoratori felici..


4. “Rimodellano” le proprie mansioni

Si definisce Job Crafting un cambiamento delle proprie mansioni all’interno dell’attività lavorativa che parte dal lavoratore stesso, e non dai vertici dell'azienda. E’ un modo per modellare il proprio lavoro al fine di sfruttare al meglio le proprie potenzialità, valori e passioni. Una volta che si sono definiti i propri obiettivi ed interessi, si può iniziare a pensare a nuove vie per espandere o modificare le proprie mansioni all'interno dell'azienda. Le persone intervistate dal Dottor Lopez hanno affermato per la maggior parte che non hanno trovato il lavoro perfetto, ma l’hanno modificato in qualcosa di perfetto per loro.


5. Hanno trovato un buon capo

Si potrebbero scrivere interi libri sui peggiori capi che si possano incontrare sul proprio luogo di lavoro. Si può passare da un totale tormento ad un’inciviltà generale per finire con un’incompetenza imbarazzante. Sfortunatamente, molti datori di lavoro non sono tagliati per essere dei leader, ossia capi in grado di guidare il loro staff in modo carismatico e competente. Sono stati formati in altre mansioni (ad esempio il medico o l’avvocato) e vengono selezionati per essere capi in virtù dei loro successi in aree non relative alla capacità di direzione. Secondo il dottor Lopez, solo un capo su 10 è in grado di essere un bravo leader. Purtroppo non tutti hanno la possibilità di cercarsi un nuovo capo, tuttavia le persone che amano il proprio lavoro hanno cambiato uffici e team al fine di trovare un capo in grado di tirar fuori il meglio di loro.

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: https://www.psychologytoday.com/blog/pressure-proof/201508/the-5-habits-happy-workers

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Cosa pensate del vostro lavoro?


Fate parte dell'80% dei lavoratori che non sono soddisfatti del proprio impiego? Oppure appartenete al più contenuto 20% delle persone che si dichiarano soddisfatti della propria attività lavorativa?

 

In questo articolo analizziamo 5 comportamenti che sembrano fare la differenza tra felicità vs. insoddisfazione sul luogo di lavoro.

 

Sul tema del lavoro, potrebbero anche interessarvi i seguenti articoli:

- 7 campanelli d’allarme che segnalano l’assunzione di un collaboratore inadeguato (http://www.psicologo-milano.it/newblog/psicologia-collaboratori-sbagliati/)

- Come rendere il proprio ambiente di lavoro produttivo e accogliente.. con 6 indicazioni psicologiche (http://www.psicologo-milano.it/newblog/ambiente-di-lavoro-produttivo/)

 

Per i colleghi psicologi, ecco invece due contributi video da me realizzati in cui condivido alcune strategie per valorizzarsi come professionisti e aumentare le proprie opportunità lavorative:

- Personal branding per lo psicologo: 5 suggerimenti per potenziare il proprio lavoro (https://www.youtube.com/watch?v=PYE3MG-QDks)

- Psicologi e lavoro: consiglio per battere la crisi (https://www.youtube.com/watch?v=xIBNDqlyNIU)

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PsicoCuriosità: perchè alcune persone sono più propense di altre a vedere Gesù su una fetta di pane tostato?

PsicoCuriosità: perchè alcune persone sono più propense di altre a vedere Gesù su una fetta di pane tostato? | Parliamo di psicologia | Scoop.it

A chiunque di noi sarà capitato di scorgere un volto in una configurazione di stimoli casuali.

 

Che si tratti di Gesù su una fetta di pane tostato, un viso sulla superficie rocciosa di Marte o qualsiasi altro profilo nelle nuvole o in semplici oggetti della vita quotidiana, vedere volti che non esistono all'interno di stimoli della realtà è un'esperienza molto comune.

 

Tuttavia sembra che alcune persone siano maggiormente inclini di altre a sperimentare questo fenomeno: secondo una nuova ricerca, presentata a luglio 2015 al 19° meeting annuale della Association for the Scientific Study of Consciousness (Parigi), la personalità, il sesso e lo stato emotivo possono influenzare la nostra tendenza a percepire volti e altri schemi di significato dove non esistono.

 

Questo fenomeno, chiamato “pareidolia”, è definito come un'illusione subcosciente che tende a ricondurre a forme note oggetti o profili dalla forma casuale e si verifica come conseguenza del normale funzionamento del cervello.

 

In particolare, vi è un'area del cervello chiamata giro fusiforme che sembra essere specializzata per elaborare i volti, ma che si attiva anche quando le persone vedono una configurazione che può ricordare quella di un volto.

 

L'esperienza della pareidolia ha portato a numerosissime fotografie (di seguito), all'incasso di 28 mila dollari per un vecchio panino al formaggio con un presunto volto di Gesù, ed è stata notoriamente utilizzata dallo psicologo svizzero Hermann Rorschach nel suo “test delle macchie”, ancora oggi utilizzato per valutare lo stato mentale delle persone e i loro tratti di personalità.

 

Nel nuovo studio, Norimichi Kitagawa e la sua equipe, del NNT Communication Science Laboratory di Tokyo, hanno progettato un esperimento per verificare se le caratteristiche di personalità o lo stato emotivo andassero a influenzare la tendenza delle persone a sperimentare pareidolie, e se le caratteristiche delle immagini pareidoliche percepite potessero predire aspetti della loro personalità e caratteristiche di tipo emotivo.

 

I ricercatori hanno reclutato 166 studenti universitari sani e hanno chiesto loro di completare due questionari di personalità, il “Ten Item Personality Inventory” e la “Positive and Negative Affect Scale”, progettati per valutare rispettivamente i cinque tratti fondamentali della personalità e la condizione emotiva in termini di umore.

Dopodichè, hanno sottoposto ai partecipanti lo stesso modello di punti disposti in modo casuale, chiedendo loro di riferire qualsiasi forma scorgessero all'interno, e anche di tracciare ciò che vedeva non con una penna.

 

Ciò che i ricercatori hanno osservato è che alcuni soggetti avevano una maggior tendenza rispetto ad altri a percepire forme significative nella stessa nuvola casuale di punti (tra cui non solo volti, ma anche animali e piante) e che questa tendenza risultava correlata con particolari caratteristiche psichiche ed aspetti dell'emotività.

 

In generale, coloro che avevano riportato punteggi più alti nella scala “nevroticismo” del questionario di personalità erano più propensi a sperimentare pareidolie, così come coloro che avevano riferito un umore meno negativo.

Le caratteristiche delle immagini percepite, invece, in questo studio non sono risultate correlate a tratti di personalità e aspetti emotivi dei partecipanti.

Inoltre, le donne sono risultate più inclini rispetto agli uomini a sperimentare pareidolie.

 

Ad oggi non è ancora esattamente chiaro perchè alcuni tratti potrebbero rendere il soggetto più incline a sperimentare pareidolie. Kitagawa e colleghi hanno ipotizzato che dietro la maggior tendenza delle donne a sperimentare pareidolie vi sia uno scopo evolutivo.

Le femmine sono spesso più deboli dei maschi dal punto di vista fisico e ciò, sostengono i ricercatori, potrebbe averle rese maggiormente sensibili agli stimoli significativi in mezzo al “rumore” (inteso come stimoli non significativi), consentendo loro di individuare con maggior facilità i predatori in una foresta.

 

Inoltre, persone con alti punteggi nella scala nevroticismo tendono ad essere meno emotivamente stabili rispetto ad altre, e questo potrebbe spiegare il motivo per cui possono attribuire dei significati dove non ci sono realmente.

Allo stesso tempo, anche stati d'animo specifici possono aumentare la tendenza a sperimentare pareidolie. “Come gli stati d'animo positivi aumentano la creatività, così le persone con punteggi alti nella scala dell'umore hanno maggiore probabilità di trovare molte possibili interpretazioni alla configurazione casuale di punti”

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: https://www.braindecoder.com/everyone-may-see-faces-in-unusual-places-but-some-people-are-more-like-1251574175.html

 

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Perchè alcune persone sono più propense di altre a vedere il viso di Gesù nelle bruciature di una fetta di pane tostato?

 

La tendenza a intravedere visi umani in configurazioni di stimoli del tutto casuali è detta “pareidolia” ed è un'esperienza piuttosto comune dovuta al normale funzionamento del nostro cervello.

 

Una nuova ricerca, presentata a luglio 2015 e condotta da un equipe di riceractori giapponesi, rivela che la nostra tendenza a sperimentare pareidolie (cioè a vedere volti dove, di fatto, non ci sono) è predetta da alcuni tratti individuali, come la personalità e il sesso.

 

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In che modo la mente delle persone veramente ricche differisce dalla mia e dalla tua

In che modo la mente delle persone veramente ricche differisce dalla mia e dalla tua | Parliamo di psicologia | Scoop.it

La disuguaglianza di reddito e il modo in cui essa ha ricadute sulle persone è un argomento che ha sempre destato interesse e perplessità.

Già nel 400 a.C., Sofocle descrisse estesamente il potere corruttivo del denaro. Nel XIX secolo, Karl Marx condannò la tendenza dei ricchi ad accumulare beni per se stessi e a scapito dei lavoratori. Nel 1925, Francis Scott Fitzgerald scriveva che “i ricchi sono diversi da te e da me... in un modo che, a meno che tu non sia nato ricco, è molto difficile capire”.

 

Dopo secoli di rappresentazioni artistiche e dissertazioni filosofiche in merito alle disuguaglianze sociali, attorno al 1970 anche gli psicologi sociali sono stati coinvolti nel dibattito, ma solo dal punto di vista dell'effetto della povertà sulla vita delle persone. Solamente lo scorso decennio i ricercatori hanno cominciato a rivolgere la loro attenzione verso l'altro lato della medaglia: non l'assenza di ricchezza, ma l'influenza della ricchezza stessa.

 

"Moltissime persone oggi parlano di disuguaglianza sociale” commenta Paul Piff, ricercatore presso il Department of Psychology and Social Behavior dell'università della California (Irvine), "Ma fino a poco tempo fa regnava un totale silenzio nella letteratura scientifica rispetto agli effetti che il possedere di più delle altre persone ha sulla nostra psiche, moralità, situazione relazionale e significato che diamo al mondo”.

 

Stiamo parlando della psicologia delle persone veramente molto ricche!

 

Capire meglio il modo in cui le persine molto ricche pensano e si sentono non è solo un esercizio accademico. I ricchi hanno un ruolo molto importante all'interno della società: le loro opinioni sono spesso tenute in gran considerazione dagli altri e le loro donazioni sono fondamentali in numerosi contesti, dalle campagne politiche alle azioni innovative, fino alle attività no profit.

 

“Se disponiamo di enormi ricchezze, il nostro comportamento può condizionare cose su cui le altre persone non hanno la minima influenza” afferma Michael Kraus, un altro ricercatore all'Università di Yale. "Quindi dobbiamo cercare di capire ciò che le persone che hanno a disposizione una grandissima quantità di risorse pensano del mondo e degli altri, e come esse possono aiutare o danneggiare la società”.

Come Piff, Kraus e altri ricercatori stanno lentamente cercando di colmare questa lacuna nella ricerca scientifica. I risultati finora ottenuti tendono a confermare ciò che aveva già sospettato Fitzgerald: ci sono differenze significative tra i più ricchi e il resto della società, soprattutto i poveri.

In breve, soldi, ricchezza e potere sembrano condurre ad una tendenza ad solipsismo, ad un orientamento auto-centrato e ad una atteggiamento narcisistico.

 

Quando le persone non ricche cercano capire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato e come si debbano comportare nelle loro vite, tendono a rivolgersi verso l'esterno, basando il loro comportamento su ciò che fanno le altre persone intorno a loro, nonché sulle norme e regoli sociali.

Spesso danno valore all'agire in modo morale, al fare la cosa giusta e all'essere brave persone.

 

Al contrario, quando le persone ricche si trovano a dover decidere come agire, sembra che tendano a previlegiare i propri desideri e obiettivi. Questo può significare un dare priorità ai propri interessi sopra i bisogni degli altri, e a rompere le regole condivise in nome di questi interessi.

Ad esempio, essi sono più propensi a violare la legge durante la guida, o, in studi di laboratorio, a mentire nei negoziati o imbrogliare per procedere nei giochi. Essi tendono inoltre ad essere meno empatici nei confronti degli altri e meno in grado di interpretare le emozioni sia in fotografie sia nell'interazione sociali. Infine, controintuitivamente, sono risultati meno generosi in fatto di danaro rispetto alle persone più povere in esperimenti di laboratorio.

 

Si pensa che tutto ciò abbia a che fare con il fatto che il denaro ci libera dalla dipendenza dagli altri.

Se una persona povera si imbatte in una malattia, rischia di perdere il posto di lavoro e si ritrova a dover far fronte a diverse sfide della vita. In questa situazione, la comunità o i suoi amici e familiari spesso costituiscono l'unica ancora di salvezza. "Se non si hanno le risorse per far fronte alle minacce da soli, è necessario rivolgersi ad altre persone", dice Kraus. "Questo ci rende più in sintonia con le emozioni delle altre persone e più propensi a rispondere positivamente quando saranno gli altri ad avere bisogno”.

 

I ricchi possono invece far affidamento anche solo sui loro conti bancari per risolvere situazioni difficili che la vita mette sulle loro strade. “La ricchezza porta con sé un senso di indipendenza, di libertà individuale e di controllo della propria vita” spiega Piff “I ricchi non hanno particolare bisogno di cooperare con gli altri perchè sono “loro” la cosa di cui hanno bisogno e sui cui possono fare affidamento per ottenere tutto quello che desiderano”.

 

Sorprendentemente, esistono prove che questi effetti sembrano valere non solo per le persone che sono nate in famiglie facoltose, ma anche per chi è diventato ricco più tardi nella vita, sia attraverso i propri sforzi o casualmente, come ad esempio vincendo alla lotteria.

 

In studi di laboratorio, Piff e colleghi hanno suddiviso il campione in modo che una parte dei partecipanti fosse assegnato al gruppo dei “ricchi”. Indipendentemente dalla loro realtà economica, i volontari iniziarono ad esibire gli stessi comportamenti delle persone realmente ricche, inclusi sostenere che sarebbero stati disposti a infrangere un codice di regole o imbrogliare per andare avanti. Quando Piff aveva lasciato ai partecipanti un barattolo di caramelle dicendo che era riservato a un gruppo di bambini, coloro che erano stati condizionati a sentirsi ricchi avevano una probabilità doppia rispetto agli altri di prelevare caramelle dal contenitore.

 

Un recente studio condotto a Londra su vincitori della lotteria ha replicato in un setting naturalistico i risultati di laboratorio, rivelando che i vincitori -anche quelli che precedentemente erano stati poveri-, dopo aver riscosso il denaro si mostravano meno compassionevoli. Inoltre, quasi il 20% dei vincitori aveva modificato la propria appartenenza politica passando ad essere conservatore.

“Si potrebbe pensare che chi è cresciuto in povertà ed è da poco diventato ricco dovrebbe avere più empatia ed essere più generoso perchè sa bene cosa significhi essere povero, ma i nostri risultati dicono qualcosa di diverso”. Spiega Piff. “E' come ci si sente ora, chi si è in questo momento, che sembra determinare il comportamento di una persona”.

Ciò probabilmente può essere legato, spiega Kraus, al fatto che tendiamo a credere che, alla fine, viviamo in un mondo “equo”, in cui le cose arrivano a chi se le merita. Una persona che si è “fatta da sola” dirà di meritarsi i soldi a causa del suo duro lavoro, così come una persona nata ricca potrà dire a se stesso che la sua famiglia è più meritevole di possedere quella ricchezza perchè più intelligente e industriosa. Allo stesso modo, un vincitore alla lotteria potrebbe semplicemente pensare “Sono una brava persona, mi merito questo denaro”.

Questi sentimenti, comunque, si estendono al di là delle persone che hanno soldi. Anche i poveri, per la maggio parte, ritengono che nel sistema ci sia un fondo di equità. Se le persone ricche possiedono ricchezza perchè l'hanno guadagnata e la meritano, vuol dire che anche loro possono salire lungo la scala sociale se lavorano abbastanza duramente.

"L'alternativa, che consiste nel pensare che il sogno americano sia un miraggio e che il sistema sia prevenuto nei confronti delle persone povere, è troppo doloroso” spiega Kraus “Le persone credono all'illusione per sentirsi meglio”.

 

Per fortuna, esistono prove che i ricchi non sono così intrinsecamente ossessionati da se stessi e che possono essere scossi dalla loro presunta mancanza di empatia.

In uno studio in cui Piff e Kraus hanno lavorato insieme, i ricercatori hanno mostrato ai soggetti del campione video che evocavano sentimenti di compassione (bambini in difficoltà, cuccioli di animali etc) e hanno scoperto che i partecipanti ricchi avevano le stesse probabilità dei partecipanti più poveri di prestare aiuto. Se invece i video non venivano mostrati ma la situazione veniva semplicemente raccontata, i partecipanti ricchi avevano una probabilità significativamente minore di aiutare.

"La ricchezza non estingue la nostra capacità di essere prosociali, semplicemente ci rende meno consapevoli e attenti a questo genere di cose” conclude Kraus. “Se periodicamente ci concentrassimo sulle emozioni e sui bisogni altrui, probabilmente non li perderemmo di vista”.

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Curiosando sul web ho scoperto che esiste un interessante filone di ricerca interamente dedicato ad esplorare le differenze in termini psicologi tra le persone veramente ricche della nostra società e... il resto del mondo.

 

Ecco una rassegna di studi scientifici che hanno approfondito gli effetti che nascere in una famiglia ricca o diventare improvvisamente facoltosi (ad esempio vincendo la lotteria) ha sul nostro modo di vedere il mondo e sui nostri comportamenti...

 

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Cinque risvolti positivi della sofferenza

Cinque risvolti positivi della sofferenza | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Quando forza, chiarezza e gioia nascono dal dolore

 

Molti eventi negativi della vita, come il fallimento di una relazione importante, la diagnosi di una malattia che porta limitazioni nelle nostre esistenze, la morte di una persona cara, problemi di tipo economico o altri eventi significativamente stressanti, possono essere fonte di dolore e condurre all’isolamento.

Queste esperienze tuttavia possono portare certe volte ad inaspettati cambiamenti positivi.

 

Ecco di seguito i cinque più comuni:

 

1) Si diventa più compassionevoli e meno propensi al giudizio

 

Provare sofferenza ci può rendere più compassionevoli verso altre persone che stanno soffrendo.

Spesso, quando altri raccontano delle proprie difficoltà, si cercano motivazioni per incolpare la “vittima” per la propria condizione (per esempio “ha difficoltà economiche perché non sta lavorando abbastanza duramente” oppure “E’ malato perché sta lavorando troppo duramente e non si prende cura di se stesso”) riducendo così il proprio livello di vulnerabilità.

Quando si ha sofferto profondamente si è invece molto più propensi a riconoscere che tutti sono vulnerabili e che gli eventi negativi accadono anche alle persone più buone. La sofferenza diventa dunque anche una fonte di contatto e affinità.

 

2) Consapevolezza di essere molto più forti di quanto si credesse

 

Quando sopraggiunge un evento negativo, è possibile che ci si ritrovi a pensare “non esiste modo per uscire da questa situazione”. Invece, giorno dopo giorno, si impara a mettere un piede davanti all’altro, nonostante la sofferenza che si prova.

Una delle cose che le difficoltà mostrano è la vera forza interiore che si ha, una forza che non si sapeva di avere prima di doverla mettere davvero alla prova.

A sostegno di questa teoria, molte ricerche sulla previsione affettiva mostrano la tendenza delle persone a sovrastimare quanto sarà devastante un evento negativo sulla loro vita, nonchè la costante idea di dover convivere con il dolore per un lungo arco di tempo, quando magari non sarà così.

In altre parole: siamo molto più forti di quanto crediamo.

 

3) Si impara a riconoscere i veri amici

 

Nei momenti di difficoltà certe relazioni possono diventare più salde mentre altre svanire nel nulla.

