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Videotutorial - Esercizio psicologico: ogni difetto contiene un pregio...

E' pronto il mio secondo videotutorial sulla psicologia...
Oggi presento un esercizio per cogliere i pregi delle persone che non tolleriamo.


Cosa ne pensate? suggerimenti? qualcuno prova a fare l'esercizio e mi dice se gli tornano i conti?
grazie!

Luca Mazzucchelli

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Danilo Puzzo's comment, September 1, 2012 7:58 AM
se mi dai il permesso lo pubblico nei prossimi giorni mettendo il link al tuo sito...ciao Luca
Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's comment, September 1, 2012 8:31 AM
Certo che si, la sua riproduzione è libera!
FuturaPsi's comment, September 17, 2012 10:56 AM
Davvero molto interessante!! Da studentessa di psicologia quale sono, mi è davvero molto utile. Ho scoperto un nuovo modo di vedere i difetti e non star li sempre a giudicarli. Complimenti!
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9 suggerimenti che i genitori di figli ansiosi dovrebbero conoscere

9 suggerimenti che i genitori di figli ansiosi dovrebbero conoscere | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Tutti i bambini sono pronti per andare a scuola.

Tuo figlio si volta verso di te e ti dice: “Non voglio prendere l'autobus. Mi fa male la pancia. Ti prego non farmi andare.”

Immediatamente pensi: “Ci risiamo, ancora con questa storia!”. Ed ecco che un semplice inizio di giornata si trasforma in una sfida ardua. Guardi tuo figlio e vedi nei suoi occhi un autentico terrore. Desideri confortarlo. Vuoi calmare la sua preoccupazione eccessiva.

Come prima cosa, cerchi di usare l'umorismo: “Non ti preoccupare, l’autista ha il record di non-incidenti!!”. Ma lui non si muove.

Allora provi a rassicurarlo: “Ti ho promesso che non ti succederà niente. Guardami… ti fidi di me?” Il bimbo annuisce. Pochi secondi dopo sussurra: “Ti prego non farmi andare.”

Alla fine perdi la pazienza: “Adesso basta! Tu prendi quell'autobus ORA, oppure niente videogiochi per una settimana!”. Ti guarda come se lo stessi obbligando a camminare su una passerella per poi gettarsi in mare aperto. Sale sul pullman, sconfitto. Ti senti un genitore orribile.

 

Episodi come questo capitano a diversi genitori. La maggior parte dei genitori muoverebbero le montagne per diminuire il dolore e le sofferenze dei figli. I genitori di figli ansiosi muoverebbero anche pianeti e stelle. Vedere il proprio bambino così spaventato da situazioni che francamente non sembrano così paurose è qualcosa che frustra e disorienta. Tuttavia, è proprio questo il punto: agli occhi di tuo figlio queste situazioni sono davvero terrificanti. E, come per tutte le minacce percepite, si attiva nel bambino uno stato di “allerta”. Questo fenomeno prende il nome di ansia. 

 

L'ansia è una condizione molto diffusa. In USA, circa 40 milioni di Americani adulti soffrono di un disturbo d’ansia, ma il dato più sorprendente è che a soffrirne è 1 bambino su 8.

 

Questi bambini perdono molti giorni di scuola, non svolgono le attività tipiche della loro età, come andare alle feste oppure fare i compiti a casa di un amico, e il loro sonno risulta spesso disturbato da pensieri e paure. Molti genitori sperimentano sentimenti di enorme frustrazione e si sentono senza speranza quando ogni giorno devono assistere alle eccessive preoccupazioni del figlio.

 

Non esiste un’unica soluzione per curare l’ansia, ma ci sono molteplici tecniche che possono aiutare i genitori a maneggiare più efficacemente le più varie preoccupazioni dei figli. (…)

Ecco 9 suggerimenti, tratti dal programma “GoZen” messo a punto da Renee Jain, che i genitori di figli ansiosi possono provare a mettere in pratica.

 

 

1. Basta rassicurare tuo figlio!

Tuo figlio ha paura. Tu sai che non c’è niente di cui avere paura, così dici: “Fidati di me. Non c’è nulla da temere!”. Tuttavia questo non sembra essere sufficiente. Perché le tue rassicurazioni cadono nel vuoto? Non è un problema di udito. Il bambino ansioso vuole disperatamente ricevere rassicurazioni, ma il cervello non permette che vengano recepite. Infatti, durante periodi di ansia c’è una rapida riduzione dell’attivazione della corteccia prefrontale. Questa componente del cervello, quella più razionale, viene messa temporaneamente in stand-by, mentre la parte del cervello più emotiva e automatica prende il sopravvento. In altre parole, è veramente difficile per tuo figlio pensare in maniera chiara, usare la logica o ricordare anche solo i compiti più basilari.

Che cosa potresti fare invece di cercare di razionalizzare le paure?

Prova il “metodo FEEL”, una mentalità generale con cui approcciarti all'ansia:

- (Freeze) Fermati: prendi una pausa e fai qualche respiro profondo insieme a tuo figlio. Respirare profondamente aiuta a rallentare la risposta del sistema nervoso.

- (Empathize) Empatizza: l’ansia è paura. Tuo figlio vuole solo sapere che hai capito come sta.

- (Evaluate) Esegui una Valutazione: una volta che il bimbo è calmo, è possibile valutare insieme una soluzione.

- (Let go) Lascia andare: lascia andare la tua colpa; sei un bravo genitore che dà al proprio figlio gli strumenti per maneggiare le paure.

 

 

2. Sottolinea l'utilità delle preoccupazioni

 

Ricordati: l’ansia è già difficile da gestire senza che un bambino creda “C’è qualcosa di sbagliato in me”. A causa di ciò, molti bambini sviluppano addirittura l’ansia di avere l’ansia. Ecco perché occorre dire ai bambini che le preoccupazioni servono, sono utili. Quando i nostri antenati cacciavano e cercavano cibo, essere preoccupati e in allerta li aiutava ad evitare pericoli come il gatto dai denti a sciabola, sempre in agguato dietro ai cespugli. Nei tempi moderni, non abbiamo bisogno di scappare dai predatori, tuttavia conserviamo dentro di noi questa impronta evolutiva, la preoccupazione, che ci protegge dai “pericoli” quotidiani. La preoccupazione è un meccanismo protettivo. È il nostro campanello che ci avvisa di un pericolo che sta per arrivare. È importante insegnare ai bimbi che le ansie sono normali e comuni, che ci proteggono e tutti ne hanno fatto esperienza.

Capita a volte, però, che il nostro sistema ci invii dei falsi allarmi. Per fortuna queste preoccupazioni eccessive possono essere controllate con semplici tecniche.

 

 

3. Porta alla luce le preoccupazioni di tuo figlio

 

Come probabilmente sai, ignorare l’ansia non aiuta. È anzi fondamentale portare alla consapevolezza le preoccupazioni di tuo figlio e parlarne.

A questo scopo, potrebbe essere utile e divertente creare insieme un personaggio fantasioso che personifichi la preoccupazione.

In GoZen è stato creato Widdle il Guerrirero, che rappresenta l’ansia. Widdle vive nel “vecchio” cervello, che è responsabile di proteggerci quando siamo in pericolo. Certamente, capita che alcune volte Widdle perda un po’ il controllo e, quando succede, è necessario parlare proprio con lui. Puoi usare questa stessa idea con un animale di pezza o fare dei giochi di ruolo a casa. Personificando una preoccupazione o creando un personaggio si hanno benefici multipli: può aiutare a diminuire l’intensità della paura che i bambini provano quando sono spaventati, può attivare la parte più razionale del cervello, ed è uno strumento che i bambini possono usare da soli in qualsiasi momento.

 

 

4. Insegna a tuo figlio ad essere un “detective del pensiero”

 

Ricordati che la preoccupazione è una modalità del cervello per proteggerci dal pericolo. Per avere la sicurezza di ottenere la nostra piena attenzione, la mente spesso esagera l’oggetto della preoccupazione (per esempio, scambiamo un bastoncino per un serpente). Per identificare i pensieri disfunzionali (cioè quelli che non sono realistici ma derivano da una eccessiva previsione del pericolo) è possibile utilizzare la "tecnica delle 3C":

A) (Catch your thoughts) Afferra i pensieri: immagina tutti i pensieri che stanno fluttuando sopra la tua testa, come se fossero all’interno di una nuvoletta (come quella dei fumetti). Adesso, prendi una di queste nuvolette contenente un pensiero preoccupante, per esempio “Non piaccio a nessuno a scuola”

B) (Collect evidence) Colleziona evidenze: come passo successivo, colleziona evidenze che supportino o neghino questo pensiero. Insegna a tuo figlio che tali evidenze devono riguardare i dati di realtà e non i suoi sentimenti. Le emozioni non sono fatti!

- Evidenze che supportano: “Ho fatto fatica a trovare qualcuno che si sedesse con me a pranzo ieri”

- Evidenze che negano: “Io e Alice facciamo i compiti insieme, lei è una mia amica”

C) (Challenge your thoughts) Sfida il pensieri: Sulla base delle evidenze che hai raccolto, metti in dubbio il tuo pensiero inziale e trova pensieri che descrivono meglio la relatà, ad esempio: “Potrei non andare d'accordo con qualcuno, ma per la maggior parte del tempo ho amici su cui contare”.

 

 

5. Permetti a tuo figlio di avere preoccupazioni

 

Come ben sai, dire a tuo figlio di smettere di preoccuparsi non previene dal farlo. Se i tuoi figli potessero allontanare queste preoccupazioni, lo farebbero. Permettere a tuo figlio di essere preoccupato in maniera aperta, in dosi però limitate, può essere una strategia utile.

Crea un rituale giornaliero chiamato “Tempo delle preoccupazioni” che dura 15 minuti. Durante questo momento, incoraggia il bambino a scrivere su un foglio tutte le preoccupazioni che ha. Per rendere tutto più divertente potete creare insieme la “Scatola delle ansie”. Durante questo momento non ci sono regole su cosa sia una preoccupazione valida, tutto va bene! Quando il tempo è terminato, chiudete la scatola e dite insieme “Arrivederci preoccupazioni.”

 

 

6. Aiutalo a passare da “COSA SUCCEDEREBBE SE..” a “COSA SUCCEDE ADESSO”

 

Pensavi che non fosse possibile, ma le persone sono capaci di viaggiare nel tempo. Mentalmente, infatti, spendiamo molto tempo nel futuro. Per alcuni soggetti che soffrono di ansia, questo tipo di viaggio mentale non fa altro che aumentare le preoccupazioni. Un tipico viaggiatore nel tempo si pone domande Cosa potrebbe succedere se...: “Cosa potrebbe succedere se non riuscissi ad aprire il lucchetto della bicicletta?”, “E se l'autobus avesse in incidente?”. Una ricerca condotta da Winston-Salem (2013) ha osservato che rimanere ancorati al presente può aiutare a ridurre l’intensità delle preoccupazioni. Un metodo efficace in questo senso è praticare esercizi di mindfulness. Queste tecniche consentono al bambino di passare da domande “Cosa succederebbe se…?” a domande “Cosa succede adesso?”. Per fare questo, aiuta tuo figlio a concentrarsi sul proprio respiro per alcuni minuti.

 

 

7. Evita di fargli evitare tutto quello che causa ansia

 

Tuo figlio vorrebbe non andare a scuola o alle feste di compleanno? vorrebbe stare lontano dai cani? vorrebbe evitare tutte le situazioni che creano ansia? E tu, come genitore, l’aiuti a evitare tutto ciò che lo preoccupa? Certamente è una cosa naturale. Nelle situazioni di forte ansia, la risposta privilegiata è proprio quella della fuga, che porta il bambino a scappare di fronte a tutte le situazioni che percepisce come minacciose. Sfortunatamente, a lungo andare, l’evitamento rende l’ansia ancor più ingestibile. Qual è allora la soluzione? Prova un metodo chiamato “Scala a pioli”. Per diventare più abiliti a maneggiare le loro preoccupazion, i bambini possono utilizzare una strategia che consiste nel romperle in pezzi più piccoli, in modo tale da affrontare un pezzettino alla volta, fino a quando quel pezzettino non innesca più una reazione di ansia. Permetti a tuo figlio di dire che ha paura di sedersi sull’altalena al parco. Poi, invece di evitare questa attività, crea piccoli obiettivi che si avvicinino lentamente alla situazione temuta: all'inizio arrivate solo davanti all'ingresso del parco, poi fate un giro all’interno, poi siedete sull'altalena, solo alla fine cominciate a dondolare lentamente. Aspettate che l'attivazione emotiva di fronte al piccolo obiettivo ansiogeno diminuisca, per poi passare all'obiettivo successivo.

 

 

8. Aiutalo a lavorare attraverso una lista

 

Cosa fa un pilota addestrato quando incontra una emergenza? Non improvvisa, ma consulta la sua “lista delle emergenze”. Anche se hanno fatto anni di addestramento, tutti i piloti lavorano con la loro lista perché quando c’è un pericolo è difficile pensare in maniera chiara. Anche i bambini, quando sono di fronte alle loro ansie, si sentono nello stesso modo. Perché non creare una lista che permette di calmarli passo dopo passo? Cosa devono fare quando sentono che l’ansia sta aumentando vertiginosamente? Il primo passo potrebbe essere prendersi una pausa e fare un respiro profondo. Per i punti successivi, puoi farti ispirare dai suggerimenti contenuti in questo articolo. Può essere divertente creare insieme a tuo figlio una copia cartacea che il bimbo può tenere sempre con sé e che lo aiuti quando si sente preoccupato.

 

 

9. Pratica auto-compassione

 

Guardare il proprio figlio che soffre d’ansia può essere molto doloroso, frustrante e confusivo. Almeno una volta ciascun genitore si è chiesto se possa essere lui la causa dell’ansia del figlio. Le ricerche in merito hanno mostrato che l’ansia è spesso il risultato di più fattori (geni, fisiologia del cervello, temperamento, fattori ambientali, eventi traumatici passati). Ricordati dunque che non sei la causa dell’ansia di tuo figlio, ma puoi aiutarlo a superare il problema. Per migliorare il benessere di tutto il tuo nucleo familiare, impara a praticare l’auto-compassione. Ricordati che non sei solo/a e non sei colpevole. È tempo di abbandonare le auto-critiche ingiustificate e perdonare se stessi.

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.huffingtonpost.com/renee-jain/9-things-every-parent-with-an-anxious-child-should-try_b_5651006.html

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Secondo un recente studio epidemiologico condotto da De Girolamo e collaboratori, circa l'11% della popolazione italiana soffre di un disturbo d'ansia. Stime americane sulla popolazione in età di sviluppo rivelano che, a soffrine, è circa 1 bambino su 8.

 

Quando a sperimentare l'ansia sono i bambini, molto spesso anche i genitori si trovano a fare i conti con emozioni di disorientamento, impotenza e frustrazione. Non di rado si sentono in colpa e non sempre sanno come aiutare i loro filgi. Ecco un semplice programma in 9 passi che i genitori di bambini ansiosi dovrebbero conoscere e provare.

 

Se questi accorgimenti non dovessero riverlarsi sufficienti, è auspicabile consultare uno psicologo esperto in età evolutiva.

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6 trappole psicologiche in cui rischiamo di cadere quotidianamente

6 trappole psicologiche in cui rischiamo di cadere quotidianamente | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Nella vita quotidiana, le persone spesso utilizzano “strategie mentali” atte a risolvere più agevolmente una certa classe di problemi.

Tali “scorciatoie mentali”, conosciute anche come “euristiche”, hanno l'obiettivo di dare senso al mondo che ci circonda e risolvere compiti complessi in modo semplice e poco dispendioso.

 

Nella maggior parte dei casi, esse risultano idonee a fornirci risposte approssimativamente corrette sulla realtà, altre volte possono esitare in errori di giudizio grossolani.

 

Ecco una rassegna di alcuni pregiudizi che ci conducono a giudicare in modo errato le persone e gli eventi.

 

 

1) L'euristica delle disponibilità

 

Per “euristica delle disponibilità” (Tversky e Kanheman, 1974) si intende la tendenza delle persone ad assegnare maggiori probabilità ad eventi che richiamano l'attenzione, anche nel caso in cui questi siano improbabili.

Ad esempio, se siamo in grado di immaginarci numerosi esempi di un determinato evento (dunque sulla “disponibilità mentale” che abbiamo di esso) tenderemo a sovrastimare la probabilità che accada.

La facilità con cui immaginiamo determinati esempi può essere condizionata da vari fattori, come per esempio i mass media. Questa è la ragione per cui possiamo trovarci a sopravvalutare la probabilità che accadano eventi simili ai fatti di cronica, come crash aerei o, in questo periodo, la possibilità di contrarre l'ebola.

 

 

2) Il bias di giudizio retrospettivo (Hindsight Bias)

 

Il bias di giudizio retrospettivo (anche definito pregiudizio del senno di poi o effetto “lo sapevo!”) si verifica quando le persone credono di aver avuto il presentimento che qualcosa stesse per accadere prima che la cosa in questione si verificasse. In altre parole, consiste nella tendenza a credere di essere in grado di prevedere un evento, una volta che l'evento è ormai noto.

Tuttavia, concentrandoci su quello specifico esempio, dimentichiamo invece le decine di volte in cui abbiamo avuto premonizioni che non si sono assolutamente avverate.

Questo pregiudizio comune porta la gente a credere di avere un particolare intuito o una sorta di percezione extrasensoriale.

 

 

3) L'effetto attore-osservatore

 

L'effetto attore-osservatore è un pregiudizio comune nella percezione sociale che consiste nella tendenza da parte delle persone ad attribuire le cause del proprio comportamento a fattori situazionali (esterni) e le cause del comportamento altrui a fattori disposizionali (interni).

Ad esempio, quando siamo l'attore di un incidente d'auto, tenderemo a sovrastimare l'effetto degli elementi della situazione, come “il sole negli occhi” o “un malfunzi Gli osservatori, dall'altra parte, tenderanno invece a concentrarsi su fattori interni al protagonista, ad esempio “è un pessimo guidatore”, “non era sufficientemente attento”. Insomma, l'effetto conduce attori e osservatori a vedere cose diverse: dovute all'attore nel caso degli osservatori, e dovute alla situazione nel caso del protagonista.

 

 

4) La correlazione illusoria

 

La correlazione illusoria (Hamilton e Guifford, 1976) è quell'errore di pensiero per cui una persona, a fronte di due eventi che accadono insieme nel tempo, è portata a credere che essi siano correlati o che uno causi l'altro. Ad esempio, qualcuno potrebbe svegliarsi con le articolazioni doloranti e osservare che poi inizia a piovere, concludendo che il suo dolore sia predittore di maltempo.

La correlazione illusoria può contribuire a spiegare in parte i comportamenti superstizioni. Ad esempio, una persona che soffia sui dati e ottiene un 7, può pensare che sia stato il soffio a causare l'esito favorevole.

 

 

5) L'effetto Barnum (o Effetto Forer)

 

Prende il nome da Phineas Taylor Barnum, un circense statunitense: il suo circo prevedeva numeri e attrazioni talmente varie che ognuno poteva certamente trovare qualcosa di divertente.

L'effetto Barnum (definito anche effetto Forer, dal nome dello psicologo che lo definì nel 1948) si verifica quando un soggetto, posto di davanti ad una descrizione di personalità che pensa sia a lui riferita, tende ad immedesimarsi in essa ritenendo che si ritagliata su di lui. In realtà, quel profilo è abbastanza generico da poter riguardare chiunque (ad esempio, “A volte hai una bassa autostima e tendi a buttarti giù, ma sai anche essere gentile ed amorevole”).

Tale effetto spiega il motivo per cui cartomanti e sensitivi sembrano molto precisi nel descrivere le nostre personalità e conoscere i nostri segreti, nonché il successo degli oroscopi.

 

 

6) La fallacia del giocatore d'azzardo

 

Si tratta di un errore di pensiero secondo cui la persona ritiene che se qualcosa è accaduto più o meno frequentemente del normale durate un certo periodo, allora accadrà più o meno frequentemente in futuro.

Ad esempio, se il rosso continua ad uscire alla Roulette, un giocatore potrebbe puntare sul nero a causa della convinzione che la probabilità che esca nero sia maggiore di un altro risultato rosso. (…) A causa di questo errore di pensiero, molti scommettitori si ritrovano a perdere una grande quantità di soldi ai giochi d'azzardo: aspettano di vedere uscire diversi neri o rossi di fila, per poi scommettere pesantemente sul risultato opposto.

In realtà, ogni risultato è completamente indipendente: gli eventi del passato non influiscono su eventi futuri nell'ambito di attività governate del fato.

 

Naturalmente il modo migliore per evitare di diventare vittima di questi pregiudizi molto comuni nella percezione sociale è esserne consapevole, in modo tale da fermarsi ed analizzare situazioni di questo tipo prima di agire.

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.psychologytoday.com/blog/cutting-edge-leadership/201410/the-5-psychological-traps-we-all-fall

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Vi capita mai di pensare “lo sapevo!” dopo che un evento si è verificato?

Di pensare che un oroscopo si adatti molto bene alla vostra persona?

Di avere particolare timore di essere colpiti da un evento negativo specifico dopo aver sentito il telegiornale?

 

Allora vi interesserà certamente sapere dell'esistenza del bias di giudizio retrospettivo, dell'effetto Barnum, dell'euristica della disponibilità e di altri comuni pregiudizi nella percezione della realtà....

 

In questo articolo vi propongo appunto di dare uno sguardo ad alcuni meccanismi psicologici che ci conducono a sviluppare convinzioni sulla realtà non sempre adeguate, da cui derivano modi distorti, o comunque parziali, di giudicare le persone e gli eventi.

 

Un'altra “trappola psicologia” in cui, a mio avviso, le persone rischiano di cadere quotidianamente è pensare che sia unicamente il passato a condizionare il loro presente. Invece, anche il futuro può a vari livelli condizionare il presente, secondo un meccanismo che chiarisco in questo video:  https://www.youtube.com/watch?v=gDlVh_lts7U

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Lo stress indotto da traumi può causare danni nel DNA, ma la psicoterapia può guarirli

Lo stress indotto da traumi può causare danni nel DNA, ma la psicoterapia può guarirli | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Uno studio pubblicato ad agosto 2014 sulla rivista “Psychotherapy and Psychosomatics” e condotto dai ricercatori dell'Università di Konstanz (Germania) per la prima volta dimostra che lo stress conseguente a traumi può indurre danni a livello del DNA, ma anche che la psicoterapia può guarirli.

 

I neuroscienziati tedeschi che hanno condotto lo studio in questione sono partiti da precedenti ricerche che avevano rilevato un'associazione tra lo stress indotto da traumi e un aumento del rischio per numerose malattie, compreso il cancro. A livello molecolare, lo stress può infatti aumentare la carcinogenesi (processo di formazione di patologie tumorali), creando un danno a livello di DNA e ai meccanismi di riparazione dello stesso.

 

(…) In un primo studio, i neuroscienziati hanno valutato i danni a livello del DNA e la capacità di riparazione dello stesso nelle cellule del sangue periferico di 34 soggetti con disturbo post-traumatico da stress (PTSD, una condizione psicopatologia conseguente ad esperienze soggettivamente traumatiche), confrontandoli con quelli di 31 soggetti sani di controllo. (…)

Ciò che è emerso da questi primi dati è che i soggetti con disturbo post-traumatico da stress presentavano livelli più elevati di danno a carico del proprio corredo genetico e minor capacità di riparazione, indicando come lo stress traumatico possa essere associato a livello molecolare a danni nel DNA.

 

In un secondo studio, i neuroscienziati hanno analizzato l'effetto della psicoterapia sui processi di rottura e riparazione del DNA.

I 38 soggetti con PTSD sono stati assegnati in modo casuale a una tra due condizioni: 1) trattamento psicoterapeutico o 2) condizione di controllo. Solo una gruppo di pazienti con PTSD seguiva dunque un percorso di psicoterapia. Il follow-up è stato eseguito 4 mesi e 1 anno dopo il trattamento.

I risultati di questo secondo studio mostrano che la psicoterapia non solo andava a guarire i sintomi del PTSD, ma riparava anche il DNA danneggiato riscontrato all'inizio della ricerca, favorendo i naturali processi di riparazione.

 

Queste ricerche mostrano per la prima volta in vivo un'associazione tra stress traumatico e danni a carico del DNA, ma anche come tali danni possono essere riparati a livello molecolare grazie al lavoro psicoterapeutico.

 

Riferimenti Bibliografici:

Effects of Psychotherapy on DNA Strand Break Accumulation Originating from Traumatic Stress. Morath J., Moreno-Villanueva M., Hamuni G., Kolassa S., Ruf-Leuschner M., Schauer M., Elbert T., Bürkle A., Kolassa I.T. Psychotherapy and Psychosomatics, August 2014.

