La maggior parte dei principali partiti politici egiziani ha promesso ad Amnesty International di portare avanti ambiziose riforme nel campo dei diritti umani, ma ha al contempo dato risposte ambigue o ha rifiutato d'impegnarsi a porre fine alla discriminazione, a proteggere i diritti delle donne e ad abolire la pena di morte.
È questo il risultato dell'invito che Amnesty International ha rivolto ai partiti politici lo scorso novembre, prima dell'inizio delle elezioni parlamentari, chiedendo loro di sottoscrivere un "Manifesto per i diritti umani in Egitto", contenente 10 misure-chiave, e di esprimere in questo modo la loro seria volontà di favorire riforme significative in materia di diritti umani.
Amnesty International ha scritto a 54 partiti politici e ha cercato d'incontrare 15 delle formazioni principali: di queste, nove hanno sottoscritto il "Manifesto per i diritti umani in Egitto", in tutto o in parte, e tre hanno dato risposte a voce.
Il Partito della libertà e della giustizia, che ha ottenuto la maggioranza dei seggi nella nuova Assemblea del popolo, è stato uno dei tre partiti che sostanzialmente non hanno risposto, nonostante i considerevoli sforzi fatti da Amnesty International per conoscere il suo punto di vista.
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Iscos Marche Onlus
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ETIOPIA – Serviranno contributi “esterni” per realizzare il corridoio destinato a interconnettere le economie di Etiopia, Kenya e Sud Sudan convergendo sul porto di Lamu, in riva all’Oceano Indiano. Stando a uno studio diffuso ad Addis Abeba, la costruzione di ferrovie, strade e oleodotti costerà 22 miliardi di dollari. SUD SUDAN – Un taglio del 50% di tutte le spese pubbliche, con l’eccezione degli stipendi, è stato annunciato dal ministero delle Finanze dopo l’interruzione delle esportazioni di petrolio. Le vendite di greggio sono state bloccate a causa dei contrasti con Khartoum sulle tariffe di transito da versare al Sudan. TANZANIA – Accordo tra Tanzania, Uganda, Burundi e Rwanda per la costruzione di una linea ferroviaria che dal porto di Dar es Salaam potrebbe raggiungere la capitale sud-sudanese Juba. Lo studio di fattibilità è stato assegnato a una società cinese. Il costo dell’opera è stimato in quattro miliardi e 800 milioni di euro. LIBERIA – Depositi di idrocarburi “potenzialmente ampi” sono stati scoperti a largo delle coste della Liberia dalla società australiana African Petroleum. Il giacimento dove sono stati scoperti i depositi di idrocarburi è denominato Narina-1.
"Come è bello il sole quando il morente suo chiaror discende Quante madri tunisine guardano oggi l'orizzonte del mar mediterraneo e si chiedono dove siano finiti i loro figli? Tra la speranza del cuore e il silenzio assordante delle autorità tunisine e italiane non possiamo essere solo spettatori di una vera tragedia umana. Le difficoltà amministrative che riguardano la raccolta di informazioni su chi è arrivato in Italia e ora si trova sul suo territorio, oppure in un'altro paese dell'Unione Europea, sono immense. Se alcuni giovani tunisini arrivati nel mese di gennaio hanno ottenuto un permesso di soggiorno di tipo umanitario e hanno potuto contattare le loro famiglie, migliaia di altri ragazzi sono ora detenuti nei Centri di Identificazione e di Espulsione (CIE) in tutta Italia in attesa di gestire le loro pratiche. Nel frattempo poche notizie trasparono da questi centri, tra l'accesso negato dei CEI ai giornalisti e alle associazioni e l'impossibilità di capire chi è ora detenuto al loro interno, non possiamo quantificare quanti ragazzi e soprattutto chi ha raggiunto l'Italia. L'iniziativa "Chi ha raggiunto la sponda nord del mare?" nasce dall'idea che Rebah Kraiem, donna tunisina migrante in Italia, ha avuto per cercare di aiutare le madri e le famiglie dei giovani tunisini partiti negli ultimi mesi dalle sponde della Tunisia diretti verso l'Italia. Questa iniziativa che la nostra associazione appoggia si articola in varie fasi tra l'adesione all'azione "LASCIATECI ENTRARE" e la raccolta di informazioni sugli immigrati tunisini arrivati nel 2011 attualmente in detenzione nei CEI. L'azione "Chi ha raggiunto la sponda nord del mare?" consiste semplicemente nel raccogliere il numero massimo di video e immagini che ritraggono i giovani tunisini arrivati sulle coste italiane negli ultimi mesi. Vogliamo mettere a disposizione delle famiglie il più gran numero di documenti visivi che permetterebbero di identificare i loro figli, vedere che sono lì, da qualche parte in Europa, ma che sono vivi. Ognuno di noi potrebbe partecipare a questa azione semplicemente fornendo un link a video o immagini che ritraggono giovani tunisini arrivati negli ultimi mesi. Ogni servizio (dei telegiornali), documentario, fotografia o altro materiale presente sul web portebbe essere condiviso in questa pagina e rispondere all'impaziente disperazione di centinaia di famiglie. Inviateci le vostre segnalazioni all'indirizzo pontes@live.it.