Scoprire che alcuni sono solo falsi amici che spariscono quando si ha maggior bisogno può essere doloroso, ma è anche un’opportunità per rivalutare persone che sono rimaste vicine e concentrare le proprie energie in queste relazioni. Alcune ricerche suggeriscono che queste situazioni possono essere l’occasione per approfondire il rapporto con persone a cui non si era particolarmente legati, che finiscono per dimostrarsi di grande supporto nelle situazioni di forte stress.

 

4) Maggiore chiarezza su cosa si vuole dalla vita

 

Talvolta una crisi può portarci a rivalutare la nostra vita in maniera profonda. Siamo spinti a chiederci se stiamo davvero facendo ciò che ci rende felici, se stiamo spendendo il nostro tempo in qualcosa che davvero desideriamo fare e con le persone giuste. Queste rivalutazioni a volte così debilitanti possono condurci a compiere cambiamenti positivi che ai nostri occhi non sono mai parsi realisticamente possibili per molteplici motivi: la paura di fallire, il timore di cosa potrebbero pensare le altre persone o semplicemente l’inerzia dello status quo. Questi fattori perdono il loro peso quando ci si rende conto che la realtà quotidiana è molto fragile e imprevedibile.

 

5) Ritrovare la felicità in luoghi insospettabili

 

Quando la propria realtà viene scossa da qualche triste avvenimento si tende ad avvolgere qualsiasi cosa dentro una nube nera, impedendo a ciò che un tempo ci rendeva felici di farlo ancora. Alcune volte, invece, la gioia può giungere nei modi più insospettabili e ricordarci che c’è ancora positività nel mondo, nonostante la sofferenza.

 

Vai alla fonte in lingua originale: https://www.psychologytoday.com/blog/in-love-and-war/201504/5-silver-linings-you-can-find-in-hard-times

 

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Anche i momenti negativi della nostra vita, per quanto profondamente dolorosi, possono riservarci alcune opportunità rilevanti dal punto di vista psicologico...

Ad esempio, possono insegnarci ad essere più compassionevoli verso gli altri, a riconoscere persone preziose, a farci prendere consapevolezza di una forza che non credevamo di avere, a capire meglio cosa desideriamo dalla vita e a ritrovare la felicità in luoghi inaspettati...

 

Sul valore evolutivo dei traumi e degli eventi di vita negativi, potrebbero interessarti anche questi miei due video: “I 5 più grandi rimpianti delle persone in punto di morte” (https://www.youtube.com/watch?v=qPnUzk6jKwk) e “Come superare i traumi psicologici...tirando patate!” (https://www.youtube.com/watch?v=-Jy6n5FRJAc)

 

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Simonetta DiGiovanni's curator insight, August 5, 2015 1:59 AM

Anche i momenti negativi della nostra vita, per quanto profondamente dolorosi, possono riservarci alcune opportunità rilevanti dal punto di vista psicologico...

Ad esempio, possono insegnarci ad essere più compassionevoli verso gli altri, a riconoscere persone preziose, a farci prendere consapevolezza di una forza che non credevamo di avere, a capire meglio cosa desideriamo dalla vita e a ritrovare la felicità in luoghi inaspettati...

 

Sul valore evolutivo dei traumi e degli eventi di vita negativi, potrebbero interessarti anche questi miei due video: “I 5 più grandi rimpianti delle persone in punto di morte” (https://www.youtube.com/watch?v=qPnUzk6jKwk) e “Come superare i traumi psicologici...tirando patate!” (https://www.youtube.com/watch?v=-Jy6n5FRJAc)

 

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Problemi cognitivi in età avanzata: le attività quotidiane che riducono il rischio di svilupparli

Problemi cognitivi in età avanzata: le attività quotidiane che riducono il rischio di svilupparli | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Un nuovo studio (Roberts et al., 2015) suggerisce che usare il computer, socializzare e ingaggiarsi in attività artistiche o manuali durante l'età avanzata contribuirebbero a ridurre il rischio di sviluppare, negli anni successivi, problemi nelle funzioni cognitive, in particolare nella memoria.

 

Nella ricerca, pubblicata sulla rivista Neurology, è stato chiesto a 256 anziani di riferire quanto spesso praticassero alcune semplici attività quotidiane. Nessuno dei soggetti del campione, la cui età media era di 87 anni, riportava problemi cognitivi o di memoria all'inizio dello studio.

 

Le attività considerate erano le seguenti:

 

Attività artistiche:

- disegno

- scultura

- pittura

 

Attività manuali:

- lavorazione della ceramica

- lavorazione del legno

- quilling (un'attività che consiste nell'arrotolare strisce di carta per creare motivi decorativi)

- cucito

 

Attività di socializzazione:

- socializzare con gli amici

- cinema, teatro o concerti

frequentare circoli (ad esempio club di libri)

- attività religiose

- viaggiare

 

Attività informatiche:

- fare ricerche sul web

- fare acquisti online

- navigare in internet

- giocare a computer

 

Circa quattro anni dopo le rilevazioni, poco meno della metà dei soggetti del campione aveva sviluppato un deterioramento cognitivo lieve (dall'inglese mild cognitive impairment – MCI), una condizione clinica che include problemi nei domini della memoria, pianificazione, linguaggio e attenzione che ancora non si configurano in una demenza.

 

I predittori del disturbo sono risultati essere: fattori di tipo genetico (in particolare l'essere portatori dell'allele APOE ε4), sintomatologia depressiva, ipertensione, significativi problemi vascolari e patologie croniche.

Il rischio risultava invece ridotto in quei soggetti che avevano partecipato regolarmente ad attività artistiche, manuali, di socializzazione e informatiche. 

In particolare, le attività che sembrano aver avuto un maggior effetto protettivo erano quelle artistiche. Le persone che si erano impegnate in attività artistiche avevano il 73% di probabilità in meno di sviluppare MCI. Il praticare attività manuali abbassava il rischio del 45%, e le attività di socializzazione e informatiche lo riducevano rispettivamente del 55 e del 53%.

Il professor Rosebud Roberts, uno degli autori dello studio ed esperto nell'eziologia delle demenze, ha commentato: "Mentre un sempre maggior numero di persone sta raggiungendo l'età in cui si possono sperimentare problemi a livello cognitivo, è importante che ci muoviamo per identificare i cambiamenti nello stile di vita che possono allontanare questa condizione. Il nostro studio sostiene l'idea che impegnare la mente può proteggere i neuroni, o gli elementi costitutivi del cervello, dalla morte, stimolare la crescita di nuovi neuroni e aiutare a reclutarne di nuovi per mantenere le attività cognitive in età avanzata".

 

 

 

Vai alla fonte in lingua originale:  http://www.spring.org.uk/2015/04/20-everyday-activities-that-keep-memory-and-thinking-sharp.php

 

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Un articolo pubblicato a maggio 2015 sulla rivista Neurology è andato ad indagare i fattori che contribuiscono al deterioramento cognitivo negli anziani e i fattori di protezioni in grado di ritardare questo impairment. Tra questi ultimi, sembrano essere di significativa importanza alcune attività quotidiane...

 

Sul tema delle demenze, potrebbe interessarvi anche questo articolo (http://www.psicologo-milano.it/newblog/prevenire-demenza-senile/), in cui fornisco 5 semplici indicazioni tratte dalla recente ricerca medica e psicologica utili a contrastare l’invecchiamento cerebrale.

Inoltre, vi segnalo l'intervista che ho fatto ad una collega psicologa, la dott.ssa Leonetti, che si occupa nello specifico di demenze e che, nel video, fornisce alcuni suggerimenti utili ai familiari di persone affette da questa patologia. Qui: https://www.youtube.com/watch?v=genELJI2mAE 

 

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Come sentirsi soddisfatti della vita.. anche quando sfugge dal nostro controllo

Come sentirsi soddisfatti della vita.. anche quando sfugge dal nostro controllo | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Solitamente desideriamo avere controllo su ogni singolo aspetto della nostra vita in quanto crediamo che ciò ci conduca alla felicità.

Tuttavia, molte sono le occasioni in cui la vita ci sfugge di mano e noi non possiamo fare altro che guardare, o per lo meno aspettare.... Vari sono gli eventi che non possono essere cambiati come desideriamo: non importa quanto ci danniamo per riprendere il controllo, sono tutti tentativi inutili.


Un recente studio (Helzer & Jayawickreme, 2015) pubblicato sulla rivista scientifica Social Psychological and Personality Science è andato ad indagare l'effetto di due strategie di controllo (“primario" e “secondario”) sul benessere emotivo.

Il controllo primario consiste nella tendenza a manovrare le circostanze per raggiungere i propri obiettivi e crearsi così il proprio destino; il controllo secondario è la tendenza a guardare gli accadimenti dando loro significato all'interno di una cornice più ampia e accettando anche ciò che non può essere cambiato.

 

Il campione preso in esame era composto da studenti universitari e persone reclutate via internet, per un totale di più di 500 soggetti.

I risultati hanno mostrato che sia il controllo primario sia quello secondario erano legati ad emozioni positive. In particolare, le due differenti strategie di controllo erano associate a due distinti tipi di benessere: il controllo primario era maggiormente associato con la felicità quotidiana, mentre il controllo secondario risultava legato soprattutto con la soddisfazione globale.

Per quanto riguarda le emozioni negative, solo il controllo primario mostrava una significativa associazione. Ciò è dovuto al fatto che cercare di combattere contro cose che non possono essere cambiate porta a uno spreco di energie fisiche e mentali ed alimenta il proprio sentimento di impotenza.

 

Il professor Erik G. Helzer, primo autore dello studio, ha commentato: “Lasciatevi trasportare dalla musica e dalle parole della canzone di Frank Sinatra My Way. Un uomo, ormai alla fine dei suoi giorni, sta ripensando alla sua vita, a ogni singolo episodio vissuto ed è felice. Ci sono stati momenti più belli e altri tristi, ma ciò che lo rende felice e fiero di se stesso è che ha sempre fatto tutto senza mai tirarsi indietro e a modo suo. Questo è ciò che conta di più: vivere una vita ricca e piena. Anche le esperienze negative fanno parte della propria vita, mai negarle ma dare ad esse un significato. Mai lottare contro ciò che non si può cambiare perché questo genera solo infelicità.”

Il professor Helzer ha inoltre aggiunto: “Il secondo tipo di controllo permette di guardare le esperienze spiacevoli o che ci mettono in una condizione di passività all’interno di una cornice più ampia, collocandole all’interno della narrativa della propria vita. Spesso crediamo che per essere soddisfatti occorra sempre controllare qualsiasi minimo aspetto per raggiungere i propri obiettivi. La questione principale invece che vogliamo sottolineare è l’importanza di saper accettare anche gli eventi dolorosi o ciò su cui non possiamo esercitare un ruolo attivo. Tentando di sbarazzarsi del proprio dolore si arriva solamente ad amplificarlo, intrappolandosi ancora di più in esso. Imparare ad ascoltarlo, accettarlo e dare significato permetterà di vivere una esistenza piena, vitale e maggiormente serena.”

Il professore ha concluso: “Non bisogna desiderare di avere sempre il controllo su tutte le situazioni, al lavoro o in altri ambiti della vita. Qualche volta occorre fermarsi, mettersi in una posizione di attesa, guardare, ascoltare le proprie emozioni e smettere di intestardirsi davanti a imprese non realizzabili. L’accettazione è un meccanismo di controllo attivo e benefico per il nostro benessere fisico e psichico.”


Globalmente, questo studio evidenzia l’importanza di entrambe le strategie di controllo, a seconda delle esigenze imposte della realtà, per la soddisfazione personale.

 

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.spring.org.uk/2015/06/how-to-be-content-when-your-life-feels-out-of-control.php

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

La capacità di esercitare un controllo su diversi aspetti nella nostra vita è senz’altro qualcosa di importante.

Tuttavia, la strategia di controllare gli eventi in modo attivo può diventare disfunzionale quando viene applicata in circostanze nelle quali il controllo è impossibile o addirittura controproducente....

 

A questo proposito, un aforisma che mi convince particolarmente e che spesso vi propongo dice “Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l'intelligenza di saperle distinguere”

 

La ricerca che vi propongo oggi dimostra in senso empirico proprio l'utilità di affiancare, ad una strategia psicologica di controllo attivo degli eventi, una strategia di accettazione (definita “controllo secondario”) per il raggiungimento di un maggior benessere.

 

Sul tema del controllo, non perdete inoltre il breve video girato direttamente dal mio studio in cui spiego come il vero controllo sia solo di chi accetta anche di perderlo (QUI: https://www.facebook.com/PsicologiMilano/videos/1005862382760644/)

 

 

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GIOCHI ONLINE: possono creare dipendenza?

GIOCHI ONLINE: possono creare dipendenza? | Parliamo di psicologia | Scoop.it

INTRODUZIONE: IL RICHIAMO DI MASSA DEL GIOCO ONLINE


Quello del gioco via internet è un mercato in forte espansione.

Nel 2012, più di un miliardo di persone hanno giocato con giochi al computer, alimentando dell'8% la crescita del mercato in questo settore. Un recente rapporto della società Niko Partners ha stimato che nel 2013 il mercato dei giochi online della Repubblica Popolare Cinese ha realizzato un fatturato pari a 12 miliardi di dollari.

I Massively Multiplayer Online games (MMO), ossia i giochi online multigiocatore di massa, offrono la possibilità di giocare insieme a molti altri giocatori e si differenziano in base al contenuto del gioco e all'esperienza del giocatore.

Un'analisi effettuata su 4.374 giocatori online ungheresi (91% maschi, età media 21) ha indicato che i MMO più importanti risultano essere: giochi di ruolo, sparatutto, strategia e altri.

I MMO sparatutto sono giochi di abilità perché richiedono buoni tempi di reazione e attenzione, e in essi la competizione è un aspetto fondamentale.

Nei MMO di strategia i giocatori organizzano squadre, sviluppano capacità e giocano per raggiungere uno status all'interno del gioco.

I Massively Multiplayer Online Role-Playing Games (MMORPG, giochi online multigiocatore di massa di ruolo) appaiono di particolare interesse per i giocatori perché offrono una serie di incentivi rispetto a tutti gli altri. Infatti, di tutti i giocatori online, il 46% gioca con MMORPG.

I MMORPG sono universi di gioco abitati da migliaia di giocatori contemporaneamente (multigiocatori di massa) senza confini spaziali e temporali in quanto giocati online, e permettono ai giocatori di adottare personaggi virtuali/avatar che interagiscono tra di loro (giochi di ruolo).

Il MMORPG attualmente più popolare è "World of Warcraft", l'ultimo gioco della serie di Warcraft creata da Blizzard Entertainment, ambientato nel fantastico mondo di Azeroth e popolato da membri delle opposte fazioni dell'Alleanza e dell'Orda.

Nel 2013, otto milioni di giocatori si sono immersi nel mondo di Azeroth, dimostrando chiaramente il richiamo di massa del gioco. Il gioco è adatto alla maggior parte delle fasce di età, a entrambi i sessi e incontra gli interessi e le preferenze di diversi giocatori, rendendolo l'MMORPG di successo per eccellenza.

Perchè questa popolarità?

Giochi online come World of Warcraft soddisfano diverse motivazioni di gioco. Un'analisi condotta da Yee et al sulle motivazioni di 3.000 giocatori di MMORPG ha rivelato che questi giochi permettono ai giocatori di: a) raggiungere gli obiettivi di gioco, b) socializzare e c) immergersi intensamente nel gioco.

In primo luogo, vi è la possibilità di avanzare nel gioco: ciò significa procedere attraverso diversi livelli che consentono l'acquisizione di status e potere, di competere, sfidare e dominare gli altri giocatori, nonché la possibilità di ottimizzare il gioco. La reputazione e l'ammirazione da parte della comunità di gioco per i propri risultati di gioco sono ulteriori fattori chiave che motivano i giocatori a continuare a giocare. I meccanismi del gioco e le sue caratteristiche strutturali sono state indicate in alcuni studi come in grado di potenziare il rischio di dipendenza in quanto contribuiscono all'inizio, allo sviluppo e al mantenimento del gioco.

In secondo luogo, il gioco permette di socializzare: consente di chattare e farsi nuovi amici all'interno del gioco, formando nuove relazioni e lavorando in team. Le ricerche suggeriscono che l'elemento sociale dei MMORPG sia particolarmente importante per i giocatori, in quanto parte integrante del piacere del gioco. Inoltre, ciò che si viene a formare è una complessa interazione tra reti sociali reali e virtuali, in cui i confini tra le due divengono sfumati.

In terzo luogo, i MMORPG consentono un'immersione del giocatore nel mondo del gioco: il gioco viene esplorato nei suoi contenuti, fino a quelli “nascosti”, è possibile personalizzare il proprio personaggio online (in termini di sesso, la razza, professione, aspetto etc) ed è possibile l'evasione, ossia giocare in modo da evitare la vita reale. L'evasione dalla realtà è un fenomeno per cui i soggetti affetti da dipendenza inducono un cambiamento significativo del proprio stato d'animo grazie al gioco, rendendo quest'ultimo una strategia di coping per affrontare i problemi di tutti i giorni.

La varietà di motivazioni di gioco soddisfatte dai MMORPG indica che questi tipi di giochi sono particolarmente versatili perché adatti a soggetti con diverse preferenze. Di conseguenza, si può supporre che vi sono molti modi in cui essi possono creare un certo livello di dipendenza.

In un campione di 696 giocatori di MMORPG (93% maschi, età media 26 anni), il raggiungimento di risultati, l'opportunità di socializzare e la possibilità di evadere dalla realtà sono risultati predittivi di dipendenza da gioco. Allo stesso modo, in un campione di 175 giocatori di MMORPG principalmente olandesi (87% maschi, età media 21 anni), l'evasione e il meccanismo del gioco, insieme al tempo speso a giocare, spiegavano una larga parte della varianza del gioco problematico.

In poche parole, il massimo fattore di appeal dei MMORPG si basa sulla loro versatilità. Essendo in grado di soddisfare esigenze così diverse, essi sono più a rischio di creare dipendenza rispetto a qualsiasi altro tipo di gioco sia online che offline, in quanto ricompensano il giocatore in diversi modi conducendolo a continuare a giocare.

 

 

STUDI SULLA DIPENDENZA DA GIOCHI ONLINE

 

Negli ultimi anni, la ricerca in merito alla dipendenza da giochi online è notevolmente aumentata in quantità e qualità.

La ricerca sulla dipendenza da videogames risale al 1983, quando un primo report suggeriva che l'eccessivo gioco potesse diventare un problema per giovani studenti. Poco dopo fu pubblicato il primo studio empirico sulla dipendenza da videogames condotto da Shotton, basato su questionari autosomministrati a giovani di sesso maschile che affermavano di sentirsi “agganciati” dal gioco.

I primi studi soffrivano di mancanza di strumenti psicometrici strandardizzati usati per valutare la dipendenza da gioco (anche se studi successivi hanno trovato che in questo caso l'auto-diagnosi correla bene con le misure standardizzate di dipendenza). Sulla scia di questi, ulteriori studi sono stati effettuati nel 1990, valutando inizialmente la dipendenza da videogioco in base ai criteri utilizzati per il gioco d'azzardo patologico, come previsto nella terza e quarta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico per i Disturbi Mentali (DSM). In realtà, anche se simili, gioco d'azzardo patologico e di gioco eccessivo non presentano lo stesso quadro clinico.

Negli anni 2000, il gioco via internet è diventato popolare e sono emersi anche i primi studi sulla dipendenza da gioco online. Questi hanno riportato stime di prevalenza che variano in modo significativo e vanno da 0,2% in Germania al 50% in Corea.

Questa discrepanza è dovuta alle varie definizioni usate, ai diversi strumenti di misura e a differenti cut off per definire il comportamento come problematico. Inoltre costrutti diversi ("dipendenza da gioco online", "problematica", "un gioco eccessivo") vengono misurati in campioni differenti (bambini, adolescenti, giocatori) e varie culture.

