Le 10 Parole
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I Dieci comandamenti sono lo stile di vita di Dio.
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Terra promessa

Terra promessa | Le 10 Parole | Scoop.it

Numeri 13, 16-18, 25-28

 

16 Questi sono i nomi degli uomini che Mosè mandò a esplorare il paese. Mosè diede ad Osea, figlio di Nun, il nome di Giosuè.

17 Mosè dunque li mandò a esplorare il paese di Canaan e disse loro: «Salite attraverso il Negheb; poi salirete alla regione montana 18 e osserverete che paese sia, che popolo l'abiti, se forte o debole, se poco o molto numeroso.

25 Alla fine di quaranta giorni tornarono dall'esplorazione del paese 26 e andarono a trovare Mosè e Aronne e tutta la comunità degli Israeliti nel deserto di Paran, a Kades; riferirono ogni cosa a loro e a tutta la comunità e mostrarono loro i frutti del paese.

27 Raccontarono: «Noi siamo arrivati nel paese dove tu ci avevi mandato ed è davvero un paese dove scorre latte e miele; ecco i suoi frutti. 28 Ma il popolo che abita il paese è potente, le città sono fortificate e immense e vi abbiamo anche visto i figli di Anak. 


Numeri 14, 2-3, 6-9

 

2 Tutti gli Israeliti mormoravano contro Mosè e contro Aronne e tutta la comunità disse loro: «Oh! fossimo morti nel paese d'Egitto o fossimo morti in questo deserto! 3 E perché il Signore ci conduce in quel paese per cadere di spada? Le nostre mogli e i nostri bambini saranno preda. Non sarebbe meglio per noi tornare in Egitto?».

6 Giosuè figlio di Nun e Caleb figlio di Iefunne, che erano fra coloro che avevano esplorato il paese, si stracciarono le vesti 7 e parlarono così a tutta la comunità degli Israeliti: «Il paese che abbiamo attraversato per esplorarlo è un paese molto buono.

8 Se il Signore ci è favorevole, ci introdurrà in quel paese e ce lo darà: è un paese dove scorre latte e miele.

9 Soltanto, non vi ribellate al Signore e non abbiate paura del popolo del paese; è pane per noi e la loro difesa li ha abbandonati mentre il Signore è con noi; non ne abbiate paura».


Deuteronomio 34, 1-2, 4-5

 

1 Poi Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutto il paese: Gàlaad fino a Dan. 4 Il Signore gli disse: «Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io lo darò alla tua discendenza. Te l'ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai!». 5 Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l'ordine del Signore.

 

Giosuè 1, 1-2, 5-6

 

1 Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore disse a Giosuè, figlio di Nun, servo di Mosè: 2 «Mosè mio servo è morto; orsù, attraversa questo Giordano tu e tutto questo popolo, verso il paese che io dò loro, agli Israeliti. 5 Nessuno potrà resistere a te per tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te; non ti lascerò né ti abbandonerò.

6 Sii coraggioso e forte, poiché tu dovrai mettere questo popolo in possesso della terra che ho giurato ai loro padri di dare loro.

 

Giovanni 3, 26-30

 

26 Andarono perciò da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall'altra parte del Giordano, e al quale hai reso testimonianza, ecco sta battezzando e tutti accorrono a lui». 27 Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato dato dal cielo. 28 Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui. 29 Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. 30 Egli deve crescere e io invece diminuire.

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La vicenda riportata nel capitolo 13 dei Numeri è il preludio all’epopea di Giosuè descritta nel libro omonimo; egli era uno dei dodici esploratori mandati nella Terra Promessa, una volta che il popolo d’Israele vi era quasi giunto accampandosi ai confini.

Costoro tornarono con frutti prelibati, ma anche con notizie poco rassicuranti: la Terra Promessa è abitata da un popolo di giganti, ostile e bellicoso, frasi che inducono il popolo a dubitare della Parola di Dio ricadendo nella paura, col risultato di non varcare il confine e di vagare nel deserto perdendo tempo prezioso.

Giosuè, prendendo la parola, provò invano a convincere il popolo a non far marcia indietro, in quanto non c’è nulla da temere finché il Signore resterà al fianco di Israele.

In seguito Mosè, frastornato anch’egli dal girovagare durato anni, sale sul monte Nebo per chiedere aiuto al Signore. Qui conosce il suo destino, il compimento della sua missione: gli viene mostrata la Terra Promessa, e gli viene predetto che non sarà lui a condurvi il popolo, ma Giosuè (infatti Mosè morirà di lì a poco).

È una sorta di passaggio del testimone, da Mosè il mediatore balbuziente all’impavido giovane Giosuè, l’unico convinto di poter entrare nella Terra Promessa già anni prima.

Giosuè riceverà l’investitura direttamente da Dio, che lo esorterà ad avere coraggio, a dimostrarsi vero uomo per prendersi carico di tutto il popolo eletto.

La forza non è nel fisico, nel potere, nelle armi che ci propone il mondo; la forza discende dal Signore confidando in Lui, a patto di agire con coraggio senza fare gli “one-man show”!

Occorre guardare oltre, gettare il cuore oltre l’ostacolo, togliere le rotelle dalla bicicletta per pedalare con coraggio; ma è altresì necessario che Mosè muoia perché si realizzi la chiamata di Giosuè.

Parallelo analogo nel Vangelo di Giovanni, con il Battista che prepara il terreno a Gesù: un cristiano dev’essere un uomo che sappia abbassarsi perché il Signore cresca, nel cuore e nell’anima degli altri.

È necessario farsi da parte, lasciare andar via il fratello perché cresca e prenda possesso della propria vita portando frutto: lo dovrebbero fare i genitori con i figli (lo fanno i catechisti del percorso delle Dieci Parole), perché costoro ci entrino davvero nella propria vita e realizzino il progetto divino.

Ogni cristiano vaga alla ricerca della Terra Promessa, nella speranza di entrare nel Regno di Dio: il rischio che si corre oggigiorno è fermarsi alla promessa senza avere il coraggio di portare la ricerca a compimento.

Il Regno si vive anche qui, su questa terra, spostando lo sguardo da se stessi e dando da mangiare agli altri. Occorre prendere in mano la propria vita, compiere un atto d’amore che ci faccia entrare nella Terra Promessa facendo irruzione nella nostra storia.

È fondamentale non fuggire dalla propria storia, anche se questo vuol dire fare i conti col male commesso e con il conseguente senso di colpa, vero muro di cinta che ostacola l’ingresso nella Terra Promessa, che si frappone alla realizzazione della nostra chiamata.

“Tutto posso in Colui che mi dà la forza.” Filippesi 4,13

 



 

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Caro capax Dei

Caro capax Dei | Le 10 Parole | Scoop.it

Giovanni 6, 14 

Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre

 

Salmi 36, 4 

Cerca la gioia del Signore,

esaudirà i desideri del tuo cuore.

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Sembra assodato che, pur armati di buone intenzioni, le nostre azioni non siano proprio concordi al bene desiderato: vorremmo amare donandoci totalmente, ma non ci si riesce, temendo di perdere il proprio status; vorremmo benedire Dio nella sofferenza e nel dolore fisico, ma non ce la si fa; vorremmo vedere il bello dell’altro, ma chissà perché ci balzano all’occhio solo i difetti.

Eppure, come affermava Sant’Ireneo da Lione: “Caro capax Dei”, ossia la carne è capace di Dio, l’uomo è in grado di arrivare ad alte vette, di essere perfetto come il Padre, perché abbiamo assunto la divinità di Dio quando Cristo ha preso la nostra carnalità, peccato escluso.

Ma abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio, che aspetta soltanto il nostro grido per agire, dato che ama follemente la nostra libertà; l’urlo è fondamentale, ma è solamente l’inizio di un percorso verso la santità.

Esistono oggigiorno derive del pensiero cristiano, assai diffuse, pronte a sposare la teoria dell’annullamento delle passioni e dei desideri, del disprezzo della carne; una visione castrante che ha l’effetto drammatico di non consentire il compimento del nostro essere, portandoci a non fare il bene per il quale siamo stati creato, e che Dio stesso ha instillato nel cuore coi desideri buoni. Il bene che desideriamo non è altro che l’impronta digitale di Dio!

Ovviamente stiamo affrontando la questione dalla prospettiva sbagliata: come affermato da san Tommaso D’Aquino nel “De Veritate”, le passioni sono la forza motrice del nostro vivere, non sono il problema.

È l’uso che se ne fa che può essere fallace: se le indirizzi verso il bene, farai il bene.

C’è quindi bisogno di un’educazione delle passioni, in quanto i desideri, di natura, sono fonte di disordine e tormento, ma tutto ciò è una debolezza sperimentata da Gesù nell’incarnazione: questa è la nostra carne, e così com’è, risorgerà!

La Passione di Cristo narra di un uomo-Dio pronto a morire per portare a compimento il desiderio di redimere l’umanità passata, presente e futura: occorre finalizzare i desideri buoni senza per questo cestinare quelli malvagi (ci vuole un soldato sanguinario per generare un sant’Ignazio di Loyola).

Il problema sta nei desideri di bassa lega, che non puntano in alto, sogni nel cassetto col freno a mano tirato; siamo chiamati ad amare tutti, ma ci fermiamo (forse) a coloro che ci dimostrano stima.

Fermandoci prima senza andare oltre, non centriamo il bersaglio, sbagliamo mira, pecchiamo.

Il peccato, in fondo, è una soluzione insoddisfacente alla sete di senso, un’obbedienza parziale ad un desiderio profondo di bene, un’anestetico che ci inebria parzialmente senza soddisfarci appieno, portandoci gioco forza alla reiterazione: invece Gesù sulla Croce rifiuta la bevanda di vino mista a fiele, un narcotizzante quale soluzione parziale alla sofferenza, perché vuole vivere pienamente la Passione.

Dio ci chiede di farci carico della sua dvinità, che significa amare come Lui, ossia assecondare un desiderio immenso a scapito di quello mediocre, che scemerà di conseguenza.

Non basta desiderare di non essere un mentitore o un ladro, occorre puntare al compimento.

Nessuno di noi è definito dai propri peccati; la Salvezza è intrinseca nell’Uomo, le catene sono spezzate, ma non basta! L’Uomo viene risanato, perché chiamato ad essere santo, a vivere il Paradiso fin da ora su questa terra.

C’è bisogno di disciplina per riorientare i nostri desideri, per guardare verso oriente dove sorge il sole: occorre diventare discepoli di un maestro, c’è bisogno di accogliere una sapienza, di custodirla ed amarla.

Sant’Agostino, a proposito del Padre che ci attira a sé, ci invita a non pensare che lo faccia contro la nostra volontà, in quanto l'anima è attratta dall'amore: “Ma come posso ammettere che la mia fede sia un atto libero, se vengo trascinato? Nessuna meraviglia che sentiamo una forza di attrazione sulla volontà.

Anche il piacere ha una forza di attrazione. Esiste dunque una certa delizia del cuore, per cui esso gode di quel pane celeste. Forse che i sensi del corpo hanno i loro piaceri e l'anima non dovrebbe averli?

Dammi uno che ami, e capirà quello che sto dicendo. Dammi uno che arda di desiderio, uno che abbia fame, uno che sperimenti dentro di sé tutto questo ed egli capirà la mia affermazione. Se, invece, parlo ad un cuore freddo e insensibile, non potrà capire ciò che dico.

Quindi rimane sempre vero che ciascuno è attratto dal proprio piacere: e allora come non sarà capace di attrarci Cristo, che ci viene rivelato dal Padre, Che altro desidera più ardentemente l'anima, se non la verità? Di che cosa dovrà essere avido l'uomo, a qual fine dovrà desiderare che il suo interno palato sia sano nel giudicare il vero, se non per saziarsi della sapienza, della giustizia, della verità, della vita immortale?”.

In fondo la sofferenza, quella interiore, è figlia delle nostre insoddisfazioni, specchio di un’anima che anela il piacere senza costrizione alcuna, che ha sete della giustizia di Dio, Colui che si dona a tutti non certo in proporzione ai meriti di ciascuno.

La soluzione è riorientare il gusto, mirare ad obiettivi alti, vivere nell’amore qui ed ora, e domani nella Risurrezione, perché non esiste nel compimento del progetto divino l’attendismo, l’immobilismo, il “non fare”.

Sant’Agostino diceva: “Ama, e fa ciò che vuoi”... ossia, in quel che fai, stai amando?

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Urlando verso il Cielo

Urlando verso il Cielo | Le 10 Parole | Scoop.it

Matteo 5, 27-28 

27 Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; 28 ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.

 

Romani 7,15 

Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto.

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Abbiamo già sottolineato come, per la Nona e Decima Parola, l’asticella del salto da compiere si sia alzata in modo esagerato, perché ci viene chiesto non solo di non commettere un peccato (es. relazione extraconiugale con la collega), ma di non desiderare di farlo (es. pensiero audace osservando la collega particolarmente avvenente).

Ci si rende conto che tale richiesta sia sapienzale, soprattutto alla luce del percorso condotto finora, ma la consapevolezza della ragione viene altresì assecondata dal cuore? Abbiamo evidenza che il peccato, di per sé definibile come un bersaglio mancato, porti conseguenze sia sul peccatore che sulle persone che gli ruotano intorno; ma allora come lo fermiamo il desiderio se neanche la mente può venirci in soccorso?

Fin dal peccato originale, è evidente quanto il peccato sia l’esito di un processo basato su un’insoddisfazione: Eva non aveva alcuna intenzione di raggirare Adamo, ma mossa dalla curiosità per la mela, con lo zampino dal serpente, ha permesso che si facesse largo in lei il pensiero subdolo di una mancanza di fondo (se mangiassi la mela, potrei...).

Sarebbe quindi opportuno gestire il desiderio che genera il peccato, prima di trovare una via d’uscita al peccato stesso dopo averlo commesso; non possiamo reprimere i desideri in quanto il nostro cuore nasce desideroso così com’è stato disegnato dalla mano del Creatore.

Il cuore è di natura indomabile, anche se ci proviamo ad annullarlo coprendolo di tonnellate di cemento, quello che in realtà sono le regole, le abitudini, le buone maniere, rischiando di rimanere uomini e donne a metà nascosti dietro una maschera di ipocrisia (i bimbi, da questo, sono immuni in quanto spontanei e genuini, per nulla diplomatici).

Ma quante relazioni, rapporti di lavoro, di tranquillo vicinato, in verità salterebbero senza la pellicola protettiva dell’ipocrisia? Gestire i desideri non è cosa facile, ma ci sono alcuni comportamenti stereotipati che provano ad abbozzare una soluzione al problema.

Il moralista, ad esempio, si impegna a convertirsi sempre più convinto di migliorarsi soggiacendo a regole, leggi, morale, il tutto per reprimere i desideri; tutto inutile, perché partiamo sconfitti se l’intenzione è quella di vincere contro il cuore con la sola forza di volontà.

Agli antipodi vi è il nichilista, esistenzialista di natura, che si arrende senza speranza all’arrembante superiorità dei suoi desideri, assecondandoli tutti, buoni o cattivi che siano: una persona del genere spezza gli argini, vive senza limiti ogni attimo fuggente come se non ci fosse un domani, senza progettualità.

Tra i due estremi si barcamena il minimalista, che si rassegna tirando a campare, bollando tutto il resto del mondo come esagerazione, vivacchiando nella mediocrità col motto sul proprio vessillo: “tanto è uguale”.

Ci sono anche coloro che, non aderendo ad alcuno degli stereotipi elencati, entrano in crisi senza trovare risposte, ma soprattutto senza cedere, ed affrontano a viso aperto il momento di giudizio: ma se concretamente sognamo cose grandi, come la mettiamo col cuore strabico che punta altrove? Com’è possibile arrivare a desiderare il bene senza avere la capacità di compierlo? Perché si arriva a compiere il male che non si vuole?

Dalla cacciata dall’Eden in poi, l’umanità è segnata dal limite, un dramma alla base dell’uomo schiavo e schizofrenico in balia dell’uomo vecchio e di quello nuovo coesistenti in ognuno di noi.

È una lotta quotidiana che i Santi hanno conosciuto, e che hanno vinto solamente gridando a Dio, unico liberatore; è proprio lì, nella nostra umanità debole e limitata che nasce l’incontro, a patto che, come novelli Giobbe, gridiamo a Dio tutta la nostra contraddizione.

Oh Signore, liberami da questo corpo votato alla morte! 

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NONA E DECIMA PAROLA

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Esodo 20, 17

 

Non desiderare la casa del tuo prossimo.

Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.

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Siamo giunti al termine di questo lungo cammino con l’analisi del nono e decimo comandamento, che vertono entrambi sul desiderio, percorso vissuto fino in fondo col giusto tempo, elemento fondamentale fin troppo sottovalutato.

Esistono cose che non ritornano, e che vanno colte per non perderle definitivamente; cose da fare, anche se siam bravi a costruirci alibi per svicolar via, per mollare alla prima difficoltà vivendo di emozioni, senza dare la giusta profondità, rischiando solo di fare buchi nell’acqua.