Nuovo giro di vite del regime di Mugabe sulle organizzazioni non governative 29 Ong sono state costrette a sospendere le loro attività nella provincia di Masvingo, nel sud dello Zimbabwe. Il governatore di questa provincia, Titus Malukele, ha giustificato la sua decisione presa due giorni fa con la mancata iscrizione annuale delle Ong (tra cui CARE International) nel registro di immatricolazione provinciale. In un comunicato diffuso oggi sui media nazionali indipendenti, cinque organizzazioni per la difesa dei diritti civili e umani in Zimbabwe hanno definito “illegali e nulle le azioni prese dal governatore. La legge di questo paese dimostra in maniera molto chiara che [Malukele] non è abilitato a registrare le Ong o a toglierle da registro di immatricolazione” si legge nel comunicato. “Nemmeno il Consiglio provinciale che dirige ha questi poteri. Le competenze del Consiglio si limitano a incoraggiare i progetti di sviluppo già avviati e sostenuti dal governo centrale e dal governo locale”. Peggio. Secondo le associazioni all’origine del documento, “il governatore Malukele ha anche violato l’articolo 21 della Costituzione dello Zimbabwe che garantisce la libertà di associazione”, sottolineando che “tutti i membri e i beneficiari delle Ong sospese sono parte lese perché in seguito alla sospensione delle loro attività, non posso più trarre beneficio dalla libertà di associazione” che per l’appunto consente alle Ong di aiutare le popolazioni civili.
Panoramica sul 41° Rotterdam Film Festival
Dopo due anni di politica culturale forte sull’Africa, con altrettante sezioni a tema, il Rotterdam Film Festival (41° edizione, 25 gennaio-5 febbraio), volta pagina, forse fisiologicamente, ma l’onda lunga delle primavere arabe del 2011 si fa sentire anche in Nordeuropa, meritandosi l’attenzione dei programmatori, che a Egitto e Siria hanno dedicato un’intera, ampia, sezione, dal titolo Signals: Power Cut. Diverse decine i titoli in programmazione, in larga parte cortometraggi e documentari, anche se non mancano omaggi a registi del neorealismo egiziano come Mohammed Khan e Daoud Abdel Sayed e a uno dei più grandi autori del cinema siriano, Mohamed Malas. Di Africa e diaspore quest’anno nel concorso internazionale non si parla, ma la tendenza, anche in questo caso, non è nuova. Per trovare titoli interessanti per noi bisogna scendere nelle sezioni più trasversali ed eccentriche. In Bright Future ritroviamo film già segnalati altrove, da The Invader di Provost a Shame di McQueen, da Skoonheid di Hermanus a Sur la planche di Kilani, passando per An Oversimplification of Her Beauty, fresco di Sundance. Ma la sezione potrebbe riservare diverse sorprese, per esempio Matière grise, del rwandese Kivu Ruhorahoza, un metafilm sulle vicende di un regista che vuole girare un film su un fratello e una sorella ancora alle prese con i demoni del genocidio, e deve fare i conti con mille problemi e pressioni contrarie. That Small Piece, opera seconda no-budget dell’ugandese JOSEph S KEN, racconta invece come una lite tra vicini per un pezzo di terra venga risolto facendo ricorso alla magia nera e come tutto questo sconvolga la vita di una giovane coppia. Odore di Panafrica anche nel tedesco Der Fluss war einst ein Mensch, nel francese L’hypothèse du Mokélé-Mbembé, nell’olandese Wavumba e nel brasiliano Rânia, ma scommetterei piuttosto su Les éclats (Ma gueule, ma révolte, mon nom) del francese Sylvain George, presentato come un reportage lirico sui migranti che stazionano a Calais e dintorni in attesa di passare la Manica e sul transnazionale Un nuage dans un verre d’eau, diretto dall’iraniano Srinath C. Samarasinghe, di origini srilankesi, ma cresciuto a Parigi, che racconta un’intricata storia ambientata nella ville lumière, incentrata sulle vicende di un vecchio proiezionista cairota, interpretato dal grande Gatim Ratib.