Nei paesi asiatici del sud-est, la frequenza del fenomeno ha portato i governi e le organizzazioni che si occupano di salute a prendere sul serio il problema e a sviluppare una serie di iniziative per alleviarlo. In Corea del Sud, la dipendenza da gioco su Internet è vista come un problema significativo per la salute pubblica, visto che fino al 24% dei minori diagnosticati con dipendenza da gioco online hanno necessitato ospedalizzazione. In Giappone, il governo ha riconosciuto il problema a seguito di uno studio da parte del Ministero dell'Istruzione, che ha portato allo sviluppo di "campi di digiuno", in cui gli individui affetti da dipendenza da internet e da gioco online sono aiutati a fare a meno della tecnologia.

A seguito di una crescente preoccupazione, centri e programmi terapeutici specializzati sono stati istituiti anche in Europa (come l'ambulatorio per le dipendenze comportamentali nella città tedesca di Mainz o il Capio Nightingale Hospital di Londra) e Stati Uniti (compresi l' Internet Addiction Recovery Program a Seattle e il centro di disintossicazione e recupero digitale aperto di recente in Pennsylvania), riflettendo crescente necessità di un aiuto professionale in questi frangenti.

Le preoccupazioni sembrano essere alimentate da un numero crescente di studi che indicano che la dipendenza da gioco online è associata a diverse conseguenze negative dal punto di vista psicologico. Esse includono: sacrificare le relazioni della vita reale, altri passatempi, sonno, lavoro, educazione; mancanza di attenzione, sviluppo di aggressività e ostilità; aumento dello stress e attuazione di strategie di coping disfunzionali; peggior rendimento scolastico; problemi di memoria verbale; basso benessere psicofisico e solitudine.

Questa lunga lista indica che i problemi di gioco online devono essere presi sul serio in quanto possono influenzare negativamente l'individuo in una varietà di modi.

La dipendenza da gioco online è un problema comportamentale che è stato classificato e spiegato in molti modi. Griffiths ne delinea le seguenti caratteristiche:

a) il comportamento è saliente (l'individuo si preoccupa di gioco).

b) l'individuo utilizza il comportamento al fine di modificare il suo umore (cioè, il gioco viene utilizzato per sfuggire alla realtà o creare sensazioni di euforia).

c) si sviluppa tolleranza (l'individuo ha bisogno di sempre più tempo per sentire lo stesso effetto)

d) sintomi di astinenza si verificano dopo la sospensione del comportamento (l'individuo si sente ansioso, depresso, irritabile se impossibilitato dal gioco)

e) a seguito del comportamento si sviluppano conflitti a livello interpersonale e intrapersonale (l'individuo ha problemi con le relazioni, il lavoro e gli hobby).

f) a seguito dell'interruzione del comportamento, l'individuo può sperimentare ricadute.

Anche se i criteri di base sembrano essere stati stabiliti, l'eziologia della dipendenza da gioco online deve ancora essere studiata in dettaglio.

Alcune ricerche hanno indagato i fattori di rischio associati con la dipendenza da gioco online. Tali fattori di rischio includono: alcuni tratti di personalità, le motivazioni di gioco e le caratteristiche strutturali del gioco. I tratti della personalità più comunemente associati con la dipendenza da gioco online includono: nevroticismo (instabilità emotiva), aggressività e ostilità, sensation seeking (ricerca di nuove sensazioni).

Invece, i fattori che sembrano proteggere i giocatori frequenti dallo sviluppare problemi di dipendenza sono risultati tratti di coscienziosità e estroversione, suggerendo che per individui diversi lo stesso comportamento possa avere diverse ripercussioni psicologiche.

Per quanto riguarda nello specifico le motivazioni di gioco che potrebbero essere predittive di dipendenza, gli studi in merito hanno, tra le altre, rilevato: il far fronte a fattori di stress quotidiani tramite il gioco; il voler fuggire dalla realtà; il desiderio di instaurare amicizie online con cui sostituire quelle della vita reale; il volere esercitare controllo; la competizione, l'eccitazione e la sfida. Infine, mentre i giochi online offrono ai giocatori non dipendenti soddisfazioni, i dipendenti giocano per evitare sentimenti di insoddisfazione.

Inoltre, sono stati trovati una serie di caratteristiche strutturali dei giochi in grado di aumentare il rischio di sviluppare dipendenza. Tra queste: il carattere online del gioco (invece che offline), il rinforzo positivo, il piacere correlato a particolari caratteristiche, l'esistenza di contenuti per adulti, la possibilità di scoprire scene tagliate del gioco e la possibilità di avere un alter ego virtuale, che può essere percepito come migliore del sé reale.

Queste caratteristiche indicano che particolari giochi possono essere più coinvolgenti rispetto ad altri, aspetto fondamentale tanto per gli sviluppatori di giochi quanto, dall'altra parte, per campagne di prevenzione pubblica che si concentrino su come diminuire il rischio di dipendenza e sulla sensibilizzazione a potenziali problemi. Campagne di prevenzione potrebbero essere rivolte ai bambini in età scolare, agli insegnanti e ai genitori in contesti educativi e avere l'obiettivo di educare in materia di Internet, sulle possibili conseguenze negative del gioco online e incoraggiare un uso dei media sano.

 

DIPENDENZA DA GIOCO: L'IMPORTANZA DEL CONTESTO

 

La ricerca sulla dipendenza da gioco online ha prestato per lungo tempo poca attenzione ad un aspetto che sembra invece determinante: il contesto del gioco.

Griffiths nel suo studio ha analizzato e confrontato due vignette cliniche raffiguranti due giovani uomini che trascorrevano in media 14 ore al giorno a giocare a MMORPG, a fine di sottolineare come il contesto individuale sia un fondamentale spartiacque tra gioco in eccesso e dipendenza da gioco.

Il primo è Dave, 21 anni, single e inoccupato. Dave ha riferito un effetto positivo del gioco sulla sua vita, in quanto il gioco ha contribuito ad aumentare la sua autostima e ha dato una certa struttura alla sua vita di tutti i giorni mentre era senza lavoro. Il gioco non ha portato nella vita di Dave un disagio clinicamente significativo, dunque il suo comportamento non soddisfa i requisiti di un disturbo mentale secondo il DSM. Infatti, quando aveva trovato lavoro e aveva cominciato una relazione sentimentale con una ragazza conosciuta online e poi incontrata, la quantità di tempo dedicata al gioco era diminuita in modo significativo.

Il secondo caso è invece quello di Jeremy, 38 anni, un ragioniere sposato con due figli che ha sperimentato le conseguenze negative causate dalla "dipendenza dal gioco grave", vale a dire la rottura del matrimonio, la mancanza di tempo per attività di famiglia e la perdita del lavoro.

Inoltre, il tempo dedicato al gioco e il desiderio irrefrenabile di giocare erano cresciuti velocemente, con sentimenti di bassa autostima e ansia qualora non avesse possibilità di giocare. Jeremy aveva usato il gioco per fuggire dai suoi problemi della quotidiani, cercando poi di smettere in diverse occasioni a causa dei risvolti negativi sulla sua vita ma non riuscendo mai a rimanere astinente.

Gli esempi di Dave e Jeremy dimostrano come lo stesso comportamento (gioco online eccessivo) possa avere conseguenze diametralmente opposte a seconda dei diversi contesti individuali.

Oltre al contesto individuale, anche il contesto del gioco è importante nel determinare il rischio che il gioco eccessivo possa diventare una dipendenza. Ad esempio, se il gioco rispecchia la realtà di appartenenza dell'individuo (come avviene ad esempio in World of Warcraft), nel senso che permette di raggiungere uno status, potere, fare parte di gruppi che generano un senso di appartenenza, stringere relazioni etc, e l'individuo riesce avere più successo all'interno del gioco piuttosto che nella realtà, può rischiare di “dissociarsi” dalla vita reale.

 

DIPENDENZA DA GIOCO: EVIDENZE DALLE NEUROSCIENZE

 

Negli ultimi dieci anni, la psichiatria ha sempre fatto uso di prove neuroscientifiche per comprendere e concettualizzare le patologie mentali. L'Istituto Nazionale di Salute Mentale ha recentemente introdotto criteri specifici utili a riclassificare i disturbi mentali sulla base delle recenti scoperte neuroscientifiche e della fisiopatologia sottostante piuttosto che in base all'approccio fenomenologico e alla presentazione clinica utilizzati precedentemente. L'obiettivo finale è quello di migliorare l'affidabilità e la validità della diagnosi clinica e di conseguenza fornire trattamenti efficaci. In accordo con questo approccio, la ricerca sulla dipendenza da giochi online si sta servendo di tecniche di neuroimaging per consentire l'analisi dei cambiamenti neurobiologici causati da gioco eccessivo e l'individuazione dei correlati neurochimici della dipendenza da giochi online.

Alcuni studi hanno dimostrato che i cambiamenti nell'attività e nell'anatomia cerebrale legati ai comportamenti di dipendenza riguardano regioni cerebrali coinvolte nella ricompensa, nella motivazione, nella memoria e nel controllo cognitivo. In particolare, è stato ipotizzato che la corteccia prefrontale e lo striato ventrale siano coinvolti nella decisione di avviare un comportamento di dipendenza. Successivamente, l'individuo si abitua al comportamento e sviluppa una compulsione, che è accompagnata da alterazioni dell'attività nello striato dorsale tramite stimolazione dopaminergica. Più continuativo è l'impegno nell'attività che genera dipendenza, più permanenti diventano i cambiamenti nelle vie dopaminergiche. L'attività nel cingolo anteriore, della corteccia orbitofrontale e del nucleo accumbens si modificano in modo tale che le ricompense naturali siano percepite come meno piacevoli rispetto al soddisfacimento, più intenso e immediato, ottenuto con il comportamento di dipendenza. Ne conseguono gli altri comportamenti tipici della dipendenza: la tolleranza, il craving (cioè il desiderio irrefrenabile dell'oggetto di dipendenza) e l'astinenza, quest'ultima connessa alla mancanza di dopamina nelle regioni del cervello mesocorticali.

Una revisione sistematica di tutti gli studi che hanno analizzato la dipendenza da giochi online tramite metodiche di neuroimaging ha rivelato che i meccanismi coinvolti sono simili a quelli che intervengono nelle altre dipendenza, come quella da sostanza e quelle comportamentali.

 

DIPENDENZA DA GIOCO: LA DIAGNOSI CLINICA

 

A seguito di quasi due decenni di ricerca, l'American Psychiatric Association (APA) ha ufficialmente riconosciuto il “disturbo da dipendenza da giochi online” come una condizione che richiede l'attenzione dei clinici e dei ricercatori. Nel giugno 2013, il disturbo da dipendenza da giochi online è apparso per la prima volta in appendice della versione aggiornata del Manuale Diagnostico e Statistico per i Disturbi Mentali (DSM-5), assieme ad altri comportamenti in grado di generare dipendenza, come l'esercizio fisico, il lavoro e lo shopping.

Tuttavia, non tutti i gruppi di ricerca sono concordi e alcuni mettono in dubbio l'esistenza del disturbo, tanto da richiedere che siano condotti nuovi studi atti ad indagare l'affidabilità della diagnosi.

Comunque, in base al nuovo quadro proposto all'interno del DSM-5, il disturbo da gioco online si riferisce a un “uso persistente e ricorrente di Internet per ingaggiarsi in attività di gioco, con conseguente compromissione clinicamente significativa o disagio come indicato da cinque (o più) criteri per un periodo di 12 mesi”. I criteri diagnostici sono: preoccupazione per il gioco, sintomi di astinenza, tolleranza, mancanza di controllo, perdita di altri interessi, continuo utilizzo nonostante le conseguenze negative, comportamenti di inganno pur di giocare, modifica dell'umore grazie al gioco, perdita del lavoro, di relazioni e di altri aspetti importanti della vita.

Dal punto di vista della salute pubblica, una diagnosi ufficiale di dipendenza da gioco online sarebbe utile per una serie di motivi: a) incoraggiare gli individui che soffrono di sintomi di questo disturbo a chiedere aiuto, diminuendo tassi di morbilità, ricoveri, e problemi secondari di tipo medico e legale; b) diminuire gli ostacoli alla cura e lo stigma nei confronti del gioco problematico; c) incoraggiare la ricerca in merito; d) incentivare l'assistenza sanitaria e lo sviluppo di trattamenti adeguati.

 

Vai all'articolo in lingua originale completo di bibliografia: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3832462/

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

In questo nostro viaggio nel mondo dei giochi e dei videogiochi, non possiamo non parlare dei giochi di ruolo online (nome tecnico: Massively Multiplayer Online Role-Playing Games – MMORPG), in assoluto i più giocati del momento.

 

I MMORPG sono universi di gioco online “abitati” da migliaia di giocatori contemporaneamente, senza confini spaziali e temporali, dove i giocatori adottano avatar virtuali e interagiscono tra loro.

 

Nell'articolo di oggi cerchiamo di capire qualcosa in più su questi giochi: perchè sono così diffusi, quali sono i meccanismi psicologici che ne sostengono l'utilizzo e soprattutto in che modo, qualche volta, l'uso può dare vita a comportamenti di dipendenza...

 

Sull'argomento videogiochi, non perdete gli altri miei contributi:

- Videogiochi: i benefici cognitivi secondo la ricerca scientifica (http://www.psicologo-milano.it/newblog/videogiochi-benefici-ricerca/)

- Videogiochi: 7 studi scientifici ne esplorano le potenzialità (in arrivo)

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Videogiochi: 7 studi scientifici ne esplorano le potenzialità

Videogiochi: 7 studi scientifici ne esplorano le potenzialità | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Erano gli anni '70 quando Pong, uno videogioco dalla grafica estremamente semplificata in bianco e nero raffigurante un simulatore di ping-pong, era il primo videogame ad essere commercializzato.

Da quel momento, i videogiochi hanno attraversato uno sviluppo sempre più veloce e, al giorno d'oggi, ci sono decine di sistemi di gioco con milioni di titoli da giocare. Come se ciò non bastasse, i videogames sono poi approdati sui telefoni cellulari e hanno conquistato internet.

In questo panorama, c'è chi ritiene che i videogames siano un passatempo poco sano, con molti più effetti svantaggiosi che benefici.

In questo articolo approfondiamo invece, con l'aiuto di 7 recenti ricerche, come i videogiochi possono essere utili in diversi aspetti delle nostre vite, dall'incrementare le abilità sociali, ad aiutare la ricerca scientifica, a potenziare le performance sportive.

 

1) Videogames e presa di decisioni

 

Alcuni studi sostengono che i videogames possono potenziare le capacità dei giocatori di prendere decisioni. A questo proposito, gli scienziati cognitivi dell'Università di Rochester hanno scoperto che i videogames d'azione sarebbero in grado di allenare le persone a prendere decisioni accurate e precise in tempi brevi (Green et al., 2010). Un campione di soggetti di età compresa era i 18 e i 25 anni sono stati divisi in due gruppi. Alcuni hanno giocato a un gioco d'azione come Call of Duty, altri ad un gioco più lento come The Sims (simulazione di vita reale). In seguito, è stato chiesto loro di rispondere a delle domande e di prendere decisioni su alcuni problemi. I risultati hanno mostrato che coloro che avevano giocato con giochi d'azione erano stati più veloci del 25% rispetto agli altri nel giungere alla soluzione dei quesiti.

Inoltre, i videogiochi possono migliorare anche altre funzioni cognitive, come spiegato estesamente in questo mio altro articolo: http://www.psicologo-milano.it/newblog/videogiochi-benefici-ricerca/

 

2) Videogames e performance sportive

 

Pensate che i giocatori di videogames siano soggetti sedentari, sovrappeso e che non hanno mai praticato uno sport? Leggete questo articolo (http://www.wired.com/2010/01/ff_gamechanger/) pubblicato su Wired e non potrete che cambiare idea. Ad esempio, scoprirete che il campione di football americano Brandon Stokely dei Denver Broncos (celebre squadra del Colorado) performava in partita alcune azioni che aveva fatto prima centinaia di volte all'interno di un videogioco. Giochi come Madden NFL permettono ai giocatori di conoscere gli schemi di gioco, le azioni e gli aspetti tecnici di uno specifico sport (in questo caso il football americano appunto) che altrimenti potrebbero essere appresi solamente in campo. Questi giochi, insomma, generano un ambiente di simulazione che consente ad atleti e allenatori di praticare ed eventualmente modificare le modalità con cui poi giocheranno in partita.

 

3) Videogames e bambini

 

Recenti ricerche dimostrano che i videogames possono essere un passatempo benefico per bambini e ragazzi (qui il video della CBS: https://www.youtube.com/watch?v=rSxrTD4aJXE). I dati, relativi alla popolazione americana, riferiscono che circa il 97% dei bambini gioca almeno qualche volta a giochi elettronici e che il 65% di loro lo fa in compagnia di altri, rendendolo una preziosa esperienza di socializzazione. Inoltre, anche se non vi è carenza di giochi violenti e sanguinosi sul mercato, la stessa ricerca ha rilevato che i giochi più popolari tra i minori riguardano riguardano puzzle, sport o gare.

 

4) Videogames e depressione negli anziani

 

I videogiochi non sono solo destinati al pubblico dei più piccoli, ma possono anche essere utili agli anziani. Secondo una ricerca condotta presso la University of California (San Diego), i videogames che coniugano divertimento ed esercizio fisico possono migliorare i sintomi della depressione subclinica in soggetti anziani (Rosenberg et al., 2010). Nello studio, 19 anziani con questo tipo di depressione hanno giocato ad un gioco per la Wii per 35 minuti tre giorni alla settimana. Oltre un terzo dei pazienti ha registrato una riduzione dei sintomi di più del 50%. Molti di loro hanno anche riportato un significativo incremento della qualità di vita correlata alla salute e maggiori performace cognitivi.

 

5) Video games e abilità sociali

 

Alcuni studi hanno evidenziato la potenzialità dei videogames di incrementare le abilità sociali dei giocatori (qui una rassegna delle ricerche: https://www.psychologytoday.com/blog/more-mortal/201006/the-social-benefits-video-gaming). In una di queste ricerche, una parte dei soggetti del campione hanno giocato con videogames con componenti sociali, un'altra parte hanno invece giocato con giochi non sociali. Coloro erano stati assegnati al gioco sociale avevano poi mostrato una maggior propensione a intervenire positivamente quando un altro partecipante era stato infastidito, in sede dell'esperimento, da un soggetto complice dei ricercatori.

 

6) Giocare in favore della medicina

 

I videogiochi potrebbero anche aiutare a combattere alcune patologie mediche, come il cancro. E' l'obiettivo di un gioco chiamato “Foldit, risolvi il rompicapo in favore della scienza”, sviluppato all'Università di Washington (qui: https://fold.it/portal/). Esso riguarda il fenomeno del ripiegamento proteico, nonché la progettazione di nuove proteine. Prevedere come una proteina si ripieghi (dunque la sua struttura) è uno dei problemi aperti in biologia; dato che le proteine sono coinvolte in molte patologie, conoscere la loro struttura potrebbe contribuire significativamente alla cura. Nel gioco è visualizzata una rappresentazione grafica della struttura della proteina, che l'utente può manipolare al fine di trovare la struttura più probabile. Avvantaggiandosi dell'innata capacità dell'uomo di risolvere un rompicapo, sommata alla capacità di calcolo di un computer, Foldit è un gioco in cui tutti possono competere al fine di contribuire alla ricerca scientifica.

 

7) Il legame dei videogames con la violenza

 

Se siete ancora incerti circa la possibilità che i videogames possano avere un effetto positivo sulla vostra vita, non siete soli. Una rassegna di 130 studi suggerisce l'ipotesi che i videogiochi violenti possano aumentare l'aggressività e diminuire l'empatia. Craig Anderson, del Centro per lo studio della violenza alla Iowa State University di Ames, riferisce che vi sono prove che questi giochi conducano allo sviluppo di aggressività e violenza (Anderson et al., 2010). Di tutt'altra opinione è, ad esempio, Christopher Ferguson della Texas A & M che invece riporta che gli effetti negativi dei videogiochi violenti sono generalmente molto contenuti (Ferguson & Kilburn, 2009). Insomma, la ricerca in questo ambito non ha ancora raggiunto risultati conclusivi.