 

 

Vai alla fonte in lingua originale:  http://www.medicalnewstoday.com/releases/284410.php

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Buone notizie dalle neuroscienze: la psicoterapia, oltre che lenire la sofferenza psichica, andrebbe a curare anche i danni a livello del DNA.


A dirlo è una ricerca condotta da Morath e colleghi presso l'Università di Konstanz (Germania) e pubblicata ad agosto 2014 sulla rivista “Psychotherapy and Psychosomatics”.

 

Il trattamento psicoterapeutico in seguito a condizioni di stress acuto e cronico non solo aiuterebbe la persona a ristabilire il benessere psichico e a lenire la sintomatologia psicopatologica, ma agirebbe anche a livello molecolare andando a favorire il naturale processo di riparazione dei danni causati a livello del DNA da eventi di natura stressante.

 

Un risultato decisamente importante che spero possa contribuire a sottolineare l'importanza di un lavoro psicoterapeutico.

 

Sul tema dell'impatto dei traumi psicologici sulla psiche, può interessarti anche uno tra i miei videotutoral più provocatori, intitolato “Come superare i traumi psicologici.. tirando patate”, in cui spiego come affrontare più efficacemente situazioni di natura traumatica prendendo spunto dalla vicenda storica dell'attacco a Pearl Harbor. Lo trovi QUI: https://www.youtube.com/watch?v=-Jy6n5FRJAc

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I 10 disturbi di personalità

I 10 disturbi di personalità | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Lo studio della personalità umana o del 'carattere' risale all'antichità.

 

Nel suo scritto “I Caratteri”, Teofrasto (371-287 a.C.), allievo di Aristotele, divise il popolo di Atene del IV secolo a.C. in 30 diversi tipi di personalità. Tali “Caratteri” esercitarono poi una forte influenza sui successivi studi sulla personalità umana, come quelli di Thomas Overbury (1581-1613) in Inghilterra e Jean de la Bruyère (1645-1696) in Francia.

 

Il concetto di “disturbo di personalità” è invece molto più recente, e può essere fatto risalire alla descrizione fatta nel 1801 dallo psichiatra francese Philippe Pinel della “manie sans délire”, una condizione caratterizzata da esplosioni di rabbia e violenza (“manie”) in assenza di segni di malattia psicotica come deliri e allucinazioni (“sans délire”).

Alcuni decenni più tardi, nel 1896, lo psichiatra tedesco Emil Kraepelin (1856-1926) descrisse 7 forme di comportamento antisociale sotto la definizione di “personalità psicopatica”.

Il termine “disturbo di personalità”, inizialmente utilizzato solo per designare la personalità antisociale/psicopatica (vedi dopo), fu successivamente ampliato da Kurt Schneider (1887-1967) per includere tutti coloro che soffrivano di “personalità abnormi”. Il testo di Schneider, “Personalità Psicopatiche” (1923), costituisce ancora la base delle classificazioni correnti dei disturbi della personalità, come quella contenuta nel manuale diagnostico dei disturbi psichiatrici, il DSM-IV.

 

Oggi il DSM-IV definisce un disturbo di personalità come un “modello abituale di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative culturali, è inflessibile e pervasivo, ha il suo esordio nell'adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo, e porta a disagio o menomazione”.

 

Il DSM-IV elenca 10 disturbi di personalità e li divide in tre gruppi o “cluster”: A, B o C.

- Cluster A: caratterizzato da comportamenti “strani”, “bizzarri” (disturbi paranoide, schizoide, schizotipico)

- Custer B: caratterizzato da comportamenti “drammatici”, “instabili” (disturbi antisociale, borderline, istrionico, narcisistico)

- Cluster C: caratterizzato da comportamenti “ansiosi”, “timorosi (disturbi evitante, dipendente e ossessivo compulsivo)

 

(…) Nella pratica clinica quotidiana, raramente tali disturbi si presentano nella loro “forma pura”, e hanno una marcata tendenza a confondersi l'uno nell'altro. (…) La maggior parte delle persone con un disturbo di personalità non viene mai a contatto con i servizi di salute mentale, e quelli che lo fanno di solito lo fanno nel contesto di un altro disturbo psichiatrico (come ansia o depressione) o in un momento di crisi personale, per esempio, dopo un gesto autolesivo o dopo aver commesso un relato penale. (...)

 

Il Cluster A comprende i disturbi paranoide, schizoide, schizotipico.

 

1. Disturbo Paranoide di Personalità

 

Il Disturbo di Personalità Paranoide è caratterizzato da una sfiducia diffusa verso gli altri, comprese le persone familiari come gli amici e il partner. La persona teme costantemente che gli altri vogliano nuocergli ed è costantemente alla ricerca di indizi per confermare le sue paure. Questi soggetti sono di indole diffidente e guardinga, e tendono ad interpretare negativamente intenzioni e azioni altrui. Sulla base della loro sospettosità, possono arrivare frequentemente ad attuare rappresaglie e addirittura azioni legali contro le altre persone. In generale, questi soggetti possono aver la tendenza a vivere una vita ritirata e avere difficoltà a impegnarsi in relazioni strette. (...)

 

2. Il Disturbo Schizoide di Personalità

 

Coniato da Bleuler nel 1908, il termine 'schizoide' designa una naturale tendenza a dirigere l'attenzione verso la vita interiore piuttosto che sul mondo esterno. Nel Disturbo di Personalità Schizoide, la persona è distaccata e distante dal mondo esterno e incline all'introspezione e alla fantasia. Questi soggetti non hanno alcun desiderio di relazioni sociali, affettive o sessuali, sono indifferenti agli altri, alle norme sociali e alle convenzioni, e mancano di risposta emotiva, fino a poter apparire freddi ed insensibili. Raramente questa patologia arriva all'attenzione clinica, in quanto i soggetti affetti da questo disturbo non provano disagio per il loro isolamento, né sono eccessivamente preoccupate dal fatto di avere poche relazioni. Una visione alternativa è che i soggetti affetti da questo disturbo siano molto sensibili: nonostante abbiano un profondo desiderio di intimità, trovano l'iniziare e il mantenere una relazione troppo difficile ed angosciante, e ciò li conduce a ritirarsi nei loro mondi interiori.

 

3. Il Disturbo Schizotipico di Personalità

 

Il Disturbo Schizotipico di Personalità è caratterizzato da bizzarrie nell'aspetto, nel comportamento e nella comunicazione, unite ad anomalie di pensiero simili a quelle che si osservano nella schizofrenia. Le anomalie del pensiero possono includere credenze strane, pensiero magico (=convinzioni che i propri pensieri o parole influenzino il mondo, ad esempio possono temere di danneggiare qualcuno facendo pensieri aggressivi), sospettosità, ruminazioni ossessive ed esperienze percettive insolite. Le persone con disturbo schizotipico spesso temono le interazioni sociali e vedono gli altri come malintenzionati. Hanno inoltre "idee di riferimento”, cioè impressioni fugaci che oggetti, persone o situazioni abbiano un significato speciale per loro (ad esempio, possono pensare che i segnali di una vigilessa in mezzo al traffico siano una modalità con cui gli viene comunicato il loro destino). In media, le persone che soffrono di disturbo schizotipico hanno una probabilità relativamente maggiore di sviluppare successivamente schizofrenia.

 

Il Cluster B comprende i disturbi antisociale, borderline, istrionico, narcisistico

 

4. Disturbo Antisociale di Personalità

 

(…) Il Disturbo Antisociale di Personalità, molto più comune negli uomini piuttosto che nelle donne, è caratterizzato dalla messa in atto di condotte che ledono i sentimenti e i diritti altrui.

Questi soggetti tipicamente ignorano le regole e gli obblighi sociali, sfruttano gli altri per ottenere vantaggi personali, sono impulsive e irresponsabili, ostili e violenti e, a fronte dei danni che causano agli altri, non provano colpa. Inoltre, non si prendono la responsabilità dei propri comportamenti ma incolpano gli altri. Questi soggetti sono inclini all'abuso di alcol, di sostanze e non di rado hanno precedenti penali. In molti casi, non ha difficoltà a trovare relazioni, e possono anche apparire personaggi affascinanti (il cosiddetto 'psicopatico affascinante'). Tuttavia, i loro rapporti sono di solito “di fuoco”, turbolenti e di breve durata.

 

5. Disturbo Borderline di Personalità

 

Nel Disturbo di Personalità Borderline, la persona sperimenta cronici sentimenti di vuoto, paure di abbandono e instabilità emotiva. Le relazioni sono intense ma gravemente instabili e tumultuose, caratterizzate da frequenti discussioni, rotture e cambiamenti drammatici nella visione degli altri, con oscillazione tra sentimenti di idealizzazione e totale svalutazione. Gli sforzi disperati per evitare l'abbandono (anche limitato) da persone significative si esplicano in minacce di suicidio e atti di autolesionismo, motivo per cui le persone con questo disturbo giungono più frequentemente di altri all'attenzione clinica.

Vi è una inoltre una marcata instabilità nell'immagine di sé, nell'umore (con cambiamenti repentini), esplosioni di rabbia e di violenza (in particolare in risposta alle critiche) e una marcata impulsività, che si manifesta in abuso di sostanze, promiscuità sessuale, abbuffate e altre condotte rischiose.

 

6. Il Disturbo Istrionico di Personalità

 

Le persone con Disturbo di Personalità Istrionico cercano sistematicamente l'attenzione e l'approvazione degli altri, dalle quali dipendono fortemente.

Spesso possono drammatizzare l'espressione dei sentimenti e apparire come se “recitassero una parte” ('istrionico' deriva infatti dal latino 'histrionicus', 'appartenente all'attore'), nel tentativo di attirare l'attenzione. Le modalità di questi soggetti sono vivaci ed espressive, dedicano tipicamente molta attenzione al loro aspetto fisico e si comportano in modo sessualmente provocatorio o impropriamente seducente. Tuttavia, spesso non desiderano una relazione sessuale ma il loro comportamento esprime un desiderio di essere considerati ed accuditi.

Date le modalità relazionali utilizzate, le altre persone possono con facilità coinvolgersi emotivamente con questi soggetti, ma i rapporti sono spesso superficiali e poco sinceri. Questo è particolarmente doloroso per loro, che sono particolarmente sensibili alla critiche e al rifiuto.

 

7. Disturbo Narcisistico di Personalità

 

Il Disturbo di Personalità Narcisistico prende il nome dal mito di Narciso, un bellissimo giovane che si innamorò del suo riflesso nell'acqua.

Nel disturbo narcisistico di personalità, la persona ha tipicamente un senso esagerato del proprio valore (detto “grandiosità”), ha costantemente bisogno di essere ammirato e manca di empatia verso gli altri. Dal momento che credono di essere “speciali” e “superiori”, questi soggetti si aspettano di essere ammirati ed invidiati e si sentono autorizzati a sfruttare gli altri per i propri fini. Agli occhi degli altri, possono sembrare egocentrici, egoisti, insensibili e controllanti. Possono essere molto sensibili a fallimenti, sconfitte e critiche. Se vengono offesi o ridicolizzati, possono essere presi da un impeto di rabbia distruttiva e vendetta detta “rabbia narcisistica”

 

Il Cluster C comprende i disturbi evitante, dipendente e ossessivo-compulsivo di personalità.

 

8. Disturbo Evitante di Personalità

 

Nel Disturbo di Personalità Evitante, la persona presenta un forte desiderio di affetto e accettazione sociale ma evita i rapporti intimi e le relazioni per timore di essere inadeguata, inferiore, poco attraente e, di conseguenza, di venire criticata e rifiutata. Questi soggetti sono molto trattenuti nelle relazioni sociali, timidi ed isolati, evitano di incontrare persone a meno che non siano certi di piacere, e evitano di esporsi a qualsiasi novità o rischio.

A differenza dai soggetti schizoidi, soffrono molto per la loro condizione di isolamento. Questo disturbo è fortemente associato ad esperienze di rifiuto reale o percepito durante l'infanzia. La personalità evitante è simile al disturbo d'ansia sociale.

 

9. Disturbo Dipendente di Personalità

 

Il Disturbo di Personalità Dipendente caratterizza persone con bassa autostima e con un bisogno eccessivo che gli altri si prendano cura di loro. Chi è affetto da questo disturbo tende a percepirsi come inadeguato ed incapace di badare a se stesso, tanto che delega decisioni circa questioni quotidiane e responsabilità ad altre persone. Ciò è dovuto in parte anche al fatto che questi soggetti sono riluttanti ad esprimere le proprie opinioni per paura di entrare in conflitto con le persone che si prendono cura di loro. Visto che temono fortemente l'abbandono, fanno di tutto per mantenere le relazioni di cui hanno bisogno.

Spesso immaginano di essere “un tutt'uno” con questi altri protettivi, li idealizzano come “competenti” e “potenti” e si comportano nei loro confronti in modo sottomesso. Le persone con disturbo di personalità dipendente spesso si accompagnano con persone con disturbo di personalità di CLUSTER B, che si nutrono di questa considerazione incondizionata.

 

10. Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità

 

Il Disturbo di Personalità Ossessivo-Compulsivo (o personalità anancastica) è caratterizzato da tendenza al controllo, perfezionismo e dedizione al dovere e alla produttività a scapito del tempo libero.

Questi soggetti sono eccessivamente preoccupati per i dettagli, le regole, le liste, l'organizzazione o gli schemi. Sono persone affidabili, responsabili, metodiche, ma anche rigide e inflessibili.

Faticano a prendere decisioni e sono inclini al dubbio poichè sono abituati a considerare tutte le possibili opzioni da vagliare con i relativi pro e contro. Non tollerano gli errori e le imperfezioni, hanno dunque difficoltà a portare a termine le attività iniziate.

Sono spesso tese, e tale ansia di fondo nasce dalla percepita mancanza di controllo sulle cose del mondo, che vorrebbero (illusoriamente) controllare. Di conseguenza tollerano difficilmente le “zone grigie” e tendono a semplificare l'universo in azioni o “assolutamente giuste” o “assolutamente sbagliate”. I soggetti con personalità ossessivo-compulsiva sono spesso uomini di successo, in particolare in campi intellettuali. Tuttavia, l'eccesso di coscienziosità li porta a non godere mai dei loro successi. Tipicamente non sono a loro agio nelle situazioni (emotive e relazionali) in cui non hanno controllo o quando sono esposti al cambiamento.

Questo disturbo di personalità si differenzia dal Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC), che invece è caratterizzato da pensieri ossessivi indesiderati e azioni che il soggetto si sente obbligato a compiere per scacciare le ossessioni.

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.psychologytoday.com/blog/hide-and-seek/201205/the-10-personality-disorders?tr=MostViewed

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Con l'articolo di oggi voglio provare ad affrontare un argomento molto delicato in psicologia, ossia quello relativo ai disturbi di personalità.

La delicatezza dell'argomento è connessa primariamente al fatto che ognuno di noi ha particolari modalità di relazionarsi agli altri e agli eventi, detti “tratti di personalità”.

Tuttavia, chi non ha un disturbo di personalità tende ad assumere modalità di comportamento e pensiero alternative quando lo stile abituale risulta inefficace nell'adattarsi alle esigenze della realtà.

Al contrario, gli individui con un disturbo di personalità mostrano modalità rigide e inflessibili di percepire, reagire e interfacciarsi agli altri e agli eventi, al punto tale che le relazioni con le altre persone divengono difficoltose, conflittuali o sono evitate, causando sofferenza significativa a sé e agli altri. Tali modalità di percepire e comportarsi tendono ad instaurarsi durante l'adolescenza/prima età adulta in modo relativamente stabile.

I soggetti affetti da disturbi di personalità sono solitamente inconsapevoli del fatto che i loro modelli di pensiero e comportamento sono disfunzionali. Per questo tendono a non rivolgersi ai servizi di salute mentale se non per sintomatologie che sono solo il risultato del loro disturbo, come ansia, depressione o abuso di sostanze.

 

Ecco una rassegna dei 10 disturbi di personalità secondo il manuale diagnostico dei disturbi psichiatrici..

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Avete una relazione con un narcisista? 5 campanelli d’allarme

Avete una relazione con un narcisista? 5 campanelli d’allarme | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Una certa dose di amor proprio è non solo normale, ma per certi versi auspicabile.

Avere un senso di sé positivo e sufficientemente forte ci permette di camminare “a testa alta” tra le vie del mondo.

Ma cosa succede quando la propria percezione di sé è esageratamente alta ed eccessiva rispetto alla realtà? Ecco il narcisista.

La personalità narcisistica è caratterizzata, tra gli altri aspetti, da un senso di sé grandioso, un desiderio di essere ammirato e una tendenza ad essere ferocemente critico verso gli altri, manipolatorio e poco empatico.

Questi tratti sembrano essere ben poco attraenti come caratteristiche di un potenziale partner... dunque per quale motivo tutti hanno avuto almeno una storia con un narcisista?

La risposta è semplice: durante la fase iniziale di corteggiamento, un individuo con spiccati tratti narcisistici è incredibilmente attraente. Incanta con il suo fascino, ha l’abilità sorprendente di “mischiare le carte” e portare la situazione sempre a suo vantaggio. Possiede insomma un particolare charme magnetico al quale è difficile resistere. Tuttavia, questo piacere iniziale quasi sempre svanisce con il tempo.

 

Molte ricerche scientifiche in ambito di psicologia clinica hanno cercato di individuare i comportamenti tipici di questi soggetti all'interno delle relazioni d'amore.

In questa sede ne andiamo ad analizzare cinque, che possono essere intesi con “campanelli d'allarme” grazie ai quali è possibile rendersi conto di aver intrapreso una relazione con alte probabilità di concludersi in modo doloroso.

 

 

1) Continua ricerca di nuove “prede”: il narcisista non desidera coinvolgimento emotivo

 

Nonostante il soggetto narcisista inviti qualcuno ad uscire con lui, allo stesso tempo sta già cercando una potenziale e più attraente nuova “preda”. Le ricerche effettuate su questi soggetti mostrano che la correlazione inversa tra narcisismo e coinvolgimento emotivo nelle relazioni può essere spiegata dall’interesse del narcisista nel cercare sempre e comunque un partner alternativo (Campbell & Foster, 2002).

In altre parole, la tendenza a non ingaggiarsi mai nelle relazioni è promossa dall’abitudine di inseguire sempre nuovi partner.

 

2) Amorevolezza vs. ammirazione: il narcisista reputa di dover essere ammirato

 

Il narcisista non ama, anzi reputa fastidioso il cercare di connettersi emotivamente con lui.

Le evidenze in questo senso suggeriscono che i narcisisti abbiano una avversione riguardo il prendersi cura e il dipendere da altre persone, aspetti che invece caratterizzano una relazione d’amore.

Al contrario, essi preferiscono partner che si limitino ad ammirarli e venerarli continuamente (Campbell, 1999).

 

3) Rancore vs. ricerca di un compromesso: il narcisista è particolarmente aggressivo

 

La modalità in cui le coppie affrontano le difficoltà può influenzare notevolmente la qualità della loro relazione.

Secondo recenti studi (Keller et al., 2014), i soggetti con tratti narcisistici tendono ad essere particolarmente aggressivi all'interno dei rapporti di coppia, rispondendo spesso al partner con insulti pesanti o diventando fisicamente violenti, sia quando provocati, sia senza che ci sia una “miccia” effettiva.

Questi tratti rendono più difficile il processo di negoziazione, la ricerca di un compromesso e altre forme di risoluzione salutare di conflitti che rappresentano invece le formule più funzionali per affrontare in modo costruttivo un litigio amoroso.

 

4) Tradire ed essere traditi: il narcisista è più propenso ad imbrogliare

 

Anche all'interno di relazioni monogame e di lunga durata, il soggetto narcisista è incline a frequenti incontri al di fuori della coppia, con partner occasionali e in contesti rischiosi (Adams, Luevano, & Jonason, 2014). Inoltre, alcune ricerche mostrano che più un soggetto ha tratti di tipo narcisistico, più è disposto a tollerare la scoperta di un possibile tradimento da parte del partner (Campbell & Foster, 2002).

Tali dati sono in accordo con la tendenza analizzata precedentemente di questi soggetti a resistere ad un autentico coinvolgimento emotivo.

 

5) Cura dell'altro vs. flirt: il narcisista preferisce giocare

 

Quando il narcisista inizia una relazione di coppia, è poco propenso a prendersi cura del benessere del partner ed è fortemente spinto a rifiutare la dipendenza in favore della libertà (Campbell, Foster, & Finkel, 2002).

Piuttosto che essere amorevole, preferisce uno stile relazionale basato sul gioco: dice bugie, manipola, tende a controllare il partner e continua a flirtare con le altre persone nonostante la relazione appena iniziata (Campbell et al., 2002).

Tali aspetti, conseguentemente, rendono difficile il crearsi di una relazione basata sulla fiducia.

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.psychologytoday.com/blog/meet-catch-and-keep/201408/could-you-be-dating-narcissist

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Torniamo a parlare di persone con personalità narcisitica.

 

In un precedente articolo intitolato “Perchè ci innamoriamo dei narcisisti? 5 studi scientifici per capirlo” (lo trovate qui: http://www.psicologo-milano.it/newblog/innamorato-narcisista-studi-scientifici/), abbiamo cercato di comprendere per quali motivi soggetti con questi tratti di personalità siano così affascinanti (addirittura sembrano partner ideali!) agli occhi della maggioranza delle persone in una fase iniziale della relazione.

 

Con l'articolo di oggi cerchiamo invece di capire quali siano i comportamenti tipici di questi soggetti all'interno di un rapporto di coppia, al fine di identificare alcuni campanelli d'allarme che segnalano il pericolo di aver intrapreso una relazione destinata con alte probabilità a naufragare.

 

Diventando più consapevoli circa le modalità tipiche di relazione del soggetto narcisista, possiamo essere meglio equipaggiati nell’identificare se ci siamo innamorati di una persona con questi tratti ed essere più preparati alle possibili (e nefaste) conseguenze di questa relazione.

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L'impatto delle mail sul nostro benessere psicologico

L'impatto delle mail sul nostro benessere psicologico | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Quanto tempo della vostra giornata dedicate a guardare le mail?

 

Siete tra quelli che, appena si svegliano, controllano la casella di posta come prima azione della giornata?

 

Vi è mai capitato di essere sereni e felici, e di diventare ansiosi o frustrati dopo la lettura di un messaggio di posta elettronica?

 

Di seguito sono riportati alcuni studi scientifici che sono andati ad indagare come il semplice leggere e rispondere alle mail, azione che quotidianamente ciascuno di noi compie, può potenzialmente influire negativamente sulla nostra salute psicologica.

 

 

1) Aumentata risposta allo stress

 

Una ricerca condotta dal professor Jackson (2010) è andata ad indagare l'associazione tra lettura di mail e stress e ha messo in evidenza come basti anche soltanto guardare la casella di posta elettronica per incrementare in maniera significativa il proprio livello di stress.

Per quale motivo?

Lo stress consiste nell’esperienza di avere a che fare con un compito molto grande da compiere - oppure molteplici piccoli compiti - avendo a disposizione una quantità non sufficiente di energie per fronteggiare la richiesta.

Nel passato, per i nostri avi, una situazione stressante poteva essere incontrare nella foresta un animale particolarmente affamato.Oggi la natura degli agenti stressanti si è modificata e anche la lettura della casella di posta, che apparentemente sembra un'azione innocua, è in grado di scatenare una risposta di allarme e di attivazione fisiologica: avere troppe mail di cui occuparsi induce la sensazione di essere sopraffatti da molteplici compiti.

Nello studio sopra citato si è osservato che le mail risultavano associate con una aumentata risposta allo stress, rilevata attraverso misure fisiologiche come il battito cardiaco, la pressione sanguigna e la misurazione del cortisolo (l’ormone dello stress).

La ricerca è stata effettuata su un campione di 30 impiegati del Governo Inglese e i risultati hanno mostrato che il battito e la pressione si alzavano soprattutto nei momenti di lettura e invio delle mail.

Inoltre è stato chiesto ai partecipanti di stare senza mail per un intero giorno, con il risultato che il livello di cortisolo si abbassava notevolmente.

 

2) Attivazione emotiva negativa

 

È solo il numero di mail che riceviamo ad aumentare il nostro livello di stress? C’è un altro elemento che spesso dimentichiamo, ossia l’impatto emotivo che ciascuna mail ha su di noi.

Pensiamo a tutte le mail che riceviamo ogni giorno: sicuramente almeno una porta con sé un forte carico emotivo (forse anche più di una), per esempio quando leggiamo le critiche da parte di un collega, oppure lo scambio incalzante di lamentele con il proprio partner.