Una ricerca realizzata in Marocco da Germano Calvi e Stefano Volpicelli per l’Organizzazione Mondiale per la Migrazione. I risultati mostrano inattese modalità di pensare al migrare da parte dei minori marocchini. Non più solo fuga per i soggetti più depauperati, ma anche nuova possibilità per i ragazzi più dotati.
Sono circa 31mila gli orfani ospitati negli orfanotrofi in Albania. La loro età varia da 0 a 14 anni. L’80% sono bambini abbandonati dai loro genitori. Un fenomeno in crescita che rispecchia un lato oscuro della lunga transizione albanese: l’insicurezza economica ma anche conseguenza di una rivoluzione sessuale, dagli anni ’90 a questa parte, non ancora metabolizzata nel sistema sociale ed economico. Gli orfani crescono invisibili e nell’Albania di oggi rimangono tali praticamente per tutta la vita. Di loro si parla solo in occasione delle feste di fine anno, o del giorno dedicato istituzionalmente ai bambini, il primo giugno, quando politici o VIP del mondo degli affari e dello spettacolo si prendono la briga di fare dei regali a qualche orfanotrofio, recandovisi personalmente con una scorta di cameramen e giornalisti al seguito. Gli sguardi innocenti dei bambini e le loro parole stentate davanti ai microfoni sono un rituale presentato agli albanesi a ogni ricorrenza, che però non contribuisce di molto a migliorare la loro situazione. E l’abbandono da parte della società diventa ben più grave una volta cresciuti e al di fuori della protezione delle istituzioni.
Il fenomeno migratorio cinese nel sud-est asiatico è stato per secoli ed è ancora oggi un importante strumento di esercizio del soft power e dell’influenza politica, culturale e linguistica, e una straordinaria risorsa per la realizzazione degli obiettivi geopolitici di Pechino nella regione. Il Prof. Pàl Nyiri, docente di Storia delle Migrazioni alla Vrije Universiteit di Amsterdam, ci ha raccontato i risvolti di questa “creeping invasion” cinese, mostrandoci come Pechino è percepita dai paesi vicini In che modo la migrazione cinese sta rafforzando il soft power della Cina in Asia Sud-Orientale? Questa migrazione è in gran parte un fenomeno di tipo imprenditoriale, ad emigrare sono infatti per lo più alcuni dirigenti, per seguire gli investimenti o le proprie aziende che hanno trasferito e delocalizzato nella regione. Mostrare alla gente povera come si diventa ricchi: forse è questo il ruolo più importante che ha ricoperto finora il fenomeno migratorio cinese in Asia Sud-Orientale. Questo rafforza la percezione e l’immagine della Cina come un modello di successo dello sviluppo economico. Inoltre, gli imprenditori cinesi creano posti di lavoro, rendendo l'apprendimento e la conoscenza della lingua cinese – soprattutto in alcune zone povere come nel versante settentrionale del Laos o in Birmania- un requisito fondamentale per trovare un lavoro.