La vita è costellata di momenti che comportano un’assunzione di responsabilità, di decisioni da non rimandare, un po’ come fece Maria che, venuta a conoscenza della gravidanza di sua cugina Elisabetta, IN FRETTA si reca da lei. Perché ogni cosa ha il suo tempo, parole ascoltate ora non avrebbero sortito lo stesso effetto se proferite in passato: è fondamentale considerare la connotazione dell’oggi, per affrontare ogni cosa nel tempo giusto.

La felicità va ricercata giorno dopo giorno nella concretezza dei piccoli gesti d’amore quotidiani, non certo pretesa dagli altri che non possono donarcela.

Il comandamento dell’Amore che Gesù ci ha lasciato è la chiave di volta per la felicità, e non è altro che il sunto estremo dei Dieci Comandamenti: la prima tavola, infatti, ci istruisce sul rapporto con Dio, la seconda sul rapporto con il prossimo.

La porta di ingresso è la Prima Parola, che ci invita a dare un’identità al nostro Dio, da non confondere con gli idoli che, prima o poi, ci chiederanno un tributo insostenibile e inappagabile.

La Quarta Parola fa da collante tra la prima e la seconda tavola, in quanto il primo “prossimo” col quale ci relazioniamo sono i nostri genitori: siamo chiamati a dare un senso alla nostra storia, alle origini, alle ferite lasciate più o meno volontariamente dai nostri genitori, ad onorarli, condizione necessaria per essere felici.

La Quinta Parola ci introduce al rapporto con gli altri, e ci parla di amore: se non ami, uccidi! I successivi tre comandamenti concretizzano questo concetto istruendoci come amare con il nostro corpo, con le cose che possediamo, con l’autenticità della nostra vita.

La porta d’uscita verso la felicità è rappresentata dal Nono e Decimo Comandamento, che per gli Ebrei sono uno solo; i conti tornano dato che, per loro, la Prima Parola risulta sdoppiata rispetto ai cristiani.

Il problema di fondo è la natura di ciò che desideriamo: il Vangelo ci dice (Mt 15, 19) che dal cuore provengono i propositi malvagi, e nulla può la consapevolezza fin qui acquisita col percorso dei comandamenti per arginarlo: abbiamo nutrito la mente, abbiamo intuito la presenza di una bellezza da cogliere, ma concretamente ci opponiamo facendo il male che non vogliamo invece del bene che vorremmo fare.

Una volta arricchita l’intelligenza, non abbiamo via d’uscita se non quella di soggiacere ai desideri che sgorgano dal cuore: non è ciò che conosci e comprendi che può darti la felicità, ma quel che desideri nel profondo del tuo cuore.

Non è l’intelligenza, ma il cuore che va istruito, imparando a riconoscere gli impedimenti che ostacolano la nostra missione, il progetto che Dio ha pensato per noi.


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LUCE

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Matteo 5, 13-16

 

13 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. 14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, 15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. 16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

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Un vero cristiano illumina il mondo con tutta la sua povertà e debolezza, perché capace di trasmettere una luce autentica che permetta al mondo di orientarsi e dirigersi. Se la nostra vita è stata illuminata, ciò non è solo in vista di noi e del nostro cammino, ma in vista del cammino di tutti.

Dobbiamo lasciar filtrare agli altri quella luce che noi stessi abbiamo intravisto perché anche gli altri ne possano godere come noi. Tutto questo non si fa soltanto con le parole, ma con le opere che danno sapore e spessore ad un'esistenza orientata da Gesù.

Siamo chiamati ad essere persone di luce! Non per noi, non per l’applauso, non per essere stimati e ammirati, ma per la gloria di Dio. Non per pochi o per qualcuno, ma per tutti; la luce sul monte è visibile ovunque!

Essere cristiani non significa fare tante cose, ma è l'essere, lo stile che conta, ossia lasciar trasparire ciò che siamo diventati. Non siamo chiamati a creare un mondo alternativo, ma ad aprire questo mondo al vero significato dell'esserci, fuggendo dal pericolo di ripiegarci su noi stessi per paura o per conformismo.

La nostra missione è portare Cristo al prossimo: non si tratta di proselitismo, ma di far vedere Dio attraverso le nostre opere buone, unico antidoto al veleno presente nel cuore dell’uomo, quello della continua ricerca del colpevole.

Rendere testimonianza, come qualcuno ha fatto per noi, quel qualcuno che abbiamo invidiato per la particolare luce negli occhi, unica nel suo genere, propria di chi porta con sè la bellezza della Verità.

Dare testimonianza malgrado le ingiustizie della vita, la solitudine, o la prigionia, come avvenuto per il Cardinale François Xavier Nguyên Van Thuân, nato il 17 aprile 1928 in Viêt Nam.

Nominato da Papa Paolo VI Arcivescovo titolare di Vadesi e Coadiutore di Saigon, viene  pochi mesi dopo, con l'avvento del regime comunista, arrestato e messo in carcere senza un vero capo d’accusa credibile. Ha vissuto in prigione per tredici anni, senza giudizio né sentenza, trascorrendo nove anni in isolamento.

Non si è mai fatto sopraffare dalla rassegnazione. Anzi, ha cercato di vivere la prigionia colmandola di amore. In carcere non ha potuto portare con sé la Bibbia. Allora ha raccolto tutti i pezzetti di carta che ha trovato e ha realizzato una minuscola agenda sulla quale ha riportato più di 300 frasi del Vangelo, il suo vademecum quotidiano, il suo scrigno prezioso al quale attingere forza.

La celebrazione dell'Eucaristia è stato il momento centrale delle sue giornate. Ha celebrato la Santa Messa sul palmo della sua mano, con tre gocce di vino ed una goccia d'acqua. Essendo solo, cantava la Messa in latino, in francese e in vietnamita.

Il suo atteggiamento di amore ha profondamente colpito le guardie. Tanto che i capi della polizia gli hanno chiesto di insegnare agli agenti le lingue. Così i suoi carcerieri sono divenuti anche suoi scolari.

È stato liberato il 21 novembre 1988, Festa della Presentazione di Maria al Tempio. Da Giovanni Paolo II creato Cardinale nel 2001, è deceduto il 16 settembre 2002 dopo una lunga malattia; ecco un esempio di come le sofferenze, adeguatamente vissute, possono trasformarsi in grazia per qualcun’altro.

L’incontro con Gesù avviene in virtù della Misericordia di Dio che riversa su tutta l’umanità, servendosi di altri uomini veri discepoli, umili messaggeri di Cristo; analogamente a come siamo chiamati con i nostri beni ad essere amministratori della Provvidenza Divina.

Al cristiano viene consegnato il mandato di uscire allo scoperto per illuminare i luoghi bui del mondo dove regna l’inganno; di fatto, la mediocrità di una vita di compromessi è davvero insipida.

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Innocente e sconfitto

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Marco 15, 37-39

 

37 Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. 38 Il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso. 39 Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!».

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La testimonianza della Verità tocca il suo apice durante il processo a Gesù: accettare quella sentenza iniqua ci cambia davvero la vita, perché anche a noi viene chiesto di rendere testimonianza alla Verità, non per imitare Gesù vivendo come Lui, scimmiottandoLo grossolanamente, ma per vivere CON Lui.

Testimoniare la Verità a favore del nostro prossimo, perché ogni nostra azione ha una conseguenza sul contesto in cui viviamo, sulle persone che ci sono accanto.

La Verità non è conoscenza, non è interamente comprensibile: il rischio è di deviare verso forme di eresia, come quella del I secolo chiamata gnosi. Infatti, secondo la «gnosi cristiana», la salvezza dipende da una forma di conoscenza superiore e illuminata, frutto del vissuto personale e di un percorso di ricerca della Verità. Ma non è conoscendo le cose che si incontra la salvezza!

La Verità non coincide con l’esattezza, va oltre la sincerità e la buona fede, ma va sempre osservata sotto la Luce di Dio; la Verità non puoi possederla e, sovente, si smette di cercarla per paura di trovarla davvero!

È scomoda la Verità, perché ci sbatte davanti ad un Dio che muore da innocente in Croce; non è più nascosta, il velo del tempio si è squarciato per mostrarcela, ma ognuno di noi può guardarla senza riconoscerla, come per i discepoli di Emmaus che camminavano insieme a Gesù, la Verità in persona.

L’intero Vangelo di Marco è volto a mostrarci la Verità enunciata nel prologo:

Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. (Mc 1,1).

La prima metà si chiude con l’affermazione di Pietro attestante Gesù come il Cristo, l’Unto da Dio: Ma egli replicò: «E voi chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». (Mc 8,29).

E la seconda con la Verità in bocca ad un pagano che comandava il plotone d’esecuzione: Allora il centurione disse: «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!». (Mc 15,39).

Costoro in un istante preciso della propria vita hanno riconosciuto la Verità, ossia una persona morta da innocente in croce per noi, un Dio che si consegna da sconfitto all’umanità.

Ma per tutti noi cosa significa guardare al Crocifisso rispetto alle fatiche quotidiane che affrontiamo? Cosa ci cambia davvero?

Un primo aspetto riguarda il processo subito da Gesù nel quale si dimostra che la massima pena viene comminata senza riscontrare alcuna colpa: quindi la Verità ci dice che Dio è innocente!

Tutti gli errori che gli imputiamo, tutte le vicende contorte della nostra vita, fino ad arrivare alle malattie, non sono da addebitare a Dio.

Occorre fidarsi di l’Altissimo, perché ogni atto di sfiducia ci porta ad operare di testa nostra, con le nostre risorse, ricadendo inevitabilmente nel peccato.

È indubbio che sia più semplice fare la vittima, mettendo in dubbio l’operato di Dio visto come il Creatore distaccato che non si cura delle creature; il vittimista non accetta alcun dolore, tende a colpevolizzare rabbiosamente gli altri, non fa nulla per migliorare la propria situazione e se viene aiutato non prova gratitudine, tutto ciò col vantaggio di interrompere il contatto con il dolore; costui non sente e non esprime il proprio dolore perché focalizza l’attenzione su “qualcosa” che “deve andare a posto”, su Qualcuno che deve intervenire, perché la realtà “non può essere quella che è”.

Ma la realtà non è sbagliata, e il riconoscerlo non può che essere un atto di fiducia verso Dio: tutti gli avvenimenti della vita sono grazia, non sempre umanamente comprensibile (es. malattie incurabili).

Un secondo aspetto della morte in Croce è l’apparente sconfitta di Colui che, per natura, aveva la possibilità di vincere “a mani basse”: Gesù, entrando nel mondo, rompe un meccanismo in auge in ogni civiltà e in ogni epoca storica, quello del capro espiatorio.

È una dinamica che entra in gioco quando in un gruppo identifica una “vittima designata” come collante, una sorta di nemico comune; secondo Jung nel capro espiatorio vengono proiettati quegli aspetti, quelle caratteristiche comportamentali che i componenti del gruppo non accettano di sé, vogliono cancellare e negare e da cui si sentono minacciati.

In soldoni, ci si unisce contro qualcuno per risultare vincenti, perché il mondo ci dice che solo i vincenti sono qualcuno nella vita; si gareggia a tutti i livelli (tra colleghi, tra amici e tra coniugi) per primeggiare rispetto al vicino, perché se perdi non esisti!

Invece Dio ribalta questa concezione, perché rimarca quanto l’Amore sia cedere il passo arrivando dopo gli altri.

Gesù accetta di perdere davanti ai suoi discepoli, pur potendo vincere “a mani basse” scendendo dalla Croce e radunando in tempo zero una legione di angeli... e nell’atteggiamento remissivo volontario, nell’apparente sconfitta della Croce c’è tutta la Sua vittoria.

Quindi noi ci troviamo di fronte all’alternativa di accettare o meno la sentenza del processo, e questo fa la differenza.

Rifiutare la Verità significa comportarsi da vittime cercando sempre altrove i colpevoli, calpestando il prossimo pur di sopravanzarlo.

Testimoniarla, invece, significa accettare la Volontà di Dio, vivere il perdono e recedere di fronte alle esigenze del fratello, per arrivare ultimi.

Solo così potremmo essere liberi, e sbarazzarci di quei sentimenti di rancore e rabbia che rischiano di condizionare il nostro equilibrio, la nostra vita futura. Il perdono non è una debolezza o un cedimento, ma la grazia di vedere l’umanità negli altri, di guardare oltre la superficie delle loro azioni e di comprendere il dolore che ne è causa, una battaglia nascosta che ognuno di noi combatte nella sua vita.

Solo così potremmo vivere la Pasqua di Risurrezione sconfiggendo la morte, per vivere in pienezza.

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OTTAVA PAROLA

OTTAVA PAROLA | Le 10 Parole | Scoop.it

Giovanni 18, 35-37a 

35 Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». 36 Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 37 Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità». 

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Questa Parola approfondisce ulteriormente il discorso sull’uomo nuovo della seconda tavola, presentando un’altra sfaccettatura della chiamata all’amore.

Non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo ci apre gli orizzonti verso la verità; è fondamentale darne testimonianza con la vita seguendo il destino del martire, il testimone per eccellenza.

Ma la verità coincide con l’esattezza espositiva? Non proprio! Si può essere fini dicitori del bene, per filo e per segno, ed avere per contro una vita falsa che non dice il vero. La verità è equiparabile alla sincerità? Non sempre, perché è impossibile prescindere dalla persona che si ha di fronte (es. La diagnosi edulcorata del medico dinnanzi al suo paziente malato terminale).

In sintesi, la verità è relazione con l’altro, e non si può limitare al semplice proferir parola: sei testimone della verità quando la tua vita “dice” parole vere, ossia quando ami ogni istante con tutta la tua vita.

Gesù ha risposto alla domanda di Verità in modo particolare durante la Sua Passione fino alla morte, quando tutto si è compiuto.

La Passione secondo Giovanni inizia con i soldati e le guardie del tempio che vanno a cercare Gesù, ma in realtà è lui che dirige gli avvenimenti e tutti i personaggi ruotano attorno a lui. Alla domanda di Gesù: «Chi cercate?», i soldati rispondono: «Gesù, il Nazareno». E appena Gesù dice «Io-Sono», la folla presente indietreggia e cade in ginocchio perché hanno paura di trovarsi davanti a Dio (Es 33,20).

Domandò loro di nuovo e, mentre costoro si avvicinavano, Pietro estrasse la spada e recise il lobo dell’orecchio al servo del sommo sacerdote. Il termine "servo" indicava tutti coloro che erano sottomessi a un re. Qui abbiamo il servo del sommo sacerdote, che non è uno schiavo, un servitore, ma significa che è il vicario del sommo sacerdote.

Quindi l’azione di Pietro è mirata a un individuo particolare: sceglie il rappresentante del sommo sacerdote perché intende colpire il sommo sacerdote.

Infatti per intronizzare un individuo nella carica importantissima di sommo sacerdote si sgozzava un ariete e con il sangue ci si ungeva il lobo dell’orecchio destro: se il candidato era mutilato, oppure aveva dei difetti, non poteva essere consacrato.

Ma Gesù replica a Pietro: "Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?". Il calice che il Padre gli ha dato non è la morte, ma è la fedeltà al suo messaggio d’amore.

All’affermazione di identità di Gesù corrisponderà in seguito la negazione di Pietro della propria: per tre volte, processato indirettamente dalla folla, non solo nega di conoscerlo, ma afferma espressamente: «Io-non-sono» (Gv 18,17-25). Pietro vuol essere discepolo del Signore potente, che lui immaginava, che lui credeva! Adesso però lo vede così e allora dice: Eh no, questo no! È la prima volta che Pietro scopre la verità.

Lui non è discepolo, questa è la sua verità: è contro questo Gesù, ha tirato fuori la spada per difenderlo, perché non gli capitasse questo; è disposto a morire perché non gli succeda questo ... ma Gesù non ci chiede di morire per Lui, ma di testimoniare la Verità con la nostra vita, ossia di darla con Lui per gli altri.

Gesù appare come un criminale pericolosissimo anche se si consegna inerme: è l’unico legato, ma è l’unica persona libera in tutta la narrazione della passione.

Così legato viene condotto da Anna, al quale replica: "Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto»": ma il sommo sacerdote sa che proprio quando Gesù ha parlato nel tempio gli altri sacerdoti hanno preso le pietre per tentare di lapidarlo.

E una guardia del sommo sacerdote lo schiaffeggia; costui è un servitore di un potente, e chi detiene il potere non può essere mai contraddetto. Con il potere non ci può essere nessuna forma di dialogo, ma soltanto di obbedienza, e di fronte a un capo bisogna sempre dimostrarsi ossequiente; il sommo sacerdote non ha comandato di schiaffeggiare Gesù, ma lo fa il servo per compiacere il proprio padrone.

Gesù non porge l’altra guancia ma gli rispose: «Se ho parlato male, dimostrami dove è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». È un invito esplicito a recuperare la libertà di pensiero e di discernimento e a provare finalmente a ragionare con la propria testa e non con la testa di colui che lo comanda.