La risposta allo stress è sempre stata presente nell’uomo e ha una funzione adattiva: conduce ad attivarsi e a gestire nel miglior modo le variegate situazioni che quotidianamente ci ostacolano. Tuttavia, gli esseri umani sono “programmati” per fronteggiare una richiesta alla volta, non tutte insieme contemporaneamente.

Oggigiorno, anche semplicemente stando seduti alla scrivania con una tazza di caffè in mano mentre si controllano le mail, si possono sperimentare numerosi eventi stressanti che conducono ad una attivazione emotiva negativa.

Pensiamo a quando ci arriva una mail del nostro capo che ci chiede di completare urgentemente un progetto appena abbozzato, oppure quando riceviamo un messaggio ambiguo e aggressivo da parte di un nostro familiare, oppure ancora quando leggiamo che nostro collega si è ammalato e quindi occorre sostituirlo. Una sola ora di mail può farci provare una miriade di emozioni.

Certamente ci sono anche mail felici, con bellissime notizie: le foto dei nipotini, l’annuncio del matrimonio di un amico, i biglietti aerei per andare in vacanza.

Sfortunatamente alcune ricerche hanno osservato che il nostro cervello rimane maggiormente colpito e ancorato alle notizie negative, non bilanciandole con quelle positive.

 

3) Funzionamento dell'amigdala e della corteccia prefrontale

 

Quando ci imbattiamo in situazioni nuove e complesse, occorre attivarsi per trovare la modalità di adattamento più adeguata.

Ecco che si innesca in noi una particolare reazione fisiologica in risposta al fattore stressante (innalzamento della frequenza, della pressione cardiaca, della tensione muscolare, diminuzione delle secrezione salivare, aumentata liberazione di cortisolo) che permette all’organismo di mobilitare tutte le energie necessarie a fronteggiare l’evento.

L’area del cervello che si attiva principalmente in questi casi è quella deputata alla paura e all’ansia: l’amigdala.

Quando questa area rimane accesa a lungo, essa tende a prendere il sopravvento e indebolire altre parti più evolute del cervello, come la corteccia prefrontale, che invece è quella adibita alla risoluzione di problemi e al ragionamento logico (Holmes et al., 2012).

Se la condizione stressante continua, oppure risulta troppo intensa, l'organismo non riesce più a difendersi a causa dell’esaurimento delle energie, e la naturale capacità di adattarsi viene a mancare.

Inoltre, come riportato in uno studio di Raio e colleghi del 2013, l’attivazione della corteccia prefrontale si riduce significativamente e di conseguenza c’è un impatto negativo sulle strategie cognitive adottate, che sono poco funzionali e appropriate all’evento.

Pensiamo a quante mail riceviamo ogni giorno, e quante di esse ci portano informazioni potenzialmente allarmanti o problematiche... Immaginiamo quindi l’attivazione continua della nostra amigdala che influenzerà le decisioni che andremo a prendere, con il rischio che non siano sempre le migliori.

 

4) Ridotto self-control

 

Avete mai premuto il tasto INVIA per poi pentirvi di ciò che avevate scritto nella mail quando ormai era troppo tardi?

Non incolpatevi. Alcune ricerche mostrano che avere troppe cose da fare porta al desiderio di "svuotarsi" il prima possibile, riducendo la propria capacità di controllo.

Inzlicht & Schmeichel (2012) hanno osservato che avere troppe cose da fare porta a una riduzione della motivazione e dell’attenzione, che a loro volta inducono successivamente una diminuzione dell'auto-controllo.

È molto più probabile correre rischi quando si hanno numerosi compiti da svolgere, non tanto per il numero elevato quanto per la tendenza a gettarsi immediatamente nella prima soluzione ipotizzata solo per terminare il prima possibile. Insomma, sembra difficile mettere un freno ai propri impulsi quando si hanno troppe cose da fare.

Pensiamo a tutti quei messaggi che arrivano continuamente nella nostra casella di posta elettronica da mittenti differenti, a tutto lo stress accumulato e al peso emotivo connesso... siamo davvero così lucidi e pronti per rispondere alle varie mail?

 

5) Diminuzione della produttività

 

Ogni giorno leggiamo e rispondiamo a numerose mail che riguardano problemi diversi e richieste variegate, anche in un lasso di tempo molto ristretto.

Questa condizione si chiama multitasking, cioè l'abilità di occuparsi di due o più compiti simultaneamente, passando continuamente da una attività all’altra.

Uno studio condotto da Rubinstein e colleghi (2001) ha mostrato che, a differenza di quanto ci si aspettava, l’abilità di multitasking porta a una produttività inferiore e fa sprecare tempo prezioso ogni giorno.

Questo succede perché saltare continuamente da un compito all’altro richiede di riformulare le regole che sottostanno al nuovo esercizio da eseguire, perdendo così ogni volta decimi di secondo. Inoltre, continuando a passare di qua e di là, aumenta il rischio di creare piccoli “blocchi mentali” che congelano temporaneamente le capacità cognitive ed esecutive.

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.psychologytoday.com/blog/feeling-it/201409/what-email-does-your-brain

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Che effetto può avere sulle nostre menti l'essere sempre connessi in rete e, in particolare, il mandare e ricevere miriadi di mail giornalmente?

Secondo questo articolo, basato su recenti studi scientifici, gli effetti sono moltissimi e spaziano da un'aumentata risposta allo stress, ad un abbassamento della produttività e ad una diminuzione delle capacità di autocontrollo.

 

Reputo certamente di grande interesse l'andare a comprendere a fondo come la tecnologia rischi di impattare negativamente sulle nostre menti; ritengo non siano da tralasciare, per contro, gli altrettanto numerosi vantaggi di questi strumenti, che sono qui per restare.

Globalmente, penso che il messaggio più importante di questo articolo stia nell'invito ad un utilizzo misurato e consapevole dei supporti tecnologici. Ciò significa anche ritagliarsi dei momenti durante la giornata scevri dalla tecnologia, momenti di sana “non raggiungibilità”, e saper tracciare i propri confini personali indispensabili per il proprio benessere.

 

Data l’importanza che attribuisco al tema, ho recentemente creato un videocorso sulla “Media Education”, per un utilizzo sano e consapevole delle nuove tecnologie. L’educazione alle nuove tecnologie previene i rischi legati all’utilizzo di internet, informando e accrescendo la capacità critica sulla natura dei nuovi strumenti tecnologici.

Il corso è rivolto a tutti gli educatori, insegnanti, genitori ed operatori del sociale che desiderano acquisire le coordinate necessarie per orientarsi nel mondo online a fianco dei loro ragazzi, i “nativi digitali”.

Il corso è online sul sito www.media-education.it ed è venduto in questa fase lancio a 49 euro. Ecco un breve filmato di presentazione: https://www.youtube.com/watch?v=42bsg34_gD0

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“Buoni genitori”: 5 miti da sfatare

“Buoni genitori”: 5 miti da sfatare | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Dare consigli in merito alla genitorialità è ormai una pratica molto comune.

Ogni settimana ecco uscire una nuova tendenza su quale sia il modo migliore per aiutare i propri figli a crescere.
In mezzo a tutte queste ricette su come essere “buoni genitori”, si può facilmente rischiare di diventare confusi e frustrati.
Per orientarci in questo oceano, abbiamo chiesto a due psicologhe esperte di relazioni genitori-figli di condividere con noi i miti più comuni circa la genitorialità oggi. Eccoli:


Mito n°1: Se i vostri figli non sono felici, c'è qualcosa di cui preoccuparsi


Nella nostra cultura, c'è una forte enfasi sulla felicità. Dunque, se i figli non sono felici sempre o in determinate situazioni, i genitori cominciano a preoccuparsi.
“In realtà”, sostiene la dott.ssa Jessica Michaelson, psicologa clinica e fondatrice del sito honestparenthood.com che si occupa nello specifico delle primissime relazioni genitori-figli, “è normale e sano per i bambini sperimentare 'alti e bassi' dal punto di vista emotivo, dunque sia emozioni positive come la gioia, sia negative come la tristezza o la rabbia”. Una vita in cui si sperimentano un ventaglio di emozioni è molto più ricca e reale di una monocromatico “vita felice" (...)
Ovviamente, l'infelicità continua e persistente può essere un campanello dall'allarme per una situazione problematica. Essa può essere il segno che il vostro bambino potrebbe essere alle prese con una sintomatologia depressiva, sebbene questa condizione sia decisamente rara in infanzia. Alcuni bambini con depressione possono piangere frequentemente, avere bassa energia e sonno disturbato. Altri possono essere irritabili, agitati e ostili. In questi casi è opportuno consultare il vostro medico o chiedere aiuto ad un terapeuta.


Mito n°2: I genitori non dovrebbero mai dire no ai loro figli


Secondo la dott.ssa Heather Wittenberg, psicologa clinica americana, questa è la tendenza attuale.
“Le vecchie generazioni di genitori erano severe, complice anche il periodo storico maggiormente difficoltoso, e hanno portato i loro figli a sentirsi eccessivamente criticati”. Spiega la dott.ssa. “Oggi, la situazione sembra essersi capovolta: ora si crede che dire di no ai ragazzi sia qualcosa di troppo duro, difficile e potenzialmente dannoso”.
Invece, fissare regole e limiti ai nostri figli ha un fondamentale valore psicologico: insegna ai bambini delle competenze e, soprattutto, li aiuta a sentirsi al sicuro (...)
“Dire no è dunque qualcosa di costruttivo e non dannoso, con la condizione che sia detto in tono non aggressivo e ostile. Spesso, il contesto della comunicazione è molto più importante del contenuto”.
Secondo la dott.ssa Wittenberg, altri esempi di limiti utili includono:
- il non ricaricare il cellulare prima di un tempo prestabilito se i nostri ragazzi hanno sforato con i minuti previsti
- l'allontanare i nostri bambini da una festa o da una situazione dove stanno avendo un comportamento inappropriato o facendo capricci finchè non sono in grado di calmarsi ed esprimere a parole le loro frustrazioni (tecnica del time-out).


Mito n° 3: Essere buoni genitori è conoscere le strategie giuste


"L'idea di poter ridurre la genitorialità ad un insieme di strategie e processi specifici è molto accattivante, ma purtroppo non è possibile farlo” spiega la dott.ssa Michaelson.
In realtà, non si tratta di particolari strategie ma di una più comprensiva “mentalità da genitore”, che ha a che fare con le modalità in cui la coppia genitoriale pensa, sente e interagisce con il mondo.
Una recente ricerca ha mostrato come lo stile di attaccamento della mamma durante la gravidanza – vale a dire, la sua capacità di provare sentimenti di fiducia nei confronti degli altri, le sue aspettative verso i rapporti e il suo modo di relazionarsi con le sue emozioni – prediceva lo stile di attaccamento del bambino a 12 mesi. Ciò significa essere in grado di prevedere quanto sicuro sarà il bambino basandosi su quanto sicura è la mamma ancora prima di averlo messo al mondo.
E' tutta questione di mentalità: genitori sicuri tenderanno ad allevare bambini sicuri; genitori con relazioni sane tenderanno ad allevare bambini che hanno relazioni sane; genitori che credono che lo sforzo conduca a risultati positivi e che sostengono la perseveranza dopo il fallimento tenderanno ad allevare bambini resilienti e ottimisti. Al contrario, genitori che si aspettano il peggio tenderanno ad allevare figli in guardia nei confronti del mondo e favorire in loro preoccupazioni e insicurezza. Poichè tendono ad evitare le sfide, questi genitori dissuaderanno i loro figli dal prendere rischi in modo da non fallire.
La dott.ssa Michaelson nella sua pratica clinica lavora moltissimo con i genitori.
Lavora sia con coloro che hanno paura di fare ciò che ritengono giusto perchè hanno sentito da qualche parte che si tratta di una pratica dannosa, sia con coloro che attuano strategie educative che non funzionano nel loro caso specifico.
Prendiamo l'esempio di time-out. Alcuni ritengono che sia una pratica dannosa perchè induce nei bambini sentimenti di abbandono e vergogna. Altri che sia in realtà una pratica molto funzionale se usata nei modi e nei casi opportuni. Commenta la dott.ssa: "Molti genitori sono in grado di utilizzare questo strumento rispettosamente e amorevolmente, e molti bambini si sentono contenuti e sostenuti da questo tipo di limite concerto e pausa nella stimolazione. Al contrario ci sono genitori e bambini che invece non ne beneficiano per nulla e che dunque hanno smesso di usarlo”.
Dunque, secondo la dott.ssa, l'approccio migliore per i genitori è scoprire i propri istinti genitoriali e coniugarli con ciò che funziona meglio con quel particolare bambino, diverso da tutti gli altri e unico. La genitorialità non è dunque conoscere le strategie giuste in assoluto, ma trovare quelle utili e in sintonia con le esigenze del proprio bambino (…). "Prescrizioni 'da manuale' non sono da utilizzare se il comportamento, le parole, le emozioni del vostro bambino stanno indicando che qualcos'altro è necessario".


Mito n° 4: I buoni genitori devono sempre mettere le esigenze dei loro bambini prima delle loro


"Allevare un figlio può essere un'attività molto impegnativa e anche logorante, e la nostra cultura promuove uno stile di vita ossessivo per quanto riguarda la cura dei figli” spiega la dott.ssa Michaelson. “Questo conduce molti genitori a ignorare completamente le proprie esigenze personali”.
In realtà, è di vitale importanza che i genitori “indossino per primi la maschera dell'ossigeno”, per prendere spunto dalle norme di emergenza che è buona prassi seguire ad esempio su un aereo. Questo, non per poca considerazione nei confronti dei pargoli ovviamente, ma per altri due fondamentali motivi. Innanzitutto, ciò aiuta i genitori a rimanere in buona salute, inoltre comunica ai figli che i genitori sono al vertice del sistema famiglia, e sono lì in modo da poter proteggere i piccoli dai pericoli.
Realizzando di essere posti all'interno di un sistema che deve essere integro e funzionale per garantire protezione, i bambini sviluppano un'importantissima base di sicurezza. (...)

 

Mito n° 5: Il vostro matrimonio sopravviverà nonostante l'abbiate decisamente trascurato durante la crescita dei vostri bambini


Poichè allevare un figlio è un mestiere logorante, molti genitori finiscono per trascurare i loro matrimoni.
"I primi anni della genitorialità possono allontanare i partner l'uno dall'altro e molte coppie non sopravvivono a questa negligenza reciproca", spiega la dott.ssa Michaelson.
Ad esempio, le coppie possono comunicare solo quando sono in conflitto, impegnarsi in attività individuali, e non passare del tempo insieme senza i loro figli. Il matrimonio diventa così “unidimensionale”, cioè focalizzato solo sull'essere genitori, senza più amicizia o intimità.
"Dal momento che i nostri figli imparano ad avere relazioni guardando il nostro modo di farlo, ne deriva che una delle cose più importanti che possiamo fare per loro è nutrire e coltivare la connessione con il nostro partner”, ha detto la dott.ssa Michaelson.
La dott.ssa suggerisce di fare ciò ringraziando spesso il proprio partner, complimentandosi con lui e mantenendo un adeguato contatto corporeo: “Ciò permette ad entrambi i membri della coppia di trovare forza e conforto nell'altro durante il difficile impegno quotidiano di essere genitori”.
La dott.ssa suggerisce anche di divertirsi senza i bambini: scegliete attività divertenti e ritagliatevi del tempo per farle insieme.

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://psychcentral.com/lib/5-myths-about-parenting/00020438

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Oggigiorno la rete pullula di articoli che danno consigli su come si possa diventare "buoni genitori".
In realtà, definire cosa significhi fare bene il mestiere di genitore è qualcosa di molto complesso.
Un step preliminare e molto utile, a mio avviso, consiste piuttosto nel cominciare a mettere a fuoco 5 miti molto diffusi sulla genitorialità, che occorre sfatare.


Se credete che per essere buoni genitori i vostri figli debbano essere felici e gioiosi 24h su 24... se credete che, anche se trascurerete completamente il vostro matrimonio durante la crescita dei vostri figli, esso non ne risentirà... se credete che per essere buoni genitori ci siano trucchi precostituiti da conoscere... questo articolo fa per voi.

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5 passi per mantenere in salute il proprio cervello (e prevenire la demenza senile)

5 passi per mantenere in salute il proprio cervello (e prevenire la demenza senile) | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Recenti studi hanno osservato che il numero di persone che potrebbero sviluppare demenza nei prossimi 20 anni è in notevole aumento.

Non sorprende che milioni di dollari siano destinati alla ricerca in questo campo, al fine di comprendere le modalità con cui assicurare una salute più longeva possibile al cervello, andando a prevenire o almeno a rallentare l'invecchiamento cognitivo.

Molti dei fondi sono stanziati in favore della ricerca farmacologica, tuttavia oggigiorno un numero sempre maggiore di studi sta dando importanza anche allo stile di vita come fattore essenziale per mantenere in salute il cervello e tutte le sue funzioni.

 

Esaminiamo insieme 5 aspetti che sembrano influenzare notevolmente il buon funzionamento della mente, dunque contribuire alla prevenzione della demenza.

 

1. Nutrizione

 

Non sorprende che la nutrizione abbia un ruolo fondamentale. Le tipologie di cibi e le abitudini alimentari che riducono le malattie cardiache e il diabete, sembrano apportare dei benefici anche alla salute del cervello. Una dieta povera di grassi saturi e di zuccheri promuove una migliore circolazione del sangue all’interno dei vasi sanguigni del cervello, mentre cibi grassi possono ostruire le arterie provocando possibili ischemie. Vari studi hanno trovato che il consumo di pesce, in particolare quello ricco di omega 3 come il salmone e il tonno, è un fattore protettivo nei confronti del deterioramento del cervello. Anche le nocciole e i frutti scuri, come per esempio i mirtilli, così come la dieta mediterranea che enfatizza il consumo di cibi a base vegetale come il grano, i legumi e l'olio di oliva, sembrano apportare benefici al funzionamento cerebrale. Più recentemente, in uno studio del 2014, Daiello e collaboratori hanno trovato che assumere integratori alimentari a base di olio di pesce, contenenti alte percentuali di omega 3, aiuta a preservare le funzioni cognitive e il volume del cervello. Inoltre, livelli bassi di vitamina D sembrano aumentare il rischio di sviluppare il morbo di Alzheimer, come riportato nello studio di Littlejohns e collaboratori del 2014.

 

2. Pressione sanguigna e peso

 

Come possiamo immaginare, l’ipertensione e l’essere in sovrappeso incrementano il rischio di sviluppare demenza col passare degli anni. L’aumento di peso induce un incremento significativo della pressione sanguigna, e la pressione alta aumenta il rischio di infarti. Anche i piccoli infarti, che sono spesso non diagnosticati, possono innescare più velocemente il processo di decadimento cognitivo. Per esempio, in uno studio condotto nel 2001, Petersen e colleghi hanno trovato che gli individui con un maggior numero di microinfarti ottenevano bassi punteggi in test cognitivi.

 

3. Allenamento cognitivo

 

Il cervello è come un muscolo, e come tale ha bisogno di continuo allenamento. Nuovi stimoli promuovono l'apprendimento ed esso conduce alla formazione di connessioni cerebrali sempre più articolate e veloci. I giochi di logica o le parole crociate, oppure il sudoku, sono ottimi strumenti che aiutano a mantenere la mente in buona salute. Recentemente, compagnie private hanno sviluppato giochi al computer e applicazioni per cellulari utili a stimolare differenti funzioni mentali, in particolar modo la concentrazione. Owen e colleghi (2010) hanno scoperto che questi giochi permettono di potenziare l’attenzione, la memoria, il ragionamento e le abilità visuo-spaziali.

 

4. Attivazione emotiva

 

I muscoli crescono perché sono continuamente messi sotto sforzo. Anche il cervello cresce nello stesso modo: richiede di essere messo costantemente sotto pressione per potersi evolvere. Tuttavia non è detto che l’apprendimento sia il solo strumento per far crescere il cervello; anche le sfide emotive offrono stimoli per la maturazione e l’organizzazione cerebrale. Per esempio, molti studi hanno mostrato come le persone che devono risolvere problemi in gruppo hanno un rischio minore di sviluppare demenza. Molto probabilmente questo effetto protettivo è dovuto al fatto che il cervello è stimolato sia nella risoluzione di problemi cognitivi sia nell’attivazione emotiva. Dall’altra parte, individui che sono depressi e isolati sono più a rischio di invecchiamento cognitivo precoce. Globalmente, sembra che attività che includono sia un coinvolgimento cognitivo sia emotivo siano quelle che apportano maggiori benefici al nostro cervelllo. Esempi di questo tipo includono imparare e conversare in una nova lingua, imparare a suonare uno strumento ed esibirsi davanti ad una platea, partecipare ad attività di volontariato su cause che appassionano o parlare in pubblico, soprattutto se ciò faceva molto paura in passato.

 

5. Meditazione e ipnosi


Sia l’ipnosi sia la meditazione sono in grado di modificare in maniera consistente il funzionamento cerebrale. Queste due attività sono capaci di influenzare il flusso vascolare del sangue, l’attività elettrica e di stimolare regioni specifiche del cervello. Inoltre, entrambi i metodi possono influenzare il livello di infiammazione corporea. Essi sono infatti strumenti eccellenti per controllare la risposta allo stress e la risposta alla paura, che sono fattori in parte responsabili della risposta infiammatoria. Ciò è particolarmente importante alla luce del fatto che il processo infiammatorio è associato all’invecchiamento cognitivo. Sebbene non sia stata trovata una connessione diretta con la demenza, evidenze in campo scientifico hanno mostrato che infiammazioni del tessuto cerebrale influenzino l’avanzamento del processo di deterioramento. In aggiunta, l’infiammazione è risultata associata a riduzione dell’ippocampo, che è il centro della memoria, e un'atrofia dell’ippocampo è stata spesso riscontrata in pazienti affetti da Alzheimer. Nello studio condotto da Schoen & Nowack (2013), gli autori hanno mostrato come piccole sessioni di ipnosi e di meditazione, ascoltando semplicemente registrazioni durante il sonno, possono ridurre la risposta infiammatoria.

 

Ricordate: un cervello opportunamente stimolato è anche un cervello felice.

 

Vai alla fonte in lingua originale: 

http://www.psychologytoday.com/blog/5-cents-the-doctor-is-in/201408/5-steps-better-brain-health ;
Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Ecco un altro interessante articolo in ambito di Psicologia della Salute, una branca della psicologia che si occupa di promuovere condotte che assicurano il benessere globale dell'individuo.

 

In particolare oggi parliamo di demenza senile, analizzando 5 spunti tratti dalla ricerca medica e psicologica contemporanea utili a contrastare l'invecchiamenti cerebrale.

 

Per saperne di più su questo tema estremamente attuale, vi consiglio l'intervista che ho fatto alla dott.ssa Leonetti, una collega psicologa che si occupa nella sua pratica clinica di demenze. Nel video vengono forniti suggerimenti utili per chi si trova a convivere con persone affette da questa patologia, per un corretta gestione pratica ed emotiva del proprio caro malato. Lo trovate qui: https://www.youtube.com/watch?v=genELJI2mAE

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7 campanelli d'allarme che segnalano l’assunzione di un collaboratore inadeguato

7 campanelli d'allarme che segnalano l’assunzione di un collaboratore inadeguato | Parliamo di psicologia | Scoop.it

“Cosa c’è di peggio che commettere un errore? Non riconoscerlo in tempo”

 

Il processo di assunzione di nuovo personale all'interno di un'azienda o di un team può essere qualcosa di estenuante e può comportare una grossa perdita di tempo.

Dopo molti sforzi, finalmente avete trovato una persona che possiede le abilità che vi occorrono e sembra proprio essere quella “giusta” per l'azienda.

Tuttavia, appena il nuovo assunto comincia a lavorare, qualcosa comincia a non girare per il verso giusto...

Qualche volta può capitare infatti che la persona che vi aveva convinto durante il colloquio, si rivela poi diversa in un secondo momento, nell’atto pratico lavorativo.

E’ di fondamentale importanza ricordarsi che occorre lasciare un po’ di tempo al nuovo assunto per ambientarsi e apprendere come funzionano le cose nel nuovo ambiente. Tuttavia, allo stesso tempo, fallire nel riconoscere un collaboratore con un’influenza negativa può portare a malcontenti all’interno dell’azienda, ostacolando non solo la produttività ma anche lo spirito di squadra.

 

Ma come accorgersi il prima possibile di aver commesso un errore nell’assunzione?

Ecco una lista di 7 segnali che possono aiutarvi a riconoscere velocemente di aver intrapreso una collaborazione con la persona sbagliata. 

 

1. Fare costantemente gli stessi errori

 

Come già anticipato, c’è per tutti una curva di apprendimento, ed è corretto rispettarla. Tuttavia, quando l’impiegato continua a fare sempre gli stessi errori, diventa una situazione non più sostenibile. Se il nuovo collaboratore continua a ripetere regolarmente gli stessi sbagli nonostante gli sia stato fornito un apprendimento adeguato, si tratta di un chiaro segnale di pigrizia o incompetenza.