È anglosassone e anglofona la classifica delle nazioni più generose stilata dalla Charities Aid Foundation (CAF) in base al World Giving Index, un indice dedicato a misurare la «capacità caritativa» degli Stati del mondo. Al primo posto si piazzano gli Stati Uniti, che nel 2010 erano solo al quinto posto; seguono Irlanda, Australia, Nuova Zelanda e Gran Bretagna. I criteri utilizzati per stilare la classifica sono essenzialmente tre: l'ammontare delle donazioni in denaro, il tempo dedicato al volontariato e l'attività di aiuto a persone estranee al nucleo familiare. L'indagine nel 2011 nel complesso ha registrato un aumento degli atti solidali rispetto all'anno precedente, ma una diminuzione delle donazioni in denaro. Una lieve diminuzione, sottolinea il Caf, dovuta probabilmente alla crisi economica globale. Secondo la Fondazione, le nazioni più ricche non necessariamente sono quelle che si impegnano maggiormente nella solidarietà; infatti nei primi 20 posti della classifica dei più generosi sono presenti solo 5 dei 20 Stati che secondo la Banca Mondiale hanno il Pil più «pesante». E tra i 20 più solidali figurano paesi insospettabili come lo Sri Lanka (ottavo), il Laos (decimo), i Marocco (12esimo), la Nigeria (13esima), la Liberia e il Turkmenistan (14esimi a pari merito).
E' stata presentata ed illustrata presso la Camera dei Deputati il 17 novembre la Ricerca sull'efficacia degli aiuti delle organizzazioni della società civile nella cooperazione allo sviluppo, realizzata dalle tre Reti CINI, LINK2007 e ONG Italiane, con il supporto scientifico del Politecnico. Tale ricerca è la declinazione italiana di un lavoro internazionale che, con consultazioni durate tre anni in più di 71 Paesi, ha portato a mettere a punto principi di efficacia (Principi di Istanbul) e criteri per la loro messa in opera (approvati in Cambogia a giugno), validi per tutte le ONG e organizzazioni della società civile dei Paesi OCSE e dei Paesi in via di sviluppo. Nella prossima conferenza internazionale che si terrà a Busan, le ONG e le organizzazioni della società civile, sempre in primo piano nell’affrontare le sfide per l’affermazione dei diritti umani, presenteranno la ricerca e chiederanno che i loro principi siano riconosciuti dagli Stati quando le valutano e che siano sostenuti da un quadro legislativo appropriato per la loro messa in opera.
Nel 2002, la difficoltà a trovare una buona incubatrice per le sue galline ha spinto Geoffrey Kago a inventarne una. Con circa 6 $ ha realizzato il primo esemplare di un'impresa che oggi vale oltre 100.000 $. Non esistevano unità adatte ai piccoli contadini, che vivono spesso in regioni senza elettricità. La sua incubatrice, la Kaki Incubator, funziona a cherosene, elettricità o energia solare. Leggi la sua storia:
Incontro con: Ancona giovedì 15 dicembre ore 21, Ambasciata dei Diritti Un appuntamento per rompere la «cospirazione del silenzio», quella «cortina che nasconde» le informazioni sull’«apartheid della popolazione palestinese a Gaza». La Campagna Palestina Solidarietà organizza una serata con due rappresentanti del Palestinian Center for Human Rights, una delle organizzazioni palestinesi per la tutela dei diritti umani.