 

Detto tutto ciò, è importante ricordare che i videogiochi, come potenzialmente qualsiasi altra cosa, possono condurre anche ad un uso problematico. Per ottenere il massimo dei benefici riportati sopra, è necessario utilizzarli in modo consapevole e con la doverosa moderazione.

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.psychologydegree.com/game-on-12-recent-studies-showing-video-game-play-improves-self

 

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Continuiamo il nostro viaggio nel mondo dei giochi, soffermandoci nello specifico sui videogiochi.

 

L'articolo di oggi si concentra in particolare sui possibili benefici che i videogames possono avere nella nostra vita quotidiana.

 

Scopriremo come i videogiochi possono implementare le abilità cognitive e sociali, aumentare le performance sportive, contribuire alla ricerca e alla cure di gravi malattie, aiutare in condizioni di disagio psicologico e molto altro...

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Il gioco: 5 caratteristiche chiave

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Nella nostra specie, il gioco risponde a molte finalità importanti.

Si tratta di un mezzo attraverso il quale i bambini sviluppano le loro capacità fisiche, cognitive emotive, sociali e morali. E' un modo per creare e coltivare amicizie. Inoltre, esso è in grado di generare uno stato mentale che, negli adulti come nei bambini, è particolarmente adatto per il ragionamenti astratto, la risoluzione di problemi e gli sforzi creativi.

 

In questo articolo approfondiremo 5 caratteristiche distintive del gioco, ma prima di farlo vedremo 3 punti generali da tenere a mente.

 

Il primo punto è che le caratteristiche del gioco hanno tutte a che fare con la motivazione e l'atteggiamento mentale, e non con la forma conclamata del comportamento. Due persone potrebbero lanciare una palla, martellare chiodi o digitare parole su un computer, e uno potrebbe giocare mentre l'altro no. Per capire chi sta giocando e chi no, occorre inferire dalle loro espressioni o dai dettagli delle loro azioni le motivazione alla base del loro comportamento.

 

Il secondo punto è che il gioco non è una attività “tutto o nulla”. Esso può fondersi con altri motivi ed atteggiamenti, in una proporzione può andare dallo 0% al 100% di gioco. Il gioco “puro” si verifica più spesso tra i bambini che tra gli adulti. Negli adulti, il gioco è comunemente miscelato con altri motivi, che hanno a che fare con le responsabilità degli adulti.

 

Il terzo punto è che il gioco non può essere definito da una singola caratteristica, ma da una configurazione di diverse caratteristiche. Eccone cinque, che approfondiremo di seguito:

1. I giocatori scelgono liberamente di partecipare al gioco, dirigono le proprie azioni durante il gioco e sono in ogni momento liberi di smettere di giocare

2. Il gioco è un'attività in cui i mezzi sono più importanti degli esiti

3. Il gioco ha una sua struttura e delle regole che non sono dettate da necessità fisica ma che provengono dalle menti dei giocatori

4. Il gioco è fantasia ed è qualcosa di separato dal mondo reale

5. Il gioco coinvolge una mente attiva, vigile ma non sotto pressione

Più una attività comporta queste caratteristiche, maggiormente le persone saranno inclini a considerare tale attività un gioco.

 

1. I giocatori scelgono liberamente di partecipare al gioco, dirigono le proprie azioni durante il gioco e sono in ogni momento liberi di smettere di giocare

 

Giocare è, prima di tutto, una espressione di libertà. E' ciò che una persona desidera fare e si contrappone a quelle attività che invece si è obbligati a fare. La gioia che deriva dal gioco è una sensazione estatica di libertà. Il gioco non è sempre accompagnato da sorrisi e risate, né sorrisi e risate sono sempre segni di gioco; ma il gioco è sempre accompagnato da una sensazione di "Sì, questo è quello che voglio fare in questo momento!". Per definizione, i giocatori sono agenti liberi, non pedine nel gioco di qualcun altro.

I giocatori non solo scelgono di giocare o non giocare, ma dirigono le proprie azioni durante il gioco. Come vedremo dopo, giocare coinvolge sempre regole di qualche tipo, ma tutti i giocatori devono accettare liberamente le regole, e se le regole vengono cambiate tutti i giocatori devono accettare le modifiche. È per questo che il gioco è la più democratica di tutte le attività. Nel gioco sociale (gioco che coinvolge più di un giocatore), un giocatore può diventare per un periodo un leader, ma solo con l'accordo di tutti gli altri. Ogni regola che il leader propone deve essere approvata, almeno tacitamente, da tutti gli altri giocatori.

La massima libertà all'interno del gioco è quella di uscire in qualsiasi momento. Una persona che si sente costretta, sotto pressione o incapace di smettere, non è più un giocatore, ma diviene una vittima. La libertà di uscire fornisce le basi per tutti i processi democratici che si verificano nel gioco sociale. Se un giocatore tenta di prevaricare o dominare gli altri, gli altri usciranno dal gioco e il gioco sarà finito; dunque, i giocatori che vogliono continuare a giocare devono imparare a non prevaricare gli altri. Allo stesso modo, le persone che non sono d'accordo su una proposta di modifica di regole possono anche uscire, ed è per questo i leader in gioco devono ottenere il consenso degli altri giocatori al fine di modificare una regola.

Le persone che cominciano a sentire che i loro bisogni o desideri non sono considerati all'interno del gioco, smetteranno di giocare, ed è per questo che i bambini imparano, nel gioco, ad essere sensibili ai bisogni altrui e si sforzano di soddisfare tali esigenze. E' attraverso il gioco sociale che i bambini imparano, da soli, senza lezioni, come soddisfare le proprie esigenze e, allo stesso tempo, i bisogni degli altri. Questa è forse la lezione più importante che le persone in qualsiasi società possono imparare dal gioco.

Questo punto sul fatto che il gioco è qualcosa di auto-deciso e auto-diretto è ignorato o forse dimenticato da molti adulti, che spesso cercano di prendere il controllo del gioco dei bambini. Gli adulti possono giocare con i bambini, e in alcuni casi possono anche essere leader in quei giochi, ma per farlo occorre che abbiano almeno la stessa sensibilità che i bambini stessi mostrano alle esigenze e ai desideri di tutti i giocatori. Poichè gli adulti sono comunemente visti come figure di autorità, i bambini spesso si sentono meno liberi di smettere di giocare o di non essere d'accordo con le norme proposte. E così che, quando gli adulti cercano di condurre il gioco dei bambini, il risultato è spesso qualcosa che, per molti bambini, non è più un gioco. Quando un bambino si sente costretto, lo spirito del gioco svanisce e anche tutti i suoi vantaggi. I giochi di matematica a scuola e gli sport suggeriti da adulti non sono giochi per tutti coloro che non sentono di volervi partecipare e non sono in grado di accettare le regole che gli adulti hanno stabilito. I giochi decisi dagli adulti possono essere una buona idea per i ragazzi che scelgono liberamente di parteciparvi, ma possono sembrare una punizione per tutti i bambini che non hanno fatto questa scelta.

Ciò che è vero per i giochi dei bambini è vero anche per i giochi degli adulti. Le ricerche hanno dimostrato che gli adulti che hanno la possibilità di decidere come e quando fare il loro lavoro spesso tendono a vederlo come un gioco, anche (anzi soprattutto) quando il lavoro è difficile. Al contrario, le persone che si trovano a dover fare tutto quello che dicono gli altri, raramente sperimentano il loro lavoro come un gioco.

 

2. Il gioco è un'attività in cui i mezzi sono più importanti dei fini

 

Molte delle nostre azioni sono "libere", nel senso non percepiamo che le altre persone ci stiano spingendo a farle, ma non sono libere in un altro senso: si tratta di azioni che riteniamo di dover fare al fine di raggiungere un certo obiettivo. Abbiamo un prurito e ci grattiamo per sbarazzarcene, fuggiamo da una tigre per evitare di essere mangiati, studiamo un libro poco interessante per ottenere un buon voto, accettiamo un lavoro noioso per ottenere denaro. Se non ci fossero prurito, tigre, esame, o necessità di denaro, non dovremmo grattarci, fuggire, studiare o fare un lavoro noioso. In questi casi non stiamo giocando.

Nella misura in cui ci impegniamo in un'attività puramente per raggiungere un fine, che è separato dalla attività stessa, l'attività smette di essere un gioco.

Ciò che apprezziamo di più, quando non stiamo giocando, sono il risultato delle nostre azioni. Le azioni sono soltanto mezzi per raggiungere esiti. Quando non stiamo giocando, di solito optiamo per il più breve e meno dispendioso sforzo per raggiungere il nostro obiettivo. E' il caso, ad esempio, di uno studente che studia il minimo indispensabile per ottenere il voto che desidera, essendo il suo obiettivo quello di far bene l'esame. Ogni apprendimento che non sia legato a questo obiettivo è, per lui, fatica sprecata.

Nel gioco, invece, tutto ciò si inverte. Il gioco è l'attività svolta principalmente fine a se stessa. Lo studente “giocoso” trae piacere dallo studiare e si preoccupa meno del voto.

Nel gioco, l'attenzione è focalizzata sui mezzi, non sull'esito, e i giocatori non necessariamente cercare i percorsi più facili per raggiungere gli obiettivi. Pensate ad un gatto che sta cacciando un topo e a un gatto che sta giocando a cacciare un topo. Il primo prende la via più veloce per ucciderlo. Il secondo sperimenta vari modi per prendere il topo, non tutti ugualmente efficienti, e lascia andare il topo ogni volta in modo che possa provare di nuovo. Il primo gatto gode dell'esito; il secondo dei mezzi (il topo, ovviamente, mai).

Il gioco ha spesso obiettivi, ma gli obiettivi sono vissuti come parte intrinseca del gioco, non come l'unica ragione per impegnarsi in azioni di gioco. Gli obiettivi del gioco sono subordinati ai mezzi per raggiungerlo. Ad esempio, nel gioco di costruzione l'obiettivo è quello di creare l'oggetto che il giocatore ha in mente. Ma si noti che l'obiettivo primario in tale gioco è la creazione dell'oggetto, non l'ottenimento del risultato. I bambini che fanno un castello di sabbia non sarebbero per niente felici se un adulto arrivasse e dicesse “fermate tutti i vostri sforzi. Farò io il castello al vostro posto”. Il loro divertimento sarebbe rovinato. Il processo, non il prodotto, li motiva.

Allo stesso modo, i bambini o gli adulti che giocano ad un gioco competitivo hanno l'obiettivo di segnare punti e vincere, ma, se stanno veramente giocando, è il processo di fare punti e il cercare di vincere che li motiva, non i punti stessi o il fatto di vincere. Il gioco è qualcosa in cui la persona gode indipendentemente dalle ricompense estrinseche ricevute per farlo.

Uno dei motivi per cui il gioco genera lo stato emotivo ideale per la creatività e l'apprendimento è che la mente è concentrata sui mezzi. Dal momento che gli esiti sono secondari, la paura del fallimento è assente e i giocatori si sentono liberi di sperimentare nuovi modi di fare le cose.

 

3. Il gioco è guidato da regole che stanno nella mente dei giocatori

 

Il gioco è un'attività scelta liberamente, ma non è una attività completamente libera. Ogni gioco ha infatti una struttura, e la struttura deriva da regole nella mente del giocatore.

Per giocare è necessario comportarsi in accordo con le regole che si sono accettate. Le regole non sono come le regole della fisica, né come istinti biologici che sono seguiti automaticamente. Piuttosto, sono concetti mentali che spesso richiedono sforzo cosciente affinchè siano tenute a mente e seguite.

Una regola di base del gioco "di costruzione", per esempio, è di utilizzare il materiale, ad esempio mattoncini lego, per riprodurre un oggetto specifico che si ha in mente, e non assemblarli in maniera casuale. Nei giochi "di combattimento", ciò che può sembrare casuale dall'esterno, in realtà è vincolato da regole. Un regola sempre presente nei giochi di lotta è quella di imitare alcune azione dei combattimenti reali, ma di non fare del male all'altra persona. Nel gioco di combattimento vi è molto più controllo che nei combattimenti reali. E' dunque un esercizio di autocontrollo.

Tra le più complesse forme di gioco, in termini di regole, vi è quello che i ricercatori chiamano gioco “sociodrammatico”, ossia quello in cui i partecipanti simulano scene della vita reale recitando ruoli, come giocare alla casa, al matrimonio o fingere di essere supereroi. La regola fondamentale è che si deve rispettare il ruolo che si è condiviso con gli altri giocatori. Ad esempio, colui che è il cane nel gioco della “casa”, deve camminare a quattro zampe e abbaiare al posto che parlare.

Per illustrare la natura del gioco sociodrammatico, lo psicologo russo Lev Vygotskij ha raccontato di due sorelle di 5 e 7 anni mentre giocavano a “sorelle”. Come sorelle effettive, raramente pensavano alla loro sorellanza e non avevano un modo coerente di comportarsi l'una con l'altra. A volte si divertivano insieme, a volte si sostenevano e a volte si ignoravano. Quando invece giocavano a sorelle, si comportavano sempre secondo il loro stereotipo condiviso di essere sorelle: si vestivano allo stesso modo, parlavano allo stesso modo, si amavano sempre l'un l'altra, parlavano delle differenze tra il loro rapporto e quello con altri, etc. Vi era insomma molto più autocontrollo e sforzo mentale nel giocare “a fare le sorelle” rispetto ad esserlo.

La categoria di gioco con le regole più esplicite è quella dei cosiddetti “giochi formali”. Si tratta di giochi, come la dama e il baseball, con regole specificate verbalmente, in modo da minimizzare l'ambiguità di interpretazione. Le regole di questi giochi sono comunemente trasmesse da una generazione a quella successiva. Molti giochi formali nella nostra società sono competitivi, e uno degli scopi delle regole formali è quello di fare in modo che le stesse restrizioni si applichino a tutti i possibili concorrenti di quel gioco. I giocatori di giochi formali, se sono veri giocatori, devono adottare queste regole come proprie per il periodo del gioco. Naturalmente, nelle versioni non ufficiali di tali giochi, i giocatori possono modificare le regole per soddisfare le proprie esigenze, ma ogni modifica deve essere accettata da tutti i partecipanti.

Il punto principale è che ogni forma di gioco comporta una buona dose di auto-controllo. Quando non giocano, bambini e adulti possono agire in base alle loro esigenze biologiche immediate, emozioni e capricci; ma all'interno del gioco devono agire in modi che i loro compagni di gioco ritengano appropriati. Il gioco attira ed affascina il giocatore proprio perché è strutturato da regole che lo stesso giocatore ha inventato o accettato.

Ma perchè si accettano le regole? Secondo Vygotskij, il desiderio del bambino di giocare è così forte che diventa una forza motivante per l'apprendimento dell'auto-controllo. Il bambino resiste ad impulsi e tentazioni che sarebbero in contrasto con le regole perché cerca il più grande piacere di restare nel gioco. Inoltre, il bambino accetta le regole del gioco perché sa di essere sempre libero di uscire se le regole diventano troppo onerose.

Insomma, uno dei più grandi valori di giocare per la nostra specie sta nella formazione dell'autocontrollo. L'autocontrollo è la chiave delle società umane. In qualsiasi società, le persone devono comportarsi secondo coscienza e condividere delle convenzioni, ed è proprio questo ciò che praticano costantemente i bambini all'interno del gioco.

 

4. Il gioco è fantasia ed è qualcosa di separato dal mondo reale

 

Un apparente paradosso del gioco, sottolineato anche da Vygotskij, è che il gioco è una cosa seria ma non seria, reale ma non reale.

Nel gioco si entra in un regno che si trova fisicamente nel mondo reale, si fa uso di oggetti del mondo reale, riguarda spesso il mondo reale, eppure in qualche modo è mentalmente separato dal mondo reale.

L'immaginazione e la fantasia sono più evidenti nel gioco sociodrammatico, dove i giocatori creano i personaggi e la trama, ma sono presenti in una certa misura anche in tutte le altre forme di gioco umano. Nel giochi di guerra, la lotta è finta, non reale. Nel gioco di costruzione, i giocatori dicono che stanno costruendo un castello, ma sanno che è un castello finto, non reale. Nei giochi formali con regole esplicite, i giocatori devono accettare una situazione fittizia già stabilita che fornisce le basi per le regole. Ad esempio, nel mondo reale gli alfieri possono muoversi in qualsiasi direzione, ma nel mondo di fantasia degli scacchi possono muoversi solo sulle diagonali.

Pochè il gioco si svolge in un mondo di fantasia, deve essere governata da regole che sono nella mente dei giocatori, piuttosto che dalle leggi della natura. Nella realtà, non si può andare a cavallo a meno che un vero e proprio cavallo non sia fisicamente presente; ma nel gioco si può andare a cavallo ogni volta che le regole del gioco consentono di farlo. Nella realtà, una scopa è solo una scopa, ma nel gioco può essere un cavallo. Nella realtà, un pezzo degli scacchi è solo legno intagliato, ma negli scacchi è un alfiere o un cavallo che ha capacità e limitazioni ben definite per il movimento.

E' la situazione fittizia che detta le regole del gioco; il mondo fisico reale all'interno del quale si svolge il gioco è secondario. Attraverso il gioco il bambino impara a “prendere in carico” il mondo e non semplicemente rispondere passivamente ad esso. Nel gioco la mente del bambino domina, e gli elementi del mondo fisico sono usati in funzione della mente.

Infine, ogni gioco ha un "tempo" e dei "time out", anche se ciò è più evidente per alcune forme di gioco rispetto ad altre. Il tempo designa la durata della finzione. Il “time out” del gioco è invece un ritorno temporaneo alla realtà, forse per legarsi le scarpe, andare in bagno o richiamare un compagno di giochi che non ha seguito le regole.

A volte gli adulti diventano confusi circa la serietà dei giochi dei bambini e dal rifiuto dei bambini, durante il gioco, di dire che stanno giocando. Si preoccupano inutilmente che i bambini non distinguano la fantasia dalla realtà (questo capita, ad esempio, quando un bambino finge di essere Superman per un tempo che supera un giorno :-)). In realtà, fin dall'età di 2 anni, i bambini riconoscono la differenza tra realtà e finzione. Questa capacità innata è parte della capacità innata di giocare.

 

5. Giocare comporta una mente attiva, vigile ma non sotto pressione

 

Quest'ultima caratteristica segue naturalmente le altre quattro.

Poichè il gioco prevede il controllo cosciente del proprio comportamento, con particolare attenzione al processo e alle regole, richiede una mente attiva e vigile. Nel gioco, i giocatori non sono in una posizione in cui assorbono passivamente informazioni dall'ambiente, rispondono istintivamente agli stimoli o si comportano automaticamente secondo abitudini.

Inoltre, poichè il gioco non è una risposta alle richieste esterne o a forti ed immediate esigenze biologiche, la persona è relativamente libera da pulsioni ed emozioni che possono generare pressioni o stress. E poiché l'attenzione del giocatore è focalizzata sul processo più che il risultato, la mente del giocatore non è distratta dalla paura del fallimento.

Così, la mente nel gioco è attiva e vigile, ma non sottoposta a pressioni.

Lo stato mentale del gioco è quello che alcuni ricercatori chiamano "flusso". L'attenzione è in sintonia con l'attività stessa, la mente è assorta nelle idee, nelle regole e nelle azioni del gioco.

Questo punto è molto importante per capire il valore del gioco come modalità di apprendimento e di produzione creativa. Ciò che gli esperimenti mostrano è che una forte pressione di fare bene (che induce ad uno stato non ludico) migliora le prestazioni in compiti che sono facili o già conosciuti dalla persona, ma peggiora le prestazioni in compiti che richiedono creatività, un processo decisionale consapevole o l'apprendimento di nuove competenze.

Al contrario, tutto ciò che ha lo scopo di ridurre la preoccupazione di una persona circa il risultato e di aumentare il divertimento nell'azione stessa, dunque tutto ciò che aumenta la giocosità, ha l'effetto opposto.