 

2. Richiedere trattamenti speciali

 

L’orario di lavoro è concordato fin da subito e il contratto viene firmato facendo attenzione alla comprensione di ciascun punto. Dunque, se il vostro nuovo collaboratore comincia fin dalle prime settimane a richiedere privilegi speciali, non è un buon segno. Se tutti lavorano da lunedì a venerdì, dalle 8 del mattino alle 5 del pomeriggio, e questo è stato chiaramente riferito al nuovo assunto, non può pretendere di avere 4 giorni come fine settimana oppure di uscire dal lavoro presto tutti i mercoledì. Se c’erano problemi con l’orario di lavoro, avrebbe dovuto dirlo durante il colloquio. Inoltre, permettere al nuovo impiegato di fare tutto ciò che richiede, mentre i vecchi dipendenti rispettano gli accordi del contratto, rischia di creare grossi problemi nella coesione dell’azienda.

 

3. Lamentarsi costantemente

 

Ciascun capo desidera che il proprio impiegato si senta libero di dire ciò che reputa importante e utile per l’azienda, ma ciò non vuol dire continuare a lamentarsi. Se avete appena assunto qualcuno e nelle prime settimane di lavoro le uniche cose che gli sentite affermare sono che tutto è terribile, la compagnia è scadente e il caffè non è buono, molto probabilmente non si tratta della persona adatta per l’azienda. Le critiche costruttive, così come i suggerimenti, sono utili per il miglioramento, ma sono differenti dalle lamentele. Se il nuovo assunto riporta soltanto aspetti negativi senza trovare nessuna soluzione, molto probabilmente susciterà malcontenti nei colleghi.

 

4. Il resto del team si lamenta

 

L’altro lato della medaglia: il nuovo impiegato è felice, ma gli altri dipendenti cominciano a lamentarsi. Creare un clima armonioso e di rispetto tra i dipendenti è una parte fondamentale del processo di produttività di ciascuna azienda. Sfortunatamente, una cattiva assunzione può “inquinare” l’intera società. Così, se tutto andava bene e all’improvviso i vecchi impiegati diventano scontenti e la produttività si ferma perché nessuno va d’accordo con il nuovo assunto, questo è indice di un grave ostacolo. Certamente ci saranno due versioni della stessa storia, dunque occorre sempre ascoltare entrambi i poli. Tuttavia, se avete assunto da poco qualcuno e all’improvviso il luogo di lavoro diventa cupo, non produttivo e l’aria si fa sempre più pesante, probabilmente un po’ di responsabilità è da attribuire al nuovo entrato.

 

5. Riluttanza ad adattarsi

 

Questo è il caso in cui il nuovo collaboratore, quando comincia a lavorare, invece di adattarsi alla nuova azienda, fare domande e imparare come muoversi, si limita a continuare a fare quello che faceva nel vecchio posto di lavoro. Ricordatevi: c’è differenza tra avere difficoltà ad ambientarsi ed essere riluttante ad adattarsi. Certamente le buone idee, anche se provenienti da altri posti, possono essere sempre ben accette e utilizzate, tuttavia i nuovi assunti non dovrebbe essere chiusi nell’apprendere nuove modalità di lavoro. Una caratteristica fondamentale dei nuovi collaboratori è che siano flessibili e abbiano buone capacità di adattamento.

 

6. Il morale del team precipita

 

Avere il morale alto all’interno del team di lavoro è un ottimo vantaggio. Se la produzione è in continua crescita, i dipendenti si stimano a vicenda e sono soddisfatti di andare al lavoro, questi aspetti sono vitali per il benessere dell’azienda. Se tutto ad un tratto nascono incomprensioni e battibecchi, il morale crolla e l’unico cambiamento è stata l’assunzione, forse la rottura dell’equilibrio è dovuta al nuovo arrivato. Ricordatevi: i lavoratori felici sono molto più produttivi.

 

7. Non prendere mai l'iniziativa

 

Non c’è niente di peggio che pensare di aver assunto una persona intraprendente e poi scoprire di aver preso un granchio. Nelle prime settimane di lavoro, il nuovo impiegato dovrebbe essere teso a fare una bella impressione, a lasciare un segno positivo. Se il nuovo collaboratore lavora il minimo indispensabile, dice di no a tutti i progetti o continua a ripetere “Ma questo non fa parte della mia mansione!”.. beh.. sono tutti segnali di allarme. (...)

 

Vai alla fonte in lingua originale:  http://business.salary.com/7%2Dsigns%2Dyou%2Dhired%2Dthe%2Dwrong%2Demployee/

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Come si può facilmente intuire, assumere personale adatto alle esigenze dell'azienda o, più in piccolo, trovare un collaboratore adeguato per il progetto che si ha in mente, è un passaggio molto delicato e di importanza fondamentale. 

Tuttavia, spesso capita che siano assunte persone poco competenti e motivate.

Selezionare una persona inadatta può avere conseguenze molto costose per l'azienda o il team di lavoro: il nuovo collaboratore continua a commettere errori, nuoce al morale degli altri dipendenti, indispone i clienti, non desidera apprendere e migliorarsi. 

 

Come mi piace ricordare, essendo il team di lavoro un sistema, se si modifica un elemento interno, anche gli altri ne vengono influenzati in quanto irrimediabilmente interconnessi, in positivo o in negativo.

 

Ecco perchè trovo opportuno mettere a fuoco e tenere in mente questi pochi spunti, semplici ma fondamentali per la buona riuscita del vostro progetto lavorativo.

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5 domande che potrebbero cambiare la vostra vita

5 domande che potrebbero cambiare la vostra vita | Parliamo di psicologia | Scoop.it

“La domanda giusta può fare la differenza”

 

Che effetto può avere una semplice domanda? Se è quella giusta, può cambiarvi la vita.

 

Warren Berger, autore del libro “A more beautiful question” ha condotto una ricerca sul potere degli interrogativi e ha scoperto che alcune domande, poste agli altri ma soprattutto a se stessi, possono contribuire a realizzare grandi imprese, dall'aiutare a superare delle paure, a facilitare la presa di decisioni difficili o scelte importanti nella vita.

 

Ma perché le domande sono così potenti?

 

Innanzitutto perché, quando formuliamo quesiti, cominciamo già a organizzare il nostro pensiero intorno a ciò che non sappiamo. Il solo porsi una domanda è il primo passo verso l'apprendimento di qualcosa di nuovo o verso la risoluzione di un problema. Inoltre, fare domande è anche associato ad una modalità di pensiero definito “divergente”, che attinge dalla nostra creatività. Infine, ci sono evidenze che mostrano come le domande aumentino la motivazione, in quanto spronano ad andare alla ricerca di una risposta.

 

Certamente, alcune domande sono più incisive di altre.

Berger, durante la sua ricerca, ha intervistato molte persone di successo (manager, grandi pensatori, innovatori) e ha chiesto loro di condividere le domande che ritenevano avessero avuto un ruolo determinante nel loro successo.

 

Ecco qui 5 domande: ciascuna è disegnata per approfondire un aspetto specifico della vita

 

1. Qual è la mia “pallina da tennis”?

 

Questa domanda è stata posta da Drew Houston, fondatore di Dropbox agli studenti del MIT lo scorso anno durante il discorso di apertura dell’anno accademico.

È un modo più simpatico di chiedersi “Cosa mi interessa realmente?”. Houston ha spiegato nel suo discorso: “Le persone che hanno più successo sono quelle più infervorate nel risolvere le loro questioni, i loro dubbi, le loro curiosità. Mi ricordano un cane che tiene stretta tra i denti una pallina da tennis”. Houston ha suggerito che per aumentare le possibilità di felicità e successo occorre proprio “trovare la propria pallina da tennis”, da inseguire e tenere stretta tra i denti.

Come trovare la propria pallina da afferrare e non mollare più? La dott.ssa Carol Adrienne consiglia di prestare attenzione ai comportamenti più usuali e a tutto ciò che si fa senza pensare, per esempio “quando siete in una libreria, quale area guardate?”. Un altro suggerimento proposto da Eric Maisel, psicoterapeuta, è pensare a quello che si amava fare da piccoli: “Le cose che abbiamo amato da bambini, probabilmente sono le cose che amiamo e ameremo sempre.” Il consiglio è quello di scrivere una lista delle attività e degli interessi dell’infanzia per vedere quali sono rimasti nel presente. Una volta trovati, il quesito successivo da porsi è “Come posso unire i miei interessi (la mia pallina da tennis) con la vita di tutti i giorni?”.

 

2. A cosa sono grato oggi?

 

Molto spesso il nostro sguardo si focalizza su quello che ci manca nella vita: perchè non guadagno di più? Perché non ho un lavoro migliore? Perché non ho una casa più bella? Queste domande portano a dare per scontato tutto quello che già possediamo e che abbiamo guadagnato duramente. Un domanda fondamentale da porsi se si vuole aumentare vertiginosamente le proprie chance di essere felici e accaparrarsi energie positive è la seguente: “A che cosa sono grato oggi?”.“La gratitudine è una scorciatoia per la felicità” ha riferito il regista Roko Belic, in riferimento al suo documentario Felicità (girato nel 2011) nel quale è andato alla ricerca delle cose che rendono più felici le persone. La stessa conclusione è stata raggiunta dal Professore di Harvad Tal Ben-Shahar, che reputa fondamentale coltivare l’abitudine di ringraziare alla fine della giornata. Il Professore suggerisce in particolare l'uso di un “diario della gratitudine”, al cui interno appuntare ciò di cui si è grati quotidianamente. Le persone che sanno ringraziare non solo sono più felici, ma hanno anche più successo e raggiungono un maggior numero di obiettivi.

 

3. Che cosa potrei fare se sapessi di non poter fallire?

 

Questa domanda fu proposta per la prima volta dal pastore americano Robert Schuller nei suoi sermoni, circa tre decenni fa. Attualmente è molto popolare tra coloro che lavorano nella Silicon Valley, un'area a sud di San Francisco con una forte concentrazione di aziende informatiche e produttori di software che ogni giorno assumono rischi molto costosi. Recentemente è stata riproposta da Regina Dugan, celebre manager americana, come strumento fondamentale per aiutare le persone a superare la paura di fallire, e far sì che “le cose impossibili diventino improvvisamente possibili”. Come può questa domanda aiutarci a sconfiggere una paura? L'effetto è dovuto al potere della frase ipotetica “che cosa potrei fare se...”, che ci permette di passare temporaneamente dalla realtà ad un nuovo mondo, visto attraverso lenti differenti. Chiedendosi “Cosa potrei fare se sapessi di non poter fallire?”, si crea un spazio mentale nel quale il fallimento non viene contemplato, e ciò permette di pensare alle possibilità più ambiziose e fare luce su punti che probabilmente non avremmo mai identificato in altro modo. Certamente, ad un certo punto occorre ritornare al mondo reale, dove fallire è possibile e le ambizioni devono essere riviste. Tuttavia, il focus principale della domanda è quello di permettervi di cominciare a pensare in grande.

 

4. Quale piccolo cambiamento posso fare?

 

Se desiderate fare grandi cambiamenti nella vostra vita, partite da cose piccole. Caroline Arnold, broker di Wall Street e autrice del libro “Piccoli passi, grandi cambiamenti”, sostiene che se ci si focalizza su “micro cambiamenti” si hanno molte più probabilità di migliorare la propria vita. Nel testo, Arnold riporta un esempio semplice ma molto efficace. Quando ha deciso di dimagrire, ha cominciato facendo una piccola modifica nel suo comportamento: piuttosto che prendere l'autobus, ha iniziato a camminare. Ha cominciato facendolo una solo volta a settimana, il lunedì. Piano piano, l'abitudine del lunedì si è estesa e, attualmente, cammina tutti i giorni, con ricadute molto positive sulla sua forma fisica. Perché non cominciare subito a camminare tutti i giorni? Perchè partire immediatamente con standard elevati aumenta la possibilità di non raggiungere il risultato desiderato. Resistete alla tentazione di volere cambiare subito troppo e troppo velocemente. Cominciate invece chiedendovi “Quale piccolo cambiamento posso fare?”

 

5. Cosa ha reso la mia storia più bella?

 

La vita è piena di scelte: prendo questo sentiero o quell’altro?

Secondo lo scrittore John Hagel, quando state per intraprendere una strada, è bene che vi poniate la seguente domanda: “Guardando indietro di cinque anni, quali sono gli elementi che hanno reso la mia storia di vita più bella e più ricca?”. Analizzando gli elementi passati che hanno contribuito a migliorare la propria vita, è possibile comprendere in che direzione sia più opportuno dirigersi e scegliere con maggior sicurezza la nuova strada da intraprendere. Come Hagel ha affermato “Nessuno rimpiangerà di aver preso il sentiero che conduce a una storia migliore".

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.psychologytoday.com/blog/brainstorm/201407/5-questions-can-change-your-life

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Gli interrogativi che ci vengono posti dagli altri, ma soprattutto che poniamo a noi stessi, possono avere un potere enorme sulle nostre vite.

Le domande giuste possono mettere in discussione i propri limiti, ridefinire le proprie convinzioni, aiutare a superare paure radicate e arricchire il proprio punto di vista.

 

Vi presento in questo articolo 5 domande che hanno contribuito a cambiare la vita di persone di successo. Provate a porvele, ma non abbiate fretta di rispondere: per farlo occorre una ricerca dentro se stessi giorno dopo giorno.

 

Il motivo per cui vi propongo questo articolo è che, a mio avviso, oggi tendiamo a concentrarci eccessivamente sulle risposte, mentre il vero processo di cambiamento parte proprio dalle domande, in particolare dal porsi domande diverse. Chiedersi cose diverse conduce a risposte differenti che aprono prospettive inaspettate e di grande valore dal punto di vista psicologico.

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8 strategie per trattare con persone aggressive e prepotenti

8 strategie per trattare con persone aggressive e prepotenti | Parliamo di psicologia | Scoop.it

“Certe persone cercano di essere più alte tagliando la testa degli altri”

(Paramhansa Yogananda, filosofo e mistico indiano)

 

Chiunque, almeno una volta nella vita, ha incontrato e avuto a che fare con persone aggressive, intimidatorie o controllanti, all’interno della propria sfera privata o nell’ambiente lavorativo.

In apparenza possono sembrare anche individui tutto sommato tranquilli, tuttavia possono trasformarsi in soggetti ostili, subdoli, che creano numerosi conflitti e orchestrano sotterfugi.

 

Attraverso un approccio astuto e una comunicazione intelligente, comunque, è possibile ridimensionare la relazione con loro e riuscire a tramutare l‘aggressione in cooperazione e la sottomissione in rispetto.

Di seguito sono riportate 8 semplici strategie per trattare con persone litigiose. Tenete a mente che queste sono regole generali, e non tutte sono applicabili alla vostra specifica situazione. Prendete ciò che funziona e lasciate perdere il resto.

 

 

1. Mantenete la calma: contate fino a 10

 

“Respirare corrisponde a prendersi cura della propria vita” (Luce Irigaray, filosofa)

 

Una tra le caratteristiche più comuni delle persone aggressive è il piacere nel far perdere il controllo all'altra persona, in modo da sentirsi autorizzate a rispondere a tono. Attuando questo comportamento riescono a mettere l’altro in una condizione di debolezza.

La prima regola quando si ha a che fare con una persona prepotente è dunque quella di mantenere la calma. Meno siete reattivi alle provocazioni e in preda alla rabbia o alla frustrazione, più sarete in grado di giudicare la situazione oggettivamente e gestire il problema. Quando vi sentite sfidati da qualcuno, prima di dire o fare qualcosa che poi rimpiangerete, fate un profondo respiro e contate lentamente fino a 10. In quei 10 secondi, pensate alla risposta migliore da dare. Se siete ancora arrabbiati dopo i 10 secondi, prendete ancora tempo e ripensate al problema che vi ha fatto provare rabbia. Se necessario, usate frasi del tipo “Devo pensarci”. Mantenendo il self-control, otterrete più lucidità per gestire al meglio la situazione.

 

 

2. Mantenete le giuste distanze e tenete aperta ogni possibilità

 

E’ proprio così necessario stare a discutere con una persona prepotente?

Il vostro tempo ha un valore, il vostro benessere fisico e mentale sono fondamentali. A meno che non ci sia qualcosa di importante in gioco, non sprecate il vostro tempo con una persona che ha una influenza negativa su di voi. Forse non vale la pena discutere con un guidatore violento o un parente senza scrupolo, meglio tenere le debite distanze ed evitare di ingaggiarsi in discussioni accese.

Inoltre, una sensazione frequente che si prova di fronte a queste persone così difficili è il sentirsi bloccati, senza via di uscita. In queste situazioni, tenete aperte tutte le possibilità. Confidatevi con amici fidati e impegnatevi ad elencare tutte le possibili linee d’azione che potreste adottare con queste persone, tenendo come priorità il vostro benessere. Sfruttate il fatto che gli amici, non essendo emotivamente invischiati nella situazione, possono essere più oggettivi di voi. Senza paraocchi non si rimani bloccati. Tenete la vostra mente aperta.

 

 

3. Cambiate atteggiamento: da reattivi a proattivi

 

“Non prendete tutto sul personale. Quello che dicono gli altri è una proiezione della loro realtà. Se siete immuni alle opinioni e alle azioni altrui, non sarete vittime di una sofferenza inutile.” (Miguel Angel Ruiz)

Essere riflessivi circa la natura aggressiva e intimidatoria di alcune persone può aiutare a osservare la situazione dall’esterno, e a passare da una modalità reattiva a proattiva. Provate, anche solo per un breve momento, a mettervi nei panni dell’altro. Completate la frase “Non è poi così semplice…” considerando il punto di vista di chi vi sta offendendo.

Ad esempio:

“Il mio amico oggi è particolarmente aggressivo. Non è così semplice vivere in un ambiente dove tutti sono in competizione...”

“Il mio manager è davvero prepotente. Non deve essere facile avere su di sé aspettative elevate da parte dei dirigenti...

“Il mio compagno è così poco autonomo e insicuro. Non deve essere facile essere cresciuto in una famiglia dove gli è sempre stato detto come pensare e come agire.”

Ovviamente, assumere un punto di vista empatico non e' sufficiente a perdonare e bypassare comportamenti inaccettabili. Tuttavia, il punto fondamentale sta nel ricordare a se stessi che le persone mettono in atto determinati comportamenti anche a causa dei loro problemi.

Focalizzandovi maggiormente sull’azione e meno sulla persona, potete essere molto meno reattivi e potete così concentrare le vostre energie sulla risoluzione del problema.

 

 

4. Imparate a conoscere i vostri diritti

 

Quando si ha a che fare con persone aggressive, un aspetto cruciale è quello di tenere bene a mente quali sono i vostri diritti e riconoscere quando vengono violati. Questa presa di consapevolezza sui diritti umani è importante in considerazione del fatto che, se interagiamo a lungo con persone prepotenti e aggressive, rischiamo di dimenticarli o metterli in dubbio. Invece, finche non nuoce alle altre persone, avete il dovere di pretendere i vostri diritti.

Ecco qui alcuni fondamentali diritti umani:

- Avete il diritto di essere trattati con rispetto.

- Avete il diritto di esprimere i vostri sentimenti, opinioni e desideri.

- Avete il diritto di scegliere le vostre priorità.

- Avete il diritto di dire "no" senza sentirvi in colpa.

- Avete il diritto di ottenere quello che avete pagato.

- Avete il diritto di avere opinioni diverse rispetto ad altri.

- Avete il diritto di proteggervi da minacce fisiche, mentali, emotive.

- Avete il diritto di crearvi una vita felice e sana.

Questi fondamentali diritti umani rappresentano i vostri confini. La nostra società è ricca di persone che non rispettano questi diritti. Le persone aggressive in particolare vogliono deprivare le persone dei loro diritti, in modo tale che sia più semplice prendere il controllo su di loro.

 

 

5. Fate domande, non affermazioni

 

Uno tra gli aspetti che piace maggiormente ai soggetti aggressivi è puntare l’attenzione su vostri errori in modo da farvi sentire incapaci e inadeguati. Tipicamente, sono molto svelti a mettere in mostra tutto ciò che avete fatto male. Il focus è sempre su “Hai sbagliato” piuttosto che su "Come possiamo risolvere il problema?”

Se reagite mettendovi sulla difensiva cadete nella trappola, quindi il vostro aguzzino acquisirà il potere di rimarcare i vostri errori. Un modo semplice ed efficace per cercare di cambiare questa dinamica consiste nel rispondere alle frasi aggressive facendo domande piuttosto che affermazioni.

Per esempio:

1) Aggressore: “La tua proposta e' pessima! Non mi è proprio di aiuto!!! ”

Risposta: “Sei sicuro di averla considerata in tutti i suoi aspetti?"

2) Aggressore: “Sei così stupido!”

Risposta: “Perché mi tratti con disprezzo?”

Fate domande. Rilanciate all'altro la palla e spostate la luce del riflettore sul vostro aggressore, in modo da neutralizzare la sua influenza su di voi.

Un'altra tecnica, apparentemente semplice ma efficace, per interrompere una comunicazione negativa è cambiare argomento. Dite semplicemente “A proposito…” e iniziare un nuovo soggetto.

 

 

6. Mostrate superiorità con l’umorismo

 

“Continua a sorridere, le persone desidereranno sapere perché” (Anonimo)

 

L’umorismo è uno strumento di comunicazione potente. Aneddoto: una mattina un dipendente di una azienda salutò un suo collega particolarmente presuntuoso, ma questo non rispose, ignorandolo completamente. Il collega non si offese, anzi, sorrise naturalmente e scherzando disse “Vedo che oggi sei di buon umore!”. Questa “frecciatina” permise di sdrammatizzare la situazione e contribuì ad instaurare tra i due una conversazione civile.

L’umorismo, se usato appropriatamente, può far brillare luce sulla verità, disarmare i comportamenti aggressivi e mostrare di essere superiori. Nel libro “Come comunicare in modo efficace con persone difficili", l’autore, Preston Ni, cerca di spiegare il grande ruolo psicologico dell’umorismo nel risolvere i conflitti: irrompere con uno scherzo o una battuta è un buon modo per alleggerire la tensione e portare inaspettatamente un sorriso sul volto dell'altro, contribuendo a modificare le dinamiche di relazione.

 

 

7. Mantenete un tono formale durante la comunicazione

 

Quando si deve interagire con persone prepotenti è meglio seguire questa semplice regola: bloccare sul nascere eventuali problemi. Se tollerate sottomissioni e soprusi, questo incoraggerà solamente il comportamento aggressivo che andrà continuando e intensificandosi. Come evitare di accendere dinamiche aggressive?

E' fondamentale mantenere le opportune distanze relazionali e rendere il più possibile la comunicazione formale dando sempre del lei al vostro interlocutore.

Un'altra cosa importante è evitare di fare accuse e dichiarazioni che iniziano con la parola "tu", che hanno maggiori probabilità di innescare un litigio. Invece, utilizzate frasi che iniziano con "Io", "noi", o formule impersonali, seguite da fatti.

Per esempio:

Comunicazione inefficace: “Le tue azioni mancano di trasparenza"

Comunicazione efficace: “E’ importante che queste decisioni seguano passaggi chiari e trasparenti.”

 

 

8. Fate riflettere la persona sulle conseguenze del comportamento negativo

 

In alcuni situazioni è proprio il caso di dire alla persona esattamente ciò che deve cambiare e che cosa accadrà se non lo farà. Date alla persona un limite preciso e mettete in chiaro che, se lo attraversa, ci saranno conseguenze. Se ben articolate, le conseguenze possono mettere un freno a colui che offende e far sì che la violazione si trasformi in rispetto. Se scegliete questa via, considerate che le conseguenze da voi annunciate devono poi essere rispettate.

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.psychologytoday.com/blog/communication-success/201409/how-successfully-handle-aggressive-and-controlling-people

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Le persone aggressive, intimidatorie e controllanti possono rendere la vita molto difficile a chi deve trascorrere quotidianamente del tempo in loro compagnia. Quando si ha a che fare con qualcuno che adotta queste modalità comportamentali (un capo crudele, un amico che critica sempre o un parente senza scrupoli) molto spesso capita di avere timore di interagire.

Ecco 8 spunti per trattare più efficacemente con persone presuntuose ed aggressive, che vi permetteranno di sentirvi più sicuri e di migliorare la relazione.

 

A proposito di aggressività, se ti interessa puoi guardare questo videotutorial (https://www.youtube.com/watch?v=NjSg1NutRSg&list=PLF7rhru7cH2G_Boohc8jgUK17bps31e_F), dove approfondisco questa emozione e spiego un esercizio psicologico per trasformare la rabbia da distruttiva a costruttiva.