Roma.02/12/2011.Protezione sociale, lavoro dignitoso e sicurezza alimentare. Saranno questi i temi del Forum organizzato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) il prossimo 6 dicembre in occasione dell’iniziativa 2011 - Global South-South Development Expo (Expo Globale 2011 per lo sviluppo Sud-Sud), prevista alla sede della Fao di Roma tra il 5 e il 9 dicembre. L’Ilo, che nel 2010 ha ospitato l’Expo, presenterà diverse attività e strategie di promozione della cooperazione orizzontale attraverso il lavoro dignitoso, affrontando una serie di tematiche legate alla sicurezza alimentare. Nel mondo, circa un miliardo di persone soffrondo di fame cronica e la volatilità dei prezzi alimentari aggrava ulteriormente le disuguaglianze. Invece, posti di lavoro dignitosi e protezione sociale sono sempre più riconosciuti come strumenti efficaci per affrontare il problema dell’insicurezza alimentare. E la protezione sociale di base garantisce una sicurezza di reddito minimo e l’accesso ai servizi sociali essenziali, con effetti diretti sia sulla produzione che sui consumi di generi alimentari. Nel corso del Forum inoltre saranno affrontate anche le questioni relative al lavoro minorile e l’importanza della protezione sociale come strategia per combatterlo. Sarà infatti presentata la versione preliminare delle ”Linee guida Fao-Ilo per affrontare il lavoro minorile nel settore della pesca e dell’acquacoltura: strategie ed esperienze concrete”. La versione finale sarà quindi pubblicata all’inizio del 2012.
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È stato presentato a Roma uno studio dell’Agenzia per il Terzo Settore sulla realtà del Sostegno a distanza (Sad), una delle forme di solidarietà più conosciute e diffuse dagli italiani: emerge una fotografia chiara di come una significativa fetta del non profit italiano investa in interventi a favore di persone che vivono in paesi in via di sviluppo e di come gli italiani scelgano di essere fedeli negli anni verso la solidarietà. Ogni anno 111 organizzazioni non profit (ONP) tra le più rappresentative muovono circa 400 milioni di euro in progetti di cooperazione o solidarietà internazionale di cui 100 milioni derivano proprio dal Sad. Il campione preso in esame è qualitativo e molto rappresentativo, seppure non possa rappresentare l’intero panorama delle ONP attive in Italia ( si pensi alle molteplici esperienze missionarie, legate alle varie diocesi o alle piccolissime organizzazioni che sostengono micro progetti). Si stima che in Italia circa due milioni di italiani abbiano un Sad. “Malgrado la crisi economica che ha riguardato tutti – ha detto Marida Bolognesi, consigliere dell'Agenzia che ha moderato la giornata dal titolo “Crescere insieme da lontano” - il Sad dimostra di tenere o di aver subito solo una lieve flessione, perché è stato compreso dalle organizzazioni e dai cittadini il valore aggiunto rispetto ad altre forme di raccolta fondi. Con il progetto “Sad in chiaro” dell'Agenzia abbiamo dimostrato che sono molte le buone prassi in Italia, soprattutto perché le organizzazioni investono in sviluppo e educazione nei paesi in difficoltà. Inoltre la tipica reciprocità del Sad tra beneficiario e donatore – ha concluso – fa sì che i cittadini non abbandonino gli impegni presi”.
Come previsto, alla maggior parte dei profughi dal nord Africa, l'Italia non sta riconoscendo alcuna forma di protezione giuridica internazionale. Nel 2011 le richieste d'asilo sono state 33.576. Delle 24.233 esaminate, 10.520 hanno avuto esito negativo. L'asilo politico è stato invece concesso solo a 1.959 profughi, la protezione sussidiaria a 2.460 migranti e a poco più di 5 mila quella umanitaria. I dati sono stati resi noti dal prefetto Angela Pria, capo dipartimento per le libertà civili e immigrazione del ministero dell'Interno, intervenuta al convegno "Libia: i migranti a un anno dalla crisi" organizzato a Milano da Ispi e Cesvi. Il ministero dell'Interno ha intenzione di raddoppiare i posti del sistema Sprar, per l'accoglienza dei rifugiati, fino a circa 10 mila. "Occorrono però 120 milioni di euro, che in tempi di tagli non è semplice trovare", ha affermato il prefetto. Sono circa 1.500 i profughi partiti nel 2011 dalla Libia e scomparsi nel Mediterraneo, ricorda Laura Boldrini, portavoce di Unhcr Italia, intervenuta al convegno. Anche se Tv e giornali italiani erano concentrati su Lampedusa, il flusso di persone che fuggivano dalla Libia è stato verso i Paesi confinanti. "Dalla Libia sono fuggiti 1,3 milioni di persone, soprattutto somali ed eritrei, e sono andati in Egitto e Tunisia per tornare nei loro Paesi -afferma Laura Boldrini-. Sono stati invece 28 mila quelli che hanno cercato di raggiungere l'Italia". L'Italia non sta riconoscendo la protezione umanitaria alla maggioranza dei profughi. "Rimane una grande incertezza sul loro destino - aggiunge la portavoce dell'Unhcr -. Chi ha ricevuto il diniego sta facendo ricorso ma certo dobbiamo chiederci come risolvere il problema di chi resterà senza alcun tipo di permesso di soggiorno".Fonte: http://www.redattoresociale.it
The 22-member Panel, established by the Secretary-General in August 2010 to formulate a new blueprint for sustainable development and low-carbon prosperity, was co-chaired by Finnish President Tarja Halonen and South African President Jacob Zuma.
