L'uccisione tradizionale del maiale nella campagna marchigiana | Le Marche un'altra Italia | Scoop.it

Nella famiglia mezzadrile marchigiana l’uccisione del maiale era una delle grandi scadenze dell'anno, tutte legate al ciclo della terra e alla produzione del cibo per i bisogni della famiglia e per le esigenze del Padrone.
Oggi l’uccisione non può non avvenire che nei mattatoi sotto stretto controllo veterinario. Ma appena 30 - 40 anni fa non era difficile imbattersi in questo rituale che era allo stesso tempo festa ed evento cruento.
Il maiale (“el ninon” nel nord della regione) veniva cresciuto con amore e attenzione, nutrito principalmente con gli scarti, praticamente con quello che oggi finisce nella raccolta dell’umido. L’uccisione avveniva con il freddo, in pieno inverno, magari con la neve, per favorire la conservazione delle carni e sfruttare il clima per la salatura e la fase di asciugatura dei salumi. La povera bestia veniva prelevata dalla stalla con l’aiuto di alcuni parenti o vicini. Legata con una corda era trascinata di forza nel loggiato della casa (“la loggia”) dove già bolliva un enorme pentolone d’acqua. Lo spettacolo cruento, che aveva come colonna sonora gli acuti grugniti del suino e le bestemmie degli uomini, generava nei bambini, tenuti a debita distanza, curiosità e timore.
La povera bestia immobilizzata da braccia robuste, cercava ancora di divincolarsi, mentre il norcino, solitamente il capofamiglia, uno zio o uno dei vicini (“el macè-ler”) con gesto rapido...