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14 cattive abitudini che ci privano di energia fisica e mentale

14 cattive abitudini che ci privano di energia fisica e mentale | Parliamo di psicologia | Scoop.it

La carenza di sonno non è l'unica causa della mancanza di energia. Ci sono molte piccole cose che facciamo (o non facciamo) durante la giornata che possono contribuire ad esaurirci lentamente dal punto di vista sia fisico che mentale.

In questo articolo, identificheremo sulla base della ricerca scientifica alcune cattive abitudini quotidiane che contribuiscono a privarci di energia e conosceremo alcune semplici modifiche da apportare al nostro stile di vita.

 

1. EVITARE DI FARE ATTIVITA' FISICA QUANDO SI E' STANCHI

Saltare l'allenamento per risparmiare energia è una pratica controproducente.

In uno studio condotto presso l'Università della Georgia, un campione di adulti sani sedentari che hanno iniziato a praticare un esercizio leggero tre giorni alla settimana per appena 20 minuti al giorno hanno riferito di sentirsi meno stanchi e più carichi di energia dopo sei settimane.

L'esercizio fisico regolare aumenta la forza e la resistenza dell'organismo, contribuisce a rendere il sistema cardiovascolare più efficiente e fornisce ossigeno e sostanze nutritive ai tessuti.

La prossima volta che sarete tentati di abbandonarvi sul divano, prendete in considerazione l'idea di andare a farvi una camminata, non ve ne pentirete.

 

2. NON BERE ABBASTANZA ACQUA

Essere anche leggermente disidratati conduce il corpo a “riscuotere un pedaggio” sui livelli di energia, dice Amy Goodson, dietista per la Texas Health Ben Hogan Sports Medicine.

La disidratazione causa una riduzione del volume del sangue, spiega Goodson, che rende il sangue più denso. Ciò conduce il cuore a pompare meno efficacemente, riducendo la velocità con cui l'ossigeno e le sostanze nutrienti raggiungono i muscoli e gli organi. (...)

 

3. NON INTRODURRE ABBASTANZA FERRO

Una carenza di ferro può condurci a sentirci stanchi, irritabili, deboli e poco lucidi.

“Ciò è dovuto al fatto che una minor quantità di ossigeno viaggia verso i muscoli e le cellule", spiega Goodson. “Potenziate la vostra assunzione di ferro per ridurre il rischio di anemia; puntate su carne magra di manzo, fagioli, tofu, uova, verdure a foglia verde, noci e burro di arachidi, accoppiandoli a cibi ad alto contenuto di vitamina C (che migliora l'assorbimento del ferro)”, suggerisce Goodson.

N.B.: una carenza di ferro può essere connessa anche a problemi di salute, dunque nel caso sperimentiate frequentemente questi sintomi è il caso di consultare il vostro medico.

 

4. ESSERE DEI PERFEZIONISTI

“Sforzarsi di raggiungere la perfezione, un traguardo che, diciamocelo, è illusorio e impossibile, conduce a lavorare più duramente e più a lungo del necessario”, dice Irene Levine, professoressa di psichiatria alla Scuola di Medicina della New York University. “I perfezionisti tendono a impostare obiettivi non realistici e impossibili da raggiungere e, alla fine, finiscono per non trarre nessun senso di auto soddisfazione”.

Una strategia utile in questi casi secondo la dr.ssa Levine è quella di impostare un limite di tempo da destinare ad ogni progetto, avendo cura di rispettarlo. “Con il passare dei giorni, vi rendete conto che il tempo extra che stavate investendo (e che consumava inutilmente le vostre energie) non era effettivamente utile a migliorare il vostro lavoro”.

 

5. AVERE LA TENDENZA A PENSARE IN MODO CATASTROFICO

Se temete di stare per essere licenziati quando il vostro capo vi chiama per un incontro inatteso, o avete paura di andare in bicicletta perchè siete preoccupati di poter fare un incidente, probabilmente avete una tendenza alla “catastrofizzazione” e vivete perennemente in attesa che si verifichi lo scenario peggiore.

“Questa ansia può paralizzarvi nelle azioni che desiderate compiere e condurvi a consumare una grande quantità di energia mentale”, dice Levine.

Quando vi accorgete di avere pensieri di questo tipo, fate un respiro profondo e chiedetevi quanto è probabile che il peggio accada realmente. Stare all'aria aperta, praticare la meditazione, fare esercizio fisico e condividere le vostre preoccupazioni con un amico sono pratiche che potranno aiutarvi a far fronte all'ansia e a sviluppare un pensiero più realistico.

 

6. SALTARE LA COLAZIONE

Il cibo che mangiamo costituisce la benzina del nostro corpo e, quando dormiamo, il nostro corpo continua a consumare ciò che abbiamo consumato a cena la sera prima per mantenere attivo il flusso sanguigno e l'apporto di ossigeno. Per questo motivo, al risveglio è necessario fare rifornimento con la prima colazione. Se la saltiamo, il prezzo da pagare sarà sentirci affaticati (…).

Goodson raccomanda una colazione che comprenda cereali integrali, proteine magre e grassi sani. Buoni esempi includono un frullato a base di frutta, latte magro o yogurt magro greco, uova con due fette di pane tostato.

 

7. CONSUMARE QUANTITA ECCESSIVE DI CIBO SPAZZATURA

Gli alimenti carichi di zuccheri e carboidrati raffinati (come quelli confezionati), hanno un alto indice glicemico (GI), causano cioè un aumento di zucchero nel sangue di breve durata. “Picchi di zucchero nel sangue seguiti da vertiginose cadute causano affaticamento nel corso della giornata”, dice Goodson. “Per contro, è più salutare mantenere una quantità constante di zucchero nel sangue, assumendo proteine magre ad ogni pasto. Buone scelte includono pollo (al forno) e riso integrale, salmone e patate, insalata di pollo e frutta”.

 

8. AVERE DIFFICOLTA' A DIRE 'NO'

Essere eccessivamente gentili con gli altri assecondando ogni richiesta che vi viene fatta va spesso a scapito della vostra energia e felicità. Questa condotta porta frequentemente a covare emozioni di risentimento e rabbia.

Se l'allenatore di vostro figlio vi chiede di preparare i biscotti per la squadra di calcio o il vostro capo di lavorare anche di sabato, non siete obbligati a dire si.

“Allenatevi a dire 'no' ad alta voce”, suggerisce Susan Albers, psicologa clinica alla Cleveland Clinic. “Provateci da soli in macchina. Sentire voi stessi dire la parola “no” vi renderà più facile ripeterlo quando la prossima occasione lo richiederà”.

 

 9. AVERE UNA POSTAZIONE LAVORATIVA DISORDINATA

Secondo uno studio dell'Università di Princeton, una scrivania ingombra contribuisce ad esaurirci mentalmente restringendo le capacità di concentrazione e limitando la capacità del cervello di elaborare le informazioni.

“Alla fine di ogni giornata, assicuratevi che il vostro lavoro e i vostri oggetti personali siano organizzati e riposti” suggerisce il dr. Lombardo “ciò vi aiuterà ad iniziare positivamente il giorno successivo”.

Se il vostro ufficio ha bisogno di una grande riorganizzazione, evitare di farvi sopraffare facendo un passo alla volta: iniziate a riordinare ciò che è visibile, e solo dopo dedicatevi al contenuto di cassetti e armadi.

 

10. LAVORARE DURANTE LE VACANE

Continuare a lavorare durante le ferie o controllare la posta elettronica quando ci si dovrebbe rilassare in piscina sono comportamenti che espongono al rischio di burnout (un sovraccarico di stress lavorativo), dice il dr. Lombardo.

Scollegarsi dalla rete e concedersi momenti di puro relax permette alla mente e al corpo di rigenerarsi e tornare al lavoro più in forma di prima. “Fare delle pause contribuisce a renderci più creativi, produttivi ed efficaci alla ripresa del lavoro”, dice Lombardo.

 

11. ASSUMERE ALCOL PRIMA DI DORMIRE

Un bicchierino suona come un buon modo per rilassarsi prima di addormentarsi; in realtà questa abitudine rischia di ritorcercisi contro.

“Inizialmente l'alcol deprime il sistema nervoso centrale producendo un effetto sedativo”, spiega Allen Towfigh, medico e direttore del reparto di Neurologia e Medicina del Sonno a New York City. “Ma alla fine sabota il mantenimento del sonno”. “Quando viene metabolizzato, l'alcol crea infatti un effetto rebound che conduce ad un'attivazione improvvisa del sistema adenergico”. Questo è il motivo per cui è molto più probabile svegliarsi nel mezzo della notte dopo aver bevuto. Il Dr. Towfigh raccomanda di interrompere l'assunzione dell'alcol circa tre o quattro ore prima di coricarsi.

 

12. CONTROLLARE LE MAIL PRIMA DI CORICARSI

“Lo schermo illuminato del vostro tablet, smatphone o del vostro pc può condurre fuori ritmo il sistema circadiano naturale del vostro corpo eliminando melatonina, un ormone che aiuta a regolare i cicli di sonno e veglia”, dice il dr. Towfigh. Sebbene la sensibilità alla luce digitale dei dispositivi tecnologici possa variare da persona a persona, in generale è una buona idea chiudere con la tecnologia almeno una o due ore prima di coricarsi.

Se non potete evitare di controllare il dispositivo prima addormentarvi, fate in modo di tenerlo ad almeno 14 centimetri di distanza dal viso per ridurre il rischio di interferenze durante il sonno.

 

13. AFFIDARSI ALLA CAFFEINA PER AFFRONTARE LA GIORNATA

“Iniziare la giornata con un buon caffè non è un grande problema (infatti, studi suggeriscono che tre tazze di caffè al giorno non mettono a rischio la salute), tuttavia usare la caffeina in modo improprio può compromettere il ciclo sonno-veglia”, dice il Dr. Towfigh. La caffeina blocca l'adenosina, una sostanza che quando si accumula nelle nostre cellule crea sonnolenza. Uno studio pubblicato sul Journal of Sleep Clinical Medicine ha rivelato che il consumo di caffeina anche sei ore prima di andare a dormire rischia di rovinare la qualità del sonno.

 

14. RIMARE ALZATI FINO A TARDI NEL FINE SETTIMANA

“Rimanere alzati fino a tardi il sabato notte e poi dormire tutto il giorno la domenica conduce a difficoltà di addormentamento la domenica sera con conseguente debito di sonno il lunedì mattina”, spiega il dottor Towfigh. Se evitare le uscite serali rischia di limitare la vostra vita sociale, cercate almeno di svegliarvi al vostro orario consueto la mattina seguente e concedetevi poi un pisolino nel pomeriggio. “Schiacciare un pisolino della durata di 20 minuti circa permette al corpo di ricaricarsi senza entrare nelle fasi più profonde del sonno, che possono condurre a risvegliarsi più stanchi di prima”.

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.health.com/health/gallery/0,,20818045,00.html

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Ci sono giorni in cui vi sentite privi di energia fisica e mentale? Probabilmente avete qualcuna di queste 14 piccole cattive abitudini! Alcune si riferiscono a disposizioni psicologiche poco funzionali, altre riguardano comportamenti poco salutari e si ineriscono nell'ambito della Psicologia della Salute, una branca della psicologia che si occupa di promuovere condotte che assicurano il benessere globale dell'individuo.

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La verità su Babbo Natale: che cosa succede quando i bambini la scoprono?

La verità su Babbo Natale: che cosa succede quando i bambini la scoprono? | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Vi ricordate quando avete smesso di credere a Babbo Natale?

 

Se siete cresciuti in una cultura occidentale, questo personaggio fantastico probabilmente ha giocato un ruolo nella vostra infanzia. Un ruolo fondamentale? Scommetto che la maggior parte di noi direbbe sì.

 

Nonostante ciò, alcuni genitori sono preoccupati per il fatto di “imbrogliare” i propri figli circa l'esistenza di Babbo Natale. Dopotutto, si tratta di una bugia. Probabilmente, quando i bambini scopriranno la verità, sentiranno che i loro genitori li hanno traditi...

 

Inoltre, alcuni genitori sono interessati a far sviluppare ai loro figli un pensiero critico e razionale.

… In una sola notte all'anno, un uomo con la barba bianca e con delle renne che sanno volare consegna milioni di regali a tutti i bambini del mondo...

Chiedere ai bambini di credere a questa storia potrebbe sembrare un invito a essere creduloni e illogici.

 

Per questi motivi, è interessante prendere in esame i risultati mostrati dalle ricerche psicologiche sull'argomento che, globalmente, sono piuttosto rassicuranti.

 

(…)

 

Innanzitutto è importante sapere che i bambini devono ancora attraversare diverse fasi di sviluppo cognitivo.

Fino circa ai 6 anni, il loro modo di vedere la realtà è caratterizzato dal “pensiero magico” (Piaget): ciò che per noi adulti può essere assurdo (come il credere ad un vecchietto con una slitta volante che recapita a tempi record regali a tutti i bambini del pianeta) è per loro coerente e accettabile, e non va ad intaccare la loro capacità di giudizio per il semplice fatto che sono in una fase in cui il pensiero razionale non è ancora completamente sviluppato.

 

Inoltre, una recente serie di esperimenti condotti ad Harvard ha mostrato che i bambini sono in grado di distinguere tra personaggi fantastici derivati da credenze culturali e altre entità non visibili ma scientificamente comprovate (Harris et al 2006). Insomma, i bambini che dicono di credere in Babbo Natale sono comunque meno certi della sua esistenza rispetto all’esistenza dell’ossigeno e dei germi.

 

Globalmente questi studi ci fanno concludere che supportare con i nostri figli l'esistenza di Babbo Natale non contribuisca a renderli illogici e creduloni.

 

Che cosa succede, poi, quando i bambini scoprono che Babbo Natale esiste solo nella loro fantasia?

 

Le ricerche in merito mostrano che raramente i bambini appaiono con il cuore spezzato, mentre paradossalmente sono i genitori a sentirsi malinconici.

Quando i ricercatori sono andati a intervistare i bambini che avevano smesso di credere a Babbo Natale (la maggior parte attorno ai 6-7 anni), questi hanno riportato una situazione di globale tranquillità.

Molti di loro avevano già intuito qualcosa da qualche tempo, e ne avevano semplicemente avuto la certezza. Era il genitore, non il figlio, che riportava tristezza (Anderson and Prentice, 1994; Cyr, 2002).

 

E cosa dire della bugia?

Secondo gli studi scientifici, solo una percentuale bassissima di bambini sono rimasti un poco infastiditi dal fatto che i genitori avessero loro raccontato una frottola.

Nel suo studio, Condry ha intervistato centinaia di bambini e nessuno di loro riportava rabbia nei confronti dei genitori dopo aver scoperto la verità circa Babbo Natale (Condry, 1987).

Tale reazione può essere ricondotta al fatto che i bambini riescono a realizzare che questa menzogna fa parte della categoria delle bugie bianche. Infatti, la letteratura scientifica suggerisce che già all'età di 3 anni i bambini capiscono la differenza tra le “bugie buone” e le “bugie cattive”. In alcuni lavori, sono stati presentati a bambini in età prescolare degli schizzi mal disegnati ed è stato chiesto loro di dare un giudizio. Quando l’artista era presente, i bimbi riferivano giudizi migliori. In altri studi, i bambini facevano finta di essere felici quando ricevevano regali che non gradivano. Raccontavano bugie bianche per evitare di far soffrire l’altro sfoderando un sorriso smagliante (Xu et al., 2010).

 

In definitiva, i genitori possono stare tranquilli sul fatto che i bambini perdonino loro di aver raccontato una frottola così buona e conveniente come Babbo Natale che porta i regali.

Inoltre i bambini continuano ad essere felici all’idea di ricevere la mattina di Natale i regali sotto l’albero, anche se non credono più in Babbo Natale perché ormai sono cresciuti (Cyr 2002).

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.parentingscience.com/Easter-Bunny-and-Santa-Claus.html

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Il Natale si avvicina e molti genitori si ritrovano a porsi le stesse domande: cosa dire ai propri figli rispetto a Babbo Natale? E' giusto sostenere la fantasia sull'esistenza di un vecchietto lappone che recapita miliardi di regali a tutti i bambini del mondo, oppure è il caso di dire la verità ai propri figli? A quale età è bene farlo? Come reagiranno i figli quando verranno a conoscenza della verità? Ci rimarranno male? Si sentiranno presi in giro?

 

L'articolo di oggi cerca di rispondere ad alcune di queste domande prendendo spunto dalla ricerca psicologica sull'argomento.

 

A mio avviso, è opportuno lasciare che i bambini scoprano da soli e senza fretta la verità. Di solito la scoperta avviene attorno ai 6-7 anni.

Se, attorno a questa età, i bambini cominciano a farvi domande, molto probabilmente hanno già grossi dubbi e hanno capito come stanno le cose.

In questi casi, confermate pure le loro intuizioni: forse ci rimarranno un po' male all'inizio, ma globalmente reagiranno con tranquillità. Inoltre, vi perdoneranno facilmente per aver sostenuto una bugia in nome di una giusta causa (quella dei regali!).

Se le domande dei bambini vi sembrano più richieste di rassicurazione, potete dire che Babbo Natale si fa aiutare dai genitori. Questa risposta li avvicinerà alla scoperta della verità che, comunque, non tarderà ad arrivare.

Infine, se non vi fanno domande, aspettate i loro tempi.

 

In generale, dunque, non è necessario che un adulto si trovi a dover introdurre dal nulla l'argomento.

 

Due sole cautele. Se il bambino è molto piccolo, ha sentito dire che Babbo Natale non esiste e ci è rimasto male, potete rassicurarlo. Ad esempio, potete dirgli che alcune persone non credono a Babbo Natale, ma voi si. Avrà tutto il tempo per scoprirlo in seguito. Se il bambino è eccessivamente grande (attorno ai 9 anni) e ancora continua a difendere il mito di Babbo Natale rischiando di incorrere nello scherno dei coetanei, occorre parlare con lui. Spiegategli con delicatezza che non è possibile che le persone volino a bordo di una slitta con delle renne magiche e che, comunque, anche voi da bambini avete creduto a questa bellissima storia per molto tempo.

 

In tutti i casi, a scoperta avvenuta, non dimenticate di dire ai vostri figli di non rivelare nulla agli altri bambini e fategli presente che sono custodi di un importante segreto. Ne saranno onorati.

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La solitudine: 10 spunti scientifici per conoscerla meglio

La solitudine: 10 spunti scientifici per conoscerla meglio | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Si stima che più del 40% delle persone prima o poi durante la vita “soffrirà di solitudine”.
Nonostante si tratti di uno stato d’animo diffuso, solo poche persone sono pienamente consapevoli dell’impatto che la percezione di essere soli ha sull’essere umano.

Ecco allora 10 spunti su questa frequente e dolorosa condizione psicologica, che vi permetteranno di conoscerla più da vicino.

1. La solitudine non dipende da quanti amici si hanno.

La solitudine dipende interamente dalla qualità percepita delle relazioni che abbiamo e dal sentimento di distacco emotivo e sociale esperito nei confronti delle persone che ci circondano. Infatti….

 2. Più del 60% delle persone che si sentono sole sono sposate

Quando le coppie sposate non condividono più i loro sentimenti, i loro pensieri e le loro esperienze quotidiane, finiscono per sentirsi sole. In questi casi tipicamente le persone hanno la percezione che il partner non possa più offrire loro il legame profondo e la sintonia che desidererebbero invece avere.

La loro paura potrebbe essere fondata, tuttavia potrebbe derivare anche dal fatto che…

3. La solitudine distorce la nostra percezione delle relazioni


Gli studi in merito hanno mostrato che soltanto il chiedere alle persone di richiamare alla mente momenti in cui si sono sentite sole, è sufficiente per condurle a svalorizzare le relazioni che hanno.
Queste distorsioni percettive spesso causano nelle persone, che si sentono già sole, maggior ritiro ed allontanamento proprio da quelle persone che potrebbero invece alleviare la loro solitudine.

A peggiorare le cose, a lungo andare i loro amici potrebbero stancarsi di continuare a cercare invano di coinvolgere queste persone in attività sociali e, come conseguenza di ciò….

4. La solitudine si diffonde anche sui social network.

La solitudine ha un chiaro stigma sociale: siamo molto abili ad identificare le persone sole attorno a noi.
Uno studio longitudinale di sei mesi ha osservato che le persone sole erano messe alla periferia anche nel contesto dei social network. (…)

Essere allontanati dal gruppo ha un effetto sorprendente sul nostro corpo, tanto che…

5. La solitudine ci fa sentire più freddo

Alcuni studi hanno rilevato che il solo richiamare alla memoria periodi in cui ci siamo sentiti soli, fa sì che le persone percepiscano la temperatura della stanza più fredda. Anche la temperatura della pelle diminuisce.
La connessione tra esclusione dal gruppo sociale e abbassamento della temperatura è riconducibile al nostro passato: essere escluso dalla tribù significava essere allontanato dal calore del fuoco.

Il nostro corpo, dunque, risponde alla solitudine in un modo significativamente negativo. Oltre a farci percepire più freddo…

6. La solitudine fa sentire il nostro corpo sotto attacco.

La solitudine causa un’immediata reattività del corpo: c’è un incremento della pressione sanguigna e del cortisolo, connesso all’attivazione della risposta sia fisica sia psicologica allo stress. Come conseguenza di ciò…

7. La solitudine cronica incrementa significativamente il rischio di malattie cardiovascolari.

Le persone che soffrono di solitudine cronica hanno un’incidenza di patologie cardiovascolari più alta rispetto ai controlli, perché il loro corpo è costantemente sottoposto a stress.
Ma questo non è il solo impatto che la solitudine ha sul nostro corpo, infatti…

8. La solitudine sopprime il funzionamento del sistema immunitario.

La solitudine rende il sistema immunitario meno efficiente, e con il passare del tempo, questo ci porta a incrementare il rischio di sviluppare differenti tipi di malattia e sofferenze.

Anche brevi periodi di solitudine hanno un impatto sul nostro sistema immunitario, ecco perché…

 9. Le matricole che si sentono sole si ammalano più facilmente.

Anche soltanto poche settimane di solitudine sono sufficienti per abbassare le difese del sistema immunitario. Alcuni studi hanno osservato che le neo-matricole, identificate come più sole, hanno difese immunitarie ridotte contro i malanni di stagione rispetto agli studenti che non si sentono soli.
Insomma, la solitudine ha un impatto molto negativo sul benessere del nostro corpo, tanto che…

10. La solitudine è pericolosa tanto quanto il fumo di sigarette

Gli scienziati, alla luce di tutti questi effetti drammatici della solitudine, hanno concluso che questo stato d’animo rappresenta un grande rischio per la nostra salute sia a breve che a lungo termine, raggiungendo i livelli di pericolosità del fumo di sigarette.
Globalmente, la solitudine cronica sembra incrementa il rischio di morte precoce del 14%.

 

Vai alla fonte in lingua originale:  http://www.psychologytoday.com/blog/the-squeaky-wheel/201410/10-surprising-facts-about-loneliness

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Lo sapevate che il 60% delle persone che 'soffrono di solitudine' sono sposate?
Che quando ci sentiamo soli percepiamo più freddo?
Che la solitudine cronica è pericolosa quanto il fumo di sigarette?

In questo articolo, guardiamo da vicino una delle condizioni psicologiche più dolorose che le persone possono esperire nelle loro vite.

Nello studio dello psicologo, è possibile approfondire i motivi che ci conducono a sentirci soli pur in presenza di altri, ed imparare ad apprezzare quelle sfaccettature della solitudine che invece sono utili e preziose per l’essere umano.

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5 motivazioni psicologiche per.. giocare di più

5 motivazioni psicologiche per.. giocare di più | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Sommersi come siamo dalle responsabilità della vita, dalla gravità degli eventi che accadono nel mondo e da una lista sempre crescente di cose da fare, spesso ci dimentichiamo... di giocare.


Gli animali, ad esempio, continuano a giocare per tutta la vita adulta. Gli esseri umani, al contrario, possono essere portati a credere che il gioco sia un'attività riservata all'infanzia o che sia solo una frivola perdita di tempo.

 

La ricerca scientifica in questo campo evidenzia invece come giocare sia una pratica non solo utile ma ESSENZIALE per il nostro benessere psicologico e la nostra salute.

 

Vediamo allora i 5 maggiori benefici psicologici del gioco:

 


1) Giocare aumenta la creatività


Il neuroscienziato Mark Beeman, della Northwestern University, ha scoperto che le persone risolvono più facilmente un compito cognitivo creativo, come un puzzle, dopo aver visto un breve filmato divertente. Divertirsi può dunque contribuire a facilitare le connessioni neuronali utili per una maggiore flessibilità e creatività mentale.