The Panel's final report, "Resilient People, Resilient Planet: A Future Worth Choosing", contains 56 recommendations to put sustainable development into practice and to mainstream it into economic policy as quickly as possible.
Via Willy De Backer
TdM n° 031, gennaio 2012 / Ne conoscevamo di "governative" e non; di cattoliche, di laiche e anche di "decentrate". Ma esperienze "islamiche" di cooperazione internazionale, in Italia, davvero non se ne erano mai viste. Nel nostro Paese oggi vivono poco meno di un milione e mezzo di musulmani: circa il 30 per cento degli immigrati regolari e il 2 per cento della popolazione italiana. Mettono radici, lavorano, guadagnano. E fanno l'elemosina, seguendo i precetti della loro fede. Per questo non c'è da sorprendersi se, a Milano, in una palazzina a due passi da via Padova, nel cuore del quartiere multietnico della città, ha aperto i battenti il primo ufficio italiano di Islamic relief, grande ong internazionale di stampo islamico. Per paradosso, al piano inferiore dell'edificio ha sede un grossista di vini della marca trevigiana. Sopra, incuranti delle bottiglie di rossi e spumante, lavorano per i diseredati del mondo sei giovani musulmani milanesi, con la passione per l'aiuto umanitario. "Il nostro è il più piccolo degli uffici di Islamic relief international -racconta Yassine Baradai, ambrosiano di origine marocchina, communication manager dell'ong-. L'ufficio è nato nel 2002 e si occupa soprattutto di raccolta fondi. Il 90 per cento dei donatori sono immigrati della comunità islamica italiana; il nostro obiettivo però è di allargare il target. In Inghilterra, per esempio, dove Islamic relief è nata nel 1984, continuano a crescere i benefattori non musulmani. La nostra speranza è che anche in Italia capiti la stessa cosa". Yassine, come sei arrivato a fare il cooperante internazionale? Come? Anche Islamic relief era tra i terremotati de L'Aquila? Come siete riusciti superare la diffidenza della gente? Secondo molti, occidente e islam sono in conflitto. La cooperazione può essere uno strumento di dialogo? Quali sono i vantaggi di essere un'ong islamica? Pensi a qualcosa in particolare? Intervista: Carlo Giorgi
Una rosa delle leggi europee più avanzate sui temi che più riguardano le donne, dalle scelte sulla maternità alla parità politica, passando per la lotta alla violenza di genere e alla vita professionale, da far adottare, con una specifica clausola, a tutti i Paesi dell'Unione. È questa, in sintesi, la sfida politica, cominciata nel 2006, dell'associazione francese “Choisir la cause de femmes”che ha fatto un lungo lavoro di scelta, Paese per Paese, delle migliori leggi europee e che ha adesso un suo osservatorio italiano. Dalla Spagna segnalata per l'avanzata legislazione sulla violenza di genere alla Lituania che ha una normativa modello sul mobbing passando per i congedi parentali svedesi, la selezione è composta di 14 leggi che i Paesi dell'Unione dovrebbero impegnarsi ad adottare per le proprie cittadine. Il cammino di questo progetto è di straordinario interesse e ha ottenuto risultati significativi: basti dire che, nel 2010, l'assemblea nazionale francese quasi all'unanimità ha adottato la clausola. “Choisir” ha da qualche tempo anche un osservatorio italiano. «Qui da noi», spiega Maria Gabriella Guidetti, «pochi sanno della clausola e stiamo cercando di lavorare sia con le parlamentari che con i media per farla conoscere e coadiuvare il lavoro di lobbying delle francesi. Gisèle Halimi, presidente di Choisir (nella foto), è stata invitata a parlare della clausola al Parlamento Europeo in occasione dell' 8 marzo mentre la ministra Roselyne Bachelot, durante l'ultimo Consiglio Europeo degli affari sociali, ha chiesto formalmente che l'Istituto europeo per l'eguaglianza di genere di Vilnius faccia una radiografia dell'insieme delle legislazioni europee per poter effettivamente portare avanti queste politiche d'eguaglianza che peraltro sono già previste nei trattati e nella carta dei diritti fondamentali».