Gioco pericoloso per Anna, che si sbarazza subito dopo di Gesù spedendolo da Pilato; tempo prima aveva già mandato le guardie per arrestare Gesù, e scrive l'evangelista che le guardie tornarono senza averlo arrestato: "I farisei dissero loro: «Perché non lo avete condotto?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo»" (Gv 7,45-46). Quindi anche le guardie sono affascinate dal messaggio di Gesù, perché nessuno ha mai parlato loro in questa maniera: ed è lo stesso episodio che Gesù intende riportare alla luce nella mente dello schiaffeggiatore, rammentandogli quest’affermazione.

Così Gesù viene dai suoi accusatori condotto al pretorio come malfattore meritevole di morte. È il giorno della «Parasceve» per la festa di Pasqua: i sacerdoti accusatori non possono mettere piede nel pretorio pagano e trattano con il governatore romano davanti all’edificio. Ecco la contraddizione tra l’osservanza corretta delle prescrizioni cultuali di purezza e la questione della vera, interiore purezza dell’uomo: agli accusatori non viene in mente che non l’entrare nella casa pagana sia ciò che inquina, ma l’intimo sentimento del cuore.

Pilato è un prefetto romano, un magistrato che sapeva intervenire in modo brutale, se questo gli sembrava opportuno per l’ordine pubblico. Ma egli sapeva anche che Roma doveva il suo dominio sul mondo non da ultimo alla tolleranza di fronte a divinità straniere e alla forza pacificatrice del diritto romano.

Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!». Richiamando la legge, Pilato indirettamente sta accusando le autorità: la legge non permetteva di giudicare un uomo senza averlo ascoltato, senza aver ascoltato dei testimoni. "Gli risposero i Giudei: «a noi non è consentito mettere a morte nessuno»".

Se i Giudei avessero ucciso Gesù secondo la loro legge, avrebbero applicato la lapidazione: l'uomo veniva portato in una scarpata, gettato giù a schiena all'indietro e poi gli si buttava sopra un grosso macigno ed altre pietre.

Quindi sarebbe stata una caduta dall'alto verso il basso. In realtà loro lo danno ai Romani, perché venga condannato: hanno scelto apposta l'unica tra le pene che la Bibbia considera riservata ai maledetti da Dio; una sorta di giustificazione alla condanna a morte di un innocente.

La replica di Pilato: "La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?»". Qui la faccenda si fa grave: non sono soltanto i sommi sacerdoti, ma è "la tua gente": Gesù è stato rigettato completamente da tutto il popolo, perché sta presentando un Dio che si mette al servizio degli uomini ed esclude ogni forma di dominio, un Dio scomodo per tutta società che si rivolta contro Gesù; se in un società si distrugge l'idea del potere e del dominio, questa società si sgretola.  

Gesù anche a Pilato, a un pagano, a un dominatore, prova a estendere la sua libertà e gli risponde: "Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?" alla sua prima domanda: «Tu sei il re dei Giudei?». Gesù risponderà in seguito a questa domanda, ma in primis lo invita a ragionare con la propria testa e a non essere condizionato da quello che gli hanno detto gli altri nei suoi riguardi. 

Alla domanda di Pilato: «Dunque tu sei re?», Egli risponde: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18, 37). Già prima Gesù aveva detto: «La mia regalità non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù» (Gv 18, 36).

Qui l’accusato rivendica una regalità totalmente diversa, con l’annotazione concreta che per il giudice romano deve essere decisiva: nessuno combatte per questa regalità. Se il potere, e precisamente il potere militare, è caratteristico per la regalità e il regno, niente di ciò si trova in Gesù. Per questo non esiste neanche una minaccia per gli ordinamenti romani.

In conclusione, la regalità di Gesù consiste nel mettersi al servizio degli altri, consiste nel manifestare la verità. Verità riguardo a che cosa? La verità riguardo a Dio, in quanto ne manifesta l'amore.  

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Dalla cupidigia alla condivisione

Dalla cupidigia alla condivisione | Le 10 Parole | Scoop.it

Fil 4, 11-13

 

Ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione; ho imparato a essere povero e ho imparato a essere ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà e alla fame, all'abbondanza e alla indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza.

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Cupidigia, è una parola che non adoperiamo più; sa da vecchio e sembra puzzare non poco di moralismo. Eppure dice qualcosa di ancora presente e rischioso nel nostro vivere. Cupido è un fanciullo alato, figlio della dea dell’amore, un amorino armato di arco e frecce capace di ferire i cuori, suscitando improvvise passioni amorose.

Ma la cupidigia, il sostantivo dal quale deriva, indica un atteggiamento di bramosia, desiderio smodato di guadagno e difficile da domare, che vuol possedere, appropriarsi di cose, di qualcosa che ti fa sentire sicuro, di contare qualcosa nella stima degli altri.

Ansia di averle e paura di perderle. È appetito disordinato che cerca ogni possibile bene, senza averne necessità; ed è latente, agisce in noi senza manifestarsi palesemente.

La cupidigia non sazia, perché non è mai appagabile, in quanto il cuore dell'uomo ha sempre sete. Il peggior aspetto non è quello di preoccuparsi per il denaro e la roba, ma il fatto che porta a investire tempo della nostra vita su quanto si possiede o si desidera possedere.

Avaro è allora chi investe sul denaro e sulle cose più di quanto queste meritino, ne fa un idolo, aspettandosi quello che esse non sanno dare. E si lascia imprigionare dall’illusione che paga a caro prezzo, con la perdita di dignità, di libertà, delle vere dimensioni di festa che fanno bello il vivere.

Nella ricchezza è insita la brama di potere, perché si ritiene che il bene posseduto sia fondamentale per farsi amare, quando invece occorre imparare ad amministrare le ricchezze.

L’avaro è tutt’altro che parsimonioso, piuttosto svuota di bellezza e di fecondità i suoi giorni, svuota la vita stessa. È soprattutto avaro della sua vita, la tiene per sé, nei piccoli orizzonti di meschine difese e di calcoli. L'avaro manca di coscienza, dimentica il male fatto, perché spesso per lui il fine giustifica i mezzi.

E non sente la vita come il dono più grande che sta ricevendo, non la vede come il dono più bello e prezioso che ha da condividere.

L'ansia di qualcosa che sembra indispensabile sta alla base della Settima Parola: eppure si tratta di un inganno, perché quello che desideriamo non è indispensabile, e ci adoperiamo per conquistarlo offuscati dall’illusione di ottenere la felicità.

Credere nelle promesse di Dio è credere che ciò che Dio ci ha donato è esattamente tutto quello di cui abbiamo bisogno per realizzare il Suo progetto divino, quindi per essere felici; questo non significa accontentarsi, ma vuol dire impiegare e sfruttare al meglio le risorse che Dio ci ha consegnato, da buoni amministratori della Provvidenza.

L'ansia dei nostri tempi è ansia dovuta alla precarietà, all’incapacità di vivere in mancanza di qualcosa ritenuta, a torto, fondamentale; e ci si guarda intorno scaricando i malumori sul prossimo, cercando sempre di far quadrare i conti, risultando implacabili riguardo i torti subiti.

E' difficile riuscire a non lamentarsi; eppure questa Parola ci invita ad amare con i beni, lodare Dio anche se ci manca qualcosa e non lamentarsi continuamente.

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Il lavoro ben fatto

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La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto.

["L'argent" di Charles Péguy]

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La Settima Parola ci interpella su ciò al quale teniamo di più, oltre ogni retorica, perché ci tocca il portafoglio, il denaro guadagnato col sudore della fronte.

Dai vent’anni circa in su, l’attività lavorativa (studio compreso) ricopre almeno quantitativamente una percentuale notevole del nostro tempo di vita: e la qualità di questo tempo speso? Purtroppo abbiamo perso il concetto di benedizione, di godimento del creato nell’attività lavorativa.

Innanzitutto, dovremmo ricordarci che il lavoro è sempre attività spirituale, perché prima e dietro una qualsiasi attività lavorativa, da una lezione universitaria alla pulizia di un bagno, c’è un atto intenzionale di libertà, che è ciò che fa la differenza tra un lavoro ben fatto e un lavoro fatto male. Ed è quindi attività umana altissima in ogni contesto nel quale si compie.

Persino, e paradossalmente, in un lager, come ricordava Primo Levi in una sua memoria molto nota: «Ma ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del 'lavoro ben fatto' è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i nazisti, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale».

Sono proprio la 'dignità professionale' e il 'bisogno del lavoro ben fatto' che si stanno progressivamente e inesorabilmente allontanando dall’orizzonte della nostra civiltà, che era stata invece fondata eminentemente su quei pilastri; oggigiorno il mondo produttivo tratta i lavoratori come moderni animali domabili con bastone (sanzione-controllo) e carota (incentivo), non percependo il valore della qualità, del lavoro ben fatto a prescindere.

Invece il lavoro è un servizio, e tutti noi siamo “diaconi”, nati per servire; sia ben inteso, non siamo schiavi obbligati a farlo, ma scegliamo di servire ad imitazione di Gesù che per trent’anni ha lavorato nella bottega del padre putativo.

La Settima Parola chiede di amare col proprio lavoro, partecipando dello stesso lavoro di Cristo, collaborando cioè alla creazione, il tutto a prescindere dal lavoro svolto.

Inoltre il lavoro viene indicato da Dio come parte della vocazione, ed è per questo che va ben fatto a prescindere dal salario percepito, dall’occhio del principale, perché ne va della propria felicità: sovente la remunerazione del lavoro svolto avviene indipendentemente dalla qualità del manufatto o del servizio erogato, talvolta non è neppure facilmente visibile ciò che hai prodotto, ma occorre farlo bene, perché è necessario amare ciò che fai!

Ritornando alla parabola dei talenti, non bisogna analizzare quanto si possiede o cosa si fa, se si è ricchi con 5 talenti, o più poveri con 3 soltanto, ma si tratta di esser fedeli a Cristo in quel che ci viene dato, senza accontentarsi e sotterrare l’unico talento donatoci per paura di perderlo.

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Credere ad un sogno

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Filippesi 3,12-14 

12 Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo. 13 Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, 14 corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.

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San Paolo ama i paragoni agonistici, e ci invita a correre verso la meta.

La vocazione è una chiamata a qualcosa di concreto, ad un’opera ben precisa, in un luogo ben preciso; occorre trovare il posto che Dio ci ha destinato dall’eternità come la nostra missione, e vivere e morire lì dove siam stati destinati combattendo la giusta battaglia, conquistati da Gesù Cristo. Ed un cristiano ha il dovere di riprodurre in qualche modo la forma di Cristo crocifisso e risorto. Perché vale la pena vivere soltanto per essere santi, il resto è poca cosa: e questo obiettivo non è perseguibile con le sole nostre forze, ma facendo affidamento sulla Grazia di Cristo ben consci della nostra incapacità radicale.

È vendere la propria armatura come San Francesco, credendo ad un sogno.

Fare gesti folli, mettersi in gioco senza difendersi, per non perdere altro tempo.

Mettere in gioco l'intimità, riporre i nostri due soldi nel tesoro, giocarci tutto!

Dire Amen, arrivare a tagliare, scegliere.

Muoverci senza farci prendere dai troppi obiettivi.

Ma siamo capaci? E chi ce lo fa fare? Purtroppo abbiamo un'idea della realtà fatta di immagini che non sono concrete, e che ci inducono all’immobilismo. Ma la storia dei Santi è testimonianza in controtendenza: quante persone limitate, dal vecchio Abramo, da Mosè balbuziente a Davide smilzo, hanno compiuto capolavori credendo ad un sogno?

Dio ha sempre avuto i suoi tempi ed ognuno di noi ha la sua storia, la storia che Dio ha scritto per noi! Abramo ebbe la forza di sopportare e realizzare in vecchiaia la missione che Dio gli ha affidato.

Di particolare importanza per la vicenda vocazionale umana è la storia di Gedeone narrata nel libro dei Giudici. Israele si trova già in stato avanzato di sedentarizzazione e dedizione ai lavori dell’agricolture, con affermazione dell’idolatria e del sincretismo; lo stesso padre di Gedeone, Ioas, erige un altare a Baal. Altra conseguenza della sedentarizzazione è la mancanza di difese adeguate contro i predoni del deserto che compivano frequenti razzie, in modo anche subdolo.

Ed ecco il disegno di Dio compiersi attraverso l’apparizione di un angelo: “L’angelo del Signore gli apparve e gli disse: Il Signore è con te, uomo forte e valoroso” (Gdc 6,12). Gedeone intuisce il senso del saluto come invito alla lotta, ma nutre dubbi sulla possibilità di riuscita.

Segue l’invito a compiere l’opera del Signore: “Và con questa tua forza e salva Israele dalla mano di Madian; non ti mando forse io?” (Gdc 6,14) e successivo tentativo di schernirsi con richiesta di spiegazione: “Signore mio, come salverò Israele? Ecco, la mia famiglia è la più povera di Manasse, ed io sono il più piccolo della casa di mio padre” (Gdc 6,15).

Ma il Signore lo rassicura e spiega il suo intervento: “Io sarò con te e tu sconfiggerai i Madianiti come se fossero un solo uomo” (Gdc 6,16).

A questo punto Gedeone chiede un segno, ed il Signore glielo offre: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, dammi un segno che proprio tu mi parli” (Gdc 6,17). Non si tratta di dubitare dell’angelo, ma di essere coscienti della propria pochezza: è mai posssibile che Dio si serva di me per una impresa così grande?

Il Signore ordina a Gedeone di distruggere l’altare di Baal utilizzato dai membri del clan (“parenti e gente della città”) come luogo di culto, costruendo in sua vece un altare a JHWH.

Poi Gedeone si pone alla testa dell’esercito israelita, che il Signore volle ridurre a 300 unità per dimostrare inequivocabilmente quanto la salvezza sia dono di JHWH: “Il Signore disse a Gedeone: la gente che è con te è troppo numerosa… Israele potrebbe vantarsi davanti a me e dire: la mia mano mi ha salvato” (Gdc 7,2).

Gedeone attacca in piena notte, con uomini armati di trombe, fiaccole e brocche. All’improvviso, egli fa spezzare le brocche, accendere le fiaccole e gridare i suoi uomini. Il rumore delle brocche, le grida e il fuoco creano confusione e terrore fra i Madianiti che, prima si feriscono di spada l’un l’altro e poi si danno alla fuga attraverso il Giordano, incalzati dagli Israeliti.

Il messaggio è chiaro, sottolineato dalla riduzione dell’esercito e dallo stratagemma che porta alla vittoria: senza Dio non si può nulla. Il nemico si è annientato da solo, ed i nemici dei nostri giorni non sono altro che le nostre paranoie che ci ingabbiano.

Lasciamoci condurre! Da soli non possiamo fare nulla!

Solo Dio è in grado di costruire una storia meravigliosa partendo dalla nostra pochezza.

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AMEN!

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Marco 12, 41-44 

E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

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Il racconto evangelico ci presenta una scena che si compie nel Tempio, precisamente di fronte al tesoro, importante per accumulare beni da impiegare sia per la liturgia che per il sostentamento dei poveri. Gesù è seduto nei pressi, ed osserva la scena: Gesù seduto è il Maestro in cattedra, pronto all’insegnamento; lo sguardo di Gesù che osserva è lo sguardo misericordioso per eccellenza, uno sguardo saturo d’amore.

Gesù vede una povera vedova, una persona dal cuore integro che dona al tempio del Signore, sua roccia, tutto ciò che ha per vivere. Sono due spiccioli, pochissima cosa quantitativamente parlando, invece si affida totalmente nella sua mancanza assoluta di possibilità per il futuro.

Lei è una mendicante che vive d’elemosina, e contrasta con le altre persone benestanti che donano molto di più; costoro donano il superfluo, la povera vedova l’essenziale.

Gesù si aspetta “il tutto” da noi, prediligendo la qualità dell’offerta: Egli ci chiede il necessario, quello che ci tocca nella carne. Ci chiede un SI incondizionato, pur nel pieno rispetto della nostra libertà, prioritaria addirittura rispetto alla nostra salvezza!

Spesso si ha paura di bussare alla porta di Dio, di fidarci di Lui in pienezza; eppure bisognerebbe temere di più di non farlo, di rimanere “nel nostro brodo”.

Il metodo per vivere in pienezza è l'affidamento, accettando la cruda realtà fatta di errori e limiti, nostri e altrui. Questa è la precondizione necessaria per arrivare alla gioia.

Siamo chiamati a gridare AMEN mettendoci nelle mani del Signore.

L'amore per Gesù poi si incarna nella cura dell'altro, nel dono di sè al prossimo.

La generosità è presenza, adesione interiore con il cuore “vedovo”, vuoto di sé e di ogni altro possibile progetto che non sia il gettare tutto nel tempio del Signore che siamo noi stessi, in quella parola che Lui ha pronunciato chiamandoci alla vita. 

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Tobia e Sara, una famiglia in cammino

Tobia e Sara, una famiglia in cammino | Le 10 Parole | Scoop.it

Tobia 12,20

 

Ora benedite il Signore sulla terra e rendete grazie a Dio. Io ritorno a colui che mi ha mandato. Scrivete tutte queste cose che vi sono accadute». E salì in alto.