In un altro studio di imaging cerebrale, il dottor Beeman ha rilevato che l'attivazione dei centri del piacere nel cervello prediceva il successo nella risoluzione di rompicapi.

Questi risultati suggeriscono che il divertimento può aiutare le persone a pensare in modo più creativo e potenzialmente favorire la risoluzione di situazioni complesse.



2) Giocare ci spinge a pensare fuori dagli schemi

 

La professoressa Barbara Fredrikson, dell'Università del North Carolina, ha scoperto che le emozioni positive possono condurre ad un aumento delle nostre risorse cognitive, andando ad ampliare attenzione visiva e risorse sociali, e migliorando la nostra capacità di connetterci con gli altri.

(…) In altre parole, prendersi una pausa da un'attività impegnativa e ingaggiarsi in un qualcosa di giocoso e divertente può contribuire ad allentare la tensione e le preoccupazioni e aiutarci a trovare modalità alternative di interagire con le situazioni difficili.

Nel suo libro “Play”, lo psichiatra Stuart Brown descrive un'interessante aneddoto che ha riguardato il Jet Propulsion Lab (JPL), il laboratorio statunitense che si occupa della progettazione, dello sviluppo e della costruzione delle sonde spaziali senza equipaggio per la NASA.

Stuart racconta che il laboratorio ha attraversato un periodo in cui trovava difficoltà a reperire giovani ingegneri dello stesso calibro di quelli che si erano ritirati dal lavoro. Dopo aver intervistato gli ingegneri in pensione, i direttori del laboratorio si resero conto che i pensionati si erano impegnati negli anni in varie forme di gioco analitico che avevano contribuito a far loro sviluppare prestazioni brillanti. Oggi, le interviste di assunzione del JPL includono domande sul tipo di gioco che i candidati erano soliti fare durante la loro gioventù.



3) Giocare migliora la salute

 

La risata è un esito naturale del gioco. Studi in letteratura suggeriscono che, oltre ad essere piacevole e alleviare la tensione, la risata può anche migliorare la salute fisica. In particolare, ridere è stato associato ad una diminuzione dello stress e dell'infiammazione corporea, e può migliorare la salute vascolare.



4) Giocare ci mette nella condizione di vivere il presente

 

Uno dei motivi per cui giocare può essere così divertente e gratificante è che ci porta nel momento presente, che è l'unico “luogo” in cui possiamo trovare la felicità.

Quando ci perdiamo in un gioco, siamo in grado di entrare in uno “stato di flusso”, un concetto proposto dallo psicologo Mihály Csíkszentmihályi. Lo “stato di flusso” si verifica quando siamo completamente immersi in un'attività: è lo stato di essere al 100% nel momento presente, ed è uno stato di grande piacere.

Secondo uno studio condotto su 5.000 soggetti da Matthew Killingsworth e Daniel Gilbert della Harvard University, circa nel 50% delle occasioni le persone non vivono il momento presente.

La nostra mente tende a vagare, e i ricercatori hanno scoperto che "una mente errante è una mente infelice." Non importa quello che stiamo realmente facendo, piacevole o spiacevole, siamo più felici quando la nostra mente è nel momento presente. Quando la nostra mente è nel passato, di solito si sofferma sulle emozioni negative come rabbia o rimpianto. Quando si volge verso il futuro, insorgono spesso emozioni di ansia e paura. Giocare ci fa vivere nel momento presente, e sia la moderna ricerca sia l'antica saggezza ci dicono che esso è l'unico posto dove si può essere veramente felici.



5) Giocare aumenta le connessioni tra persone

 

(…) La connessione sociale è un bisogno fondamentale per gli esseri umani.

Durante la prima guerra mondiale, il 1 gennaio 1915, un soldato in prima linea al fronte spedì a casa una famosa lettera che fu poi pubblicata sul Times londinese. Descriveva quanto avvenuto durante la tregua per il giorno di Natale: "Gli inglesi portarono un pallone da calcio dalla trincee e ben presto iniziammo a giocare. Fu qualcosa di tanto meraviglioso quanto strano. Membri delle truppe tedesche e britanniche, schierate sui lati opposti del fronte, giocavano insieme. Il Natale riuscì a rendere amici, per un tempo limitato, acerrimi nemici...”.

Questa storia sorprendente è un importante promemoria di come il gioco - la capacità di ridere e lasciarsi andare, di abitare il presente e di essere immersi nella gioia e della leggerezza dell'essere – possa essere un atto di estremo amore e appartenenza. Quando siamo in grado di ridere e scherzare, stiamo ricordando la nostra umanità comune, il nostro reciproco desiderio di felicità e di amore, e la nostra interconnessione fondamentale.

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.psychologytoday.com/blog/feeling-it/201301/5-reasons-you-need-play-more

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Volete essere più felici, più in salute, più efficaci cognitivamente, e sentirvi maggiormente in connessione con le persone attorno a voi?

 

JUST PLAY! Iniziate a giocare!

 

Questo articolo ci ricorda che il gioco è una pratica essenziale per l'essere umano (e non un perdita di tempo o un passatempo frivolo), tanto nell'infanzia quanto nell'età adulta e in tutte le fasi del ciclo di vita.

 

Con un viaggio tra recenti ricerche scientifiche e aneddoti storici, scopriremo i 5 maggiori benefici psicologici del gioco.

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La “fame nervosa”: 5 piccole strategie per smettere di mangiare.. quando non si ha realmente fame

La “fame nervosa”: 5 piccole strategie per smettere di mangiare.. quando non si ha realmente fame | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Avete aperto la porta del frigorifero (o l'anta della dispensa) e state sbirciando dentro mentre vi sentiti annoiati, soli o tristi.

Non siete realmente affamati: avete consumato da poco un normale pasto e il vostro stomaco non brontola.

Sapete anche che probabilmente dopo aver mangiato vi sentirete in colpa.

Eppure in quel momento mangiare vi sembra la risposta e cominciate ad addentate gli avanzi di cheesecake della sera prima o iniziate a mangiare uno dopo l'altro quei biscottini al cioccolato, fino a finirli tutti...

 

In casi come questo è possibile parlare di “fame nervosa” o “fame emotiva”, ossia una voglia di mangiare che non si origina da un bisogno fisiologico (che, quando soddisfatto, lascia il posto ad una senso di sazietà), ma è connessa ad uno stato emotivo (come ansia, paura, rabbia, noia, solitudine).

 

In questo articolo, vedremo insieme alcune piccole strategie, modi di pensare e di agire, per evitare di assumere calorie quando non avete realmente fame.

 

1) Andate in cerca della vostra “vera fame”

 

Se non siete fisicamente affamati (come detto prima, il vostro stomaco non brontola e avete da poco assunto un normale pasto), ma vi sentite incontrollabilmente attratti da quella cheesecake rimasta sul ripiano superiore del frigorifero, può significare che avete fame di qualcosa d'altro.

Potreste sentirvi affamati di un abbraccio, di una rassicurazione o di affetto. Potreste avere fame di una relazione, di un amicizia o di una lode. Fate una lista di ciò di cui avete “fame” in questo momento. Provate a riconoscere di avere fame di qualcosa che il cibo non può dare.

 

2) Parlate con il cibo

 

Può sembrare una cosa molto stupida, ma provate lo stesso a farla. Chiedete alla cheesecake: "Vuoi abbracciarmi? Vuoi rassicurarmi? Vuoi essere mia amica?". Ovviamente la risposta è no. La cosa migliore che quella cheescake può fare è offrirvi un momento di gratificazione temporanea, seguita dal rimorso. Potete offrire a voi stessi molto più di questo.

 

3) Ricordate a voi stessi che cosa succede dopo

 

Non è la prima volta che avete voglia di mangiare per soddisfare la fame emotiva, e potrebbe non essere l'ultima. Se quella fetta di cheesecake continua ad attrarvi, ricordatevi di come vi sentirete dopo. Provate a dire a voi stessi: "Se mi avvento sulla torta, poi probabilmente mi sentirò deluso, gonfio e frustrato”. Ricordate a voi stessi: "Mangiare quella cheesecake potrebbe farmi stare bene temporaneamente, ma la bella sensazione non durerà".

 

4) Alimentare la vostra vera fame

 

Se siete in cerca di cibo per un nutrimento emotivo, come conforto quando siete tristi, rassicurazione quando avete paura o amore quando vi sentite soli, fermatevi. Il cibo non può rimediare alla vostra tristezza, paura o solitudine.

Potreste ottenere un po' di sollievo quante state mangiando ma, in seguito, finito di assaporare la cheesecake, vi ritroverete proprio dove avete iniziato, cioè consapevoli della vostra tristezza, paura o della vostra fame di compagnia e amore.

Riguardate l'elenco fatto precedentemente di tutto ciò di cui potreste avere “fare”. Cercate di rispondere a questi punti non ricorrendo al cibo.

Se siete tristi, concedervi di piangere potrà cominciare a darvi sollievo.

Se avete paura e desiderate rassicurazioni, accettate innanzitutto il modo in cui vi sentite. Avere paura è utile e fisiologico. Poi rassicurare voi stessi che, nella grande maggioranza dei casi, le cose possono essere gestite.

Se vi sentite soli, ricordatevi che state avendo la preziosa occasione di essere in compagnia di voi stessi. Stare soli è un'esperienza fondamentale per ritrovare un autentico dialogo con i propri bisogni. (…)

 

5) Datevi un po' di tempo

 

Potreste non essere sempre in grado di affrontare il modo in cui vi sentite in un determinato momento. A volte, potrebbe essere necessario prendere tempo e mettere da parte i vostri sentimenti fino a quando non vi potrete prendere adeguatamente cura di loro. Ciò non equivale a sopprimerli o fare finta che non esistano. Ve ne prenderete cura, solo non in questo momento.

In queste situazioni, provate a dire a voi stessi: "Ho una gran voglia di mangiare in questo momento, ma so che la mia è fame emotiva (ho appena consumato un pranzo abbondante!). Non ho il tempo, in questo preciso momento, di dedicare la mia piena attenzione ai miei sentimenti affamati (perché sono al lavoro, o sto accompagnando i miei figli a scuola o sto facendo altre attività). Mi prenderò cura di questi sentimenti non appena potrò. Ma per ora mi limiterò a respirare e ad accettare come mi sento, lasciando che i miei sentimenti si esprimano attraverso di me”.

 

E poi? Respirate, e respirate ancora e ancora. Se respirate lentamente anche solo per un minuto, potreste essere sorpresi di scoprire che il desiderio di mangiare diminuisce.

Non è abbastanza? Cercate di distrarvi. Bevete un bicchier d'acqua, ingaggiate una conversazione con un collega, rispondete alla mail che avete in sospeso. Fate il possibile per prendere un po' di tempo fino a quando la voglia di mangiare si ridimensiona.

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://psychcentral.com/blog/archives/2014/10/30/5-ways-to-stop-yourself-from-eating-when-youre-not-hungry/

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Vi è mai capitato di finire una intera confezione di biscotti o un pacchetto di merendine, quasi senza nemmeno rendervene conto, perchè avete avuto una brutta giornata o perchè vi sentite tristi, insoddisfatti o stressati?

 

Parliamo in questi casi di “fame nervosa” o “fame emotiva”, cioè una spinta a mangiare che non è connessa ad uno stato di bisogno fisiologico (avete consumato il vostro normale pasto e lo stomaco non brontola), ma che si sviluppa in risposta ad un'emozione come tristezza, paura, noia, rabbia.

 

Mentre la fame fisiologica è un bisogno concreto del corpo, che quando soddisfatto cessa comunicando una sensazione di sazierà, la “fame nervosa” è più difficile da soddisfare, in quanto risulta sostenuta dalla fonte di natura emotiva che l'ha evocata.

 

Quando la fame nervosa diviene sostanziale - e la persona attua molto frequentemente “abbuffate” in conseguenza alle quali sperimenta un forte senso di colpa -, può prendere la forma di un disturbo da alimentazione incontrollata, tecnicamente detto “binge eating”.

In questi casi, nello studio dello psicologo è possibile lavorare nella direzione di chiarire quali siano i fattori emotivi che influenzano la fame e sostengono le condotte alimentari disregolate.

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4 strategie per relazionarvi più efficacemente con persone che... amate, ma vi fanno impazzire!

4 strategie per relazionarvi più efficacemente con persone che... amate, ma vi fanno impazzire! | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Spesso, nelle nostre vite quotidiane, capita di soffrire o provare rabbia quando le persone che ci stanno intorno e che amiamo ripetono sempre gli stessi comportamenti che ci danno fastidio o fanno cose che noi reputiamo nocive per loro.


Tutti noi abbiamo almeno una persona cara, un familiare, un amico o addirittura il partner, le cui scelte, comportamenti e stili di vita ci fanno rimanere molto perplessi e stupiti, ci frustrano e ci fanno letteralmente 'impazzire'.


In questi casi è sempre interessante aprire la prospettiva e chiedersi: Quanto il loro comportamento e' veramente irragionevole? e quanto siamo noi ad avere schemi mentali troppo rigidi?


Il punto importante è che quando il nostro vissuto di frustrazione diviene cronico e ogni volta sperimentiamo la stessa rabbia e lo stesso malumore, occorre trovare strategie efficaci per gestire in modo più sereno questi disaccordi e punti di vista differenti.

 

Ecco qualche dritta in merito...

 

1. Avere aspettative realistiche


Spesso ci aspettiamo che le persone siano ragionevoli, logiche, giudiziose quanto noi o, addirittura, desideriamo che pensino e si comportino come noi.
Indovinate un po’? Non è così che vanno le cose.
Ogni persona interpreta la realtà e regola il comportamento sulla base di un suo sistema di valori, bisogni, credenze ed inclinazioni. Tali valori, bisogni, credenze sono personali, dunque possono essere diversi dai nostri.
Pensare di ridurre il modo dell’altro di vedere le cose al proprio è un comportamento poco funzionale e che può mettere a rischio la relazione.
Cruciale per il benessere delle relazioni è, al contrario, l'avere delle aspettative realistiche circa il comportamento degli altri.
Queste aspettative possono semplicemente basarsi sui comportamenti passati: il miglior predittore di un comportamento futuro è proprio il comportamento passato.
Ciò ci permetterà di raggiungere una buona sintonizzazione e comprensione dell’altro, che non si sentirà investito da pensieri e comportamenti che non gli appartengono e che sono solo nostre proiezioni.
Questa banale ma importante verità ci consentirà di ridurre la tristezza, la delusione e la rabbia che proviamo tutte le volte che le persone che amiamo mettono in atto gli stessi comportamenti, che noi non condividiamo ma che sono i LORO comportamenti.

 

MEMO: Solo perché crediamo che sia ragionevole comportarsi in un determinato modo, non significa che anche gli altri debbano pensarla allo stesso modo.

 

2. Ricordarsi che non si possono controllare i comportamenti degli altri, ma si possono controllare le proprie reazioni


Purtroppo o per fortuna agli esseri umani non è data la possibilità di controllare le azione degli altri.
Ciò che invece ognuno di noi può fare è imparare a controllare le proprie reazioni a questi comportamenti.
Avere aspettative realistiche è già una buona modalità per non incappare in reazioni emotive di rabbia e frustrazione come conseguenza automatica dei comportamenti altrui.
Inoltre, è opportuno ricordare che non per forza dobbiamo essere d’accordo con quello che gli altri dicono o fanno. Anzi, non c'è niente di più bello e sano all’interno di qualsiasi relazione che esprimere le proprie opinioni e i propri punti di vista, non appiattendosi al pensiero dell’altro. Dall’altra parte, occorre anche non costringere l'altro a vedere le cose nel nostro stesso modo.
Spesso succede che avendo idee diverse e reputando di avere ragione, la conversazione diventi sempre più accesa fino ad alzare il tono della voce.
In questi casi, è opportuno evitare di intestardirsi nel far cambiare opinione all'altro e non infervorarsi sul proprio punto di vista facendo inferire all’altro, o addirittura dicendo, quanto la sua posizione sia irragionevole.
Non sentendosi attaccato e giudicato, la persona sarà anche più disposta a prendere in considerazione il vostro punto di vista.

 

MEMO: "Occorre imparare a cambiare quello che possiamo cambiare e imparare ad accettare quello che non possiamo a cambiare".

 

3. Contare fino a 10


Molto spesso ci arrabbiamo e rimaniamo feriti e delusi perché un nostro caro ha detto o fatto qualcosa di negativo nei nostri confronti, magari senza nemmeno accorgersene.
La primissima reazione è di “ritornare” la cattiveria.
Tuttavia, in questi casi, la soluzione più adeguata è fare un bel respiro profondo e porsi queste domande: “Qual è il vero nocciolo della questione?”,“E’ un’offesa così grave e imperdonabile?”.
Se ci rispondiamo di no, forse non vale la pena ingaggiare una discussione accesa.
Ogni tanto la strategia meno dispendiosa e più proficua è contare fino a 10 e valutare se è necessario e doveroso discutere, oppure è meglio lasciar perdere.


MEMO: Il più delle volte non vale la pena di litigare ferocemente con le persone che amiamo per futili motivi e con il rischio di rovinare la relazione.

 

4. Chiedersi se si sta pretendendo qualcosa di impossibile o se si sta chiedendo troppo

 

Esistono 2 tipologie di pretese: pretendere l’impossibile, oppure pretendere dall’altro qualcosa che non ha mai detto o promesso.
La prima pretesa: molti di noi pensano che il mondo andrebbe molto meglio se tutti pensassero e si comportassero come noi.
Come abbiamo visto prima, questo generalmente non e' possibile. Inoltre: siamo così sicuri che quello che ai nostri occhi appare così appropriato e ragionevole, lo sia sempre in tutte le situazioni e per tutte le persone?
La seconda pretesa: vi è mai capitato di aspettarvi qualcosa da qualcuno e questo qualcosa non è arrivato? E vi siete arrabbiati e avete sofferto? Perché avete preteso quella frase o quel comportamento? Vi è stato promesso oppure siete voi che lo desideravate?
Queste sono domande cruciali da porsi in quanto a volte succede che la frustrazione e la delusione siano da attribuire esclusivamente a noi stessi.
Pretendiamo dall’altro qualcosa che siamo noi a volere che faccia, o addirittura agiamo con l'aspettativa che l'altro sia identico a noi.

 

MEMO: Abituiamoci a riflettere sulle nostre aspettative (impossibili? Eccessive?) per escludere che eventuali emozioni negative siano da imputare solamente a noi stessi.

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.psychologytoday.com/blog/do-the-right-thing/201410/four-ways-cope-better-people-who-drive-you-crazy

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Nella vita di tutti i giorni capita di frequente che le persone che più amiamo (amici, familiari, partner) mettano in atto comportamenti che ci infastidiscono o facciano cose che a nostro parere sono nocive, poco opportune e controproducenti per loro.


In questo articolo sono presentati alcuni semplici spunti (ragionamenti, strategie, cambi di prospettive) per gestire più efficacemente questi disaccordi e opinioni differenti.


Come sempre, il lavoro che vi propongo al fine di vivere più serenamente con gli altri è... un lavoro su voi stessi! Ritengo infatti sia più semplice e produttivo modificare i propri atteggiamenti invece che intestardirsi per cambiare chi ci è vicino, concetto che approfondisco anche nel mio libro “Prova a cambiare” (QUI tutte le informazioni sul libro: http://www.psicologo-milano.it/luca-mazzucchelli-psicologo-milano/rassegna-stampa/pubblicazioni-e-convegni/538-prova-a-cambiare-giochi-e-pensieri-per-crescere-ogni-giorno).

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I rischi di essere troppo belli e troppo intelligenti

I rischi di essere troppo belli e troppo intelligenti | Parliamo di psicologia | Scoop.it

“Essere belli e intelligenti non è garanzia di felicità”

 

Avete mai sentito la celebre frase “Non si è mai troppo magri o troppo ricchi” espressa da Wallis Simpson (1896-1986), moglie di re Edoardo VIII, che abdicò al trono di Inghilterra per poterla sposare?

 

Senza entrare nel merito dell’aforisma (che dal punto di vista della salute psicologica non è ovviamente condivisibile), proviamo a sostituirci due altre qualità: bellezza e intelligenza.

 

E’ vero che “non si è mai troppo belli e troppo intelligenti”?

 

Per molto tempo si è ritenuto che le persone dotate di queste due qualità non solo fossero “evoluzionisticamente benedette”, ma anche facilmente felici e di successo. Tendenzialmente per queste persone può essere più semplice trovare il partner, avere lavori più proficui e godere di una alta autostima.

 

Tuttavia, studi recenti hanno sorprendentemente evidenziato come possano esserci anche sostanziali fastidi nell’essere “troppo belli”, “troppo intelligenti” o entrambi “troppo”.

 

Partiamo dall’INTELLIGENZA. Iniziamo con questa domanda: qualcuno può essere “troppo intelligente”?

 

Per decenni, la psicologia ha definito l’intelligenza come l’abilità che permette al soggetto di adattarsi a situazioni nuove. Verso la metà degli anni ’80, varie ricerche sono andate ad indagare se l’intelligenza fosse un fattore generale oppure fosse composta da molteplici abilità operanti secondo schemi diversi.

 

Sternberg ha proposto la Teoria triarchica dell’intelligenza, che include un ampio range di abilità e capacità. Secondo questa teoria, l’intelligenza sarebbe composta da tre aspetti: A) intelligenza analitica, cioè meccanismi ed abilità mentali che le persone usano per acquisire nuove conoscenze, pianificare ed eseguire compiti in modo efficace; B) intelligenza esperienziale, caratterizzata da intuizione, adattabilità, creatività, efficienza e velocità nel processare le informazioni insolite e nuove partendo da esperienze già vissute; C) intelligenza contestuale, che ha a che fare con la comprensione dell’ambiente e di cosa occorra fare nel qui e ora.

 

Gardner nel 1983 propone la teoria delle Intelligenze Multiple, asserendo che l’intelligenza consiste in numerose abilità separate, ognuna delle quali è relativamente indipendente dalle altre: l’essere particolarmente dotato in un’area non influisce sulle altre. In particolare, Gardner individua ben 10 modelli di intelligenza fra loro distinti: linguistica, musicale, logico-matematica, spaziale, corporea-cinestetica, intrapersonale, interpersonale, naturalistica, etica, filosofica. Esistono dunque differenti tipologie di persone intelligenti: non esistono solo illustri scienziati (intelligenza logico-matematica), ma anche scrittori (intelligenza linguistica), musicisti (intelligenza musicale), sportivi (intelligenza corporea).

 

Nel 1990 i Professori Salovey e Mayer per la prima volta introducono il concetto di Intelligenza Emotiva. Essa è definita come “la capacità di cogliere le emozioni proprie ed altrui, di distinguerle e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni” ed è composta da tre meccanismi principali: 1) valutazione ed espressione delle emozioni; 2) regolazione delle emozioni; 3) utilizzo delle emozioni.

A questo proposito, recenti ricerche hanno osservato che bambini che ottenevano punteggi elevati in test di intelligenza emotiva, una volta al college mostravano risultati migliori rispetto a bambini che invece avevano ottenuto punteggi alti a test di intelligenza classici.

 

Ritorniamo alla domanda di partenza: è possibile essere “troppo intelligenti”? Come abbiamo appena detto, ci sono moltissimi tipi di intelligenza ed è praticamente impossibile essere intelligenti in tutti questi domini. Ipotizzando di avere la possibilità di scegliere quale aree sviluppare, forse sarebbe più indicato coltivare l’intelligenza interpersonale (sensibilità nel cogliere gli stati affettivi dell’altro e agire di conseguenza) e l’intelligenza intrapersonale (capacità di introspezione), in quanto recenti ricerche hanno mostrato che questi due tipi di intelligenza permettono di ottenere molte più soddisfazioni nella vita, sia in ambito professionale sia in ambito personale-relazionale. Dunque è molto difficile essere “troppo intelligenti”. Comunque, cosa succede alle persone che puntano tutto sull’intelligenza?

 

Quando l’intelligenza diventa il nucleo centrale dell’identità di una persona, è possibile cadere vittima della credenza che si possa fare tutto quello che si vuole. Come risultato, si può rimanere invischiati nel bisogno di dimostrare a se stessi e agli altri, in virtù della propria intelligenza, di essere in grado di realizzare qualsiasi progetto, privilegiando soprattutto quelli complessi e difficili. In questo contesto, se per qualsiasi motivo si è ostacolati nel raggiungimento dell’obiettivo prefissato (come è fisiologico e naturale che sia) ecco che “il mondo rischia di caderci addosso”.

 

Un altro rischio che si corre quando si punta solo ad essere intelligenti è di ostentare le proprie capacità cognitive finendo per risultare agli occhi degli altri non stimolanti, ma solamente supponenti. Essere “troppo intelligenti” può dunque avere i suoi inconvenienti.