YEMEN – Il presidente Ali Abdullah Saleh è arrivato negli Stati Uniti “per proseguire la sua riabilitazione”: lo ha riferito ieri l’agenzia di stampa ‘Saba’. Già da alcuni giorni in Oman, Saleh ha lasciato il suo paese in seguito a un accordo di transizione mediato dal Consiglio di cooperazione del Golfo che prevede la sua uscita di scena in cambio di una piena immunità. Sebbene tuttora formalmente a capo dello Stato, Saleh non dovrebbe tornare in Yemen prima delle elezioni anticipate convocate a febbraio e la sua uscita di scena sembrerebbe definitiva. IRAQ – Il blocco Iraqiyya, che fa capo a Iyad Allawi, ha deciso di sospendere il boicottaggio dei lavori parlamentari deciso in dicembre in seguito a un mandato d’arresto spiccato contro il vice-presidente Tariq Al Hashemi. Iraqiyya critica l’operato del primo ministro Nouri Al Maliki e continuerà il boicottaggio del governo di unità nazionale, di cui almeno formalmente continua a far parte. LIBIA – E’ stata votata sabato dal Consiglio nazionale di transizione la nuova legge elettorale. Il testo adottato non prevede ‘quote rosa’ – un punto sui cui i pareri non erano unanimi – mentre fissa a 200 il numero dei deputati che comporranno il Congresso generale nazionale, la cui elezione è in programma a giugno. Saranno inoltre 136 i seggi destinati ai candidati dei partiti politici e 64 quelli destinati agli indipendenti. BAHRAIN – Il governo di Manama ha confermato la morte di un detenuto di 18 anni arrestato lo scorso mercoledì durante proteste anti-governative. Il ragazzo è morto mentre si trovava in stato di detenzione e sono ancora da chiarire le cause. Nei mesi scorsi organizzazioni internazionali e opposizione hanno accusato la polizia di fare uso eccessivo della forza per reprimere il dissenso e denunciato diversi casi di tortura in carcere. GIORDANIA – E’ stato ricevuto ieri ad Amman il leader di Hamas Khaled Meshal, Da 13 anni fuori dalla Giordania ed esiliato in Siria, Meshal è stato accolto con tutti gli onori: la sua visita è collegata agli sforzi di mediazione condotti da Amman tra palestinesi e israeliani. Secondo alcune fonti, Hamas potrebbe abbandonare il suo quartier generale di Damasco a causa delle proteste in corso in Siria e della repressione attuata dal regime del presidente Bashar al Assad.