Una forte pressione a svolgere bene un'attività inibisce la creatività e l'apprendimento focalizzando l'attenzione sull'obiettivo e riducendo in tal modo la capacità di concentrarsi sui mezzi. Quando si è sotto pressione, si tende a ripiegare su vie istintive o precedentemente apprese di fare le cose. Questo modo di rispondere alla pressione è adattivo in molte situazioni di emergenza. Quando una tigre ci sta inseguendo, non è funzionale sperimentare nuove modalità ma utilizzare mezzi già appresi per scappare e nascondersi. L'attenzione deve concentrarsi sul produrre il miglior risultato possibile con azioni che sono già state apprese e verificate.

Quando invece è necessario sperimentare e creare, lo stato di gioco è di gran lunga più utile.

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: https://www.psychologytoday.com/blog/freedom-learn/200811/the-value-play-i-the-definition-play-gives-insights

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Il gioco è certamente una delle attività fondamentali per l'essere umano.

Durante l'infanzia, esso riveste un ruolo cruciale all'interno dello sviluppo psicologico, in quanto accompagna nell'apprendimento di skills a livello cognitivo, emotivo e sociale. Anche nelle fasi successive della vita, giocare rimane uno spazio insostituibile.

 

In questo articolo, il primo di una serie sull'argomento “giochi”, cominciamo a entrare in confidenza con l'argomento approfondendone 5 caratteristiche chiave.

 

Altri miei contributi simili che potrebbero incontrare i vostri interessi sono i seguenti:

- 5 motivazioni psicologiche per giocare di più (http://www.psicologo-milano.it/newblog/psicologia-gioco/)

- Videotutorial: il gioco nei bambini da 0 a 2 anni: 4 campanelli d'allarme‬ (https://www.youtube.com/watch?v=SvBoH9O8-sY)

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10 alimenti utili alla nostra psiche secondo la ricerca scientifica

10 alimenti utili alla nostra psiche secondo la ricerca scientifica | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Il cibo è qualcosa di estremamente importante, non solo per la nostra salute fisica, ma anche per la nostra salute mentale.

 

Non solo esso costituisce un'eccellente risorsa di vitamine, nutrienti ed antiossidanti, ma un numero sempre maggiore di ricerche sostengono l'ipotesi che ciò che mangiamo ogni giorno possa migliorare in maniera significativa il nostro umore e supportare il trattamento di ansia e depressione. In questo senso, la “psichiatria nutrizionale” (o “psichiatria del cibo”) è un nuovo campo in crescita che sta ottenendo sempre più consensi.

 

Il regime alimentare occidentale è ad alto contenuto calorico, povero di nutrienti e altamente trasformato, con conseguenti calorie in eccesso senza un corrispettivo apporto nutritivo. Numerosi lavori hanno riscontrato che questo tipo di alimentazione può aumentare l'ansia e la depressione (de Costa Estrela et al., 2015).

Inoltre, la ricerca ha mostrato che cibi ad alto contenuto di grassi e zuccheri sono in grado di renderci temporaneamente più felici e di confortarci emotivamente (per questo rientrano nel cosiddetto “comfort food”), rischiando tuttavia di creare un ciclo di auto-medicazione che può indurre una certa dipendenza.

 

Al contrario, una dieta Mediterranea ricca di alimenti quali pesce, olio d'oliva, frutta secca e cereali integrali è stata collegata alla riduzione dei tassi di depressione. Ad esempio, uno studio ha dimostrato che coloro che avevano seguito una dieta mediterranea per quattro anni avevano ridotto il loro rischio di depressione di circa 40-60 per cento (Sánchez-Villegas et al., 2009).

Un'altra ricerca ha rilevato che una dieta ricca di bacche e verdure a foglie verdi, chiamata MIND (Mediterranean—Intervention for Neurodegenerative Delay), un ibrido ottenuto dall'unione tra dieta mediterranea e dieta per le persone con pressione sanguigna alta, era connessa ad un abbassamento significativo del rischio di sviluppare demenza di Alzheimer (Morris et al., 2015).

 

Ecco allora una classifica di 10 alimenti “sani per il cervello” che possono rivelarsi utili in situazione di ansia o umore depresso:

 

1) Verdure a foglia verde e broccoli

Verdure a foglia verde (come cavoli, spinaci, cavolo cinese etc) e broccoli contengono acido folico, calcio, magnesio e vitamina K. L'acido folico è un supplemento utilizzato per migliorare condizioni depressive. Le verdure a foglia verde contengono anche sostanze che aiutano il fegato nel processo di smaltimento delle tossine.   

 

2) Vongole, cozze e ostriche

I molluschi bivalvi contengono alti livelli di vitamina B12, importante per i processi di neurotrasmissione cerebrale. Se siete vegetariani o vegani, potreste avere un basso contenuto di vitamina B12 nel vostro organismo poichè essa si trova principalmente in alimenti di origine animale. In questo caso, è fondamentale per la salute del vostro cervello trovare fonti alternative di vitamina B12.  

 

3) Pesce e olio di pesce

Alcuni studi hanno scoperto che un elevato consumo di pesce può ridurre la depressione, grazie agli acidi grassi omega-3 in esso contenuti (Li et al., 2015). Se state facendo uso di integratori di omega-3, la maggior parte degli studi raccomanda un'assunzione da 1 a 3 grammi al giorno per l'umore, e suggerisce che i livelli di acido eicosapentaenoico (EPA) non dovrebbero mai superare quelli di acido docosaesaenoico (DHA) elencati sull'etichetta (Mgh Center For Women's Mental Health, 2010). Al fine di evitare l'esposizione al mercurio presente nel pesce, le donne incinte dovrebbero prestare attenzione alla quantità e tipo di pesci di cui si nutrono. La FDA (Food and Drug Administration) raccomanda di evitare di consumare pesce spada, sgombro e squalo durante la gravidanza. Le donne in attesa possono tuttavia mangiare altre tipologie di pesce fino a 12 volte alla settimana (FDA, 2004).

 

4) Noci, mandorle e nocciole

La frutta secca è una buona fonte di vitamina E. Inoltre, uno studio (Sánchez-Villegas et al., 2013) ha dimostrato che una dieta mediterranea integrata ogni giorno con 30 grammi di frutta secca, come noci, mandorle, nocciole, poteva avere un ruolo significativo nel ridurre la depressione.  

 

5) Mirtilli

E' stato dimostrato che i mirtilli sono utili per proteggere il cervello. Uno studio ha riscontrato che mangiare mirtilli settimanalmente riduceva il rischio di sviluppare demenza di Alzheimer (Morris et al., 2015).

 

6) Lenticchie, Ceci, Fagioli

I legumi contengono alti livelli di acido folico e zinco, entrambi utilizzati come integratori efficaci per trattare la depressione (Ranjbar et al., 2013). Assumere abbastanza zinco è particolarmente importante per vegetariani e vegani in quanto il suo assorbimento può essere ridotto del 50% da alcuni elementi contenuti nelle piante, i fitati. Inoltre, i fagioli sono una buona fonte di proteine e mantengono stabili i livelli di zucchero nel sangue; i fagioli neri contengono anche alti livelli di folati.

 

7) Cioccolato fondente e cacao grezzo

Cioccolato fondente e cacao contengono polifenoli, un tipo di antiossidanti naturali presenti nelle piante (Pandey & Rizvi, 2009). In una ricerca, alcuni soggetti ricevevano al buio una bevanda a base di cioccolato e registravano un miglioramento dello stato di calma e contentezza (Pase et al., 2013). In generale, cercate di privilegiare il cacao grezzo in polvere che non contiene zuccheri aggiunti. 

 

8) Semi di zucca

Un quarto di tazza di semi di zucca contiene quasi la metà della dose giornaliera raccomandata di magnesio, un minerale essenziale che si è rivelato utile per proteggere da depressione e ansia (Młyniec el al., 2014). I semi di zucca contengono anche zinco, acidi grassi omega-3 a base vegetale e triptofano, noto quest'ultimo per favorire il ripristino dei meccanismi fisiologici che regolano il sonno e l'umore.

 

9) Alimenti fermentati e probiotici

Recentemente, molti ricercatori stanno cercando di fare luce sull'importante collegamento tra i batteri nell'intestino (il cosiddetto "secondo cervello") e i nostri stati emotivi (Foster et al., 2013). Ad esempio, alimenti fermentati come il kimchi e i crauti contengono probiotici che si sono rivelati utili nel ridurre l'ansia sociale (Hilimire et al., 2015). Più in generale, alimenti fermentati e probiotici possono essere efficaci nell'alleviare stati ansiosi e depressivi: in uno studio su modelli animali, i topo cui erano stati somministrati probiotici si comportavano come se avessero assunto Prozac, un farmaco antidepressivo. E' stato anche dimostrato che integratori in polvere a base di probiotici possono ridurre pensieri negativi quando si è di umore triste (Steenbergen et al., 2015).  

 

10) Curcuma

Il principio attivo della curcuma è la curcumina, un composto anti-infiammatorio che si è rivelato utile nel migliorare l'efficacia di farmaci antidepressivi (Yu et al., 2015). La si può bere in un thè oppure la si può aggiungere come ingrediente ai piatti di tutti i giorni. 

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: https://www.psychologytoday.com/blog/urban-survival/201509/top-10-foods-better-mood

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Recentemente sono sempre di più gli articoli sul web che stilano classifiche di alimenti “sani per il cervello” e in grado di portare benefici significativi in caso di condizioni di sofferenza emotiva come ansia e depressione.

 

Nel contributo di oggi cerchiamo di riassumere solo quei risultati che sono supportati da ricerche scientifiche, di cui trovate citato l'articolo originale pubblicato su riviste peer-review.

 

Da psicologo, ritengo che l'utilizzo di questi cibi sia utile in situazioni di benessere al fine di stare sempre meglio, mentre in situazioni di malessere significativo sia da affiancare a terapie psicologiche o farmacologiche.

 

Se siete interessati a conoscere più nel dettaglio l'effetto degli alimenti fermentati sull'ansia sociale, potete farlo in questo articolo: http://www.psicologo-milano.it/newblog/ansia-sociale-cibi-ridurla/

Qui invece un approfondimento sul rapporto tra il cibo in generale e la nostra psiche: http://www.psicologo-milano.it/newblog/rapporto-cibo-mente/

 

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Vi state sforzando troppo di piacere agli altri? 5 campanelli d'allarme

Vi state sforzando troppo di piacere agli altri? 5 campanelli d'allarme | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Cercare di piacere agli altri non è di per sé una cosa negativa.

 

Tuttavia, per alcune persone, questo comportamento può diventare un automatismo che conduce a sacrificare altri aspetti importanti per il proprio benessere psichico pur di soddisfare i desideri dell'altro.

 

Ecco cinque campanelli d'allarme che segnalano che i vostri sforzi per piacere agli altri sono diventati eccessivi e controproducenti..

 

1. Non dite mai di no

 

Dire di sì alle richieste che vi vengono poste significa che state dicendo no a qualcos'altro, magari di importante per voi.

Che si tratti dell'ennesima attività di volontariato che non vi permette di trascorrere del tempo con la vostra famiglia o l'incapacità di declinare un invito a cena del vostro vicino di casa che non vi consente di andare in palestra, dire sì a tutto ha delle conseguenze ben precise sulla vostra possibilità di fare ciò che desiderate.

Suggerimento: se dire “sì” è diventata la vostra risposta automatica, esercitatevi a dire “devo capire ancora bene i miei programmi, poi ti do una risposta”. Dopodichè, prendetevi un po' di minuti per prendere in considerazione ciò che veramente volete fare prima di fare promesse.

 

2. Fate fatica a prendere decisioni

 

Se siete abituati a rispondere alle domande sulla base di ciò che pensate che le altre persone vogliano sentirsi dire, è probabile che abbiate una certa difficoltà a prendere decisioni per voi stessi.

Tutto, dalla scelta di un nuovo paio di scarpe alla decisione di cosa mangiare a pranzo, può diventare qualcosa di difficoltoso se avete permesso per lungo tempo che le opinioni delle altre persone soffocassero la vostra voce.

Suggerimento: Fate della consapevolezza di voi stessi una priorità. Iniziare a fare attenzione alle vostre preferenze, alle vostre opinioni e ciò che invece non vi va a genio. Cercate di comprendere quali attività vi aiutano a sentirvi più vivi, sereni e appagati. Con la pratica, potrete sviluppare una maggiore consapevolezza dei vostri bisogni.

 

3. Siete restii a chiedere aiuto

 

A volte le persone che hanno più probabilità di dire sì a tutte richieste degli altri sono anche le meno propense a chiedere aiuto. Se si ha difficoltà a chiedere aiuto, anche solo su piccole cose, si rischia di perdere preziose opportunità di vita.

Suggerimento: ponetevi l'obiettivo di fare una richiesta al giorno, anche semplice, come chiedere a un familiare di fare una commissione per voi o ad un collega di tenervi il posto ad una riunione. Più vi esercitate, più vi verrà semplice farlo.

 

4. Non state vivendo secondo i vostri valori

 

Se state investendo tutte le vostre energie facendo ciò che desiderano gli altri, con ogni probabilità significa che non state vivendo secondo i vostri valori. Se amate trascorrere tempo con i vostri figli ma non riuscite a dire di no ad un amico che continua a chiedervi favori, il rischio è che non riusciate mai a fare le cose che sono più importanti per voi. Ci sono solo un numero prestabilito di ore durante ogni giorno, dunque è importante che investiate il vostro tempo facendo le cose che più contano per voi.

Suggerimento: esaminare come state spendendo la maggior parte del vostro tempo e cercare di comprendere se state dedicando abbastanza energie alle cose che sono importanti per voi. In caso contrario, ponetevi dei piccoli obiettivi che vi aiuteranno ad iniziare a vivere più in sintonia con i vostri valori.

 

5. Non riuscite a definire confini sani

 

Se vi sentite di non poter dire di no ad un amico che chiede continui prestiti di denaro, o se avete paura di parlare quando vostra suocera cerca di intromettersi nel vostro matrimonio, questa difficoltà nel mantenere confini sani può avere conseguenze molto negative sulla vostra vita. Inoltre, se permettete alle altre persone di violare il vostro tempo o il vostro spazio, molto probabilmente finirete per sviluppare risentimento verso di loro.

Suggerimento: Non permettete alle altre persone di approfittare di voi e travalicare dei sani confini. Prendete consapevolezza del vostro potere e usatelo per mantenere tempi e spazi personali. Accettate che, qualche volta, dire la vostra potrebbe indurre le altre persone ad arrabbiarsi con voi. Non abbiate troppa paura dei piccoli conflitti, che possono sgonfiarsi con la stessa velocità con cui sono sorti. Con il tempo, vi accorgerete che affermare i vostri diritti e i vostri confini non è così pericoloso come immaginavate.

 

E' veramente difficile sentirsi psicologicamente forti e soddisfatti quando tutte le vostre energie sono impegnate a compiacere le persone attorno a voi. La buona notizia è che non è necessario il permesso di nessun altro per iniziare a prendervi cura di voi stessi e dei vostri bisogni.

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: https://www.psychologytoday.com/blog/what-mentally-strong-people-dont-do/201508/5-signs-youre-trying-too-hard-please-everyone

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Fate di tutto per piacere agli altri e compiacerli, anche a costo di mettere in secondo piano ciò che è importante per voi?

 

Ecco 5 campanelli d'allarme che segnalano che i vostri sforzi per piacere agli altri sono diventati svantaggiosi per il vostro benessere psicologico e che state sacrificando (pericolosamente) qualcosa di molto importante: i vostri bisogni.

 

A questo proposito, molto calzante è il video che ho fatto sui “5 maggiori rimpianti delle persone in punto di morte”, lo trovate qui: https://www.youtube.com/watch?v=qPnUzk6jKwk

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Psicologia degli odori

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Samuel Johnson, celebre letterato del diciottesimo secolo, era conosciuto per il suo comportamento eccentrico e per il suo aspetto trasandato. In un episodio che è più probabilmente una leggenda che un fatto realmente accaduto, una giovane donna lo provocò in merito alla sua mancanza di igiene.

“Mr. Johnson, lei emana un forte odore.”

“No Madam” avrebbe risposto lui. “Lei emana un forte odore... io puzzo!”.

 

La cultura americana è stata a lungo ossessionata dall'odore del corpo.. e dal desiderio di rimuovere ogni traccia di esso. Durante la seconda guerra mondiale, si dice che i russi si rendessero conto dell'arrivo degli yankee (le truppe americane) dal profumo di sapone emanato dai loro corpi.

 

E anche noi, non ci limitiamo a lavarci. Ci disinfettiamo e ci deodoriamo in modo quasi ossessivo. Ci cospargiamo di profumi ed essenze di ogni tipo con l'obiettivo di dissimulare ogni odore del nostro corpo.

 

La psicologa italiana Mariella Pazzaglia sostiene che gli odori “se la stiano vedendo brutta”, sia a causa del nostro atteggiamento nei confronti dell'igiene, sia per la mancanza di interesse dedicata a questo argomento dalla psicologia.

 

In un recente numero di Current Directions in Psychological Science, la dott.ssa Pazzaglia sostiene che il nostro senso dell'olfatto, quando utilizzato per sentire gli odori corporei altrui, è una componente fondamentale delle nostre interazioni sociali, e va ad integrare le informazioni ottenute tramite altri sensi, come la vista o l'udito.

 

L'olfatto è uno dei nostri tre sensi telerecettori, cioè quei sensi che ci forniscono informazioni sugli oggetti a distanza. Il tatto ed il gusto richiedono il contatto fisico con l'oggetto, mentre la vista, l'udito e l'olfatto ci forniscono informazioni sull'ambiente che si estende oltre i nostri corpi.

 

Inoltre, spesso sentiamo l’odore di una persona ancora prima di vederla o sentirla. Ciò accade perchè la vista o l'udito hanno bisogno di un'attenzione focalizzata, e se non stiamo attenti a quello che ci circonda possiamo non accorgerci della presenza altrui. L'olfatto, invece, è sempre in funzione, anche al di fuori della nostra consapevolezza cosciente. Spesso, è il rilevamento inconsapevole di un odore del corpo che ci avverte della presenza di un'altra persona, e ci permette in un secondo momento di attivare la nostra attenzione visiva o uditiva verso la nuova presenza.

 

Ognuno di noi ha un odore del corpo unico, e questo ci permette di riconoscere i nostri familiari che hanno un odore simile al nostro. Anche i neonati riconoscono le loro madri dall'odore.

In generale, le persone con odori corporei nettamente diversi dal nostro vengono rapidamente e inconsapevolmente identificati come stranieri o nemici, generando in noi uno stato di allerta.

L'odore del corpo ci fornisce quindi informazioni sul corredo genetico di un'altra persona: se sentiamo un odore simile al nostro, probabilmente queste persone saranno parte della nostra famiglia e ci forniranno sostegno quando necessario; se invece sentiamo un odore molto diverso dal nostro, è probabile che queste persone non abbiano a cuore i nostri interessi.

 

Naturalmente, questa logica evolutiva risulta completamente invertita quando si tratta di accoppiamento. L'idea di base della riproduzione è infatti quella di procurare nuovi geni alla generazione successiva. Vogliamo evitare la consanguineità, dunque eviteremo di accoppiarci con chi emana un odore troppo simile al nostro. Gli odori corporali sono forse il più importante strumento per evitare l'incesto, sia tra gli esseri umani che tra gli animali. Così, gli odori corporei non familiari tendono ad essere più attraenti in campo riproduttivo.

In una serie di esperimenti, un gruppo di giovani uomini dovevano indossare mascherine mediche su naso e bocca e valutare alcune fotografie di donne. Quando le mascherine erano imbevute di profumo a base di agrumi, gli uomini valutavano le donne in media cinque anni più giovani rispetto alla loro età reale. Quando invece le mascherine erano imbevute di profumi floreali o speziati, valutavano il peso delle donne come inferiore in media di 4 kg rispetto a quanto era in realtà. In altre parole, il nostro senso dell'olfatto può influenzare la nostra percezione visiva.