 

E riguardo alla BELLEZZA? In una società che dà molta importanza alla bellezza e all’apparenza, cosa succede alle persone “troppo belle”?

 

Gli psicologi svedesi Rohner e Rasmussen hanno condotto uno studio nel 2012 volto a rispondere proprio a questa domanda, andando ad indagare quello che hanno definito lo “stereotipo dell’attrazione fisica”.

 

Questo stereotipo si riferisce alla tendenza generale della gente ad attribuire a persone esteticamente belle (secondo i canoni di bellezza greca) particolari caratteristiche psicologiche. I ricercatori hanno osservato che è frequente associare ai soggetti belli anche tratti positivi del carattere come la gentilezza, l’estroversione, la determinazione a raggiungere successo.

 

Lo studio è stato condotto all’interno di un hotel sulle coste della Slovenia e i ricercatori hanno osservato il comportamento di 113 impiegati. Come da loro ipotizzato, il personale dell’albergo percepiva le persone più belle come più gentili ed educate, ma anche più richiedenti, esigenti e più propense a spendere.

 

Questo ha permesso ai ricercatori di identificare un aspetto negativo dell’essere belli, in particolare nelle situazioni in cui si necessita aiuto: se siete particolarmente belli, non sempre le persone sono disposte ad aiutarvi perché temono la richiesta che andrete a fare loro, cioè che sarete troppo esigenti.

 

Una spiegazione del perché “i belli” siano così richiedenti risiede nel loro desiderio di ricevere trattamenti speciali. Solitamente la loro tipica mossa è sfoderare un sorriso smagliante e attendere che gli altri facciano tutto quello di cui necessitano. Ovviamente, se in questo modo hanno sempre ottenuto ciò che volevano, continueranno ad aspettarsi di riceverlo.

 

Conclusioni

 

In sintesi, il problema principale di essere “troppo belli”, o “troppo intelligenti”, o entrambi, risiede nella formazione della propria identità. Più ci si definisce SOLTANTO con queste qualità, più sarà difficile accettare e vivere serenamente “cadute naturali” circa il proprio aspetto o la propria prestanza intellettuale, contro le quali non ci sono rimedi.

 

Il rischio maggiore è proprio quello di sentirsi smarriti. Pensiamo, per esempio, al tempo che passa e alle persone che invecchiano. Diventando anziani, la bellezza sfortunatamente svanisce e anche le abilità cognitive, un po’ più resistenti al tempo, prima o poi perdono la loro brillantezza.

 

Quindi, non puntate tutto ed esclusivamente sulla bellezza e sull’intelligenza. Ci sono molte altre qualità, anche se più ordinarie, sulle quali costruire la propria identità, come ad esempio essere un bravo genitore, un amico fidato e simpatico, una persona onesta.

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.psychologytoday.com/blog/fulfillment-any-age/201409/can-you-really-be-too-attractive-or-intelligent

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Essere belli e intelligenti è una garanzia di felicità?

 

È così vantaggioso essere i più intelligenti di tutti? Vale davvero la pena essere sempre perfetti nell’aspetto?

 

Come accade spesso in psicologia, nessuna condizione ha solo aspetti positivi, ma la medaglia ha sempre due facce.

 

In questo articolo vi propongo alcune ricerche scientifiche che sono andate ad indagare i possibili aspetti negativi dell’essere “troppo belli” e “troppo intelligenti”, corredati da alcune riflessioni a carattere più clinico.

 

Invece che perseguire la perfezione estetica e l’onniscienza, forse, ogni tanto, ci si può accontentare di essere soltanto delle persone abbastanza belle ed abbastanza intelligenti

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5 effetti benefici dei libri sui bambini

5 effetti benefici dei libri sui bambini | Parliamo di psicologia | Scoop.it

E' ben noto che i bambini beneficiano della lettura da un punto di vista scolastico.

Tuttavia, accanto a quelli accademici, ci sono moltissimi benefici che i bambini possono trarre trascorrendo il loro tempo leggendo.

Eccone 5 a carattere emotivo/psicologico.

Tali benefici possono essere esperiti sia quando i bambini leggono autonomamente i libri, sia quando ne ascoltano la lettura da parte di un adulto.

 

1. I libri migliorano la capacità dei bambini di gestire eventi potenzialmente stressanti

 

Alcuni testi per l'infanzia affrontano specificamente esperienze che i bambini potrebbero vivere in modo difficoltoso, come l'andare dal medico, dal dentista o il divorzio dei genitori.

La lettura di questi libri può preparare i bambini a ciò che sperimenteranno o aiutarli a comprendere meglio quello che stanno vivendo, contribuendo a fornire loro alcuni abilità di base per vivere queste situazioni con maggior serenità.

 

2. I libri aumentano le capacità di riconoscere e gestire le emozioni

 

Uno dei compiti fondamentali dello sviluppo riguarda l'acquisizione della capacità di avere a che fare con le emozioni. Occorre imparare a riconoscere e dare un nome a emozioni proprie e altrui, occorre imparare a gestirle e a comprendere come comportarsi in risposta ad un'emozione.

Grazia al potere della narrazione e ai diversi punti di vista dei personaggi, i libri possono aiutare i bambini (ma anche gli adulti) ad approfondire competenze in tema di emozioni, dall'aumentare la consapevolezza e l'accettazione in merito agli stati emotivi, alla promozione di comportamenti e strategie di gestione positiva.

 

3. I libri possono contribuire a migliorare le relazioni

 

Quando i genitori leggono libri ai propri figli, il legame tra loro aumenta. La lettura di un testo permette a genitori e figli di condividere momenti di relax in cui non devono preoccuparsi dei problemi della vita quotidiana e di sintonizzarsi emotivamente l'uno con l'altro.

La lettura può anche migliorare il rapporto tra fratelli. Ad esempio, la lettura di un libro da parte di un fratello più grande ad un fratellino più piccolo può contribuire a creare un legame positivo tra loro.

 

4. I libri calmano e rafforzano la mente

 

Leggere un libro o ascoltarne la lettura può contribuire a promuovere uno sviluppo mentale sano nel bambino, andando ad aumentare creatività e fantasia, e facilitando uno stato di rilassamento, che rinfresca la mente e rende il cervello più efficiente.

 

5. I libri contribuiscono a migliorare l'autostima nei bambini

 

Quando i bambini sviluppano le abilità di lettura, la loro fiducia in loro stessi migliora in quanto vedono realizzarsi qualcosa in cui si sono impegnati. Imparare a leggere, leggere nuovi libri e rileggere quelli già conosciuti possono condurre ad un aumento importante dell'autostima.

Parte della fiducia in se stessi deriva dall'essere riusciti a sviluppare una abilità da padroneggiare autonomamente; l'altra parte dell'autostima è mediata dalla relazione: quando gli adulti nella vita di un bambino rispondono con attenzione positiva, accettazione, rassicurazione e incoraggiamento nei confronti delle nuove acquisizioni, la fiducia in se stesso del bambino può migliorare ulteriormente.

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://pro.psychcentral.com/child-therapist/2014/09/bibliotherapy-5-benefits-of-books-for-kids/

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Torniamo a parlare degli effetti benefici dei libri sulla nostra vita psicologica.

In particolare questo articolo riassume i molteplici effetti positivi che la lettura ha sui bambini, sia nel caso leggano autonomamente, sia nel caso ci sia un adulto a leggere con e per loro.

 

Inoltre, tramite il processo di immedesimazione nei personaggi, i libri aiutano a sviluppare la capacità di comprendere meglio gli altri, i loro pensieri e sentimenti, come spiego in questo articolo, http://www.psicologo-milano.it/newblog/vuoi-capire-meglio-gli-altri-comincia-a-leggere-i-classici/.

 

Infine, essi possono essere integrati in percorsi psicoterapeutici per agevolare l'elaborazione di alcuni contenuti, come racconto nell'articolo "la biblioterapia, terapia attraverso la lettura", http://www.psicologo-milano.it/newblog/un-libro-per-guarire-la-biblioterapia/. ;

 

Buona lettura!

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6 lezioni che i bambini possono insegnare a noi adulti

6 lezioni che i bambini possono insegnare a noi adulti | Parliamo di psicologia | Scoop.it

“Un bambino può insegnare ad un adulto tre cose: essere felice senza una precisa ragione, essere sempre impegnato in qualcosa e cercare di ottenere con tutte le forze ciò che realmente desidera” - Paolo Coelho

 

I bambini e gli adulti sperimentano il mondo e vivono la loro vita in maniere differenti.

 

Il modo in cui funzionano i bambini, il loro modo di vedere il mondo, il loro modo di pensare, di sentire e di agire, fornisce alcune lezioni che possono aiutare noi adulti a vivere la vita con più pace, felicità e appagamento.

 

1. Godersi la vita

Nonostante le difficoltà che i bambini possono incontrare nella loro esistenza, la maggior parte di loro è in grado di godersi la vita. Anche quelli che stanno attraversando o hanno vissuto momenti difficili sono generalmente in grado di accantonare le difficoltà e avere esperienze di felicità sincera, di gioia e libertà nel presente. (…) Naturalmente, nei bambini che presentano gravi problemi di salute mentale, il godimento della vita sarà inferiore, ma il più delle volte i bambini dispongono di una naturale capacità di trovare la gioia in ogni momento della vita.

 

2. Vivere il presente

I bambini, specialmente i più piccoli, tendono a vivere il momento, rivolgendo la loro attenzione e la loro energia unicamente a ciò che sta accadendo. Questa è un'ottima lezione di vita. Preoccuparsi rispetto a passato e futuro rende la vita più stressante e maggiormente esposta a stati di ansia e/o depressione.

 

3. Amare incondizionatamente

Nonostante le esperienze che i bambini trascorrono, sono in grado di provare amore incondizionato per le persone che fanno parte della loro vita. Ad esempio, i bambini vogliono quasi sempre stare con i loro genitori, non importa se poi saranno turbati o frustrati in loro compagnia. In generale, i bambini tendono infatti a perdonare con molta facilità i torti subiti. Quando i bambini amano qualcuno, lo amano nonostante le difficoltà che possono insorgere nel rapporto.

 

4. Porsi continuamente domande

I bambini si pongono una serie infinita di domande. Questa è un ottima cosa in quanto sottintende curiosità, desiderio di imparare, volontà di crescere, cambiare e migliorare se stessi. Porsi domande in età adulta può supportare la crescita ed il benessere personale, l'apertura all'apprendimento, la comprensione e persino la compassione.

 

5. Avere una mente aperta

I bambini sono in genere di mentalità aperta. La maggior parte di loro (soprattutto i più piccoli) accettano gli altri, ascoltando diversi punti di vista e prendendo in considerazione nuovi modi di fare le cose. Alcuni bambini nascono con una particolare predisposizione a considerare nuove idee, mentre il temperamento di altri li influenza ad essere più a loro agio in un contesto conosciuto, tuttavia, nel complesso, i bambini si lasciano impressionare e influenzare da nuove idee e punti di vista. Essi sono dunque aperti ad ascoltare ed imparare ciò che gli altri hanno da dire.

 

6. Essere creativi

I bambini sono creativi di natura. Costruiscono, colorano, disegnano e partecipano a tutti i tipi di attività espressive e ricreative come cantare e ballare. L’aspetto più importante è che la creatività che li contraddistingue è a prescindere dalla "perfezione" delle loro azioni e dei risultati che otterranno. Essa è piuttosto usata come uno strumento per vivere una vita appagante ed esprimere il proprio sé in modo autentico ed unico.

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://pro.psychcentral.com/child-therapist/2014/07/6-lessons-kids-can-teach-adults/

 

 

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Quante sono le cose che i bambini possono insegnare a noi adulti?

A mio avviso moltissime.

 

Tempo fa avevo pubblicato un articolo dal titolo “18 cose che i bambini possono insegnarci sulla felicità” (lo trovate qui: http://www.psicologo-milano.it/newblog/insegnamenti-bambini-felicita/).

 

Oggi ne aggiungo altre 6, per me fondamentali: i bambini possono insegnarci a vivere il presente, a goderci la vita, ad avere una mente aperta, ad essere creativi, ad amare incondizionatamente e a porci molte domande.

 

Tutto ciò mi ha ricordato uno dei principi base della Mindfulness (una pratica di consapevolezza buddhista oggi molto applicata in molti contesti), chiamato “la Mente del Principiante”.

Questo atteggiamento mentale consiste nel guardare le cose della vita con gli occhi di chi non le ha mai viste prima, cioè mettendo da parte idee preconcette, aspettative e giudizi dettati da conoscenze ed esperienze pregresse che, con l’intento di orientarci nella realtà, finiscono per sottoporci invece ad elevati livelli di stress, ansia e depressione.

Lasciarsi stupire dalle situazioni come se fossimo sempre dei “principianti della vita”, un po’ come fanno i bambini, permette al contrario di godersi realmente il momento presente, scoprire nuovi aspetti dell’esperienza e aumentare il benessere percepito.

 

Se siete interessati alla Mindfulness, vi consiglio l'articolo “13 cose che le persone consapevoli fanno in modo diverso ogni giorno” (http://www.psicologo-milano.it/newblog/psicologia-consapevolezza/) oppure, come approfondimento generale, i testi di Jon Kabat-Zinn.

 

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5 strategie per sopravvivere alle critiche

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Avere a che fare con le critiche può essere molto difficile, sia quando le riceviamo sia quando eventualmente ci troviamo nella situazione di avanzarle.

Ad esempio, se sapete che il vostro migliore amico risulta ridicolo con quella maglietta troppo corta, o la presentazione di un vostro collega necessita di miglioramenti, come vi muovete? Vi esponete e date il vostro parere negativo, oppure vi trattenete pensando che ciò potrebbe ferire la persona in questione?

Dall'altra parte, come vi comportate quando siete voi l'oggetto delle critiche? Molti di noi possiedono un elevato livello di auto-critica che si manifesta attraverso una “voce interna” che valuta molto severamente tutto ciò che facciamo. Pensiamo a tutte le volte in cui la nostra voce interna si è lamentata degli errori che abbiamo fatto, delle persone che abbiamo accidentalmente offeso e delle opportunità che ci siamo lasciati scappare. In aggiunta, se anche le persone attorno a noi, e ancora di più quelle a cui teniamo, iniziano a criticarci, ecco che la nostra autostima subisce un'ulteriore messa alla prova (…).

Ecco qui 5 strategie che vi aiuteranno a sopravvivere nelle acque pericolose delle critiche che minano la vostra autostima e le vostre relazioni.

 

1. Resistete alla tentazione di criticare a vostra volta

 

Frequentemente, quando si percepisce di essere attaccati, di rimando si comincia ad attaccare il proprio “nemico”. Se per il bambino questa modalità è adattiva, in quanto gli permette di esercitare le varie possibilità di difesa, nel mondo adulto, rispondere alle critiche con altre critiche (meccanismo anche detto “tu quoque”) non fa altro che alimentare il desiderio di ferire l’altro nell’orgoglio e di avere l’ultima parola. Quando le persone si sentono offese, ecco che restituiscono la “patata bollente” all’altro ancor più ingigantita, alimentando il conflitto. Per esempio, il vostro partner si lamenta perché gli sembrate poco interessati a lui, perché lo chiamate poco oppure perché vi dimenticate di rispondere ai suoi messaggi. La risposta automatica potrebbe essere sottolineare quanto invece lui è appiccicoso e asfissiante. Tuttavia, con questa reazione, non solo invalidate l'osservazione del vostro partner, ma andate anche ad aumentare il livello di critica negativa passando dal comportamento osservato alle caratteristiche di personalità. Ecco che quella che era cominciata come una richiesta ragionevole diventa la base per una lunga e animata discussione.

 

2. Evitate di proiettare le vostre insicurezze nelle critiche

 

Una cosa che capita spesso è di amplificare la portata delle critiche mettendoci all’interno nostre insicurezze. Il processo è simile al meccanismo di difesa della proiezione, nel quale si trasferiscono le proprie ansie o i propri sentimenti nelle persone intorno a noi, e questo porta a leggere significati che gli altri non intendevano trasmettere. Per esempio, siete abbastanza infastiditi dal disordine di casa vostra e sapete che è arrivato il momento di riordinare. È venerdì pomeriggio quando un vostro vicino vi ferma a parlare. Tra le cose dette riporta che sta aspettando il fine settimana per avere finalmente un po’ di tempo per pulire la casa, che ama tirare a lucido. Immediatamente saltate alla conclusione che vi stia accusando di essere una persona poco pulita.

Se non fosse per il vostro senso di colpa circa lo stato pietoso della vostra casa, non avreste neanche notato quella frase. Invece le vostre insicurezze vi hanno condotto a percepire un commento innocente come una condanna circa le vostre scarse abilità di pulizia. Da questo punto in poi la comunicazione cade in picchiata. In questi casi è importante rendersi consapevoli del fatto che nessuna critica è stata pronunciata dal vostro vicino!

È da ricordare che non sempre le persone vogliono indicare i vostri difetti solo per il gusto di umiliarvi; spesso invece l'intento è fare luce su alcuni aspetti che vi stanno sfuggendo portando così a dei miglioramenti. In questo senso, qualche volta le persone cercano di ammorbidire le critiche con frasi che contro-bilanciano gli elementi negativi. Questa tecnica si chiama “metodo sandwich” ed è una buona strategia da utilizzare per avanzare critiche in maniera delicata. La tecnica consiste nel mettere la parte negativa tra due frasi positive. Ciò consente alla persona che riceverà il biasimo di essere maggiormente pronta a sentire ed accettare la critica. Tuttavia, può capitare che alcune persone ignorino la parte sopra e sotto del sandwich e si concentrino solamente sulla sezione problematica in mezzo.

Superando la tendenza alla proiezione, sarete più abili anche a focalizzarvi sugli elementi positivi di questo tipo di comunicazione.

 

3. Cercate di capire da dove arriva la critica

 

È molto probabile che non siate i soli a proiettare. Anche il vostro partner e le persone attorno a voi lottano costantemente contro i loro sentimenti di inadeguatezza. Per alcuni, criticare gli altri è l’unico modo per sentirsi bene con se stessi. Di conseguenza, può essere molto difficile resistere agli attacchi continui di queste persone che puntano il dito contro i vostri difetti e le vostre debolezze. Se la persona che vi sta criticando è proprio quella con cui condividete le vostre giornate, occorre trovare il modo migliore per riformulare queste interazioni a lungo andare dannose per la relazione.

Provate a guardare questa necessità di criticarvi da parte del partner come derivante dalle sue debolezze. Questo vi permetterà non solo di proteggere la vostra autostima, ma anche di aiutare il vostro partner a rendersi conto del suo bisogno di sentirsi sempre superiore e quindi di superare insieme questo ostacolo sottolineando invece tutti i suoi pregi e punti di forza.

 

4. Chiedevi se c’è del vero nelle critiche che ricevete

 

Cosa c’è di vero nelle critiche che vi vengono fatte e di cui potete beneficiare?

Per esempio, tutti i giorni per andare al lavoro indossate le vostre scarpe preferite, di cui amate particolarmente la comodità. Tuttavia, sono molto consumate e sebbene possano andare bene per una passeggiata nel parco, sono poco adatte da indossare al lavoro.

Ecco che un amico vi offre una critica sandwich: vi fa notare che è bello poter indossare un paio di scarpe comode per venire al lavoro, ma sarebbe più opportuno averne un paio più eleganti per quando state in ufficio, e che il maglione che portate oggi vi dona particolarmente.

Invece di reagire arrabbiandovi e rimanere allibiti per il fatto che il vostro collega ha osato insultare il vostro buon gusto in fatto di scarpe, potreste dare una rapida occhiata ai vostri piedi per capire che forse il commento ha un minimo di fondatezza.

 

5. Cercate di trasformare le critiche distruttive in critiche costruttive

 

Esistono essenzialmente due tipi di critiche, quelle costruttive e quelle distruttive. Nelle critiche costruttive, ci si focalizza sui comportamenti che possono essere modificati al fine produrre un cambiamento o un miglioramento, e non sulla persona in sé. La critica distruttiva è invece rivolta alle caratteristiche core di una persona e ha il solo scopo di annientare l'altro. In uno studio su 118 coppie sposate, condotto presso l’Università di Notre Dame, gli psicologi Peterson e Smith hanno trovato che le coppie che esprimevano una quantità più elevata di critiche distruttive l'uno nei confronti dell’altro riportavano anche livelli più elevati di insoddisfazione, ansia generale e disaccordo. Avere continuamente un livello elevato di critica distruttiva percepita è uno tra i fattori che più si associa al fallimento del matrimonio. In qualsiasi relazione, se le critiche da costruttive diventano distruttive, è giunto il tempo di fermarsi, mettere un freno alle parole, guardare in faccia chi vi sta criticando e chiedersi per quale motivo lo stia facendo. In questi casi, solo trasformando le critiche da distruttive a costruttive è possibile ristabilire l'armonia perduta.

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.psychologytoday.com/blog/fulfillment-any-age/201405/5-steps-surviving-criticism

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Ecco un piccolo prontuario per imparare a sopravvivere in maniera più funzionale alle critiche in cui possiamo imbatterci quotidianamente, ridimensionandole quando possibile e traendo da esse il massimo beneficio.

 

Credo che il punto fondamentale di questo articolo stia nel suggerimento di entrare in un ottica diversa, nella quale la critica viene vista non solo come diretta a noi stessi, ma anche come una proiezione della realtà e dello stato emotivo del nostro interlocutore, aspetto che già approfondisco in questo mio videotutorial (https://www.youtube.com/watch?v=CdiQToypMnE)

 

Inoltre, se siete particolarmente sensibili alle critiche che possono provenire dagli altri, vi segnalo quest'altro videotutorial (https://www.youtube.com/watch?v=VD3g7m0KOUs) in cui spiego un esercizio mentale per vaccinarsi al giudizio e vivere più serenamente le situazioni sociali.

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3 modi per prendersi cura di se stessi dopo la fine di una relazione

3 modi per prendersi cura di se stessi dopo la fine di una relazione | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Non c'è bisogno di dire che la fine di una relazione d'amore può essere un evento molto doloroso e sconvolgente.

Anche davanti al più amichevole e conciliante “abbiamo preso strade diverse”, la verità è che rotture, separazioni e divorzi provocano nelle persone che li vivono livelli non trascurabili di disagio emotivo, associato qualche volta a sintomatologia di natura fisica.

Che fare allora? In questo articolo sono riportati alcuni spunti, tratti dalla ricerca in psicologia sociale, utili nell'aiutare le persone a riprendersi dopo una rottura sentimentale.

 

In particolare, ci sono 3 cose che potete fare per prendervi cura di voi stessi dopo la fine di una storia . Eccole:

 

1) Trattate voi stessi con compassione

 

Quando i rapporti finiscono, le persone tendono ad essere molto dure con loro stesse. Molto spesso si trovano a ripensare all'ultimo periodo prima della rottura e a cercare tutte le cose che avrebbero potuto o dovuto fare diversamente. Smettete di farlo!

Probabilmente ci sono cose che avreste potuto cambiare o avreste desiderato fare diversamente, ma, a meno che non abbiate una macchina del tempo, questo non rappresenta un'opzione.

Piuttosto, molte ricerche mostrano che una cosa utile da fare in questi casi è trattare voi stessi con compassione e comprensione. L'auto-compassione consiste nel visualizzare voi stessi con gentilezza e accettazione, non essendo eccessivamente focalizzati o identificati con emozioni negative e riconoscendo che moltissime altre persone nel mondo si sono probabilmente trovate nella vostra stessa condizione ad un certo punto della loro vita (Neff, 2003).

Un recente lavoro ha rilevato che le persone divorziate che avevano sperimentato livelli più elevati di auto-compassione in merito alla fine del loro matrimonio, avevano anche riferito un minor numero di pensieri e sentimenti negativi post-divorzio rispetto a coloro che avevano mostrato minori livelli di auto-compassione.

L'aspetto più rilevante è che un'alta auto-compassione prediceva una ridotta emozionalità negativa anche 9 mesi dopo la prima rilevazione (Sbarra et al., 2012). Quindi, siate gentili con voi stessi.

 

2) Cercate il positivo nel negativo

 

Per quanto in alcuni casi possa essere difficile, sforzatevi di identificare e concentratevi sulle conseguenze positive della fine del vostro rapporto. Forse ora potete cucinare cibi che al vostro partner non sono mai piaciuti, o guardare i programmi televisivi che odiava. Forse potete semplicemente essere grati di aver finalmente chiuso una relazione dolorosa e sperare in un futuro migliore.