La maggior parte dei principali partiti politici egiziani ha promesso ad Amnesty International di portare avanti ambiziose riforme nel campo dei diritti umani, ma ha al contempo dato risposte ambigue o ha rifiutato d'impegnarsi a porre fine alla discriminazione, a proteggere i diritti delle donne e ad abolire la pena di morte. È questo il risultato dell'invito che Amnesty International ha rivolto ai partiti politici lo scorso novembre, prima dell'inizio delle elezioni parlamentari, chiedendo loro di sottoscrivere un "Manifesto per i diritti umani in Egitto", contenente 10 misure-chiave, e di esprimere in questo modo la loro seria volontà di favorire riforme significative in materia di diritti umani. Amnesty International ha scritto a 54 partiti politici e ha cercato d'incontrare 15 delle formazioni principali: di queste, nove hanno sottoscritto il "Manifesto per i diritti umani in Egitto", in tutto o in parte, e tre hanno dato risposte a voce. Il Partito della libertà e della giustizia, che ha ottenuto la maggioranza dei seggi nella nuova Assemblea del popolo, è stato uno dei tre partiti che sostanzialmente non hanno risposto, nonostante i considerevoli sforzi fatti da Amnesty International per conoscere il suo punto di vista.
Democracy champion Aung San Suu Kyi will contest the upcoming by-election in a Yangon neighbourhood that was hard-hit by the 2008 Cyclone Nargis, opposition sources said on Tuesday. “It’s official. She will contest in Kawhmu Township, Yangon,” National League for Democracy (NLD) spokesman Nyan Win said. Kawhmu is located in the southwestern part of the Yangon region. The area was among those worst hit by Cyclone Nargis in May, 2008 that claimed 138,000 lives in the Yangon Region and Irrawaddy Delta. Myanmar will hold a by-election on April 1, to fill 48 parliamentary seats left vacant when cabinet members assumed their ministerial posts in March, 2011.
l talone d’Achille della Repubblica Popolare sono i salari minimi. Per questo il governo ha deciso di intervenire 1.290 yuan al mese, circa 150 euro. A tanto ammonterebbe, se all’annuncio fatto in grande stile dal governo provinciale del Guangdong seguiranno gli opportuni fatti, il salario minimo per i lavoratori del distretto che rappresenta il cuore industriale del gigante cinese, rappresentato dalla città di Dongguan, metropoli produttiva sul delta del Fiume delle Perle. Il provvedimento, ancora allo studio, prevede infatti un incremento del 15-20% a decorrere dal primo gennaio 2012. Un aumento che preannuncia una serie di nuovi interventi in tutto il Paese. Congelati per due anni sullo sfondo della crisi economica, i salari minimi sono tornati a crescere nel 2010, con aumenti medi del 23% durante quest’anno. E proprio gli interventi sui salari minimi sono un tassello importante della strategia macroeconomica di Pechino: la Cina cerca di cambiare il proprio modello di sviluppo, puntando di meno sulle esportazioni e di più sulla domanda interna. Per questo è necessario rafforzare il potere d’acquisto dei lavoratori, in modo che possano spendere di più, assorbendo parte della produzione oggi destinata all’export.
Inizia un progetto pilota di PeaceTXT International in Kenya. Su ispirazione di un'altra campagna statunitense, "Gli amici non fanno bere e guidare gli amici", il progetto cercherà di promuovere il messaggio "gli amici non lasciano che gli amici si facciano uccidere". Con dei focus groups sono stati individuati dei messaggi da far circolare. Nei link tutte le informazioni.
La Commissione Europea ha presentato una proposta di regolamento con la quale intende gettare le basi di un mercato solido per i fondi di investimento in imprese sociali. Queste realtà, infatti, sono ormai ampiamente riconosciute a livello europeo quali soggetti imprescindibili per una «crescita intelligente, inclusiva e sostenibile che oggigiorno riteniamo tanto importante per l'economia europea», come si evince dalle parole di Michel Barnier, commissario responsabile per il Mercato interno e i servizi.
In 22 mesi, i paesi dell’Unione Europea che usano l’euro si sono riuniti 17 volte per salvare la moneta unica, l’euro, senza riuscirci.Ci si sarebbe aspettato che, dopo il lungo sfruttamento dell’Africa da parte dell’occidente, quest’ultimo fosse stato capace di pagare i suoi debiti e di mettersi al riparo dalle speculazioni di borsa. Niente di tutto ciò.
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