Le persone che hanno un odore corporeo molto diverso dal nostro hanno probabilmente un corredo genetico diverso dal nostro, e sono dunque dei buoni potenziali partner riproduttivi.

Inoltre, gli odori del corpo forniscono anche indicazioni riguardo il sesso, l’età, lo stato di salute, la fertilità ed addirittura la stabilità emotiva di una persona, tutti fattori fondamentali nel gioco dell'accoppiamento. Ad esempio, gli uomini valutano foto di donne significativamente meno attraenti quando sono imbevute di lacrime femminili.

 

Più in generale, tendiamo ad utilizzare gli odori corporei per valutare gli stati emotivi degli altri. Ad esempio, quando abbiamo paura emettiamo odori che gli altri possono percepire e grazie ai quali possono venirci in aiuto e, viceversa, sentiamo l'odore della paura altrui. Inoltre, l'olfatto sembra svolgere un ruolo anche nel contagio emotivo, situazione in cui lo stato di eccitazione di una persona si estende agli altri membri del gruppo.

 

Infine, è importante tenere a mente che i nostri sensi non funzionano in modo isolato. Piuttosto, il nostro cervello integra le informazioni da ogni senso per costruire la nostra esperienza cosciente del mondo.

Poiché gli odori sono processati rapidamente, essi possono influenzare il modo in cui le informazioni provenienti dagli occhi e dalle orecchie vengono interpretate. E poichè la maggior parte degli odori vengono elaborati a livello inconscio, siamo generalmente inconsapevoli dei modi importantissimi in cui gli odori corporei impattano sulla nostra vita sociale.

 

References:

Pazzaglia, M. (2015). Body and odors: not just molecules, after all. Current Directions in Psychological Science, 24, 329-333.

 

Vai alla fonte in lingua originale: https://www.psychologytoday.com/blog/talking-apes/201509/you-smell-and-thats-good-thing

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Il senso dell'olfatto è un canale di informazione fondamentale su ciò che succede nel mondo intorno a noi.


Esso rappresenta prima di tutto un alleato cruciale per la nostra sopravvivenza fisica: ci avverte della presenza di situazione di potenziale pericolo, come un incendio, una fuga di gas, sostanze non commestibili.


Ovviamente, questo senso ha anche importanti implicazioni dal punto di vista psicologico, alcune delle quali sono approfondite in questo articolo: l'olfatto ci guida nei legami con gli altri, ci viene in aiuto nel comprenderne gli stati emotivi e, spesso, può influenzare le percezioni provenienti dagli altri sensi in modo inaspettato.

 

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Dimmi come pensi e ti dirò che musica ti piace: l'associazione tra stili cognitivi e gusti musicali

Dimmi come pensi e ti dirò che musica ti piace: l'associazione tra stili cognitivi e gusti musicali | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Una nuova ricerca (Greenberg et al., 2015), pubblicata sulla rivista PLoS ONE, sembra suggerire un interessante link tra stile di pensiero di una persona e gusti musicali.

 

Nello specifico, gli psicologi della University of Cambridge hanno scoperto che l'approccio cognitivo di una persona (in particolare se il soggetto in questione tende ad “empatizzare”, cioè ama concentrarsi sulle emozioni degli altri, oppure a “sistematizzare”, cioè ama analizzare le regole e i modelli del mondo) sembra influenzare le preferenze in senso musicale.

 

Poco si sa di ciò che determina il nostro gusto musicale. Negli ultimi dieci anni, i ricercatori si sono chiesti se i nostri gusti musicali riflettessero caratteristiche esplicite, come l'età o la personalità. In questo senso, sembra che le persone aperte alle nuove esperienze tendano a preferire musica blues, jazz, classica o folk, e le persone estroverse e amichevoli preferiscano musica pop, colonne sonore, musica religiosa, soul, funk, elettronica, generi di danza (Rentfrow & McDonald, 2009).

 

In questo nuovo studio, un team di ricercatori guidati da David Greenberg e supervisionati dal Professor Simon Baron-Cohen, è andato ad esplorare come ad influenzare le nostre scelte in campo musicale sia lo stile cognitivo.

 

Lo stile cognitivo era valutato considerando se il soggetto in questione avesse punteggi più elevati in empatia (la nostra capacità di riconoscere e rispondere ai pensieri e alle emozioni degli altri), in sistematizzazione (il nostro interesse a comprendere i meccanismi che regolano il funzionamento dei fenomeni del mondo), oppure avesse un punteggio bilanciato tra le due dimensioni.

 

"Anche se i gusti musicali delle persone si modificano nel tempo, abbiamo scoperto che lo stile di pensiero delle persone predice le loro preferenze in fatto di musica” ha commentato Greenberg.

 

I ricercatori hanno condotto diverse analisi su oltre 4.000 partecipanti che sono stati reclutati soprattutto attraverso l'applicazione “myPersonality” su Facebook. Ai partecipanti veniva chiesto di compilare alcuni questionari psicologici e successivamente di ascoltare e valutare 50 pezzi musicali. I brani proposti appartenevano ad oltre 26 generi e sottogeneri musicali, al fine di minimizzare le possibilità che i soggetti facessero qualche associazione personale o culturale con il pezzo presentato.

 

I ricercatori hanno trovato che i soggetti che riportavano alti livelli in empatia tendevano a preferire musica “dolce” (romantica, lenta e rilassante come nei generi R&B, soft rock), musica “poco pretenziosa” (poco complessa e acustica, come accade nel folk, nel country o nel cantautorato) e musica “contemporanea” (che utilizza elementi elettronici e percussioni come avviene nei generi elettronica, latina, acid jazz e pop europeo).

 

Gli stessi soggetti, dall'altra parte, tendevano a detestare “musica intensa” (sonora e aggressiva, come il rock classico, il punk e l'heavy metal) e a non apprezzare la musica “complessa e sofisticata” (come la musica classica).

 

Al contrario, soggetti con punteggi elevati in sistematizzazione preferivano musica intensa o complessa, ma non erano appassionati di musica dolce e poco pretenziosa.

 

Gli stessi risultati hanno trovato conferma anche all'interno di generi specifici: coloro che avevano tendenze verso l'empatia preferivano pezzi jazz dolci e poco pretenziosi mentre coloro che tendevano a sistematizzare prediligevano pezzi jazz intensi e sofisticati (complessi o d'avanguardia).

 

Approfondendo le analisi, i ricercatori hanno anche scoperto che coloro che avevano esibito altri punteggi in empatia preferivano musica con un minore dispendio energetico (gentile, sensuale, riflessiva, calda), oppure che esprimeva emozioni negative (toni tristi o malinconici) o caratterizzata da profondità emotiva (poetica, rilassante, riflessiva).

 

Chi aveva uno stile cognitivo più orientato verso la sistematizzazione preferiva al contrario musica con un alto livello di energia (forte e con elementi di tensione), che esprimeva emozioni positive (animata e divertente) e caratterizzata da un elevato grado di profondità cerebrale e complessità.

 

Greenberg, che è anche un sassofonista jazz, sostiene che questa ricerca potrebbe avere delle importanti implicazioni per l'industria musicale: “Moltissimo denaro viene speso ogni giorno in algoritmi che scelgono e propongono la musica alle persone, ad esempio su piattaforme come Spotify and Apple Music. Conoscendo lo stile di pensiero di una persona, tali servizi potrebbero a ragion veduta proporre dei pezzi musicali indicati per ogni individuo”

 

Il Dr. Jason Rentfrow, altro autore dello studio, ha commentato: "Questa linea di ricerca mette in evidenza come la musica sia uno specchio del sé. La musica è l'espressione di ciò che siamo emotivamente, socialmente e cognitivamente".

 

Il Professor Simon Baron-Cohen ha concluso "Questo nuovo studio è un'affascinante estensione della teoria 'empatia-sistematizzazione' delle differenze tra individui in termini psicologici (Baron-Cohen, 2003). La ricerca può aiutarci anche a comprendere meglio le persone affette da autismo, che tipicamente sono dei grandi sistematizzatori”.

 

Ecco un elenco di pezzi musicali che, sulla base dei risultati ottenuti, i ricercatori ritengono adatti a persone con particolari stili cognitivi:

 

Soggetti con alti livelli di empatia

- Hallelujah - Jeff Buckley (https://www.youtube.com/watch?v=WIF4_Sm-rgQ)

- Come away with me - Norah Jones (https://www.youtube.com/watch?v=lbjZPFBD6JU)

- All of me - Billie Holliday (https://www.youtube.com/watch?v=4P0hG3sD0-E)

- Crazy little thing called love – Queen (https://www.youtube.com/watch?v=zO6D_BAuYCI)

 

 

Soggetti con alti livelli di sistematizzazione

- Concerto in C - Antonio Vivaldi (https://www.youtube.com/watch?v=4w-irhx-Gcs)

- Etude Opus 65 No 3 -- Alexander Scriabin (https://www.youtube.com/watch?v=pPvfq5H8PgQ)

- God save the Queen - The Sex Pistols (https://www.youtube.com/watch?v=yqrAPOZxgzU)

- Enter the Sandman – Metallica (https://www.youtube.com/watch?v=CD-E-LDc384)

 

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://psychcentral.com/news/2015/07/23/musical-preferences-indicate-cognitive-style/87227.html

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Una nuova ricerca, pubblicata a luglio 2015 sulla rivista PLoS ONE e condotta da Greenberg e colleghi (tra cui il Professor Simon Baron-Cohen!), suggerisce un affascinante collegamento tra lo stile cognitivo di una persona e i suoi gusti musicali.

 

In altre parole, secondo la ricerca, la vostra predilezione per un genere oppure per un altro potrebbe essere in parte connessa al modo in cui siete soliti approcciarvi al mondo, in particolare se tendete all'empatia (ossia amate concentrarvi sulle emozioni degli altri) oppure alla sistematizzazione (cioè amate analizzare le regole e i modelli del mondo).

 

Ascoltate i pezzi che ho messo in coda all'articolo. Quale delle due liste preferite?

Probabilmente la vostra preferenza vi dirà qualcosa sul vostro stile cognitivo.. Vi ritrovate?

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Psicologia della scelta: 10 spunti strategici per prendere una decisione

Psicologia della scelta: 10 spunti strategici per prendere una decisione | Parliamo di psicologia | Scoop.it

“Divergevano due strade in un bosco,

io presi la meno battuta,
..e da lì tutta la differenza è venuta”

 

Come il poeta Robert Frost, tutti noi ci troviamo dinnanzi a decisioni determinanti per il nostro futuro ogni giorno.

Se vi trovate bloccati ad un bivio o, davanti a molte alternative, non sapete proprio cosa scegliete, ecco una raccolta di spunti provenienti dalla ricerca scientifica su come prendere una decisione.


1. Informarsi

Anche se le decisioni prese “di pancia” possono essere molto azzeccate, informarsi prima è un passo di vitale importanza. E’ assolutamente fondamentale raccogliere le informazioni di cui necessitate circa le opzioni a disposizioni ed analizzarle in modo adeguato. Alcune ricerche (ad esempio Dijksterhuis et al., 2009) mostrano che le decisioni dettate dall’istinto tendono ad essere più attendibili quando provengono da persone informate. Insomma, conoscere bene l'argomento in questione può rendere la propria intuizione maggiormente affidabile.


2. Parlare con persone che hanno dovuto affrontare decisioni simili

Parlare con una serie di persone che hanno attraversato i diversi percorsi al vaglio e che sono disposte ad esporsi in modo sincero può essere molto utile. Ogni esperienza è diversa da qualsiasi altra, ma ci potrebbe essere comunque molto da imparare da quelle altrui. Alcune ricerche (come Gilbert et al., 2009) suggeriscono che questo approccio può essere molto utile per sviluppare la capacità di predire le proprie possibili reazioni a determinati eventi futuri.

 

3. Tenere in considerazione la dissonanza cognitiva post-decisionale

La ricerca dimostra che le persone tendono a vedere il percorso scelto più positivamente una volta intrapreso. Questo fenomeno è chiamato “dissonanza cognitiva post-decisionale” (Festinger 1957, Lawler et al., 1975), ossia l’incapacità di riconoscere e ammettere i propri errori o, nello specifico, di riconoscere di aver preso una decisione sbagliata. La dissonanza cognitiva post-decisionale può influenzare la nostra capacità decisionale spingendoci nella direzione verso cui ci stavamo già muovendo senza considerare vie alternative.


4. Chiedersi cosa si sceglierebbe se nessuno si intromettesse

In molte decisioni, i bisogni e i desideri delle persone amate sono centrali e assumono un certo peso. Spesso però siamo influenzati eccessivamente anche da altri fattori esterni, ad esempio quale scelta ci darebbe maggiore prestigio o cosa la gente penserà. Quando si cade preda di questi pensieri scomodi, una strategia utile consiste nell'immaginarci uno scenario in cui nessuno sappia o si preoccupi delle decisioni che prendiamo. E’ fondamentale identificare quali degli obiettivi che ci poniamo sono in linea con quanto vogliamo davvero e quali invece ci sono stati in realtà dettati da altro.


5. Non lasciarsi guidare dalla paura, senza però ignorarla

Per crearsi la vita desiderata occorre correre dei rischi, alcune volte anche grossi. Dire che non si devono mai prendere decisioni basate sulla paura sarebbe troppo semplicistico, visto che la paura ci proteggere dal pericolo, tuttavia quando incappiamo in decisioni molto importanti della vita sarebbe bene evitare di fare sempre scelte che ci proteggano da qualsiasi rischio. A questo proposito, si è visto che focalizzarsi sull’evitamento della paura invece di perseguire ciò che vogliamo è associato alla solitudine e l’insicurezza.


6. Cercare alternative

Spesso ci si focalizza solo sulle opzioni già vagliate, tralasciando potenziali alternative. Bisognerebbe chiedersi invece: esistono varianti alle opzioni considerate che potrebbero funzionare? Ci sono sentieri completamente diversi che varrebbe la pena esplorare? Per esempio, quando si sta cercando di decidere fra due potenziali partner, si potrebbe decidere di non scegliere nessuno dei due. Se si fosse molto indecisi potrebbe essere segno che nessuna delle opzioni è quella corretta e che, un terza possibilità, potrebbe essere quella più opportuna.


7. Smettere di pensarci per un po’

Ruminare su una decisione da prendere può avere conseguenze molto negative. Impantanarsi nei dettagli può interferire inoltre con la propria abilità nel fare chiarezza su cosa si vuole realmente. Alcune ricerche (tra cui Creswell el al., 2013) suggeriscono che distrarsi dalla decisione da prendere per un po’ di tempo e ritornarci poi con la mente fresca possa aiutare a fare la mossa giusta (naturalmente dopo essersi informati a dovere!).


8. Mettere alla prova ogni opzione

Alcune ricerche dimostrano che le persone tendono a prendere decisioni differenti a seconda dello stato d'animo che hanno nel momento della scelta. Per bypassare questo problema, immaginate di aver preso la vostra decisione e mantenete questa scelta per qualche giorno. Questa strategia vi permetterà di verificare come vi sentite nei giorni successivi sulla base della via che avete “scelto” di intraprendere.


9. Considerare come il vostro “sè futuro” si sentirà

Nel suo TED talk (qui l'intervento per intero in lingua originale: https://www.ted.com/talks/dan_gilbert_you_are_always_changing/transcript?language=en) lo psicologo Daniel Gilbert afferma: “tutti noi ce ne andiamo in giro con l’illusione di essere appena diventati le persone che eravamo destinate a diventare e che saremo così per il resto della nostra vita..  ma si tratta di una illusione appunto" . Nella sua ricerca egli ha dimostrato che le persone tendono a sottovalutare quanto i loro valori, la personalità, le preferenze e gli hobby cambieranno nei prossimi dieci anni. Uscire da questa illusione ci può motivare a scegliere cosa è meglio per il nostro presente piuttosto che per il nostro futuro. Sebbene sia difficile predire esattamente cosa vorremo in futuro, sarebbe sempre meglio considerare la possibilità che si potrebbe desiderare qualcosa di molto diverso da quello che si desidera ora.


10. Accettare che la decisione perfetta non esiste

Prendere una decisione difficile può essere particolarmente stressante quando si immagina che ci sia una sola scelta giusta possibile e si deve solo capire quale sia. La verità è che spesso anche questa fatidica “scelta giusta” ha i suoi lati positivi e negativi. Qualsiasi strada si decida di intraprendere si proverà sempre un po’ di tristezza, perdita e dispiacere, ma questo non significa aver fatto la scelta sbagliata.

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: https://www.psychologytoday.com/blog/in-love-and-war/201505/10-keys-making-your-mind

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Cosa fare quando non si ha idea di cosa fare? 


Nell'articolo di oggi passiamo in rassegna 10 spunti provenienti dalla ricerca psicologica che è bene avere in mente quando siamo davanti ad una decisione difficoltosa.


A proposito di scelte, se sei un collega e non ha ancora deciso con quale orientamento psicoterapeutico continuare la tua formazione, non perdere il videocorso gratuito dedicato agli psicologi che vogliono meglio orientarsi nel mare magnum delle scuole di specializzazione e l'intervista che ho fatto in merito al Prof Cionini, ex presidente della Federazione Italiana delle Associazioni di Psicoterapia e autore del libro "modelli di psicoterapia". Trovi tutto il materiale qui: http://www.psicologo-milano.it/professione-psicologo/52-informaopl/524-come-scegliere-la-scuola-di-psicoterapia

 

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PsicoCuriosità: con quanto cervello in meno possiamo vivere?

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Nel 2014, una donna cinese di 24 anni si presenta in ospedale lamentando vertigini e nausea.

Una scansione del cervello rileva che è totalmente priva del cervelletto, un'area cerebrale coinvolta nel controllo motorio e nell'equilibrio. Lo spazio che esso avrebbe dovuto occupare risultava pieno di liquido cerebrospinale (qui il report del caso: http://brain.oxfordjournals.org/content/138/6/e353).

 

Come è possibile non accorgersi di non avere una porzione sostanziale di cervello?

 

Quello che l'esperienza clinica dimostra è che è possibile sopravvivere, e anche in modo felice, senza estese parti del cervello. I medici della donna ritengono che altre parti del cervello, come la corteccia, abbiano assunto e vicariato le funzioni solitamente ad appannaggio dell'area che non si era sviluppata.

 

Storie come queste, che raccontano di persone nate senza intere regioni cerebrali o a cui sono state rimosse chirurgicamente ampie parti dell'encefalo, possono rilevare informazioni preziose sul funzionamento del nostro cervello e sulla sua capacità di “compensare” eventuali mancanze.

 

"Il piccolo cervello"

Anche se la donna cinese senza cervelletto ha iniziato a camminare in ritardo (attorno a 7 anni) e, da adulta, riportava alcune difficoltà di movimento, rimaneva comunque in grado di muoversi.

Il cervelletto, noto anche come "piccolo cervello", si presenta come una sorta di “cavolfiore” posizionato nel retro dei due emisferi cerebrali. Occupa circa il 10% del volume totale del cervello, ma contiene una porzione significativa dei neuroni del cervello.

Il compito principale del cervelletto è di controllare i movimenti volontari, il coordinamento e l'equilibrio, anche se recenti ricerche evidenziano un suo ruolo nel linguaggio, nelle emozioni, nella memoria e nell'attenzione. Le persone che soffrono di patologie o lesioni a carico del cervelletto solitamente riportano gravi menomazioni nel movimento e nel linguaggio.

Tuttavia, la donna cinese, una delle sole nove persone note per avere vissuto senza cervelletto, aveva solo deficit motori lievi-moderati e un linguaggio discretamente difficoltoso.

Il suo caso mette in luce la straordinaria capacità del cervello di ricalibrasi al fine di adattarsi a nuove esigenze, una caratteristica chiamata “neuroplasiticità”.

 

Rimozione di mezzo il cervello

E' noto un certo numero di casi di persone prive di metà del cervello.

Una ragazza adolescente in Germania, ad esempio, è nata senza l'emisfero destro. Il problema non è stato scoperto fino a quando non ha compiuto tre anni. Secondo i medici, la ragazza ha un normale funzionamento psicologico e sta vivendo una vita normale.