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Dopo la preghiera incomincia l’azione, un viaggio che ha come protagonista Tobia, figlio di Tobi, mandato dal padre a recuperare i beni confiscati alla famiglia, a Rage di Media, in Persia.

Prima di mettersi in viaggio, di interpretare quel cammino che farà di lui un adulto, il giovane Tobia deve accettare il suo passato e i valori della sua famiglia, e con questi valori partire.

Le raccomandazioni di Tobi sono le tradizioni della propria famiglia e del proprio popolo, e nessuno può iniziare un nuovo cammino dimenticando le proprie radici: onora tua madre, ricordati del Signore ogni giorno, cercati una donna della stessa nostra stirpe, con la nostra identità, non fare a nessuno ciò che non farebbe piacere a te stesso, non abbandonarti alla pigrizia, madre della povertà e della miseria, dona il giusto in elemonisa, e poni Dio al centro della tua vita accettando di essere sovente in minoranza.

Da notare che per Tobi, l’aver osservato quelle norme etiche che egli adesso tramanda al figlio è stata causa della sua infelicità. Ma Tobi è soprattutto un uomo di fede e certamente è in grado di accogliere valori che pure gli hanno garantito la felicità: di fronte ai consigli del padre, il giovane Tobia accetterà i valori in essi contenuti, ma dovrà staccarsi dal padre e vivere autonomamente e in piena libertà la sua vita.

Tobia parte rispondendo ad una chiamata che risponde ad una storia più grande, una missione stabilita da Dio fin dal principio; cerca il Regno di Dio, ed il resto ti verrà dato in aggiunta, amore compreso.

Avrà poi bisogno di una guida che lo accompagni in un cammino di vera libertà, nel quale la morale è il frutto stesso del cammino percorso, piuttosto che esserne il fondamento.

Tobia come avviene a ognuno di noi, deve partire, staccarsi dalla famiglia di origine e gettarsi nella pericolosa e rischiosa, ma anche affascinante avventura della vita. La vita da un lato è un viaggio verso l’ignoto, dall’altro verso una meta che è possibile scoprire solo accettando di lasciarsi guidare da Dio.

Ed ecco irrompere nella narrazione l’amico – angelo Azaria – Raffaele, segno di ogni persona che ha l’amore e il coraggio di mettersi a camminare a fianco di un altro, rispettandone i tempi e guidandolo così alla propria libertà. Così accade a ciascuno di noi: Dio si rende presente attraverso uomini e donne che ci guidano senza pretendere mai di dominarci. L’azione provvidenziale di Dio presuppone la libertà dell’uomo. Soltanto Dio, poi, può liberare l’uomo da una devozione “buona”, ma alienante. Il nome dell’angelo è Raffaele (Dio guarisce).

Tobia dovrà recidere definitivamente il cordone ombelicale, altrimenti non sarà mai adulto, anche a dispetto dei piagnistei di sua madre Anna: preoccupata del denaro all’inizio della storia, ora è preoccupata per la sorte del figlio, il bastone della sua vecchiaia, sintomo che l’amore dei genitori confina sovente con l’egoismo. Anna, comunque, finisce per fidarsi del marito.

 Così Tobia, Azaria – Raffaele seguiti da un cane partono per la Persia. Ed ecco accadere un episodio particolare, nel quale Tobia, nell’atto di lavarsi i piedi nel fiume, viene aggredito da un pesce, e comincia a gridare chiedendo aiuto. Azaria – Raffaele non si scompone, anzi, non interviene ordinandogli di afferrare il pesce, portarlo a riva per estrargli fiele, cuore e fegato.

L’aggressione nel fiume rappresenta tutte le difficoltà che devono essere superate con le proprie forze; nel cammino della vita, ognuno di noi incontra la paura e l'angoscia, e la prima reazione è quella del grido e dello sconforto; ma non siamo soli, la presenza amica di Dio non ci abbandona. Dio non è un mago che improvvisamente risolve tutti i nostri problemi; la paura dovrà essere vinta da noi stessi, fidandoci della parola del Signore. Tobia non vince con il suo coraggio, ma con la sua fiducia; prima obbedisce e solo dopo cerca di capire.

Infatti Azaria comincia a parlare a Tobia di Sara proprio subito dopo l'episodio del pesce, dandogli una nuova prospettiva, quella del matrimonio.

"Ho sentito dire che un demonio le uccide i mariti": le paure di Tobia sono plausibili, allo stesso tempo profonde, perché radicate in lui, ma fragili, perché dipendono in realtà soltanto da un "sentito dire". La risposta di Azaria ai dubbi e alle paure del ragazzo gioca su diversi fattori; sui desideri del padre, la cui figura resta sullo sfondo delle preoccupazioni di Tobia.

La seconda raccomandazione dell'angelo è di non aver paura del demonio. Esso fuggirà, ed è così poco potente che sarà sufficiente un po' di pesce arrostito, un piccolo rituale domestico, per scacciarlo. Ma ciò che sblocca definitivamente Tobia è l'invito di Azaria a pensare al Signore. Prima di unirsi a Sara, infatti, Tobia deve pregare per comprendere così che Sara gli è stata destinata da sempre.

L'unione di un uomo e di una donna non è un fatto accidentale, ma il compiersi di un preciso progetto di Dio, un progetto che nasce nell’eternità. Il matrimonio è l'incontro profondo e vitale di due persone che all'inizio sono estranee l'una all'altra; è l'accoglienza dell'alterità che entra nella mia vita e le dà senso.

Accogliendo le parole di Azaria, Tobia comprende che il matrimonio è veramente una vocazione e che l'atto di amare e di sposarsi è la risposta che l'uomo e la donna danno alla chiamata divina. In ogni coppia l'uno è destinato all'altra "da sempre"; ma tale vocazione si realizza nella vita quotidiana, con le sue difficoltà, le sue gioie e le sue speranze.

Adesso, tutto il desiderio di Tobia è orientato verso Sara, e sposarla è diventata la cosa più importante per lui. È l’amore maturo, quello al punto da non saper più distogliere il cuore da lei; questa totalità si scontra con la mediocrità dei matrimoni pensati per colmare le proprie carenze, affettive o patrimoniali che siano.

Una volta giunti a casa di Sara, si fece festa per l’arrivo di un parente lontano. Tobia ne approfittò per chiedere a Raguele, padre di Sara, la mano della figlia; ecco che Raguele racconta la triste vicenda delle 7 vedovanze, e vuole procastinare la decisione; viceversa, Tobia pretende una rapida risposta rifiutandosi di partecipare alla festa. La risolutezza di Tobia ha la meglio.

La prima notte di nozze di Tobia e Sara si apre, come si è visto, col rito per scacciare il demone Asmodeo con il fegato e il cuore del pesce. Il rito compiuto da Tobia è inserito in un contesto religioso che non deve essere sottovalutato e che emerge prima ancora della preghiera comune dei due sposi novelli.

L'amore è un dono fatto da Dio agli uomini; e proprio per questo è una realtà profondamente umana, pur se proviene da Dio stesso. Ed è la fede l'elemento determinante che permette a Tobia e Sara di vivere in modo umano il proprio rapporto di coppia. La loro preghiera è il segno che il divino non cancella l'umano, ma anzi lo presuppone e lo fa crescere, senza soggiacere alla concupiscenza che orienta il suo sguardo sull’altro come fosse un oggetto.

La preghiera di Tobia e Sara parte dal benedire il Signore per il dono dell’altro; solo così è pos­sibile passare dal "regime del possesso" al "regime del dono"; la coppia è dono reciproco perché a sua volta la coppia è realizzazione di un dono più grande.

"Non per passione, ma con verità": non basta il sentimento per far nascere l'amore. Il rischio dell'egoismo è sempre in agguato nelle cose umane e, come tut­ti ben sanno, non è certo assente dalla vita di coppia. Anche la tentazione di eliminare Dio e fare da soli è sempre presente. Tobia e Sara riconoscono che il loro amore si fonda sulla "verità"; verità che è il rispetto dell'altro nella sua alterità, il dono che io faccio di me stesso all'altro, il dono che prima di tutto ciascuno di noi due ha ricevuto da Dio.

Quindi l'esercizio della sessualità, è anche uno dei modi con il quale la coppia vive la sua unione con il Signore e riesce a pregare. Scoperta liberante per una chiesa che quasi sempre vista come colei che presenta il sesso solo in relazione a ciò che non si deve fare!

In buona sostanza il sesso, nella coppia, non ha una funzione unicamente procreativa; anzi, esso è prima di tutto l'espressione dell'unità della coppia e, allo stesso tempo, prolunga e completa la vita di preghiera della coppia stessa.

In contemporanea vi è la scena notturna di Raguele ed i servi che scavano la fossa per Tobia, perché i genitori di Sara già temono che il matrimonio fallisca e hanno subito messo le mani avanti: Tobia deve essere sepolto prima che faccia giorno. Questo episodio è in realtà il riflesso delle paure che spesso animano i genitori degli sposi.

Altro richiamo al fatto che senza un movimento di distacco dalla famiglia di origine, senza il taglio deciso dei cordoni ombelicali, un uomo e una donna non riescono a diventare veramente "sposi".

Fortunatamente le paure di Raguele sono infondate e, dopo aver constatato di avere un genero ancora vivo, dà inizio ai festeggiamenti. La grande festa di nozze è il segno della gioia che crea questa scoperta, e si protrae per 2 settimane; poi Tobia manda Azaria a ritirare il tesoro di famiglia, mentre la coppia si dirige verso Ninive.

La scena del ritorno è dominata dalla guarigione del vecchio Tobi; l'azione di Tobia nei confronti del padre sembra un normale atto terapeutico, ma il fatto che Tobia segua i consigli di Azaria mette in rilievo la presenza nascosta e discreta di Dio. Ed ecco la doppia benedizione pronunciata da Tobi: dopo aver recuperato la vista, e poi all'arrivo di Sara, riconoscendo che tutto viene da Dio ed è suo dono. Così ci appare un Dio che castiga e un Dio che usa misericordia; solo nel Nuovo Testamento avverrà la scoperta di un Dio che ha un solo volto, quello dell'amore.

Infine si palesa la presenza angelica, e il narratore ci svela come Azaria/Raffaele non sia veramente un uomo. Egli ha un ruolo di mediazione; non ha un'attività autonoma, ma è il segno, per l'uomo, di una presenza reale di Dio; infatti non si prende il merito di nulla, indicando il Signore come l’unico e vero artefice.

Raffaele soprattutto invita la coppia a scrivere quanto avvenuto, a far memoria del vissuto per rammentarlo nei momenti di difficoltà che il futuro potrebbe prospettar loro; ricordarsi sempre di far parte di una storia più ampia, la Storia della Salvezza di fronte alla quale ogni piccola bega quotidiana risulta infinitesima.

Il libro di Tobia è ricco di simbologia, ed ogni personaggio può essere calato nella realtà odierna a partire da Raffaele, guida dei nostri passi e presenza di Dio sulla Terra, come lo è la Chiesa. Ed il pesce, che morendo dona la salvezza, non può che essere il Cristo.

In ultimo, il cane che silenziosamente accompagna il cammino dandoci sicurezza rappresenta il catechista, il padre spirituale della coppia.

Tutti questi personaggi ci invitano a discernere nella storia la presenza di Dio.

Una presenza discreta, ma reale, che si manifesta grazie all’umanità che ci sta accanto, perché la Chiesa diviene veicolo del divino attraverso l'umano.

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Famiglia

Famiglia | Le 10 Parole | Scoop.it

L'intima comunità di vita e d'amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dall'alleanza dei coniugi, vale a dire dall'irrevocabile consenso personale. (GAUDIUM ET SPES, 48)

La famiglia riceve la missione di custodire, rivelare e comunicare l'amore, quale riflesso vivo e reale partecipazione dell'amore di Dio per l'umanità e dell'amore di Cristo Signore per la Chiesa sua sposa (FAMILIARIS CONSORTIO, 17)

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È indubbio che l’amore maturo comprovato dal periodo di fidanzamento sia una precondizione necessaria per il matrimonio, per avere quello sguardo che non è rivolto l’uno verso l’altro ma che si orienta per entrambi i coniugi verso la medesima direzione.

La vita a due è una via di speranza e desiderio, una chiamata alla felicità e alla bellezza; per un cristiano, ricordando la promessa battesimale di amare come Gesù, c’è la piena consapevolezza che senza Gesù non si fa nulla!

Tuttavia questa chiamata va educata; l’esperienza è la prima maestra nell’educare, nel “tirar fuori” il nostro modo di amare. Il Magistero della Chiesa ha un’esperienza plurimillenaria che viene messa al nostro servizio, dalla quale possiamo attingere a piene mani.

La FAMILIARIS CONSORTIO di Giovanni Paolo II ci aiuta nel percorso di formazione della famiglia cristiana; trascurando questi insegnamenti si corre il rischio di fondare una famiglia con ogni singolo componente che attinge dall’altro, instaurando una relazione mercenaria di convenienza reciproca. E quando questo viene meno? Non mi servi più, che senso ha rimanere insieme? Non provo più nulla, ecc...

Nella famiglia cristiana, invece, la persona umana non solo viene generata e progressivamente introdotta, mediante l'educazione, nella comunità umana, ma dal fonte battesimale viene introdotta anche nella famiglia di Dio, che è la Chiesa.

Solo così si costruisce una comunità di vita, che custodisce e rivela l’amore perché l’altro è la persona più importante, comunicando l’amore con gesti concreti; la figura del sacerdote, poi, è al servizio della famiglia donando tutta la propria vita per essa (l’esempio di san Massimiliano Kolbe è esplicativo in merito).

Tra gli obiettivi da perseguire per una famiglia cristiana c’è la formazione di una comunità di persone, che fa dello “stare insieme” il suo karma, condividendo il proprio tempo con la cooperazione e il dialogo. La comunione familiare può essere conservata e perfezionata solo con un grande spirito di sacrificio. Esige, infatti, una pronta e generosa disponibilità di tutti e di ciascuno alla comprensione, alla tolleranza, al perdono, alla riconciliazione.

Attenzione poi che condivisione non coincide con invasione dello spazio altrui, tenendo conto che ognuno ha il proprio cammino individuale nel progetto di Dio; quindi bisogna imparare anche a rimanere soli in certe circostanze, evitando che la relazione con l’altro degeneri in una dannosa dipendenza.

La condivisione apre all’unità, che è armonia tra le diversità dei componenti della famiglia (il marito, la moglie, i figli, i nonni) frutto del vivere in fraternità, perché siamo tutti figli dello stesso Padre Celeste.

Altro obiettivo è il servizio alla vita, quel “lavare i piedi” all’altro che Gesù ci ha insegnato. Se qualcuno non si prende cura di te, allora sei destinato a non crescere; da questa necessità discende la responsabilità di rispondere della vita dell’altro.

La fecondità dell’amore coniugale si esprime con forme molteplici, in quanto ogni atto di vero amore verso l'uomo testimonia e perfeziona la fecondità spirituale della famiglia perché partecipa al dinamismo profondo dell'amore come donazione di sé agli altri. A questa prospettiva, per tutti ricca di valore e di impegno, sapranno ispirarsi in particolare quei coniugi che non hanno figli... perché un figlio è un dono, non un diritto!

Servire l’altro non vuol dire farlo scendere dalla Croce, ma accudirlo aiutandolo ad abbracciare la Croce; è inutile cercare spiegazioni, dato che la sofferenza umana resta un mistero che non ci sarà rivelato su questa Terra.

Alla famiglia viene anche chiesta la partecipazione allo sviluppo della società, ispirandosi nelle relazioni tra i membri della comunità familiare alla legge della «gratuità» che, rispettando e favorendo in tutti e in ciascuno la dignità personale, diventa accoglienza cordiale, incontro e dialogo, disponibilità disinteressata, servizio generoso, solidarietà profonda.

Animata e sostenuta dal comandamento nuovo dell'amore, la famiglia cristiana vive l'accoglienza, il rispetto, il servizio verso ogni uomo, considerato sempre nella sua dignità di persona e di figlio di Dio, andando oltre i propri fratelli di fede, perché in ciascuno, soprattutto se povero, debole, sofferente e ingiustamente trattato, la carità sa scoprire il volto di Cristo.

La famiglia ti educa ai punti cardine dell’etica, quali il rispetto dei ruoli, dell’alterità, dell’autorità, al concetto di fatica e di sacrificio, valori funzionali a combattere quelle strutture di peccato che opprimono la società odierna; soprattutto il valore del sacrificio, perché educare vuol dire preparare i figli per il cammino della vita, non certo spianar loro la strada preparando un cammino semplificato.

Ed infine, non meno importante, la famiglia è chiamata a partecipare alla vita e alla missione della Chiesa.