Un lavoro pubblicato di recente sulla rivista Journal of Social and Personal Relationships ha mostrato che cercare i lati positivi di una situazione negativa (una pratica chiamata “narrativa redentiva”) può contribuire ad alleviare il disagio emotivo. In particolare, è stato rilevato che soggetti che avevano appena chiuso una storia sentimentale sperimentavano meno disagio emotivo se facevano caso alle conseguenze positive che la rottura aveva portato con sé (Slotter & Ward, 2014). Cercare di identificare gli aspetti positivi dopo la fine di una relazione sembra essere un lavoro abbastanza semplice ma in grado di produrre potenzialmente grandi benefici.

 

3) Fare cose che vi piacciono

 

Molte ricerche psicologiche indicano che, quando siamo coinvolti in una relazione sentimentale, tendiamo a diventare sempre più simili al nostro partner nel corso del tempo (Aron & Aron, 1997).

Questa è una buona cosa mentre la relazione è in corso. Tuttavia, questa sovrapposizione tra noi e il nostro partner può metterci nei guai quando la relazione in questione finisce. In generale, quando perdiamo una relazione importante, possiamo trovarci a perdere una parte di noi stessi e diventare confusi su chi siamo. Questo è uno dei motivi per cui la fine di una lunga relazione è così sconvolgente (Slotter at al., 2010). In particolare, la situazione è tanto peggiore quanto più lunga e impegnativa è stata la storia d'amore. Tuttavia, questo non è sempre vero. Gary Lewandowski e colleghi (2007) hanno dimostrato che quando un rapporto non è stato soddisfacente mentre era in corso, le persone possono sperimentare anche una “auto-crescita” dopo la rottura. Globalmente, l'insegnamento utile da trarre da queste ricerche è quello di impegnarsi a riscoprire chi si è in assenza dell'ex partner. Concentratevi sui modi in cui potete crescere come persone, e fate cose che conducono voi, e solo voi, alla felicità.

 

La fine di un rapporto d'amore può essere difficile e sconvolgente. Tuttavia, occorre considerare anche che ciò non rappresenta la fine della vostra vita. Prendervi cura di voi stessi è un ottimo modo per rimettervi in carreggiata e, col tempo, sentirvi di nuovo felici.

 

Vai alla fonte in lingua originale:  http://www.psychologytoday.com/blog/me-you-us/201408/3-ways-take-care-yourself-after-breakup

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

La fine di una relazione importante può essere un'esperienza di sofferenza molto profonda.


Senza voler banalizzare i sentimenti dolorosi che scaturiscono dalla fine di un rapporto d'amore, che occorre metabolizzare naturalmente con il tempo e grazie ad un processo di elaborazione personale, vi propongo 3 spunti tratti dalla recente ricerca psicologica utili per affrontare una rottura sentimentale.

 

A mio avviso, l'aspetto più rilevante consiste nel mettere l'accento sull'importanza di imparare a prendersi cura emotivamente di se stessi, anche a fronte di situazioni di sofferenza che sono parti integranti della vita. Inoltre penso sia altrettanto importante concedersi il tempo di vivere il dolore. 

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50 caratteristiche di una relazione d’amore sana

50 caratteristiche di una relazione d’amore sana | Parliamo di psicologia | Scoop.it

Di seguito sono riportate 50 caratteristiche che, quando presenti, portano sostanziali benefici a un rapporto d'amore.

Se potete rispondere SI’ alla maggior parte di queste affermazioni, c’è un’alta probabilità che stiate vivendo una relazione d’amore salutare.

 

1. Conosci il nome del migliore amico del tuo partner e sai identificarne una qualità positiva.

 

2. Tu e il tuo partner siete giocosi l’uno con l’altro.

 

3. Pensi che il tuo partner abbia buone idee.

 

4. Vorresti diventare più simile al tuo partner, almeno in alcuni aspetti.

 

5. Anche se siete in disaccordo, sai riconoscere che il tuo partner ha punti di vista sensati.

 

6. Pensate l’uno all’altro quando siete fisicamente distanti.

 

7. Vedi il tuo partner una persona meritevole di fiducia.

 

8. Nelle aree più rilevanti per un rapporto di coppia, come il calore e l’attrazione, vedi il tuo partner più positivamente di quanto si percepisca lui stesso o lo vedano le altre persone.

 

9. Apprezzi il modo in cui il tuo partner è cresciuto ed è cambiato da quando ti ha conosciuto.

 

10. Il tuo partner è felice dei tuoi successi.

 

11. Quando vi riunite alla fine della giornata, dici sempre qualcosa di positivo prima di dire qualcosa di negativo.

 

12. Hai ricordi di esperienze positive vissute insieme.

 

13. Conosci il suo libro preferito.

 

14. Conosci le sue aspirazioni.

 

15. Sai raccontare qualcosa che avete fatto insieme e che è stato nuovo e emozionante per entrambi.

 

16. Vi baciate ogni giorno.

 

17. Sei a tuo agio a parlare al tuo partner delle tue vulnerabilità e delle tue preoccupazioni.

 

18. Avete un vostro “linguaggio dell’amore” (magari nomi di animali, o segnali speciali che comprendete solo voi).

 

19. Conosci il momento più imbarazzante della sua vita.

 

20. Conosci il momento in cui si è sentito più orgoglioso.

 

21. Non hai mai, o comunque raramente, espresso un vero disprezzo nei suoi confronti, ad esempio alzando gli occhi al cielo o facendoli roteare, imprecando eccessivamente contro di lui o dandogli del “pazzo”.

 

22. Sai descrivere alcune qualità positive che il partner ha ereditato dai suoi genitori.

 

23. Se avete figli, sai elencare qualche qualità positiva che il tuo partner ha trasmesso loro.

 

24. Ti piace sostenere il tuo partner nella realizzazioni di obiettivi e sogni, anche se ciò può comportare che tu rimanga a casa.

25. Hai un certo senso di sicurezza sul fatto che il tuo partner non ti sarà infedele e non metterà a repentaglio la vostra situazione finanziaria.

 

26. Quando discutete, hai la sensazione che il tuo partner prenda in considerazione i tuoi sentimenti e le tue opinioni.

 

27. Il tuo partner ti permette di entrare nel suo mondo interiore: i suoi pensieri e i suoi sentimenti ti sono accessibili.

 

28. Frequentemente mostrate apprezzamenti l’uno per l’altro.

 

29. Frequentemente mostrate ammirazione l’uno per l’altro.

 

30. Senti che, insieme, rappresentate una squadra.

 

31. Conosci la sua canzone preferita.

 

32. Hai la sensazione che le vostre forze individuali si completino a vicenda.

 

33. Quando lo saluti al mattino, lo fai in modo attento e affettuoso.


34. Se hai raccontato al tuo partner un'esperienza traumatica, ha reagito in maniera gentile e accorta.

 

35. Non ti rifiuti mai di discutere di questioni che il tuo partner considera importanti.

 

36. Rispetti le altre relazioni che il tuo partner ha con familiari e amici, e le vedi come fondamentali per lui.

 

37. Insieme vi divertite.


38. Guardi le debolezze e i difetti del tuo partner in modo specifico piuttosto che generale. (Per esempio, ti da fastidio quando dimentica qualcosa, ma non per questo lo consideri inaffidabile).


39. Sei aperto alle influenze del tuo partner: provi a mettere in pratica i suoi consigli e vedi se funzionano.

 

40. Siete fisicamente attratti l'un l'altro.

 

41. Vi divertite a trascorrere tempo insieme.

 

42. Senti un brivido quando pensi alla prima volta che vi siete incontrati.

 

43. Sai nominare il parente preferito del tuo partner.

 

44. Sai nominare l’animale più amato dal tuo partner durante l'infanzia.

 

45. Sai descrivere qual è la ricetta per la felicità del tuo partner.

 

46. Quando ti senti ansioso o triste, cerchi aiuto e conforto nel tuo partner, piuttosto che allontanarti da lui e cercare di risolvere il problema da solo.

 

47. E’ semplice avere l’attenzione del tuo partner se hai qualcosa di importante da dire.

 

48. Ti piace esplorare il corpo del tuo partner.

 

49. Sai dire qual è il suo piatto preferito.

 

50. Se dovessi portare su un’isola deserta una sola persona, porteresti il tuo partner.

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.psychologytoday.com/blog/in-practice/201301/50-characteristics-healthy-relationships

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Ecco un elenco di 50 caratteristiche che non dovrebbero mancare in una relazione d'amore sana.

Alcune sono abbastanza immediate e sotto certi aspetti scontate, altre a mio avviso rappresentano validi suggerimenti per implementare il benessere all'interno della coppia.

E voi cosa ne pensate? Riuscite a rispondere SI' alla maggior parte di esse?

 

Per conoscere quali sono, a mio avviso, le 4 caratteristiche principali che rendono una coppia sana, potete visionare questo video: https://www.youtube.com/watch?v=AQ-cVuF9dwM

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Ansia: 12 segnali da approfondire con un professionista

Ansia: 12 segnali da approfondire con un professionista | Parliamo di psicologia | Scoop.it

La distinzione tra “ansia fisiologica” e “ansia patologica” non è sempre così chiara e definita. Tutti, almeno una volta nella vita, si sono sentiti particolarmente ansiosi e agitati, per esempio prima di un discorso in pubblico o a causa di una situazione economica difficile. Per alcune persone, tuttavia, l’ansia diventa così smisurata e frequente che ci si sente schiacciati e in preda alle proprie angosce. Come si può cogliere se l’ansia giornaliera, che ciascun individuo esperisce, ha superato la soglia ed è così significativa da diventare un disturbo? (...)

 

Ecco qui un piccolo manuale per imparare a riconoscerla in voi e nei vostri cari.


 

1. Preoccupazioni eccessive

 

Il principale sintomo del Disturbo d’Ansia Generalizzato (GAD) è la preoccupazione eccessiva per le cose di tutti i giorni, piccole o grandi. Ma quando le preoccupazioni sono eccessive? Innanzitutto se esse si manifestano per la maggior parte della giornata per almeno 6 mesi. Inoltre, l’ansia è così accentuata da interferire significativamente con la vita quotidiana della persona ed è accompagnata da affaticabilità, irrequietezza o tensione muscolare. Secondo il  dottor Winston, co-direttore dell’Istituto per l'Ansia e lo Stress di Towson (Maryland), la distinzione tra ansia fisiologica e patologica sta nello scadimento della qualità della vita.


 

2. Problemi di sonno

 

La difficoltà ad addormentarsi è associata ad una ampia varietà di condizioni di salute, sia fisiche sia psicologiche. Certamente non è un fatto così insolito continuare a rigirarsi nel letto la sera prima di un discorso importante o di un colloquio di lavoro. Tuttavia, se vi capita di frequente di ritrovarvi svegli, agitati e preoccupati per problemi piccoli o addirittura non  presenti, ciò può essere un segno di disturbo d’ansia. Circa la metà delle persone con GAD, per esempio, soffrono di problemi di sonno. Un altro campanello d'allarme che indica la presenza di un possibile disturbo d’ansia? Vi svegliate molto agitati, la vostra mente sta correndo e siete incapaci di calmarvi.


 

3. Paure irrazionali

 

Non tutta l’ansia è “generalizzata”. Al contrario, essa può essere legata a situazioni particolari o a oggetti, ad esempio volare o specifici animali. Se la paura diventa travolgente ed eccessiva rispetto al rischio concreto, si parla di “fobia”.

 

Sebbene le fobie possano essere bizzarre, non sono sempre così “in superficie”. Infatti possono non essere notate fino a quando non ci si confronta con una situazione specifica e ci si scopre incapaci di gestire la paura. Per esempio, una persona che ha il terrore dei serpenti può vivere tranquillamente la sua vita per anni senza alcun tipo di problema, ma un giorno il figlio chiede di andare al campeggio e in quel momento si accorge di necessitare di un trattamento.


 

4. Tensione muscolare

 

La tensione muscolare costante, come digrignare i denti, stringere i pugni, tendere gli arti, spesso accompagna un disturbo d’ansia. Tale sintomatologia può essere talmente cronica e pervasiva che, a lungo andare, la persona smette di accorgersi della condizione di tensione in cui versa quotidianamente. Durante situazioni di stress, ansia o preoccupazione è coinvolto l’apparato muscolare, che reagisce a queste sollecitazioni psicologiche con un maggior tono. La tensione muscolare è proporzionata ai problemi d'ansia: più difficoltà si hanno e più i muscoli si irrigidiscono.


 

5. Difficoltà di digestione

 

L’ansia parte dalla mente, ma spesso si manifesta attraverso il corpo con sintomatologia fisica. La sindrome dell’intestino irritabile, per esempio, è una condizione caratterizzata da mal di pancia, crampi e gonfiore addominale, costipazione, flatulenza e diarrea. Il dr. Winston la definisce come “ansia del tratto digestivo”. Questa sindrome è sempre associata ad ansia. L’intestino è molto sensibile allo stress psicologico, e viceversa i sintomi fisici del tratto digerente possono rendere una persona molto più ansiosa.


 

6. Paura del palcoscenico

 

La maggior parte delle persone si sentono agitate quando devono parlare davanti ad un gruppo o essere sotto un riflettore. Ma se la paura è così forte che né l’allenamento né la pratica possono ridurre il livello di ansia provato, o se si trascorre molto tempo a pensare a tutte le conseguenze catastrofiche che potrebbero succedere e ad avere una paura folle, probabilmente siamo davanti ad un Disturbo di Ansia Sociale.

 

Le persone con ansia sociale tendono ad avere una paura eccessiva e pervasiva che comincia  giorni o addirittura settimane prima di uno specifico evento o situazione sociale. E se non riescono ad ottenere la performance che si aspettano si sentono profondamente a disagio e continuano a chiedersi come sono stati giudicati dagli altri.


 

7. Sentirsi gli occhi addosso

 

L’ansia sociale non sempre riguarda situazioni come parlare davanti a una folla o essere al centro dell’attenzione. In molti casi, essa è provocata piuttosto dalle situazioni di ogni giorno, come fare una conversazione con una persona a una festa, mangiare o bere davanti a qualcuno. In queste situazioni le persone con fobia sociale tendono a sentirsi gli occhi addosso e spesso riportano esperienza di rossore, tremore, nausea, forte sudorazione e difficoltà nel parlare. Questi sintomi possono essere così violenti che rendono notevolmente difficoltoso incontrare altre persone, mantenere relazioni, continuare con la scuola o fare carriera.


 

8. Panico

 

Gli attacchi di panico possono essere esperienze terribili: essi si caratterizzano come episodi di paura intensa ed inaspettata che dura alcuni minuti, accompagnata da sintomi fisici come difficoltà a respirare, battito accelerato, tremore, sudorazione, debolezza, dolore al petto, mal di stomaco, e sintomi cognitivi, come paura di morire/impazzire o perdere il controllo.

 

Quando questi attacchi sono ricorrenti viene fatta una diagnosi di Disturbo di Panico. Le persone con questo disturbo vivono con il terrore circa quando, dove e perchè avverrà l'attacco successivo e tendono ad evitare i posti dove hanno esperito quella sensazione di violento disagio.


 

9. Flashback

 

Rivivere persistentemente attraverso sogni, ricordi o flashback un evento traumatico, che ha implicato una minaccia di morte o lesioni gravi alla propria persona o ad altri, è il sintomo principale del Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD). Inoltre, i soggetti con diagnosi di PTSD mostrano un aumento dell’attivazione fisiologica, manifestato da difficoltà ad addormentarsi, irritabilità, difficoltà a concentrarsi, ipervigilanza.

 

I flashback possono tuttavia essere presenti anche in altri disturbi di ansia. Una ricerca del 2006, pubblicata su Journal of Anxiety Disorders, ha osservato che molte persone con ansia sociale presentano flashback di eventi non così traumatici, ma per loro particolarmente intensi dal punto di vista emotivo, come essere ridicolizzati in pubblico.


 

10. Perfezionismo

 

Coloro che sono perfezionisti hanno una mente particolarmente ossessiva e puntigliosa. Il dr. Winston commenta: “Se siete costantemente giudicanti verso voi stessi, sperimentate forte ansia anticipatoria circa i possibili errori che potreste fare o temete costantemente di fallire gli standard che vi siete prefissati, probabilmente avete un problema d'ansia”.

 

Il perfezionismo “va a braccetto” con diversi disturbi d’ansia. Esso è comune, ad esempio, nel Disturbo Ossessivo Compulsivo (OCD). Questo disturbo può insorgere molto lentamente: è il caso, per esempio, di una ragazza molto puntigliosa che prima di uscire con le amiche passa almeno 3 ore a truccarsi e pettinarsi... finchè arriverà a dover fare tutto sempre nello stesso ordine, altrimenti si agiterà e dovrà ricominciare da capo..


 

11. Ossessioni e rituali

 

Per diagnosticare il Disturbo Ossessivo Compulsivo occorrono ossessioni o compulsioni.

 

Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini ricorrenti e persistenti, che causano ansia o disagio marcati e che la persona tenta di ignorare o di sopprimere.

 

Le compulsioni sono comportamenti ripetitivi o azioni mentali  che la persona si sente obbligata a mettere in atto, secondo regole che devono essere applicate rigidamente per ridurre il disagio legato all’ossessione o prevenire l’insorgenza di situazioni temute.

 

Le compulsioni, che assomigliano molto a dei rituali, possono essere mentali (dire  a se stessi che va tutto bene un numero di volte stabilito) o fisiche (lavarsi e mani, collezionare gli oggetti).

 

Quando questi pensieri ricorrenti e questi comportamenti ripetitivi fanno perdere molto tempo alla persona e interferiscono significativamente con le normali abitudini, come il funzionamento lavorativo, le attività o le relazioni sociali, si parla di Disturbo Ossessivo Compulsivo.


 

12. Dubitare di se stessi

 

Dubitare di se stessi e chiedere continuamente conferme è una caratteristica comune alle persone che soffrono di disturbi d’ansia. In qualche caso, il dubbio può diventare così assillante da diventare una ossessione. Spesso, il senso di insicurezza circa le proprie capacità e l'immagine negativa e svalutante di sé possono derivare dal fatto di essere cresciuti all’interno di una famiglia perfezionista, dove tutto quello che si fa deve essere perfetto. Le verbalizzazioni frequenti in questo tipo di famiglie sono: "se lo fai, fallo bene, altrimenti non lo fare", o "avresti potuto farlo meglio..".

 

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://www.health.com/health/gallery/0,,20646990,00.html

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

L’ansia è una reazione emotiva naturale e primitiva con valore adattivo: essa è indispensabile per attivare le nostre risorse quando siamo di fronte a un ostacolo o a una situazione potenzialmente pericolosa, creando una sensazione di disagio e mobilitando alla fuga o all'azione.

Quando  il livello di attivazione, anziché essere temporaneo come in seguito ad uno spavento, rimane costantemente elevato e perdura dopo la cessazione di stimoli minacciosi, oppure quando gli stimoli non sono obiettivamente pericolosi, l'ansia assume un carattere patologico.

Ecco qui un elenco dei possibili segnali che possono indicare l’insorgenza di un disturbo d’ansia. Se vi ritrovate in alcuni dei seguenti sintomi, sarebbe meglio chiedere un parere psicologico.


Per conoscere alcuni strumenti utili per migliorare il vostro rapporto con l'ansia potete guardare questo video: https://www.youtube.com/watch?v=13vYpuWChQs. A questo link (http://www.psicologo-milano.it/articoli-psicologici/ansia-e-panico/504-guide-pratiche-per-la-gestione-dell-ansia ) trovate invece una pratica guida per la gestione dell'ansia da me redatta.

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5 attività basate sull'attaccamento per rafforzare la relazione genitore-figlio

5 attività basate sull'attaccamento per rafforzare la relazione genitore-figlio | Parliamo di psicologia | Scoop.it

I bambini che mostrano comportamenti problematici come difficoltà a controllare le emozioni, aggressività, oppositività verso le regole e tendenza a lamentarsi possono beneficiare di attività basate sull'attaccamento. Tali attività possono essere utili anche per bambini che hanno sperimentato traumi o situazioni di stress meno gravi, e persino per bambini sani e felici.

Insomma, le attività basate sull'attaccamento sono essenziali e possono portare beneficio a tutti, bambini e adulti.

 

Se siete dei genitori e il rapporto con il vostro bambino è stato teso per qualsiasi motivo, se non andate molto d'accordo in alcune situazioni o se volete semplicemente rafforzare la vostra relazione, le attività basate sull'attaccamento possono fare al caso vostro.

 

Le “attività basate sull'attaccamento” hanno lo scopo di migliorare l'attaccamento tra bambino e genitore. L'attaccamento è il legame che i bambini sviluppano con i loro caregiver primari (di solito la mamma) nei primissimi anni di vita. Questo tipo di legame, il primo in assoluto esperito dal bambino, influenzerà fortemente il modo in cui egli si relazionerà con gli altri, la natura dei rapporti che andrà a stabilire e anche la modalità personale di percepire se stesso, le altre persone e il mondo per tutto il resto della vita. Questo non significa che ciò che accade nei primi anni di vita determinerà automaticamente gli esiti di sviluppo del soggetto. Esperienze successive e processi interni di formazione della personalità possono modificare l’effetto del primo attaccamento (sia in modo positivo, che negativo).

Ecco 5 attività basate sull'attaccamento che potete divertirvi a mettere in pratica con i vostri figli:

 

1. Imitare il bambino

Questo gioco non necessariamente richiede oggetti o giocattoli. Bastano solo il genitore e il figlio, pronti a interagire tra di loro. Il genitore copia tutto quello che il bambino fa: se il bimbo batte le mani, anche il genitore le batterà, nella stessa intensità e velocità. Quando il figlio cambia il suo stile (ad esempio battendo più forte o più piano), il genitore dovrà rispecchiarlo esattamente. Contatto oculare, sorrisi e risate sono elementi fondamentali per promuovere una relazione sana e riparare o rafforzare il legame di attaccamento. Molteplici sono le azioni che possono essere rispecchiate, per esempio saltare, usare i giocattoli oppure imitare le stesse espressioni facciali.

 

2. Il sacchetto di fagioli sulla testa

Questa attività richiede un sacchetto di fagioli o qualche altro gioco leggero che rimane facilmente in equilibrio sulla testa. Il genitore si siede di fronte al figlio e tende le mani verso di lui. Il bambino, camminando verso il genitore, deve fare in modo che il sacchetto cada nelle mani del genitore. Solo nel momento in cui il genitore fa un cenno al figlio, il bambino deve scuotere la testa e far cadere il sacchetto, promuovendo così il contatto visivo. E' importante rendere l’attività divertente, per esempio creando percorsi ad ostacoli, ed è sempre fondamentale ridere insieme, anche se il sacchetto cade prima, per rafforzare la relazione.

 

3. La corsa dei cavallini

La corsa dei cavallini, nella quale il bambino viene preso sulle spalle dal genitore durante un percorso, può aiutare a riparare o semplicemente rafforzare il legame di attaccamento perché ingaggia il contatto fisico. Aggiungere effetti sonori come nitrire o il suono degli zoccoli, può rendere il gioco ancora più piacevole e divertente. Quando i figli sono piccoli non solo hanno bisogno di essere nutriti, vestiti e di avere una casa calda, ma devono anche sentirsi protetti e sapere di avere il genitore vicino a loro in qualsiasi situazione. Ecco che il contatto fisico, per esempio un abbraccio ma anche giocare a portare in groppa il figlio, veicola questo messaggio.

 

4. Massaggi rilassanti

Usare delle lozioni profumate per massaggiare le mani e i piedi del bambino può contribuire ad allacciare la relazione genitore-figlio. Il massaggio e il profumo rilassano il corpo riducendo la tensione e mettono la mente in uno stato meno difensivo. Questo facilita una maggiore apertura al dialogo e alla relazione.

 

5. Spazzolare i capelli

Molto spesso le ragazze non si lasciano spazzolare così facilmente, specialmente se da piccole i genitori erano bruschi nello spazzolare loro i capelli. Tuttavia, pettinarsi i capelli a vicenda tra madre e figlia può essere un’attività ottima per promuovere l’instaurarsi di un legame di fiducia. E’ un’attività calmante che induce senso di accudimento e affetto reciproco.

 

Vai alla fonte in lingua originale: http://pro.psychcentral.com/child-therapist/2014/08/5-attachment-based-activities-to-strengthen-parent-child-relationships/

Luca Mazzucchelli - www.psicologo-milano.it's insight:

Si definisce “attaccamento” il legame che si viene a formare tra il bambino e la figura di accudimento nei primissimi anni di vita.

Tale legame fungerà da modello per le successive relazioni che il bambino andrà ad instaurare nel corso della sua esistenza.

La qualità di questo legame dipende, tra le altre cose, anche dalla presenza e dalla capacità di risposta dei genitori, o di altre persone significative, ai segnali e ai bisogni del bambino.

Ecco allora, per le mamme e per i papà, 5 divertenti attività quotidiane utili a rafforzare il legame di attaccamento con i loro figli.

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