A volte, per trattare le convulsioni o asportare un tumore, i medici devono rimuovere un emisfero in un'operazione nota come “emisferectomia”. L'intervento è stato effettuato per la prima volta su un cane dal fisiologo tedesco Friedrich Goltz. Walter Dandy ha poi aperto la strada a questo intervento su un paziente umano nel 1923 per rimuovere un tumore al cervello. Quindici anni più tardi, il neurochirurgo Kenneth McKenzie ha eseguito un emisferectomia su una ragazza di 16 anni, con conseguente eliminazione delle sue convulsioni.

Oggi, l'emisferectomia è l'ultima risorsa per i bambini che soffrono di attacchi epilettici intrattabili. Convulsioni persistenti, se non trattate, possono danneggiare il cervello in via di sviluppo e la chirurgia è un'opzione per i pazienti con crisi epilettiche gravi che non rispondono ai farmaci.

Gary Mathern, neurochirurgo presso l'Università della California, spiega che tale chirurgia è di solito effettuata su bambini di età inferiore a dieci anni, e, talvolta, di appena un paio di mesi.

“Si tratta di una procedura abbastanza rara, ma negli Stati Uniti se ne contano circa qualche centinaio ogni anno”, spiega.

La chirurgia può avere risultati molto significativi, con il 75-80% dei bambini che dopo l'operazione risulta totalmente libero dalle convulsioni. Incredibilmente, la memoria e la personalità si sviluppano normalmente dopo l'emisferectomia, e anche le prestazioni accademiche dei bambini spesso migliorano dopo l'intervento chirurgico.

I pazienti che hanno subito un'emisferectomia riportano alcuni deficit. "In primo luogo, essi hanno una perdita delle funzioni sensoriali e motorie nel lato opposto del corpo, spesso zoppicando o sperimentando la perdita dell'uso della mano opposta all'emisfero rimosso”, dice Mathern. “Ma se si esegue l'operazione in giovane età, l'altro emisfero del cervello assume molte funzioni, compensando la perdita attraverso la neuroplasticità”.

 

Più di mezzo cervello mancante

Succede di rado ma, come dimostrato anche in un recente caso (qui il report: http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736%2807%2961127-1/abstract), anche le persone prive della maggior parte del cervello possono vivere una vita normale.

Un uomo francese di 44 anni è andato dal medico a causa di un problema alla gamba sinistra.

I medici sono rimasti scioccati quando, osservando la risonanza magnetica alla testa dell'uomo, si sono accorti che la maggior parte della sua cavità cranica era piena di liquido cerebrospinale, con solo un sottile foglio di tessuto cerebrale che rivestiva l'interno del cranio.

Il suo quoziente intellettivo era sotto la media, ma l'uomo non era mentalmente instabile. Era sposato, padre di due figli, e lavorava come dipendente in un ufficio delle imposte locali.

Da bambino, l'uomo aveva sofferto di una condizione detta idrocefalo (che comporta un accumulo di liquido nel cervello) e aveva un drenaggio inserito per deviare la soluzione acquosa. Il drenaggio era stato rimosso quando aveva 14 anni, ma il liquido in eccesso si era accumulato e aveva schiacciato il cervello verso il cranio. L'accumulo era così esteso che i ventricoli cerebrali, piccole camere che contengono liquido cerebrospinale, si erano notevolmente ampliate a avevano spinto il cervello contro le pareti craniche.

Fino a quando il problema alla gamba non era emerso, l'uomo non aveva idea che la sua testa fosse essenzialmente pieno di liquido. Una volta inserito un nuovo drenaggio, i problemi neurologici dell'uomo si placarono e, in poche settimane, era di nuovo al lavoro.

 

Plasticità cerebrale

Il caso dell'uomo francese, come gli altri, rivela l'enorme potenziale del cervello di riorganizzarsi e adattarsi a fronte di un danno precoce.

Se alcune parti del cervello sono mancanti dalla nascita, o rimosse in tenera età, diverse altre parti possono assumere le funzioni che normalmente verrebbero svolte dalle parti mancanti e riadattare il danno cerebrale.

Oltre alla plasticità del cervello, i buoni risultati in questi casi sono dovuti ad un altro fattore: la capacità di molteplici strutture cerebrali differenti di supportare una singola funzione.

Molte delle funzioni importanti del nostro cervello non sono appannaggio di una singola regione cerebrale ma sono supportate da più regioni che lavorano insieme. Se una regione non può eseguire una funzione, altre parti possono vicariare.

La capacità del cervello di recuperare è un'ottima notizia per le persone nate senza alcune strutture cerebrali o che hanno subito emisferectomia.

Anche con un apporto apparentemente minimo di cervello, alcune persone sono ancora in grado di vivere un vita normale, appagante e, a volte, senza nemmeno rendersi conto di ciò che manca.

 

Vai alla fonte in lingua originale: https://www.braindecoder.com/how-much-of-the-brain-can-you-live-without-1257759671.html

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Quando le persone subiscono lesioni cerebrali localizzate in una o più aree del cervello vanno incontro alla compromissione della funzione cognitiva regolata da quella specifica area.

 

E' anche così che abbiamo scoperto l'importanza dell'area dell'ippocampo per la memoria o delle aree prefrontali per le abilità di pianificazione.

 

Eppure sono noti nel mondo casi di persone che, prive di intere porzioni del cervello, di uno dei due emisferi, o addirittura della maggior parte dell'encefalo, sono in grado di esibire un buon funzionamento globale e condurre una vita soddisfacente.

 

Ciò avviene soprattutto in quei casi in cui tali aree si rivelano mancanti fin dalla nascita o comunque vengono asportate per motivi medici in età precoce, e le altre aree del cervello vanno a compensare le funzioni deficitarie: è il potere della “neuroplasticità”!

 

In merito al funzionamento del cervello, possono interessarti anche i seguenti articoli: "5 passi per mantenere in salute il nostro cervello (e prevenire la demenza senile" (http://www.psicologo-milano.it/newblog/prevenire-demenza-senile/) e "Fai funzionare meglio il tuo cervello: metodi realistici per prestazioni geniali" (http://www.psicologo-milano.it/newblog/fai-funzionare-meglio-il-tuo-cervello-metodi-realistici-per-prestazioni-geniali/

 

Inoltre, se non l'hai ancora vista, non perderti la mia infografica su “Il cervello in cifre” (http://www.psicologo-milano.it/newblog/il-cervello-cifre-infografica/)

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Siti di incontri: come possono danneggiare la nostra psiche?

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I siti di incontri hanno recentemente invaso il mondo, i nostri computer e i nostri cellulari.

Oggigiorno le persone sembrano essere letteralmente catturate dalla facilità e dalla convenienza con cui questi strumenti permettono di cercare l’amore attraverso lo scorrere rapido di un dito sullo schermo.

Perché sentirsi nervosi per il fatto di dover parlare con una ragazza ad una festa quando si può scegliere di conversare con lei per tutto il tempo che si desidera virtualmente senza conseguenze?

Queste app rendono gli accoppiamenti incredibilmente più facili, oltre che potenzialmente infiniti, e tutti noi sappiamo come in questo periodo storico ci piaccia rendere le cose sempre più semplici e veloci.

Molti psicologi e ricercatori, tuttavia, stanno cominciando a mostrare una certa preoccupazione in merito. Queste app, che apparentemente rendono tutto più facile, stanno rovinando la nostra capacità di socializzare al di fuori dello schermo di un cellulare o di un computer.

Ecco qui di seguito perché la cultura dello scorrimento rapido rischia di avere conseguenze molto negative sulla nostra psiche.

 

Nessun rischio, solo ricompensa

Gli esseri umani sono creature sensibili e tendono ad evitare emozioni negative nelle situazioni di ogni giorno. Tuttavia gli appuntamenti nella vita reale sono pieni zeppi di responsabilità e di rischi. Dato che gli esseri umani desiderano evitare la sofferenza, il sito di incontri Tinder sembra essere la soluzione perfetta per bypassare spiacevoli epiloghi. Grazie al suo principio di base, la geolocalizzazione, Tinder propone profili di utenti prossimi a noi. Sono presenti alcune foto per decidere se il profilo è di proprio gradimento e, se la riposta è affermativa, basta uno scorrimento a destra per iniziare la conversazione, a patto che l'altro manifesti lo stesso interesse. Attraverso questo sito gli utenti possono parlare con potenziali partner senza esperire la possibilità di un reale rifiuto, quello che invece potrebbe succedere fuori dal web. Questo porta le persone ad osare molto di più rispetto a quanto farebbero nella vita reale: il piacere maggiore deriva dal poter parlare con una persona attraente senza il rischio di essere feriti. In conseguenza a questa tendenza, stanno emergendo alcuni problemi. Nonostante queste app siano presenti soltanto da pochi anni, quindi non siamo ancora in grado di vederne gli effetti dannosi, molti ricercatori affermano che sia già atto un processo di “smussamento della socialità”. Le persone desiderano e desidereranno sempre di più una sensazione di totale comfort nel momento in cui conoscono nuovi potenziali partner, volendo eliminare radicalmente la percezione di senso di inadeguatezza e paura di essere rifiutati, esperienza resa possibile solo dai siti di incontri online.

Il nostro tempo sta diventando sempre più pieno di amici virtuali, mentre nelle realtà sociali siamo sempre meno motivati a prenderci il rischio di parlare con persone che reputiamo interessanti perché i social provvedono a questo per noi. Perdendo la nostra motivazione a prenderci rischi e a costruire legami oltre lo schermo, diventiamo sempre meno capaci nelle interazioni faccia a faccia.

 

Pensare continuamente alla prossima scelta

Le app di appuntamenti stanno inoltre portando verso relazioni sempre meno monogame. Le persone stanno cominciando a pensare “Se posso avere un numero x di partner, perchè accontentarmi di uno soltanto?” Questa mentalità comporta una diminuzione dell’investimento nella relazione: il risultato sono relazioni deboli e poco stabili. A lungo andare questa cultura farà sì che le persone avranno relazioni sempre più superficiali. Quello che conta sarà la quantità, non la qualità. Nello stesso modo in cui usiamo il computer per fare ricerche invece di sfogliare più libri, le persone oggigiorno hanno la possibilità di incontrare gente nuova e accedere al sesso grazie a queste app e con una facilità e velocità impressionante. L’abilità di cercare e costruire legami pian piano potrebbe svanire. Le implicazioni future: abbastanza presto diventeremo menefreghisti e distaccati. Non solo ci dimenticheremo come socializzare con persone nuove, ma diventeremo anche sempre più pigri nelle nostre relazioni più longeve e profonde ora che è più semplice essere “circondati” da persone.

 

Scomparsa delle componenti di comunicazione

Quando interagiamo con gli altri, vi sono 7 essenziali componenti che contribuiscono alla comunicazione. Queste componenti sono: la postura, le espressioni facciali, l'intonazione di voce, il contatto visivo, i gesti, l'intensità dell'eloquio e le pause. "Interagire" tramite applicazioni del telefono porta ad eliminare tutte queste componenti in quanto diventano inutili. Secondo il dottor Dan Siegel, professore di psichiatria presso la UCLA School of Medicine, a causa di ciò, i social media stanno letteralmente modificando il nostro cervello. Con una diminuzione delle interazioni sociali faccia a faccia, i nostri cervelli sono sempre più abituati a decodificare la forma lineare della comunicazione: testi scritti su uno schermo. Qual è il problema? Quando siamo impegnati a guardare e decodificare parole scritte attiviamo principalmente il nostro emisfero sinistro, mentre durante le interazioni reali viene attivato soprattutto l’emisfero destro, deputato all’elaborazione delle emozioni e alla nostra memoria autobiografica. Spendendo il nostro tempo leggendo sms, chat, o strisciando il dito sullo schermo, l’area emotiva del nostro cervello si sta disattivando sempre più.

 

Il punto debole di queste app

La perdita delle componenti della comunicazione è il punto debole di questi siti, in quanto incide negativamente sull'efficacia del risultato dell'accoppiamento.

Utilizzando queste applicazioni è quasi impossibile dire con che tipo di persona si sta chattando, perché le persone utilizzano proprio le 7 componenti elencate precedentemente per valutare la compatibilità con un potenziale partner.

Quando si utilizza una applicazione del cellulare per trovare l'amore, manca l'80% del quadro sulla persona.

In definitiva, i siti di incontri ci fanno perdere solo del tempo, in quanto abbiamo a disposizione una quantità troppo limitata di informazioni riguardanti la persona che sta dall’altra parte dello schermo.

Continuando a non utilizzare gli strumenti naturali che gli esseri umani hanno sempre usato per trovare partner, queste componenti cominceranno a scomparire completamente. Tuttavia sono proprio queste che ci permettono di identificare se l’altro è la persona giusta per noi!

 

Conclusione

Non vi è dubbio: anche se può sembrare facile e veloce strisciare il dito su uno schermo per trovare un partner, continuando così ci aspettano effetti disastrosi.

Gli psicologi di tutto il mondo stanno esprimendo una crescente preoccupazione per una cultura che ha facile accesso a quasi qualsiasi cosa desideri. Ci sono alcune cose nella vita che richiedono tempo, impegno e intensa dedizione. E' ciò che ci rende umani, e abbiamo bisogno di riprendere il controllo del nostro mondo in rapida evoluzione se vogliamo rimanere ancora umani.

 

Bibliografia:

Garcia, J., Reiber, C., & Massey, S. (2012). Sexual Hookup Culture: A Review. American Psychological Association (APA), 16(2), 161-176. doi:10.1037/a0027911

Gmoser, J. (2014, December 24). REVEALED: How Social Media Is Changing Our Brains And Reshaping Our Relationships. Retrieved August 18, 2015, from http://www.businessinsider.com/social-media-impact-brain-relationships-siegel-2014-12

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.psych2go.net/the-problem-with-tinder-why-swiping-will-damage-our-psyches/

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Vi siete mai chiesti come la rapida evoluzione tecnologica che stiamo attraversando cambierà la nostra psiche? E, nello specifico, come le applicazioni per cellulari di incontri, magari quelli che hanno come funzione la geolocalizzazione, cambieranno il nostro modo di amare e relazionarci?

Oggi vi propongo un articolo che affronta proprio questo argomento.

L'autore propone una posizione effettivamente molto estrema e comunica grave preoccupazione circa gli effetti che questi nuovi strumenti per trovare il partner avranno su tutti noi a lungo termine.

Che ne pensate?

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INVIDIA: identikit dell’emozione tenuta celata e spunti per usarla costruttivamente

INVIDIA: identikit dell’emozione tenuta celata e spunti per usarla costruttivamente | Parliamo di psicologia | Scoop.it

L’invidia è un’emozione che spesso viene tenuta nascosta.

Se siamo invidiosi di qualcuno difficilmente lo ammetteremo, eccetto forse con una persona che è a sua volta invidiosa e che può allearsi con noi nel denigrare l'oggetto dell'invidia.

Le circostanze nelle quali possiamo essere invidiosi hanno sempre a che fare con paragoni sociali e competizioni tra noi ed altre persone. Questi paragoni e competizioni fanno parte della vita e fungono come mezzo di autovalutazione: attraverso il confronto con l'altro ognuno di noi misura se stesso. Quando da questi paragoni sociali ne usciamo “perdenti”, ecco accendersi l'emozione dell'invida.

Dato ciò, è facile capire come essa possa essere considerata un'emozione spiacevole, da celare e non condividere: per quanto tutti noi possano provarla, l'invidia ci connette con una percezione di essere inadeguati, mancanti (di fatto non possediamo ciò che l'altro possiede) e questo si ripercuote sulla nostra autostima.

Per sbarazzarci di questo sentimento spiacevole, abbiamo sostanzialmente due strade: o denigriamo colui che possiede ciò che desideriamo, oppure eleviamo noi stessi. Ovviamente la via più costruttiva non passa né dal distruggere l'altra persona (ad esempio svalutandola o sperando che perda la qualità che tutti ammirano di lui), né dall'elevare noi stessi in modo manipolatorio, bensì dal cominciare un percorso di miglioramento che conduca anche noi a conquistare ciò che desideriamo e attualmente ci manca.

 

Quali sono i pensieri e le emozioni che l’invidia produce?

 

Le emozioni evocate dall’invidia sono essenzialmente sentimenti ostili (rabbia e aggressività) nei confronti dell’altro che possiede ciò che a noi manca e angoscia interna per se stessi. Se qualcuno che invidiamo ottiene successo, inoltre, ci sentiamo particolarmente afflitti in quando ci sentiamo più o meno consapevolmente inferiori. Qualunque sia la cosa che invidiamo agli altri (un oggetto o una qualità) spesso abbiamo la sensazione che questo bene abbia una disponibilità limitata: non tutti possono possederlo, è per tale motivo che viene fortemente desiderato. Alla luce di quanto detto, la qualità invidiata dà all’altro una inconsapevole posizione di potere su di noi.

 

Quali le manifestazioni nascoste dell'invidia?

 

Occorre anche sottolineare che l’invidia ha svariate manifestazioni, alcune delle quali possono trarci in inganno. Per esempio è possibile confondere l’invidia per una persona con l'attrazione. L’ostilità che si prova nei confronti di un altro che possiede qualcosa che desidereremmo in questo caso viene mutata in un sentimento di stima e venerazione. Può succedere così che ci si innamori di qualcuno non in virtù della persona che è, ma per quello che possiede: soldi, potere, status sociale, intelligenza. Si crede che essendo legati a quella persona si possa raggiungere più facilmente quello che si desidera. Purtroppo, a lungo andare, l'inganno iniziale svanisce e subentra quell'aggressività che, probabilmente, celavano anche a noi stessi. In aggiunta bisogna anche riportare che non sempre l’invidia appartiene in prima battuta a se stessi, ma può originarsi da altre figure che ci circondano. Per esempio, se i nostri genitori hanno problemi finanziari, possiamo invidiare tutti coloro che hanno soldi, oppure se i nostri genitori elogiano l’istruzione universitaria, traguardo per noi impossibile da raggiungere, possiamo invidiare tutti coloro che sono molto intelligenti.

 

Detto tutto ciò.. dato che le emozioni si sono evolute per garantire la nostra sopravvivenza, quale potrebbe essere lo scopo dell’invidia?

 

Essendo connessa alla competizione e al paragone con gli altri per misurare le nostre capacità, l'invidia ha l'obiettivo di spingerci a fare di più e di lavorare duramente per raggiungere quell’obiettivo tanto bramato. Quando riusciamo a utilizzare costruttivamente il confronto con qualcuno, cioè non per distruggere l’altra persona ma per comprendere la caratteristiche che anche noi vorremmo arrivare a possedere, l’invidia può trasformarsi in ammirazione e diventare un carburante utile per realizzare i nostri obiettivi e accelerare il nostro percorso di crescita. Ovviamente è necessario che ciò a cui aspiriamo sia realistico e alla nostra portata: se le nostre aspettative sono esagerate e irraggiungibili, il nostro desiderio di possesso e successo si scontrerà presto con la realtà provocando una caduta dell’autostima, e l’unico esito sarà un'esperienza soggettiva di vergogna, delusione e invidia.

 

 

Spunti per utilizzare l'invidia in modo costruttivo

 

Ecco 4 suggerimenti che vi aiuteranno a passare dalla posizione di semplice spettatore invidioso a persona attiva motivata a migliorarsi:

 

1) Fare paragoni ponderati: Come già accennato, quando vi confrontate con qualcuno, focalizzatevi su ciò che vi accomuna e su obiettivi realistici.

 

2) Invece che denigrare l'altro, cercate di migliorarvi: Una volta che avete fatto un paragone realistico e vi siete sentiti “in difetto” rispetto a qualcosa che desiderate, cercate di migliorare voi stessi piuttosto che sminuire gli altri denigrandoli (anche quando è la prima cosa che vi verrebbe in mente di fare!). Affossare gli altri non è la soluzione: i confronti sono all'ordine del giorno e una volta tolto di mezzo un termine di paragone, ce ne sarà un altro. Chiedetevi piuttosto se è possibile prendere spunto da questo qualcuno per aumentare le vostre competenze e capacità, e impegnatevi per farlo.