Nella fede cristiana i coniugi ammirano in gioiosa gratitudine a quale dignità Dio abbia voluto elevare il matrimonio e la famiglia, costituendoli segno e luogo dell'alleanza d'amore tra Dio e gli uomini, tra Gesù Cristo e la Chiesa sua sposa, quindi comunità credente ed evangelizzante. Infatti, le famiglie cristiane non solo «ricevono» l'amore di Cristo diventando comunità «salvata», ma sono anche chiamate a «trasmettere» ai fratelli il medesimo amore di Cristo, diventando così comunità «salvante».

Celebrare la fede significa pregare insieme, rispettare i periodi liturgici come la Quaresima, le feste comandate come Natale e Pasqua, accedere ai sacramenti e partecipare ai matrimoni ed ai funerali.

La famiglia come Chiesa domestica è una comunione gerarchica, con un capo-famiglia punto di riferimento che non deve abdicare al suo ruolo, tenendo sempre a dritta il timone e proteggendo i suoi componenti, garantendo sempre l’armonia senza sbandare verso l’egemonia del padre-padrone.

Per la famiglia è importante difendersi dai nemici che ne impediscono la crescita; primo tra tutti, il mondo. Oggigiorno si punta alla disarmonia e alla divisione per aumentare il volume di business (2 divorziati consumano più di una coppia di coniugi), all’esaltazione dell’egocentrismo, di coloro che non si fanno mettere i piedi in testa, penalizzando chi “lava i piedi” al prossimo.

Poi vi è la carne, intesa come il desiderio di riscatto che ognuno di noi porta nel matrimonio, retaggio dei traumi subiti durante la nostra crescita (frase tipica: “io non farò mai come i miei genitori...”).

Ed infine il demonio, il divisore per antonomasia, colui che ci instilla il dubbio, che non è mai tra il bene ed il male, ma sempre tra il bene ed il meglio, facendoci accumulare piccole condanne, piccoli giudizi che sedimentano e ti conducono a compiere il male, quello che non avresti commesso in partenza.

E quindi come difendersi? Vivendo la quotidianità come fosse una liturgia al cospetto di tre altari: l’Eucarestia, il talamo nuziale e la mensa.

L’Eucarestia è l’esempio al quale guardare, è Gesù che si è fatto piccolo e fragile come un pezzo di pane, tanto umile da consegnarsi a noi, tra le nostre mani.

Il letto matrimoniale è il luogo ove si rinnova la Grazia sacramentale durante l’atto sessuale, a meno che non venga consumato ai soli fini dell’appagamento personale.

La mensa, poi, è fondamentale: Gesù amava mangiare in compagnia, così anche noi dobbiamo prepararla insieme, pregare e dialogare a tavola. Mangiare insieme invece di mangiarsi a vicenda, è condizione vitale per ogni relazione, a livello di coppia e di famiglia, di comunità e di società.

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Cercare dove sfamarsi

Cercare dove sfamarsi | Le 10 Parole | Scoop.it

Ognuno di noi ha un rapporto personale con Dio, ma Egli non ci chiede assolutamente una relazione privata: non desidera un “io con Lui” ma un “noi con Lui”, in quanto siamo fratelli in Gesù Cristo di un unico Dio Padre, il Padre Nostro che è nei Cieli.

Abbiamo ricevuto dei doni, dei talenti da restituire al Creatore a tempo debito (il tempo di Dio, non il nostro! Per non seccare come la pianta di fico); non possiamo vivere la fede senza i fratelli, nel nascondimento, al sicuro dalle intemperie.

Il discepolo deve uscire dalla tana e vivere la sua fede nella Chiesa: Luca nel Vangelo racconta un viaggio di Gesù verso Gerusalemme, ove si avrà il compimento della sua missione, e negli Atti degli Apostoli presenta il tempo della Chiesa.

La nostra identità cristiana è appartenenza. Papa Francesco ha usato quest’espressione: se il nostro nome è “cristiano”, il nostro cognome è “appartengo alla Chiesa”. Nessuno diventa cristiano da sé, ha ribadito il Papa, affermando che “non si fanno cristiani in laboratorio: il cristiano è parte di un popolo che viene da lontano”.

Non pensiamo di poter avere un rapporto personale, diretto, immediato con Gesù Cristo al di fuori della comunione e della mediazione della Chiesa, ha detto Papa Francesco, queste sono tentazioni pericolose e dannose. Il Signore ha affidato il messaggio di salvezza a uomini e donne come noi, suoi testimoni ed è proprio nei nostri fratelli e nelle nostre sorelle, con i loro doni e i loro limiti, che ci viene incontro e si fa riconoscere.

Il cammino delle Dieci Parole è solo l’inizio, in quanto ci informa ma non ci forma: è sicuramente una pietra miliare sul quale poggiare la nostra vita, che va comunque costruita mattone su mattone.

Ed è fondamentale non perdere l’entusiasmo, non vivere di nostalgia per questo tempo passato insieme, e non lasciarsi rubare la speranza; e lo si deve fare trovandosi un posto nella Chiesa, un posto a tavola che ci “faccia mangiare”, perché non venga a mancare il nutrimento spirituale della Parola.

Occorre vivere la comunità in parrocchia, in un movimento, in famiglia mettendo al centro la Parola di Dio, per crescere in conoscenza e sapienza; occorre formarsi, prendere forma nel cammino quotidiano, perché se non ti nutri non ti reggi in piedi, non hai sufficienti energie per il combattimento spirituale.

L’urlo verso Dio è l’espressione vocale di un desiderio, è il principio di un cammino paziente, una conversione passo passo; molto più frequente di un miracolo, un episodio “boom”, una folgorazione sulla via di Damasco.

Quindi spazio alla liturgia quotidiana, alla Parola di Dio; poi scegliere di stare nella Chiesa, trovarsi una casa, il carisma più consono, per indossare il mantello che più ci si addice.

Tutti i carismi dicono la stessa persona, Gesù Cristo, ma in forma diversa.

Diamoci un tempo per il discernimento, muoviamoci con umiltà alla ricerca del nostro posto nella Chiesa, ma senza ansia “da prestazione”.

E nel discernimento appoggiamoci ad un accompagnatore spirituale, da scegliere sulla base della sintonia e fiducia reciproca; costui non sarà un fratello che cammina davanti a noi, ma accanto con lo stesso passo. E sarà un po’ “più alto” di statura per osservare sapientemente avanti e dietro di noi.

La fiducia è fondamentale per l’obbedienza alla guida spirituale, sempre rifuggendo dal pericolo della dipendenza; egli non ci darà mai risposte preconfezionate ma, avendo chiara la meta da raggiungere, ci metterà in condizione di rispondere da soli alle domande, e fare di conseguenza la scelta appropriata.

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I desideri dello Spirito

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Galati 5,16-17 

16 Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; 17 la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.

 

Siracide 14,14 

Non privarti di un giorno felice; non ti sfugga alcuna parte di un buon desiderio.

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L’uomo è desideroso per natura, cerca di abbeverarsi ovunque, anche nei posti sbagliati, pur di spegnere la sua sete di Verità, di senso. Ed è lì che Gesù viene ad incontrarci: Egli ci cerca per primo, anzi è Lui che ci chiede da bere, come nell’episodio della Samaritana. La Sua domanda sale dalle profondità di Dio che ci desidera; ed è la preghiera quell’incontro della sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi si abbia sete di Lui.

Spesso noi prefiguriamo Dio come un nemico che ci vuole privare di qualcosa, toglierci la libertà, che vuole invadere la nostra vita; quindi occorre difenderci da Lui, dalla Sua Volontà vista come un pesante fardello, dal Suo progetto da anteporre ai nostri.

Ecco dipinto un cristianesimo castrante, ossessivo, infelice, del tutto fuorviante rispetto al vero messaggio evangelico: infatti Dio ha salvato l’uomo in Cristo aprendogli la strada verso il Cielo, verso una meta che ha scritto nel fondo del suo cuore.

Vivere in Cristo è il desiderio più recondito dell’uomo, nascosto anche nei suoi errori più madornali. È fondamentale non dimenticarsi di ciò, altrimenti si rischia di girare a vuoto, perdendo tempo dietro obiettivi poco edificanti, magari anche pseudo-cristiani.

La passione dal punto di vista morale non è nè buona, nè cattiva, è il suo uso, virtuoso o meno, che la rende moralmente buona o fonte di peccato; perché in fondo peccare significa sbagliare mira. Quindi si deduce che il desiderio è cosa buona, è la spinta che l’uomo ha dentro di sè per cercare la felicità, il bene. Allora non si tratta banalmente di reprimersi o di castrarsi, ma di aprirsi a Cristo e, credendo al Suo amore, darsi pieno compimento.

Ciò che cerchiamo anche nei peccati più sordidi è in realtà qualcosa che va cercato meglio, senza farsi del male inutilmente, senza dover morire la morte stupida del peccato, senza perdersi.

Non c’è cosa più assurda, più inconcepibile, più grottesca, di un cristiano frustrato! Certo, c’è una battaglia da combattere, l’uomo vecchio non si arrende facilmente, ma è una battaglia felice, per se stessi, per la propria edificazione, benedetta dalla Grazia.

I desideri dello Spirito sono il nostro tesoro inestimabile. Cose grandi scritte per ognuno di noi, aspirazioni sublimi, sete di nobiltà, fame di santità; annichilire queste aspirazioni è la via diretta verso il vero fallimento della nostra vita.

Certamente siamo peccatori di natura, non smetteremo mai di reiterarlo il peccato, ossia in definitiva di perder tempo, finché non assaporeremo qualcosa di sublime, perché al giusto ci si arriva attraverso il gusto, ed entrare nella vera vita cristiana è davvero un’avventura meravigliosa!

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Uno che spacca!

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Marco 11, 7-15 ... 19-20

 

7 Essi condussero l'asinello da Gesù, e vi gettarono sopra i loro mantelli, ed egli vi montò sopra. 8 E molti stendevano i propri mantelli sulla strada e altri delle fronde, che avevano tagliate dai campi. 9 Quelli poi che andavano innanzi, e quelli che venivano dietro gridavano: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!

10 Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide!

Osanna nel più alto dei cieli!

11 Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l'ora tarda, uscì con i Dodici diretto a Betània.

12 La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. 13 E avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. 14 E gli disse: «Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti». E i discepoli l'udirono.

15 Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe [...]

19 Quando venne la sera uscirono dalla città. 20 La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici.

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Questo è un Vangelo ricco di movimento, con Gesù che entra ed esce da Gerusalemme compiendo azioni contraddittorie, almeno all’apparenza, e poco inclini al personaggio mite che conosciamo.

Già dal primo ingresso a Gerusalemme si nota un controsenso, un procedere trionfale, tra l’acclamazione del popolo, ma seduto su un asino, la cavalcatura dei servi. Non viene con il cavallo, come chi ha il potere, o con il carro da guerra, come chi vuol conquistarlo, ma su una cavalcatura modesta, che sottolinea uno stile di umiltà e semplicità, perché non ha nessuna pretesa di imporsi, sbalordire, apparire come un dominatore, nè tantomeno intimorire. L'asino invece ci suggerisce che per il Signore, nulla è troppo poco, e tutte le creature hanno valore.

Questo è l’incontro vero di ogni uomo con il Signore: trionfalmente umile, Egli entra nel nostro cuore, il tempio di Gerusalemme, e ci guarda dentro, osserva le impurità ed il “mercanteggiare” tipico dell’uomo (Mc 11,11).

Poi Gesù esce da Gerusalemme dirigendosi verso Betania, e vi ritorna il mattino seguente: durante il tragitto ebbe fame, ma non trovò che una pianta di fico con molte foglie ma senza frutto.

La vicenda del fico seccato introduce l’episodio del Tempio e lo chiude. Il fico presenta le sue belle foglie, come il Tempio presenta le sue magnifiche pietre di costruzione. Ma dietro le apparenze non c’è niente. Il fico non ha frutti ed il Tempio è solo un luogo di commercio, dove il denaro è abbondante. Non è più una casa di preghiera.

Eppure il fico non era sterile, avrebbe dato frutto a tempo debito, ma Gesù aveva fame in quel momento, servivano frutti e non foglie, sostanza non apparenza. E la pianta viene maledetta.

Così come ribalterà poi i tavoli dei cambiavalute e dei venditori di colombe, per altro autorizzati dai sacerdoti e del tutto funzionali per il servizio al culto, impedendo di fatto di compiere sacrifici al Tempio. Perché Gesù, dopo averci guardato dentro, vuole sovvertire la nostra vita, e per farlo spacca, distrugge, colpisce.

Tu poi, spezzerai la brocca sotto gli occhi degli uomini che saranno venuti con te e riferirai loro: Così dice il Signore degli eserciti: Spezzerò questo popolo e questa città, così come si spezza un vaso di terracotta, che non si può più accomodare. (Geremia 19, 10-11)

E dalla macerie si riparte a costruire un nuovo edificio, una trasformazione fatta di quotidiani tentativi di miglioramento, alla luce della domanda principe: cosa desidera il mio cuore?

Gesù chiede il culto dopo aver messo fuorigioco i cambiavalute, chiede il frutto fuori stagione alla pianta di fico: quindi Cristo pretende l’assurdo, ci chiede di essere perfetti come Dio Padre, di amare i nemici... insomma, di esagerare!

Non basta assolvere al “compitino”, non far del male a nessuno.

Spesso ci crogioliamo nell’illusione di una vita racchiusa in “4 cose fatte bene”, una vita da criceto con un cuore sclerotizzato, che si accontenta di un basso profilo, soffocando l’innata consapevolezza di dover rispondere ad una chiamata grande, a pescare 153 grossi pesci!

È doveroso alzare l’asticella, perché la vita è una sola e, con tutte le difficoltà del caso, l’uomo è creato per amare, non può farne a meno. Ed allora il Signore interviene e spacca, maledice il fico perché non ha esagerato!

Tutto perché il nostro cuore tende a portarci altrove, nelle zone di “non amore”, ed occorre intervenire e romperlo per non ricomporlo, per poi ricostruirlo come nuovo ogni giorno.

E qual è la ricetta da seguire? Individuare e maledire l’uomo vecchio che c’è in noi, “farlo secco”, reciderlo; insomma, occorre desiderare tutto questo chiedendolo direttamente al Signore.

Bisogna uccidere il criceto che c’è in noi, frantumare l’uomo vecchio liberandoci dell’inutile zavorra dei suoi cocci.

Qui entra in gioco il rapporto diretto tra creatura e Creatore, una richiesta d’aiuto espressa nella preghiera di desiderio, quella di maledire il proprio cuore sbagliato! Solo così si potrà rispondere alla propria chiamata dando frutto fuori stagione.

È un primo passo necessario, quello di fare i conti con la nostra incapacità di lottare, che conduce inesorabilmente a rivolgere lo sguardo verso l’alto.

Perché dobbiamo fare delle scelte nell’oggi senza tergiversare, senza  impantanarci nelle sabbie mobili dei nostri schemi mentali. Perché non arriverà la stagione dei fichi maturi, ed il rischio concreto è quello di un futuro di sterilità, maledizione già insita in sé: la tua vita ha senso se porti frutto, se generi!


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Entrare in combattimento

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Luca 22,36-37

 

36 Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una.

37 Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine».

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La missione del cristiano non può prescindere dall’essere testimone della Verità in ogni istante della propria vita, affrontandola col coraggio della Verità e non con l’arte della mediazione: occorre interpretare il coraggio non nella temerarietà, ma come capacità e forza morale nel sostenere e nel vivere ciò che è giusto, una vera assunzione di responsabilità delle proprie scelte, che impattano sé stessi e gli altri.

Il coraggio diventa la disposizione d’animo propizia per fondare la propria identità su scelte precise di valore che danno senso alla vita, esercitando il discernimento del bene possibile “qui e ora” e quindi la virtù della coerenza.

Non vuol dire rinunciare al dialogo, ma la capacità di mediazione non può essere esercitata a scapito della Verità, annacquandola per renderla più “digeribile”; Gesù nel Vangelo richiede che il nostro parlare sia “SI, SI” o “NO, NO”.

Il dialogo non sempre può portare frutti, dato che il mondo è ostile alla Verità; quindi occorre entrare in combattimento, vendere il mantello (ossia donare la propria vita) e armarsi della “spada” dello Spirito Santo, lasciarsi guidare da Lui che è Dio, l’unico che ci consentirà di comprendere.

Siamo invitati ad un discernimento sul contesto storico che stiamo vivendo, mantenendo gli occhi aperti, con sguardo critico e genuino, non ingenuo e disfattista.

San Giovanni Paolo II, durante la GMG del 2002, disse ai giovani:

“Il XX secolo ha spesso preteso di fare a meno di quella ‘pietra angolare’, tentando di costruire la città dell'uomo senza fare riferimento a Lui ed ha finito per edificarla di fatto contro l'uomo! L'attesa, che l'umanità va coltivando tra tante ingiustizie e sofferenze, è quella di una nuova civiltà all'insegna della libertà e della pace. Ma per una simile impresa si richiede una nuova generazione di costruttori che, mossi non dalla paura o dalla violenza ma dall'urgenza di un autentico amore, sappiano porre pietra su pietra per edificare, nella città dell'uomo, la città di Dio.”

La fede non è per nulla una corazza con la quale difendersi, ma un’arma per il combattimento spirituale, perché solo incontrando Dio si può dare senso alla vita; senza Dio si ricadrebbe inevitabilmente in un’esistenza intrisa di mediocrità ed ambiguità, atteggiamenti spiccatamente diabolici.

L’uomo è creatura chiamata ad aderire liberamente al disegno del Creatore, ossia entrare in relazione con Gesù Cristo, con l’atto di fede che è affidarsi a Lui attraverso la sua Parola, unica testimonianza di Verità.

E l’affidamento è l’esperienza che con fatica dobbiamo coltivare con lo stesso impegno di una relazione umana, in riferimento a tempo ed energie personali. Nella fede sperimentiamo che questa scelta è l’unica condizione che in modo autentico può renderci liberi.

Sempre durante la GMG del 2002, san Giovanni Paolo II si rivolge così all’esercito dei giovani: “Voi siete gli uomini e le donne di domani; nei vostri cuori e nelle vostre mani è racchiuso il futuro. A voi Dio affida il compito, difficile ma esaltante, di collaborare con Lui nell'edificazione della civiltà dell'amore. Quello che voi erediterete è un mondo che ha un disperato bisogno di un rinnovato senso di fratellanza e di solidarietà umana. È un mondo che necessita di essere toccato e guarito dalla bellezza e dalla ricchezza dell'amore di Dio. Il mondo odierno ha bisogno di testimoni di quell'amore. Ha bisogno che voi siate il sale della terra e la luce del mondo. Il mondo ha bisogno di voi, il mondo ha bisogno di sale, voi come sale della Terra e luce del mondo. Cristo è luce delle genti, Egli è morto ed è risorto per ridare agli uomini, che camminano nel tempo, la speranza dell'eternità. Il suo Vangelo non mortifica l'umano: ogni valore autentico, in qualunque cultura si manifesti, è da Cristo accolto e sublimato. Consapevole di ciò, il cristiano non può non sentir vibrare in sé la fierezza e la responsabilità di farsi testimone della luce del Vangelo”.

È solo il rapporto con Cristo il metro di valutazione della Verità nella tua vita.

La ricerca della verità chiede serietà interiore, capacità di ascoltare, libertà dal proprio tornaconto, decantazione delle passioni, umiltà e pazienza; non l’umiltà pelosa che sottintende un nascondimento delle cose belle che faccio, ma lo sguardo obiettivo sulla realtà e sulle azioni compiute, con piena consapevolezza dell’esistenza del “uomo vecchio” che non muore mai in ognuno di noi.

Dietrich Bonhoeffer scriveva: “Non di geni né di cinici né di gente che disprezza gli uomini né di tattici raffinati abbiamo bisogno, ma di uomini aperti, semplici, diritti. Ci sarà rimasta tanta forza di resistenza interiore contro le situazioni imposteci, ci sarà rimasta tanta spietata sincerità verso noi stessi da poter ritrovare la strada della semplicità e della rettitudine?”. È lecito indignarsi per come gira il mondo, ma occorre autentico coraggio per cambiare le cose e questo lo dimostrerà solo chi ha deciso di nutrire in sé i valori della rettitudine e della semplicità, diventando  davvero luce del mondo e sale della Terra.

Sempre san Giovanni Paolo II: “Questo mondo offre molte illusioni, molte parodie della felicità. Non vi è forse tenebra più fitta di quella che si insinua nell'animo dei giovani quando falsi profeti estinguono in essi la luce della fede, della speranza, dell'amore. Il raggiro più grande, la maggiore fonte di infelicità è l'illusione di trovare la vita facendo a meno di Dio, di raggiungere la libertà escludendo le verità morali e la responsabilità personale. Il Signore vi invita a scegliere tra queste Gesù e il mondo, che fanno a gara per accaparrarsi la vostra anima. Io sono convinto che nessuna difficoltà, nessuna paura è così grande da poter soffocare completamente la speranza che zampilla eterna nel cuore dei giovani. Non lasciate che quella speranza muoia! Scommettete la vostra vita su di essa! Noi non siamo la somma delle nostre debolezze e dei nostri fallimenti; al contrario, siamo la somma dell'amore del Padre per noi e della nostra reale capacità di divenire l'immagine del Figlio suo.”

Il contesto del Vangelo di Luca 22,36-37 è quello del congedo di Gesù dai suoi discepoli subito dopo l’Ultima Cena; viene chiesto loro di passare dalla teoria alla pratica, dalle scelte di Cristo alle proprie scelte individuali, dalle strade sicure a quelle inedite che ciascuno di loro, da quel momento in poi, dovrà prendere e percorrere secondo quella sapienza divina assimilata nello stare col Maestro.

Allora come oggi, occorre far nostro l’invito di san Giovanni Paolo II rivolto ai giovani di tutte le età: scommettere sulla speranza senza lasciarla affievolire.

Vivere quotidianamente da testimoni della Verità, senza cedere alla tentazione di sopravvivere di “rendita” dopo aver provato emozioni forti e coinvolgenti; spesso si cerca di tener vivo il retrogusto di questi momenti speciali, aspettando di esser nutriti con la prossima prelibatezza, attendendo di esser sorpresi da un nuovo momento entusiasmante.

Altro ostacolo alla testimonianza è quello di misurare i propri gesti sul consenso e sull’approvazione esterna, invece di passarli al vaglio della propria coscienza; spesso siamo abituati a esaltare e a sottolineare le virtù eroiche ed estreme, anziché indicare il grande valore dei comportamenti quotidiani. Invece è proprio sulla quotidianità che si gioca la testimonianza alla Verità, soprattutto in ambienti ostili come quello lavorativo, ove ci si espone quasi sempre al giudizio di altri e spesso questo giudizio può avere conseguenze sulla nostra carriera.

È necessario chiarire veramente a se stessi i valori, o anche solo le caratteristiche di stile, che sembrano davvero importanti. Quando si vive in ambienti omogenei è abbastanza facile muoversi con coerenza. Quando si esce in campo aperto occorre davvero maturare in coscienza le proprie scelte: solo così ci sarà più facile e naturale viverle in ogni momento alla luce di Cristo.

E sul finire della nostra vita terrena, sarà importante avere la coscienza cristallina su quel che è stato il nostro operato, sull’aver fatto o meno la nostra parte; non solo come persone libere, ma anche capaci di giocarsi tutto in nome dei valori in cui credono.

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La morte vicaria dei cristiani nel mondo

La morte vicaria dei cristiani nel mondo | Le 10 Parole | Scoop.it

Luca 12, 2-12 

2 Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. 3 Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre, sarà udito in piena luce; e ciò che avrete detto all'orecchio nelle stanze più interne, sarà annunziato sui tetti. [...] 11 Quando vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi come discolparvi o che cosa dire; 12 perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire»

 

Lettera ai Colossesi 1, 24 

Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa.

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Abbiamo visto come Gesù renda testimonianza in un processo di fronte al potere politico in auge in quel tempo, ma non ci rendiamo conto che Egli è costantemente sotto processo anche ai giorni nostri, e talvolta siamo noi stessi gli accusatori.

Infatti solo la Grazia del Signore può donarci uno sguardo di Verità sulla nostra vita, ma occorre che tale dono sia accolto.

Ciò che custodiamo nel nostro cuore non potrà essere celato in eterno; la Parola di Dio va annunciata ai quattro venti, ma necessita di essere accolta pienamente, perché Dio pretende da noi l’autenticità; Dio non ama l'esteriorità, né una devozione superficiale, ma chiede la verità.

La logica del mondo, quella dell'apparire, del vacuo, rischia di infettarci, di stravolgere e stritolare il seme di Dio piantato nel nostro cuore, di contegiarci con la grande tentazione del "dover essere" a tutti i costi ciò che gli altri si aspettano da noi. Ma il Vangelo di Luca, cap. 12, ci dice che chi segue Cristo non può nascondersi!

È inevitabile che la Verità venga fuori al primo gesto compiuto, prima decisione, prima azione, primo pensiero manifestato. Noi abbiamo un corpo di vetro. Tutto ciò che vi è dentro è sempre visibile. Coloro che sono autentici non hanno nulla da temere grazie all’aiuto dello Spirito Santo, grati al Signore per i doni ricevuti da mettere a frutto per il bene dei fratelli, pur consapevoli dei propri limiti e zone d’ombra, ma soprattutto di essere preziosi agli occhi di Dio.

Tutti noi siamo chiamati, come Gesù, a rendere testimonianza alla Verità in un processo, magari intentato dalle persone che ci stanno accanto, rispondendo senza battere in ritirata, senza paura; naturalmente è più facile fuggire, evitando responsabilità ed impegni. Ma come abbiamo visto, dalla parte della Verità c’è sempre un suggeritore d’eccezione come lo Spirito Santo, che ci supporta chiedendoci soltanto la fiducia come contraccambio.

Gesù ha rischiato più volte di morire nel corso degli anni di predicazione, ma il compimento si è avuto soltanto entrando in un processo e testimoniando la Verità, cosa che non avrebbe potuto fare in altre occasioni.

In un altro Vangelo, quello di Marco, cap. 10, Gesù ci dice: “42 «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. 43 Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, 44 e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. 45 Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»”

Gesù sottolinea ancora una volta come lo stile del regno di Dio non sia equiparabile alla logica umana del prevalere, dell'essere i primi, ma lo stile dell'umile servizio.

Nel contesto internazionale come nel piccolo del nostro quotidiano, prevale l'arroganza del potere: chi ha un potere sembra che lo eserciti nella logica del dominio, perché si sente più importante degli altri. Ma i titoli che abbiamo acquisito non sono motivo di vanto, non servono per creare divario tra le persone. E non è importante quanto faccio, ma lo stile col quale opero, poiché è dando che si riceve, unica via verso la mia felicità.

Ci viene chiesto di dare la vita, di servire tutti, anche chi non conosciamo personalmente, chi abita dall’altra parte del mondo, chi ci taglia la strada in auto e meriterebbe minimo un sonoro rimbrotto, fino a chi commette atrocità che ci disgustano, perché Gesù ha dato la vita in riscatto di costoro in qualunque epoca essi vivano (o vivranno).

Come l’autore di “Amazing Grace”, John Newton, ex capitano di navi negriere, che scrive un inno di ringraziamento a Dio per la grazia della sua conversione, tanto più "sorprendente", quanto più infima era la sua professione. Si arruolò come marinaio semplice su un'imbarcazione, e riuscì in seguito a fare carriera diventando capitano di imbarcazioni negriere intorno alla metà del 1700; venne segnato profondamente nella sua coscienza, e quel disagio lo condurrà infine all'abbandono di quella professione e alla conversione religiosa, prendendo i voti come pastore anglicano.

Cristo entra con precisione millimetrica nei nostri meccanismi di conduzione dell’esistenza, sempre pronti a chiedere la vita agli idoli (denaro, successo, bellezza); e quando qualcosa va storto, allora si trasforma ai nostri occhi in bersaglio, il capro espiatorio ideale, il colpevole che si frappone tra noi e la felicità. Ma questa vita, oltre ad essere faticosa, non è autentica, somiglia più ad una farsa. Entriamo anche noi nel processo, testimoniamo la Verità senza paura andando incontro al martirio, unica strada verso la resurrezione!

Qui si tratta di affrontare con coraggio tutti quei momenti di dolore, di tradimento, ove è necessario metterci la faccia e ci sembra di morire, per essere davvero liberi di amare, facendoci carico della morte del fratello, proprio perché egli abbia la vita!

Come ci dice Paolo nella lettera ai Colossesi, la cui missione non è esente da sofferenze; ma l’apostolo gioisce perché queste sofferenze sono sopportate da lui in favore della Chiesa. Il cristiano, con le sue fatiche, contribuisce a diffondere e rafforzare la fede in Cristo, lieto e consapevole dell’esistenza di Dio che ci accompagna nelle difficoltà, vero antidoto al veleno della caccia al colpevole che contamina il nostro cuore.

Ognuno di noi ha una battaglia da combattere in silenzio, una croce da portare sulle spalle ogni giorno che può lacerarci dentro, soprattutto se incompresibile e iniqua. Ma l’ingiustizia non merita rivendicazioni, ma soltanto il perdono: ecco lo stile del cristiano!

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ECCE HOMO

ECCE HOMO | Le 10 Parole | Scoop.it

Giovanni 19, 1-5 

1 Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. 2 E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: 3 «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi. 4 Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa». 5 Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l'uomo!».

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Gesù, il Dio al servizio degli uomini, è venuto ad inaugurare un regno dove il re non domina, ma si mette al servizio dei suoi: ecco perché Gesù non ha dei servitori che combattono per lui, perché Gesù non ha bisogno delle guardie, ma è lui che si mette al servizio di tutti.  Il mondo di Gesù è quello dell'amore che si fa dono e che si fa servizio, mentre il mondo al quale appartiene Pilato è il mondo del potere, il mondo dell'odio che uccide la vita.

Nessuna conciliazione è possibile fra questi due mondi, il mondo di Gesù e quello del potere; il mondo del potere è il regno della tenebra e della menzogna. Dirà Gesù parlando del diavolo: è "padre della menzogna" (Gv 8,44).

Dopo tutto ciò che Pilato aveva udito, Gesù deve essergli sembrato un esaltato religioso, che forse violava ordinamenti giudaici riguardanti il diritto e la fede, ma ciò non gli interessava, era materia di giudizio per i Giudei stessi. Sotto l’aspetto degli ordinamenti romani concernenti la giurisdizione e il potere, che rientravano nella sua competenza, non c’era nulla di serio contro Gesù.

"Allora Pilato prese Gesù e lo flagellò", e dopo la flagellazione, afferma: "io ve lo conduco fuori", ma il Vangelo continua con: "Allora Gesù uscì": non viene condotto da Pilato! Gesù non è mai una vittima le cui descrizioni servono per suscitare compassione, ma Gesù è il vittorioso. È Gesù che esce fuori "portando la corona di spine e il mantello di porpora".

"E disse loro:": chi è che dice a loro? È chiaro che storicamente deve essere Pilato, ma qui nel testo originale, nel testo greco, l'evangelista omette il soggetto per fare intendere che non è Pilato, ma è Gesù che si presenta in tutta la sua maestosità; e dice: "Ecce homo". Gesù spogliato, letteralmente scarnificato da ogni falsa pretesa regale, si manifesta in pienezza in tutta la Sua bellezza.

Cristo pienamente spogliato da ogni distintivo di gloria umana, che manifesta la vera gloria, che è quella dell'amore che si manifesta in una maniera indefettibile, e si presenta lui ai suoi dicendo: "Ecco l'Uomo", cioè ecco il modello di uomo voluto da Dio.

Ed i sommi sacerdoti e le guardie reagiscono dicendo: "Crocifiggi, crocifiggi".

"All’udire queste cose, Pilato ebbe ancora più paura": si dimostra ancora una volta che la vera persona libera è Gesù, mentre Pilato, il giudice, è il vero prigioniero.

"Ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: «Di dove sei?»". Qual è la tua origine? Pilato vuol sapere se si trova di fronte un uomo o un essere di una condizione semidivina; la risposta (che non arriverà) può condizionare la sua scelta! Ecco aumentare l’insicurezza di Pilato, che esplode nell’ira e si rifugia nell’unica sicurezza che ha: quella della forza e del potere, sempre più impotente di fronte all’atteggiamento di Gesù, che è quello delle persone libere.

Gesù gli risponde: "Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto" demolendogli l’unica sicurezza nella quale Pilato aveva trovato rifugio, quella del potere.

E "Da quel momento Pilato cercava di liberarlo": si rifà ad un'usanza che ricordava la Pasqua, la festa della liberazione dalla schiavitù egiziana, e per rendere attuale questa liberazione si usava liberare un condannato.

Ma il popolo, istigato dai sommi sacerdoti, griderà: "Non costui, ma Barabba!". Barabba era un bandito. C'è un gioco di parole in aramaico, nel nome di questo individuo: Bar è un termine aramaico che significa "figlio" e Abba è un termine che significa "padre". Quindi Bar-abba significa "figlio del padre". Si fronteggiano due figli: Gesù, il figlio di Dio, colui che comunica vita, e Barabba, che ha per padre il diavolo, menzognero e assassino fin dall'inizio.

Pilato è convinto dell’innocenza di Gesù: ma i Giudei estraggono la carta decisiva. "Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico del Cesare!»": è il ricatto della carriera.

Pilato era si uno scettico. Ma come uomo dell’antichità, egli tuttavia non escludeva che dèi o in ogni caso esseri simili agli dèi potessero comparire sotto l’aspetto di esseri umani. Ovviamente i Giudei se ne rendono conto ed oppongono alla superstizione, la ben più concreta paura di restare privo del favore dell’imperatore, di perdere la posizione e di precipitare così in una situazione senza sostegno. E la preoccupazione per la carriera è più forte della paura di fronte alle potenze divine.