 

3) Focalizzatevi su mete concrete: Identificate gli obiettivi che vi permetteranno di passare dal semplice bramare la qualità dell’altro al darsi da fare per perseguirla e farla propria. Percepire controllo sulla situazione è il primo passo per il cambiamento.

 

4) Riconoscete quando fermarvi: Se quello che desiderate sembra fuori dalla vostra portata o irrealistico, oppure se vi rendete conto di essere consumati dal perfezionismo o da una invida maligna, considerate l'ipotesi di fare un passo indietro. Rivalutate se le vostre aspettative sono realistiche, imparate a conoscere le vostre competenze e apprezzate quello che già avete.

 

5) Complimentatevi: Alcune ricerche suggeriscono che fare complimenti rispetto alle qualità di un altro che invidiamo è benefico. Identificate ciò che vi piace dell'altra persona e complimentatevi per i risultati che è riuscita ad ottenere. Vi sentirete più ispirati a cambiare quando vedrete l’altro come meritevole di quello che possiede

 

 

 

Vai alla fonte in lingua originale:  https://www.psychologytoday.com/blog/intense-emotions-and-strong-feelings/201103/envy-the-emotion-kept-secret

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Un collega riceve la promozione a cui aspiravamo.. le sorti sentimentali di un'amica si mettono decisamente meglio delle nostre.. un compagno di studi brilla a tutti gli esami universitari.. ed ecco accendersi dentro di noi l'emozione dell'invidia: la sentiamo, ma siamo riluttanti ad ammetterla....

 

Nell'articolo di oggi diamo uno sguardo alla dinamiche alla base di questa emozione e vediamo se e come è possibile utilizzarla anche a nostro vantaggio. Come tutte le emozioni, infatti, anche l'invidia ha in sé un forte potenziale evolutivo nel momento in cui sappiamo coglierlo...

 

In tema di emozioni, non perdetevi il mio articolo “Le 12 leggi delle emozioni” (QUI: http://www.psicologo-milano.it/newblog/12-leggi-delle-emozioni/) dove vengono sintetizzate alcune linee guida sul funzionamento delle nostre emozioni.

 

Lo sapevate che anche la rabbia può essere resa costruttiva?

Lo spiego in questo (https://www.youtube.com/watch?v=NjSg1NutRSg)  breve video con un semplice esercizio psicologico

 

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8 strategie per chiedere (e ottenere) quello che si desidera

8 strategie per chiedere (e ottenere) quello che si desidera | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Come ripete il ritornello di uno dei grandi classici della musica rock, "You can’t get always what you want" dei Rolling Stones, non sempre è possibile ottenere quello che si vuole.

I bambini solitamente urlano fino a sfinire il genitore nell'intento di ottenere quello che desiderano. Anche alcuni adulti si comportano in modo capriccioso per avere quello che vogliono, magari non curanti del fatto che l’altro mostri resistenza nell'esaudire le suddette richieste.

 

Alcuni di noi sono migliori di altri nella sofisticata “arte del chiedere”, riuscendo con facilità a soddisfare i propri bisogni e a raggiungere obiettivi prefissati facendo in modo che l’altro sia ben disposto a soddisfare la richiesta fatta. Pensiamo ai venditori, per esempio, che passano la loro vita a farci credere che quello che stanno vendendo ci occorre assolutamente.

 

Pensiamo invece all’ambito del sesso. Molte persone trovano difficile chiedere al partner di soddisfare le proprie fantasie, sono imbarazzati oppure temono di fare una figura ridicola o sentirsi rifiutati dall’altro.

 

Molte sono le situazioni nelle quali desideriamo che l’altro soddisfi i nostri bisogni: ottenere un favore dal proprio collega, una aumento dal proprio capo, sperare di ricevere un regalo particolare dal partner, convincere un amica a fare qualcosa per noi, fino a volersi sedere in un pullman affollato.

 

Con una quantità così alta nella nostra vita di richieste che rivolgiamo agli altri, sembra che conoscere i segreti del chiedere alle persone in modo tale che dicano sì sia un sostanziale vantaggio.

 

Ecco una raccolta di 8 semplici strategie da applicare in tutte le situazioni:

 

1. Fare richieste ragionevoli

 

La tecnica della “porta in faccia” è utilizzata dai venditori e in generale nell'ambito del marketing per portare le persone ad esaudire delle richieste. Essa consiste nel porre una richiesta decisamente elevata e irragionevole al nostro interlocutore, ad esempio una donazione di 100 euro, a cui seguirà quasi certamente un rifiuto (una metaforica “porta in faccia”). A questa si fa immediatamente seguire una richiesta più piccola, come una donazione di 5 euro (la cifra che, in realtà, speravamo di ottenere), che sarà valutata dall'interlocutore più modesta e ragionevole rispetto alla precedente e dunque più probabilmente accettata.

Sebbene questa tecnica sia risultata efficace in ambito di marketing, può essere controproducente nelle normali situazioni relazionali. Chiedere al vostro capo due settimane di vacanza quando ciò a cui puntate sono un paio di giorni non è una buona idea. Piuttosto, fissate il vostro obiettivo e formulate una richiesta che sia ragionevole in base ai vostri bisogni e a ciò che pensate l'altro sia disposto ad accettare.

 

2. Non addurre troppe motivazioni

 

Uno studio condotto dallo psicologo Daniel Feiler e colleghi (2012) ha mostrato che, a fronte di una richiesta di donazione, gli studenti del campione erano disposti a concedere una parte dei loro soldi quando lo sperimentatore forniva una sola motivazione.

Indipendentemente dalla tipologia di motivazione, altruistica (aiutare gli altri) o egoistica (sentirsi bene con se stessi), gli studenti a cui veniva fornita una sola motivazione davano il doppio dei soldi rispetto a quelli a cui venivano fornite entrambe.

Dunque: trovate una sola ragione valida e fatela sembrare la più convincente possibile in modo da assicurarvi che l'altro dica sì.

 

3. Scoprire quali sono i pensieri che ci bloccano nel fare la richiesta

 

Studi su donne titubanti a chiedere un aumento di stipendio hanno mostrato che l’ostacolo maggiore risiede spesso nel fatto che le stesse non si sentono degne di chiedere un salario più alto.

Prima di fare la vostra richiesta, occorre dunque che andiate a vagliare alcuni aspetti che, se non considerati, rischieranno di sabotarvi.

Avete dei pregiudizi nascosti secondo cui le persone come voi (genere, età, etnia, grado sociale) non dovrebbero desiderare più di ciò che hanno già? Quali sono le situazioni in cui esperite sensazione di inadeguatezza? Avete paura che chiedendo di più qualcun altro come il vostro partner, amico o genitore si sentirà offeso?

Guardate le vostre paure di chiedere ed esaminate perché siete spaventati a fare una richiesta che desiderate.

 

4. Scrivere su un pezzo di carta la richiesta prima di farla

 

Scrivere su un foglio la richiesta che intendete fare vi permetterà di organizzare i vostri pensieri in modo da essere meno preoccupati rispetto a cosa dire. Inoltre, vedendo scritte le ragioni che vi portano a fare quella richiesta, potrete notare se è ragionevole abbastanza da essere accettata. Anche esercitarsi con un amico può essere una strategia utile per essere meno imbarazzati.

 

5. Prendere in considerazione i bisogni degli altri

 

Quando stiamo cercando di ottenere che la nostra richiesta venga rispettata, spesso ci concentriamo su come ci sentiamo e dimentichiamo come possono sentirsi gli altri.

Se qualcuno, davanti alla vostra richiesta, sembra essere scosso, preoccupato o stressato considerate l'ipotesi di modificarla e renderla accettabile all'altro.

Fate attenzione anche a non scivolare nell'estremo opposto, ossia ascoltare solo i bisogni dell'altro: se passano mesi e la richiesta non è stata ancora fatta perché si teme che l’altro possa imbarazzarsi o rimanere deluso, è giunto il tempo di indagare i propri eventuali sentimenti di insicurezza e inadeguatezza.

 

6. Essere gentili

 

Fare le richieste con un sorriso è molto più produttivo che dirle in tono sgarbato.

Se la richiesta è scritta, quindi non si può usare il linguaggio del corpo, iniziate e terminate con una nota positiva in modo da catturare l’attenzione di chi legge e risultare amichevoli. Inoltre rileggetela e siate sicuri che non sia troppo asettica o troppo sdolcinata. Ovviamente, ricordatevi di ringraziare!

 

7. Evitare gli ultimatum

 

Anche se speriamo che gli altri trovino sempre ragionevoli i nostri desideri, dobbiamo sempre tenere presente che è possibile che dicano di no. Attenzione a proporre degli ultimatum in quanto ci faranno sembrare agli occhi degli altri egoisti e viziati. Inoltre, l’ultimatum rischia di far terminare la relazione con la persona che ci ha detto no, anche quando non era nostra intenzione .

 

8. Non tenere il broncio

 

Se la vostra richiesta non incontra un sì, considerate la possibilità di lasciare, definitivamente o temporaneamente, perdere. Può succedere di ricevere un no e le motivazioni sottostanti possono essere molteplici. Se mostrate di essere infastiditi ed arrabbiati sembrerete immaturi e lamentosi piuttosto che adulti ragionevoli che fanno richieste ragionevoli e che sanno portare pazienza ed aspettare un secondo momento quando le circostanze saranno favorevoli per vedere il proprio desiderio esaudito. Chiedetevi perché la vostra richiesta è stata negata, se potrà essere soddisfatta successivamente o se è meglio modificarla. 


 

Se avete seguito queste 8 dritte e la vostra richiesta, nonostante sia ragionevole e vi siano tutte le condizioni per realizzarla, non è stata ancora presa in considerazione, continuate a portala avanti con determinazione. Benchè non sempre potrete ottenere quello che volete, avete il diritto di esprimere ciò di cui avete bisogno. 

.

 

Vai alla fonte in lingua originale:  https://www.psychologytoday.com/blog/fulfillment-any-age/201212/9-ways-ask-and-get-what-you-want

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Come vi regolate quando dovete fare una richiesta ad un interlocutore? Avete in mente alcune strategie che possono aumentare la probabilità che i vostri bisogni vengano soddisfatti?


Nell'articolo di oggi approfondiamo 8 ingredienti che non possono mancare in una richiesta efficace.

 

Tra i miei prontuari su come svolgere alcune azioni quotidiane sfruttando strategie e conoscenze messe a punto dalla psicologia e da altre discipline che studiano il comportamento umano, potete anche leggere QUESTO (http://www.psicologo-milano.it/newblog/come-chiedere-scusa/) articolo, in cui fornisco alcuni spunti per chiedere scusa in modo efficace.  

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Videogiochi: i benefici cognitivi secondo la ricerca scientifica

Videogiochi: i benefici cognitivi secondo la ricerca scientifica | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Spesso si sente dire che i videogiochi possono nuocere a bambini e adulti.

Li si considera passatempi passivi e poco costruttivi, che creano dipendenza, favoriscono l'isolamento sociale, l'obesità e la violenza, e li si contrappone ad altre attività ludiche considerate più sane e creative.

In realtà, la ricerca scientifica dimostra i numerosi benefici dei videogames sulla nostra psiche, in modo particolare a livello cognitivo.

Ovviamente, un uso consapevole e guidato dal buon senso è premessa fondamentale per non scivolare nell'abuso.

 

Scendendo del dettaglio della ricerca scientifica a riguardo, in un recente numero della rivista Journal of Play (2014) è stato pubblicato un articolo in cui i ricercatori Adam Eichenbaum, Daphne Bavelier e C. Shawn Grenn hanno raccolto e riassunto alcuni importanti risultati che dimostrano gli effetti positivi e duraturi dei vidoegames sui processi mentali di base quali la percezione, l'attenzione, la memoria e il processo decisionale (Eichenbaum et al., 2014).

 

La maggior parte della ricerca di questo filone si riferisce a videogames d'azione, cioè giochi che richiedono ai giocatori di muoversi rapidamente, mantenere traccia di molti elementi alla volta, tenere una buona quantità di informazione in contemporanea nella loro mente e prendere decisioni in frazioni di secondo. Molte delle abilità necessarie in questi giochi sono proprio quelle molti psicologi considerano alla base dell'intelligenza.

 

Questo filone di ricerca si avvale di studi di correlazione e studi sperimentali.

Negli studi di correlazione, giocatori abituali di videogames sono confrontati in alcune prove percettive e cognitive con persone (comparabili) che invece non giocano a videogiochi. La scoperta tipica è che i giocatori superano i non giocatori in qualunque test. Questo suggerisce che il gioco sia implicato nelle migliori prestazioni, ma non lo dimostra fino in fondo in quanto è possibile che le persone che scelgono di giocare con i videogiochi abbiano in partenza capacità cognitive e percettive più elevate. Dimostrazioni più stringenti provengono da studi cosiddetti sperimentali in cui tutti i partecipanti sono inizialmente non giocatori e poi solo alcuni sono invitati a giocare con un particolare videogames per un certo numero di ore al giorno e per un certo numero di giorni. In questi esperimenti, il risultato tipico è che coloro che hanno giocato mostrano poi un miglioramento delle capacità percettive e cognitive di base, cosa che non avviene nel gruppo di coloro che non hanno giocato.

 

Di seguito sono elencati i principali benefici cognitivi dei videogames rilevati in anni di ricerca (tutti riassunti nell'articolo di Eichenbaum e colleghi). Eccoli:

 

1) Miglioramento in processi visivi di base

 

- Maggiore sensibilità al contrasto visivo. Cinquanta ore di videogiochi d'azione (parzionati in 10 giorni) possono migliorare la sensibilità al contrasto visivo (la capacità di distinguere sottili differenze di tonalità di grigio) (Li et al., 2009).

 

- Trattamento dell'ambliopia. L'ambliopia (detta anche "occhio pigro") è una malattia che si manifesta nella prima infanzia nella quale uno dei due occhi sviluppa una visione deficitaria. Li e colleghi (2011) hanno sviluppato un esperimento nel quale alcuni adulti con questo disturbo giocavano con videogiochi d'azione utilizzando solo l'occhio malfunzionante (l'altro occhio era coperto). Altri adulti affetti dalla malattia svolgevano altre attività, sempre con l'occhio funzionante coperto, come lavorare a maglia o guardare la televisione. Coloro che avevano giocato, rispetto alla condizione di controllo, hanno mostrato un significativo miglioramento. In particolare, la visione nell'occhio precedentemente pigro risultava molto implementata o addirittura acquisiva un normale funzionamento, e l'attenzione spaziale e la visione steroscopica (la capacità di coordinare i due occhi per vedere in profondità) ritornavano alla normalità.

 

2) Miglioramenti nelle funzioni di attenzione e vigilanza

 

- Miglioramento dell'attenzione spaziale. Green & Bavelier (2012) hanno rilevato che i videogiochi d'azione possono migliorare le prestazioni nella capacità di individuare, rapidamente, uno stimolo bersaglio in un campo di distrattori, un test che è stato riscontrato essere un buon predittore della capacità di guida.

 

- Miglioramento della capacità di seguire oggetti in movimento in un campo di distrattori. Videogiochi d'azione si sono rivelati in grado di migliorare la capacità di bambini e adulti di mantenere l'attenzione su una serie di oggetti in movimento che erano visivamente identici ad altri oggetti in movimento nel campo visivo (Trick et al., 2005).

 

- Riduzione dell'impulsività. I videogiochi d'azione si sono anche rilevati in grado di migliorare le prestazioni in un test che misurava la capacità di astenersi dal rispondere a stimoli non bersaglio in una situazione sperimentale in cui la maggior parte degli stimoli richiedevano una risposta mentre stimoli occasionali non richiedevano nessuna risposta (Dye, Verde, e Bavelier, 2009).

 

- Terapia della dislessia (disturbo specifico della lettura). La dislessia, almeno in alcuni casi, sembra connessa a problemi di attenzione visiva. Uno studio ha dimostrato che anche solo 12 ore di alcuni specifici videogiochi miglioravano i punteggi dei bambini dislessici nei test di lettura e fonologia (Franceschini et al, 2013).

Il miglioramento è stato uguale o, in alcuni casi, maggiore di quello ottenuto con training sviluppati specificamente per trattare la dislessia.

 

 

3) Miglioramento nelle funzione esecutive

 

Il funzionamento esecutivo si riferisce alla capacità di una persona di utilizzare le proprie risorse mentali (quali la percezione, l'attenzione, la memoria) in modo da conseguire una rapida risoluzione di problemi e un efficace processo decisionale. Molti esperimenti hanno mostrato effetti positivi dei videogames proprio sulle funzioni esecutive. Ecco alcuni esempi:

 

- Maggiore capacità di impegnarsi in task multipli simultaneamente. Chiappi e colleghi (2013) hanno trovato che 50 ore di videogames d'azione miglioravano significativamente le prestazioni in un test chiamato “Multi-Attribute Task Battery”, creato sulla base delle competenze richieste a piloti d'aereo. Il test consiste nell'utilizzare un joystick per mantenere un bersaglio al centro di uno schermo, monitorare i livelli di carburante, gestire le spie su un pannello di controllo e ascoltare e rispondere alle comunicazioni radio. Punteggi elevati in questo test correlano con le reali prestazione nel pilotaggio di aerei.

 

- Maggiore flessibilità mentale. Numerose ricerche hanno dimostrato che i videogiochi d'azione possono migliorare la capacità delle persone di passare rapidamente e senza errori tra attività che hanno richieste diverse (Anderson et al, 2010; Green et al, 2012; Colzato et al, 2014).

 

- Rallentamento del declino delle funzioni cognitive che accompagna l'invecchiamento. Flessibilità cognitiva, attenzione, memoria di lavoro e ragionamento astratto sono tutte funzioni cognitive che tendono a diminuire con l'età. Molti esperimenti con partecipanti anziani dimostrano i benefici dei video giochi in tutte queste abilità (ad esempio Basek et al., 2008). Uno studio ha trovato che tale attività non solo conduceva ad un miglioramento cognitivo nei partecipanti anziani, ma anche ad una migliore autostima e una migliore qualità di vita (Torres, 2011).

 

4) Miglioramento in termini di competenze lavorative

 

Molti studi indicano che i videogiochi possono migliorare le prestazioni sul posto di lavoro, soprattutto in quelle professioni che richiedono una buona coordinazione oculo-motoria, attenzione, eccellente memoria di lavoro e rapidità decisionale.

Uno studio di correlazione, per esempio, ha mostrato che i giocatori di videogames erano migliori dei non giocatori nell'abilità di far volare e atterrare aerei droni e, in questa capacità, erano sostanzialmente bravi come i piloti addestrati (MKinley et al., 2011). Un altro studio ha rivelato che giovani chirurghi inesperti che erano anche accaniti giocatori di videogames potevano addirittura raggiungere performance migliori rispetto ai loro colleghi chirurghi più esperti (Rosser et al., 2007).

Infine, in un altro esperimento, chirurghi novizi che erano stati sottoposti ad un training con videogiochi d'azione risultavano poi più bravi in una simulazione di chirurgia laparoscopica rispetto a coloro che non avevano svolto il training (Schlickum et al., 2009).

 

 

Vai alla fonte in lingua originale:  https://www.psychologytoday.com/blog/freedom-learn/201502/cognitive-benefits-playing-video-games

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Se siete genitori e tendete a storcere il naso davanti alle richieste di vostro figlio di giocare con i videogames a causa dei presunti effetti negativi che avete sentito in giro, la ricerca riassunta in questo articolo potrebbe contribuire a farvi rivedere almeno in parte la vostra posizione.


La maggior parte della ricerca in merito suggerisce infatti che le affermazioni circa gli effetti negativi dei videogiochi siano in gran parte dei miti, e che gli effetti positivi siano reali e significativi.

Le competenze che i videogiochi aiutano a sviluppare sono tra quelle essenziali nel mondo di oggi!

 

Come sempre, un uso consapevole e adeguato costituisce una presupposto fondamentale per beneficiare di questi molti vantaggi (ma questo riguarda ogni attività umana!).

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