"Udite queste parole Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale" - sullo scranno, sul seggio. Ancora una volta, con l’eliminazione del soggetto l’evangelista si situa sul piano teologico, e come Gesù prima si era lui presentato al suo popolo dicendo: "Ecco l’uomo", adesso è Gesù che si siede sul seggio del giudice del tribunale; colui che è condannato in realtà è colui che giudica!

Poi l’evangelista interrompe la narrazione per segnalare il momento in cui si svolge questa scena e dice: "Era la Preparazione della Pasqua, verso l’ora sesta" - cioè verso mezzogiorno. Proprio a quell’ora nel tempio iniziava la macellazione degli agnelli sacrificati per la festa della Pasqua, ossia Gesù è l’agnello che toglie il peccato dal mondo. 

"Ed egli disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!»": come Gesù si è presentato dicendo: "Ecce homo!", "Ecco l’uomo!", adesso dice: "Ecco il vostro re!". Quindi Gesù si presenta al popolo sia come uomo, come realizzazione del progetto di Dio, che come il loro re.

Disse loro Pilato: "Metterò in croce il vostro re?": ed ecco il tradimento; "Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare».

I sommi sacerdoti preferiscono la schiavitù romana - i Romani dominavano questo popolo - alla libertà che Gesù è venuto a offrire loro: al re dei Giudei preferiscono il re romano. 

Questo messaggio è sempre attuale: meglio un dominio oppressore - che però permetta di giustificare i loro raggiri che esercitano in nome di Dio - che il Dio liberatore.

L’istituzione religiosa si mette al servizio degli interessi del potente, del dominatore di turno, a condizione che questo gli garantisca i propri privilegi.

"Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso": non avendo prestato ascolto alla voce di Gesù, Pilato è costretto a prestarla agli accusatori. 

La narrazione continua con Gesù sempre più protagonista: "ed egli, portando da se stesso la croce": per croce non si intende quella che intendiamo come croce, ma solamente la trave trasversale, il patibolo. Come al momento della cattura è stato Gesù a uscire dal giardino e a consegnarsi alle guardie, adesso è lui stesso che si carica del patibolo e si dirige verso la zona dell’esecuzione.

Gesù prende da se stesso la croce: non gli caricano la croce, è lui che la prende e portando lo strumento di supplizio come fosse un trofeo, perché finalmente si manifesterà tutta l’immensità dell’amore di Dio all’umanità.

Venne così crocifisso sul Golgota, insieme ad altri due condannati... "Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei» ...era scritta in ebraico, in latino e in greco".

È scritto in ebraico per il popolo ebraico, lingua della religione; è scritto in greco e in latino anche per i popoli pagani, nella lingua della cultura e della politica.

"Dissero allora a Pilato: «Non scrivere: il re dei Giudei, ma che quello ha detto: Io sono il re dei Giudei». "Rispose Pilato: «Ciò che ho scritto, ho scritto»": attraverso il rappresentante dell’impero, sono ormai i pagani che riconoscono la Sua regalità.

Gesù entra nel mondo, si compromette con la nostra umanità perché il mondo doveva riconoscerlo: la crocifissione è un evento pubblico, si manifesta a tutti, mentre la Resurrezione è per pochi, solo per coloro che lo accolgono veramente.

Prima dell’epilogo della Passione con la morte in Croce, Gesù fa una richiesta: "Ho sete". Qui l’evangelista va aldilà della richiesta d’acqua da parte di una persona agonizzante e vede il compimento di quanto Gesù aveva detto a Pietro al momento dell’arresto: "Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?".

Gesù ha la piena consapevolezza di aver compiuto la Volontà del Padre, di aver quindi testimoniato la Verità, riportata nelle Sacre Scritture, con la vita; anche noi siamo chiamati ad amare con la nostra vita, consapevoli che la nostra vita non può essere neutra.

Infatti subito dopo disse: “È compiuto!”. E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

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Non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene

Non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene | Le 10 Parole | Scoop.it

2Tessalonicesi 3,10-13

 

10 E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. 11 Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. 12 A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace.

13 Voi, fratelli, non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene. 

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Se davvero si vuole amare coi propri beni, come recita la Settima Parola, occorre considerare la destinazione universale dei beni stessi: il lavoro è una missione che ci viene affidata con questo presupposto, a prescindere dal livello di ricchezza.

Michele Ferrero, figlio del fondatore della Ferrero, tra le persone più benestanti in Italia, ha un rapporto speciale coi propri dipendenti e collaboratori. Ogni anno, a maggio, Michele Ferrero va in pellegrinaggio a Lourdes con i top manager dell’azienda. Tra rosari e preghiere, si discute delle strategie del gruppo. E ci sono statue della Vergine piazzate all’ingresso delle fabbriche Ferrero sparse in mezzo mondo.

La ricchezza che possediamo va ridistribuita agli altri, unica via per essere veri amministratori della Provvidenza; ogni bene che non viene utilizzato, è virtualmente rubato!

Il lavoro è funzionale all’acquisizione di tali beni, ed è con esso che siam chiamati ad amare, a percorrere la strada che ci aprirà la porta del Cielo; Gesù, nel trentennio di vita trascorso a Nazareth, ha aiutato suo padre lavorando il legno, quel materiale che lo vedrà pendere inchiodato, lo stesso legno della Croce che noi contempliamo, donando così un senso di eternità al lavoro stesso.

È fondamentale la perseveranza nel lavoro quotidiano; occorre farlo bene, senza stancarsi di fare il bene, altrimenti si rischia di fare molte cose, tante azioni spesso logoranti che non coincidono con ciò che realmente si deve compiere.

Questa superattività ci fa ricadere nella pigrizia quando facciamo tanto senza fare l’unica cosa che conta davvero, ossia la volontà di Dio; predisponiamoci ad accoglierla mettendo in discussione il nostro operato.

Il vero pigro non è colui che non fa nulla, ma chi non fa quello che dovrebbe fare, che non svolge il proprio lavoro diligentemente. Il vero cristiano, invece, assume un atteggiamento consono compiendo solo atti d’amore: non deve alzare la voce, non deve ricadere nel turpiloquio, ma concorrere alla costruzione del legno di Dio.

I beni messi a disposizione dal Signore ed usati impropriamente, sono beni rubati. Abbiamo un’unica alternativa percorribile per portare frutto ed esser certi di non rubare: fare la Volontà di Dio. 

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La seconda bestia

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Apocalisse 13,11-20

 

11 Vidi poi salire dalla terra un'altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago. 12 Essa esercita tutto il potere della prima bestia in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia, la cui ferita mortale era guarita. 13 Operava grandi prodigi, fino a fare scendere fuoco dal cielo sulla terra davanti agli uomini. 

14 Per mezzo di questi prodigi, che le era permesso di compiere in presenza della bestia, sedusse gli abitanti della terra dicendo loro di erigere una statua alla bestia che era stata ferita dalla spada ma si era riavuta. 15 Le fu anche concesso di animare la statua della bestia sicché quella statua perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero la statua della bestia. 16 Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; 17 e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. 18 Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d'uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.

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Il mondo di per sé ha al suo interno delle sacche ove il male prevale (es. guerre, dipendenze da droghe, violenza, prostituzione ecc…), il cui comune denominatore è il dio denaro.

La Parola di Dio ci viene in soccorso dandoci una spiegazione a tutto ciò, e precisamente nel Libro dell’Apocalisse, la rivelazione di Nostro Signore Gesù Cristo, come recita il primo versetto; in sostanza, è Gesù che si presenta e rivela la natura di questo nostro mondo, non soltanto prospettandoci una visione futura, ma descrivendoci la realtà nel presente odierno.

Il Libro è composto nella parte iniziale dalle lettere rivolte alle sette chiese, e nella successiva dalla lotta di un Agnello sgozzato sul trono, Gesù in Croce, e alcune bestie.

La seconda di queste ha una rassomiglianza esterna con l'Agnello, si presenta mite, inoffensiva, ma in realtà, nei sentimenti e nelle parole, è simile al dragone di cui ha l'astuzia, lo spirito di menzogna, l'orgoglio, e l'inimicizia contro Dio; le 2 corna indicano il potere, mentre l’eloquenza del drago ci fa comprendere come emetta parole di distruzione, di fuoco ardente.

Inoltre esercita il potere della prima bestia, quindi è al suo servizio; non si limiterà soltanto a fare dei segni e dei prodigi, ma costringerà gli abitanti della terra, col potere della seduzione, ad erigere una statua, un’immagine della prima “bestia” per adorarla; da notare come la prima bestia scimmiotti il Salvatore, con la ferita guarita.

I versetti successivi ci rivelano come la scultura eretta inizierà a parlare! Anche nel nostro tempo vi sono dei “seduttori delle menti” che, per acquistarsi un seguito, non esitano a produrre dei “segni e prodigi”, pur di raggiungere questo scopo.

E non sarà sufficiente soltanto mostrare stupore e meraviglia verso questa immagine; infatti tutti quanti gli adoratori saranno caratterizzati da un marchio sulla mano destra e sulla fronte: la mano destra indica l’agire, ossia tutto quello che l’uomo fa durante la sua vita, e le sue azioni dovranno essere compiute sempre in favore della “bestia”. La fronte indica l’intelligenza dell’uomo e anch’essa dovrà appartenere alla “bestia”.

All’epoca si usava segnare con ferro rovente gli schiavi appartenenti ad un padrone, con un tatuaggio i soldati militanti sotto un capo o i devoti di talune divinità. Il marchio, ben visibile a tutti, non è impresso per forza, ma non si può restar neutri o nascosti; ognuno deve decidersi e prendere il proprio posto nella gran battaglia.

Ma coloro che vorranno fare a meno di questo marchio indicante l’appartenenza a questo sistema mondano, andranno incontro a notevoli fatiche: infatti, chi agirà in questo modo non potrà né comprare, né vendere, ovvero sarà completamente emarginato dalla società; non andrà meglio ai “marchiati” che saranno ridotti alla schiavitù.

Viene poi introdotta nei versetti successivi una persona rappresentata dal "numero della bestia", il 666; questo numero è attribuibile all'imperatore Nerone, ossia QeSaR NeRON (קסר נרון) autore della persecuzione nella quale morirono sia Pietro che Paolo, che introdusse l’idolatria dell’imperatore facendone erigere statue; tutto ciò grazie alla gematria, un sistema ebraico di numerologia che studia le parole scritte in lingua ebraica e ne assegna i valori numerici, sommando tali valori lettera per lettera.  

Nell’Apocalisse poi, come già constatato, il “sette” indica la pienezza, la completezza: infatti, le lettere alle sette Chiese vogliono dire che il messaggio è rivolto all’intera Chiesa, i sette sigilli che Cristo rivela completamente il senso della storia e ne ha piena supremazia, ecc.

Non è in gioco la rilevanza del settimo elemento sugli altri sei, ma la completezza dell’opera divina; di conseguenza col ‘sei’ si sottolinea l’imperfezione, l’incompiutezza, ma soprattutto “rappresenta un nome d'uomo” (Ap 13,18), cioè non destinato a durare, e passerà come passa la vita terrena, un uomo che ha speso l’intera esistenza ad accumulare potere.

Come uomini, però, siamo condizionati da questa seconda bestia: il marchio pesa anche su di noi, condizionando i nostri pensieri (marchio sulla fronte) e il nostro operato (mano destra, la mano del fare, del lavoro), in quanto figli di questo mondo e calati in questa realtà.

È quindi necessario non arrendersi, non tirarsi fuori, combattere rifuggendo la logica dell’utilitarismo, della negoziazione dell’amore, del ritorno d’investimento, sia monetario che relazionale: ecco il criterio per scegliere lo schieramento giusto.

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LA SETTIMA PAROLA

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2403 Il diritto alla proprietà privata, acquisita o ricevuta in giusto modo, non elimina l'originaria donazione della terra all'insieme dell'umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio.
2404 «L'uomo, usando dei beni creati, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri». La proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della provvidenza.
2408 Il settimo comandamento proibisce il furto, cioè l'usurpazione del bene altrui contro la ragionevole volontà del proprietario. Non c'è furto se il consenso può essere presunto, o se il rifiuto è contrario alla ragione e alla destinazione universale dei beni. È questo il caso della necessità urgente ed evidente, in cui l'unico mezzo per soddisfare bisogni immediati ed essenziali è di disporre e di usare beni altrui.
[Catechismo della Chiesa Cattolica].
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Continuiamo il nostro percorso esplorando la seconda tavola del Decalogo, dedicata espressamente a farci scoprire l’uomo nuovo, quello che è pronto ad “ingoiare” il vissuto negativo per poter poi gustare la vera dolcezza della vita, a patto di fidarsi di Dio; questa è l’unica via per non perdere il gusto delle cose belle, evitando così di mantenere quell’amaro in bocca che ci rende perpetuamente insoddisfatti.
La Settima Parola ci insegna ad amare con le “cose”, analogamente alla Sesta che ci invitava ad amare col corpo; in sintesi, rubare significa privare l’altro del proprio bene contro la sua ragionevole volontà (es. non è incluso un prestito che presuppone un tacito assenso).
Nel Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC 2408] è contemplata l’eccezione del furto col movente della necessità urgente ed evidente (es. disporre e usare beni altrui per non morir di fame, o per rifugiarsi sotto un tetto per non morire di stenti), che rimane perseguibile legalmente.
Questa affermazione che oltrepassa i confini della legalità, ci interroga sulla destinazione dei nostri beni, sul fatto di non essere i soli beneficiari, e quindi di avere delle responsabilità verso i fratelli meno fortunati; le cose devono divenire strumenti d’amore, dal quale la comunità può trarre giovamento, oltre al legittimo beneficio personale; i beni usati male ci qualificano come usurpatori.
Il mondo ci insegna che il bene guadagnato è soltanto nostro, in quanto per essere qualcuno, per “contare” occorre “possedere”: addirittura sembra ammiccare a coloro che si appropriano indebitamente delle cose comuni, qualificandoli sovente come “furbi”... mentre qui stiamo affermando che occorre mettere in comune ciò che è proprio, per prendere definitivamente consapevolezza del contesto più ampio nel quale siamo inseriti, ove i beni sono universali.
La Chiesa non fa la guerra alla ricchezza e ai ricchi, ma ci invita alla corresponsabilità del disagio dei fratelli, gestendo i nostri beni con un atteggiamento di donazione, il medesimo della “decima” nelle comunità dei primi cristiani.
La coscienza dell’universalità dei beni ci deve spingere ad aiutare con i nostri guadagni coloro che non guadagnano: non si tratta di disquisire sull’ammontare del dono o sulle differenze di classe sociale, ma di un atteggiamento che deve sempre tener conto del prossimo.
La proprietà privata viene comunque salvaguardata, ma questo diritto non elimina l’originaria destinazione del bene, ossia dono per l’intera umanità [CCC 2408]: è proprio vero che “MIO” è da ritenersi una bestemmia per il cristiano...
Nella parabola dei talenti, risulta evidente come tutto il creato sia un dono di Dio da far fruttare: infatti viene maledetto colui che conserva il solo talento a disposizione sotterrandolo, senza peraltro rischiare di perderlo, ma senza neppure farlo fruttare adeguatamente.
I beni vanno messi in gioco per dare frutto, vanno condivisi allo scopo di prendersi cura del fratello meno fortunato; la proprietà del bene, guadagnato col sudore della fronte, fa di colui che lo possiede un amministratore della Provvidenza Divina. Rientra in questa categoria anche il tempo, che va impiegato al meglio senza sprecarlo.
Ama con i tuoi beni, perché se non lo fai commetti un furto: la felicità non deriva dal possesso dei beni ma dal congruo uso che ne farai.

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Chiamati a scegliere

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Luca 10, 3-4

 

3 Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada.

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Ogni cristiano è alla ricerca del Signore,  ma Dio non si fa trovare alle nostre condizioni. Ha i suoi tempi mentre noi chiediamo a Dio di benedire i nostri progetti, le nostre idee secondo i nostri piani temporali. Dio non ci impone nulla, offre e propone tantissimo, ma non si impone.

È indubbio che siano i desideri, le nostre aspettative ad orientare la nostra vita. Questo mondo ci vuol convincere che possiamo sapere e conoscere tutto, sperimentare, provare tutto, fare esperienze;  purtroppo la cruda verità è che siamo estranei a noi stessi.

Sono le intenzioni del nostro cuore che rendono ciò che facciamo buono o cattivo. Non sono i risultati ma i frutti di bene o di male che ci portiamo dentro. Essi imprimono la qualità o la scadenza a ciò che facciamo. Le nostre vie devono essere quelle che Dio ci indica; e per capire chi siamo, per trovare il Signore occorre scegliere: SIAMO CHIAMATI ALLA CLAUSURA!

Ogni cristiano quotidianamente si chiede "ho fatto la volontà di Dio?", perché siamo preda di milioni di desideri che esulano dalla Sua volontà, e ci generano un bel marasma nella testa!

La via è quella della clausura, del taglio, della separazione, fondamentale per la riuscita della missione di ogni cristiano.

Se fai una cosa, non ne fai un'altra. È necessaria una scelta vocazionale, che presuppone un SI a fronte di tanti NO. Scegliere è sempre un po’ morire, mentre volere tutto è infantile, come la reazione di un bimbo posto di fronte ad un cesto saturo di giocattoli.

È inevitabile perdere qualcosa quando hai trovato la via!

Il discernimento è un dono, scindere, separare le varie strade; non hai mai la certezza, ma ne verifica la correttezza anche quando potresti avere un momento di buio, di deserto vocazionale, potresti perdere il gusto, quando ti sembra tutto uguale  (è capitato negli ultimi anni a Madre Teresa di Calcutta).

Se poi non hai ancora deciso il tuo percorso, corri il rischio di non scegliere, di perdere tempo impantanati senza procedere.

Siamo agnelli in mezzo ai lupi: non sarà facile, abbiamo paura della sofferenza, dei nostri limiti, dell’altro. Ma amare significa perdere perchè l'altro vinca, morire perchè l'altro viva. Occorre ricordarsi sempre che la cosa importante è Colui che ti invia, non certo il contesto che andrai ad affrontare.

Partiremo senza bisaccia nè sandali: non hai sicurezze, ti fidi totalmente di Gesù. Non salutare nessuno, non ti disperdere! Il rischio è quello di mantenere un legame che ti limiti nel raggio d’azione, come potrebbe essere quello della famiglia.

Ci sono poi situazioni di incoerenza tra pensiero ed azione: vuoi una cosa ma ne fai un'altra; in tal caso è errato o l'obiettivo o l'azione. Altre ancora nel quale c’è coerenza tra desiderio ed atto compiuto, ma entrambi son sbagliati.

Per tutti è necessario entrare in clausura nella propria vocazione sponsale, occorre scegliere per lasciar fuori elementi estranei che potrebbero adulterarla.

Sappiamo che c'è una meta, il Paradiso, che è anche un “già e un non ancora”, per ottenere il centuplo quaggiù e la pienezza nell'eternità. La strada da percorrere è la vocazione sponsale, sia essa nel sacerdozio, nella consacrazione laica o religiosa, nel matrimonio cristiano.

L'uomo è una meraviglia con molte fragilità. Ed anche per chi ha già scelto, occorre sempre custodire il matrimonio e rinverdire la via!

Ci sono degli elementi soggettivi, ed altri oggettivi posti in ordine gerarchico, che ci vengono incontro nel difficile passo del discernimento.

Il primo è il DESIDERIO: Dio non chiama nessuno a qualcosa di incompatibile con i propri desideri e con la propria natura umana. E in ognuno di noi è insito il desiderio di felicità compiutezza, completezza. Dio lo dona e noi concretamente lo possiamo compiere. Perché la carne è capace di Dio!

Capita poi di guardare ai modelli come desiderio di realizzazione della propria vocazione: sbagliato! Vanno seguiti come spunto ma ognuno di noi deve essere se stesso, perché san Francesco, Madre Teresa sono unici come lo è ognuno di noi.

Il secondo elemento è la VOLONTA': volere il bene è fatica. Il desiderio si trasforma in volontà, ma la volontà va educata, fatta emergere.

I problemi e gli inciampi che affrontiamo sono occasioni per scoprire la presenza di Dio e la sua opera di salvezza.

Fare esercizio della propria volontà significa vedere cosa ci sta a cuore, assumersi responsabilità di qualcosa che ci è stato donato.

L’elemento seguente, primo tra quelli oggettivi, è la STORIA PERSONALE; il nostro vissuto ci parla della vocazione, perché viene preparata dal nostro passato, che va sempre benedetto.

Nel matrimonio abbiamo la possibilità di vedere l'amore incarnato di Gesù, grazie alla nostra storia; il rifiuto del passato è sempre una lettura sbagliata della nostra vita.

Nella tua storia c'è la chiave per percorrere la strada, tenendo bene in mente che la meta non è il marito o la moglie, ma il Paradiso.

Altro elemento oggettivo è il RAPPORTO CON LA CHIESA. Non si può vivere fuori dalla Chiesa, fatta di persone che cercano di seguire Cristo. Fratelli con i quali camminare.

Le differenze fanno emergere l'amore, e la vocazione particolare di ognuno di noi è una modalità che Dio ci offre per amare la Chiesa, un’occasione per donare la vita.

Quindi un percorso che ci conduce fuori dalla Chiesa non può essere una vocazione benedetta da Dio.

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Amore, una follia che rompe gli schemi

Amore, una follia che rompe gli schemi | Le 10 Parole | Scoop.it

Lc 7,36-47

 

36 Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 37 Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; 38 e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.

39 A quella vista il fariseo che l'aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». 40 Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, di' pure». 41 «Un creditore aveva due debitori: l'uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. 42 Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?».

43 Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». 44 E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m'hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. 47 Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco».

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Si, l’amore vero è folle, perché è completa donazione di sé; quando non doni la tua vita la adulteri. Infatti l’adulterio è un tradimento rispetto alla tua vera chiamata all’amore, perchè investi le tue energie in qualcosa che ti fa chiudere alla vita. (Es. cedi all’idolatria)

Ci illudiamo di fare qualcosa di grande, invece diamo solo cibo al nostro idolo, che può essere anche la persona che ci sta accanto nel matrimonio; ma una cosa è certa, l'idolo ci lascerà il vuoto. Nella Bibbia l’idolo è rappresentato da Baal, che in ebraico ha il doppio significato di "idolo" e "marito"; in buona sostanza, con chi fai l'amore? Il tuo corpo a cosa serve?

Se cedi al bisogno di attenzione, se cerchi solo il riconoscimento da parte degli altri, forse ti stai prostrando ad un idolo. Ricordiamoci che il nostro cuore non è puro.

Se sei idolatra non puoi amare! Non puoi essere felice, perché non esistono altre vie per la felicità, se non quella indicata da Gesù in Croce! Occorre imparare a fare l'amore con il Signore.

Altrimenti si rischia di impostare la relazione d’amore cercando di difendersi dall'altro e non amandolo nel matrimonio. Il sospetto non è accoglienza dell'altro, la gelosia è negativa.

Con Gesù si pensa in grande! Morire in croce è un gesto folle e Gesù lo ha scelto per insegnarci ad amare!

Un santo che davvero ha seguito alla lettera questa via è Francesco d'Assisi: egli da giovane non si accontentava. Desideri alti, affascinante e pieno di inventiva, ma non era un bel uomo fisicamente parlando.

Era si ricco e acculturato, ed ha messo a frutto i suoi talenti per avere successo. Tutto questo non gli basta, perché desidera diventare cavaliere. Purtroppo Francesco finisce un anno in prigione. Decide, una volta riscattato dal padre, di andare in Terra Santa per essere un cavaliere paladino della giustizia, ma si ammala all'inizio del viaggio e si ferma a Spoleto.

Nel sonno ebbe una visione di uno splendido palazzo, in cui scorge armi di ogni specie e una bellissima sposa. Una voce gli domanda chi ritiene possa essergli più utile, il servo o il padrone.

“Il padrone”, risponde Francesco. “E allora – riprende la voce – perché cerchi il servo in luogo del padrone?”. E Francesco: “Cosa vuoi che io faccia, o Signore?”

“Ritorna – gli risponde il Signore – alla tua terra natale, perché per opera mia si adempirà spiritualmente la tua visione”. Ritornò senza indugio ad Assisi. Si libera del cavallo e dell'armatura e consegna ai poveri il ricavato della vendita, compiendo il suo primo atto da cristiano.

Francesco si fida di un sogno e rompe gli schemi; Assisi, che lo ha visto partire in pompa magna, diventerà il teatro della vergogna; ma lui avrà il coraggio di affrontare i segni del suo fallimento, andando oltre la paura del giudizio: non è più il cavaliere ma il poverello d’Assisi. Un pazzo! Francesco era un folle, ma solo questa è la cifra dell’amore vero, che fa saltare i piccoli schemi, perché amare si contrappone all’essere calcolatori.

Come nel brano del Vangelo di Luca, dove una donna peccatrice pubblica, impura, irrompe tra i commensali che erano a tavola con Gesù, lo raggiunge a fatica per poi compiere un atto di erotismo estremo per l'epoca. Per gli ebrei i piedi non possono essere toccati, in quanto ritengono ci sia un legame con l'organo genitale maschile. In ebraico viene usato lo stesso termine per entrambe le parti anatomiche.

Anche nell’Antico Testamento, nel libro di Ruth, vi è un riferimento al rito del piede nel sandalo come esplicito desiderio di unirsi carnalmente ad una donna.

Eppure questa donna peccatrice piange sui piedi di Gesù, senza alcun timore di essere giudicata, asciugandoli poi con i suoi capelli, che per una donna sono un’importante arma di seduzione.

Lei compromette la sua bellezza, il suo essere donna, pur di donarsi a Gesù. E piangendo esterna ciò che ha dentro, la tua intimità, ciò che ha di più prezioso.

Quello della donna è un atto folle che Gesù comprende profondamente, a differenza degli altri commensali: sono gesti di puro amore, in quanto lei non ha avuto paura di giocarsi tutto.

Ha molto amato, ha dato tutto, ha rotto gli schemi, non si è accontentata delle cose piccole, della logica. Perché non puoi fare calcoli se l’obiettivo è dare la vita.

 

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La preghiera

La preghiera | Le 10 Parole | Scoop.it

Tobia 3,1-13

 

[1]Con l'animo affranto dal dolore, sospirai e piansi. Poi presi a dire questa preghiera di lamento: [2]«Tu sei giusto, Signore, e giuste sono tutte le tue opere. Ogni tua via è misericordia e verità. Tu sei il giudice del mondo. ... [6]Agisci pure ora come meglio ti piace; dà ordine che venga presa la mia vita, in modo che io sia tolto dalla terra e divenga terra, poiché per me è preferibile la morte alla vita. I rimproveri che mi tocca sentire destano in me grande dolore. Signore, comanda che sia tolto da questa prova; fa che io parta verso l'eterno soggiorno; Signore, non distogliere da me il volto. ...

[11]In quel momento stese le mani verso la finestra e pregò: «Benedetto sei tu, Dio misericordioso, e benedetto è il tuo nome nei secoli. Ti benedicano tutte le tue opere per sempre. [12]Ora a te alzo la faccia e gli occhi. [13]Dì che io sia tolta dalla terra, perché non abbia a sentire più insulti.

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Il rapporto uomo-donna non può prescindere dal perdonarsi a vicenda per quel che è la nostra essenza, ossia una fragile e limitata umanità, altrimenti non ci sarebbero prospettive per una vita insieme in pienezza; nella vita non esiste una via di mezzo accettabile tra la felicità e la mediocrità.

Il libro di Tobia è la storia di una famiglia, la famiglia di Tobi, che ci indica inequivocabilmente la via della pienezza, partendo dal caposaldo della preghiera.

Tobi è un uomo con delle radici storiche, di un popolo e di una terra. Eppure Tobi è un esiliato. Tobi non è diverso da un uomo del nostro tempo, oggi molti uomini vivono una vita che per loro è inconcepibile e si chiedono Dio dov’è? Perché Tobi uomo giusto è sradicato dalla sua terra? Perché Dio permette la sofferenza dei giusti?

Tobi è un uomo capace di custodire il proprio passato: la memoria e il ricordo non lo spaventano; non come spesso succede all’uomo di oggi che preferisce vivere nell’immediato, rinnegando il passato e facendo morire il futuro e la speranza.

Il brano ci presenta Tobi come un uomo fedele a Dio e alla sua legge, malgrado si trova in una situazione di deportato in una città nemica per eccellenza, Ninive, nell’attuale Iraq. Al primo posto nella vita di Tobia c’è il Signore, dalla quale emergono tre priorità: la carità verso i connazionali, il culto e i valori familiari. Ma a che serve essere giusti, fedeli a Dio, se poi la felicità sembra non essere garantita?

Inoltre Tobi è un uomo in continua lotta con il mondo intero, con gli altri con i suoi stessi connazionali, probabilmente inferiori a lui nella fede e nel modo di praticarla. Un ulteriore prova di fedeltà, appare nel gesto coraggioso di seppellire i cadaveri delle persone fatte uccidere dal re.

La reazione dei vicini di Tobi è davvero emblematica, secondo loro Tobi dovrebbe farsi furbo, pensare di più a se stesso, e non perder tempo a seppellire i morti. Tobi è ancorato alla Legge e questo lo può far sembrare una persona preoccupata soltanto di salvare la propria identità attraverso un devozionismo infecondo.

Per di più, accade un imprevisto dopo aver dato degna sepoltura ad un suo concittadino: si addormenta sull’uscio di casa e viene reso cieco dagli escrementi di alcuni passeri.

Che fare quando tutto quello che rappresenta il fondamento della nostra vita, la ragione della nostra esistenza sembra miseramente crollare? Come già narrato nel libro di Giobbe, la disgrazia può essere anche il luogo dove è possibile riscoprire la presenza di Dio. L’osservanza rigida di Tobi rischia di trasformarsi in una gabbia di precetti osservati rigidamente che alla fine ne fanno una prigione dalla quale si è incapaci di uscirne. Anche alcuni cristiani di oggi ne risentono, specialmente quando si illudono di difendere la fede insistendo sulla rigidità dei precetti, a scapito della libertà e del valore delle persone, risultando così incapaci di cogliere la gioia della vita quotidiana e di aprirsi all’amore per gli altri proprio quando affermano di volerlo difendere.

Emblematico è l’episodio del capretto regalato ad Anna, sua moglie, ma non accettato dallo stesso Tobi, in quanto non ritenuto lecito come dono. La moglie sbotta rimproverando il marito, rendendo così esplicito un interrogativo che mette a nudo la vita di Tobi; tutto ciò che sembra un bene adesso appare un male.

 Tobi reagisce pregando. La preghiera è per lui il momento nel quale il credente, posto a contatto con Dio, comprende il senso di ciò che è accaduto; Tobi si rivolge a Dio lodandone la giustizia e riconoscendosi colpevole, insieme a tutto il suo popolo. Poi analizza la situazione concreta e disperata nella quale egli vive, e non chiede altro se non di morire.

Quindi la reazione di Tobi alle disgrazie e, in particolare, alle grandi domande che proprio sua moglie ha fatto nascere in lui, è un miscuglio di fede e di disperazione che lo porta paradossalmente a chiedere la morte propria a quel Dio che ha appena benedetto e di fronte al quale si è riconosciuto peccatore. Una preghiera tra disperazione e speranza, che tuttavia sarà ugualmente gradita al Signore perché è una preghiera sincera.

 Adesso la storia cambia decisamente e ci mette di fronte alla figura di una ragazza, Sara, nell’antica Persia colpita da un destino nefasto che l’ha già vista vedova per ben 7 volte.

Se per il vecchio Tobi è rimasto solo il passato, per la giovane Sara non solo non c’è alcun passato, ma non c’è neppure l’unico futuro che una donna israelita del tempo poteva sperare: l’essere moglie e madre.

Il problema di Tobi e quello di una religiosità scrupolosa, ma angosciante, mentre quello di Sara e l’incapacità di gestire la propria sessualità proprio a causa della sua religiosità; quanti uomini e donne del nostro tempo vittime di una travisata “educazione cattolica” non riescono a spiccare il volo, invischiati in infiniti sensi di colpa che li conducono a dover scegliere tra una sessualità negata, cosi com’è stato loro insegnato, o la tentazione di abbandonare una chiesa che ha loro impedito di vivere con gioia la propria sessualità.

Tutti i pretendenti di Sara muoiono nel preciso momento in cui stanno per unirsi sessualmente a lei per la prima Volta. Ed ecco l’accusa della serva rivolta a Sara, accusa volutamente violenta e crudele, con un fondo di verità: “Sei tu che uccidi i tuoi mariti!" da ricercarsi nella dipendenza dalla figura del padre.

Infatti Sara vuole impiccarsi nella stanza del padre, come estremo atto di disperazione e di accusa insieme, e che è proprio il pensiero del dolore che al padre essa avrebbe causato con la sua morte a distoglierla da questo intento. E come nel caso di Tobi, è la preghiera che cambia la situazione. Anche per Sara la preghiera è un miscuglio di disperazione e di speranza, e per entrambi c’è la consapevolezza di non essere padroni della propria vita, ma di affidarsi a Dio chiedendo uno sguardo di benevolenza.

La preghiera di Sara e quella di Tobi avvengono contemporaneamente e, proprio in quel momento, il Signore ascolta le preghiere di entrambi, grazie ad una presenza divina ( l’angelo Raffaele) che accompagna gli uomini facendosi uno di loro, senza che essi se ne accorgano. Presenza delicata e discreta, che non forza mai la libertà degli uomini.

La preghiera diviene espressione della fiducia di uomini che credono fermamente nell’intervento divino nella loro storia. Un intervento che seguirà vie diverse da quelle che noi possiamo immaginare: Tobi sarà salvato dal figlio, un ragazzo che dipende interamente dai voleri del padre. Come dire: le vie del Signore sono infinite.

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