Giornalismo Partecipativo
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Rassegna stampa e laboratorio sulle nuove forme di giornalismo online
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#NoalEredelPais:

#NoalEredelPais: | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
#NoalEredelPais: Il licenziamento di 129 giornalisti, su un totale di 44o, ad «El Pais» è una pagina triste, dolorosa e dannosa, per il quotidiano spagnolo e più in generale per il giornalismo, non tanto per le discutibili modalità di inviare...
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La falsa notizia del

La falsa notizia del | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
La falsa notizia della liberazione di Rossella Urru e le celebrazioni su Twitter, con momenti paradossali che ne attribuivano i meriti a Fiorello in un mix di satira e convinzione, hanno scatenato l’ennesimo dibattito su ruolo e attendibilità di...
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La fortuna dell’ Huffington Post, la poderosa macchina che aggrega e ricicla contenuti altrui

La fortuna dell’ Huffington Post, la poderosa macchina che aggrega e ricicla contenuti altrui | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

’’Do what you do best and link to the rest. Giornali online innovativi, dall’ Huffington Post a il Post’’, una tesi di laurea in Comunicazione e pubblicità all’ Università di Trieste, analizza a fondo, fra l’ altro, il meccanismo che ha fatto la fortuna dell’ HuffPo – La vera forza trainante della testata si rivela, secondo la ricercatrice, “l’incessante lavoro quotidiano di commento e recensione delle notizie della politica fatto dai blogger”

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La morte della giornalista giapponese ad Aleppo (VIDEO)

La morte della giornalista giapponese ad Aleppo (VIDEO) | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
E' arrivata la conferma ufficiale da parte del ministero degli Esteri giapponese, sulla morte della giornalista Mika Yamamoto ad Aleppo. La 45enne è stata identificata da un collega che ha riferito che sarebbe stata colpita durante uno scontro a fuoco tra ribelli e soldati dell'esercito siriano. Si tratta della quarta reporter straniera che perde la vita in Siria, ad Homs morirono un'americana ed un fotografo francese. Mika era una “veterana” del giornalismo di guerra, aveva avuto esperienze in Iraq ed in Afghanistan e già nel 2003 riuscì a salvarsi per miracolo dal bombardamento sul Palestine Hotel di Baghdad ad opera di un carro armato degli Stati Uniti d'America.

Il capitano ribelle Ahmed Ghazali conferma nel video che la Yamamoto è rimasta uccisa negli scontri di Aleppo, dando piena responsabilità all'esercito del presidente siriano Assad. La televisione araba Al-Huba, finanziata dagli Stati Uniti, ha dichiarato, in contrapposizione a quanto rivelato dai ribelli, che la vittima sarebbe stata uccisa da combattenti che indossavano divise simili al Libero Esercito Siriano, il braccio armato in opposizione all'esercito composto per lo più da disertori. Gli attivisti dell'Osservatorio siriano, i primi a dare soccorsi alla reporter e a portarla in ospedale, hanno dichiarato che, con la Yamamoto, vi erano altri tre giornalisti stranieri che attualmente risultano ancora dispersi.

continua su: http://www.fanpage.it/la-morte-della-giornalista-giapponese-ad-aleppo-video/#ixzz24COZBzoU
http://www.fanpage.it

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Il Washington Post Lancia una Piattaforma di Crowdsourcing per i Lettori

Il Washington Post Lancia una Piattaforma di Crowdsourcing per i Lettori | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
«The Washington Post» ha lanciato da ieri una piattaforma di crowdsourcing per i lettori.

Crowd Sourced, questo il nome dell’iniziativa del quotidiano statunitense, spiegano dalle colonne del giornale, fa interagire i giornalisti con i lettori sui temi proposti dai primi. I lettori saranno in grado, oltre che di fornire il loro contributo, di votare le migliore idee costruendo così un sistema premiante per le risposte, per i contributi di maggior valore.

Al momento sono due i temi proposti: uno relativo all’innovazione ed alla competitività del Paese, ed un altro sul ruolo dei social media nella comunicazione politica. Assicurano al giornale che altri temi verranno introdotti a breve. La tecnologia utilizzata per realizzazione della piattaforma è la stessa di Trove, l’aggregatore personalizzabile di notizie sempre del giornale.

L’iniziativa è sicuramente interessante, testimonia l’evoluzione dell’ecosistema dell’informazione e conferma la ricchezza di richieste di opinioni, consigli e la proposizione di tematiche incentivanti la partecipazione costruttiva del lettore sancita, anche, dalla desk research sulle capacità strategiche di relazione su Facebook dei principali giornali quotidiani in sei nazioni diverse che assegnava proprio al «The Washington Post» la palma d’oro per la miglior strategia di relazione.

Dimostra inoltre la necessità di stabilire una relazione, di coinvolgere le persone sul proprio sito e non altrove, a cominciare da Facebook, poichè attualmente è questo l’unico modo per monetizzare tale relazione.

Vi sono però una serie di aspetti, di dettagli non trascurabili, che, volendo essere costruttivo, sono da migliorare.

In primis, il processo continua ad essere “top down” con i giornalisti ed il giornale a definire l’agenda setting. Un processo di co-creazione e di coinvolgimento del pubblico di riferimento deve partire sin dalla prima fase, dalla definizione dei temi di interesse ai quali si intende partecipare, per essere realmente tale. Non è solo una questione di forma ma di sostanza, di efficacia nel processo di coinvolgimento delle persone. Non a caso, al momento della redazione di questo articolo, i due spunti forniti raccolgono complessivamente solamente sei commenti, tra l’altro di scarso valore a mio avviso.

L’altro aspetto che si continua ostinatamente a non considerare [pour cause?] è che alla co-creazione deve essere associata una forma di co-remunerazione, di revenue sharing. Se l’impresa trae profitto, direttamente o indirettamente, dai contributi forniti è giusto che riconosca una parte del valore creato a chi lo ha di fatto generato.

Infine si tratta di avere l’abilità di attrarre le persone più talentuose, più qualificate ed esperte sulle tematiche da sviluppare così da creare interesse e coinvolgimento da parte dei lettori. Senza questa capacità ed attenzione ogni iniziativa è destinata al fallimento.

Si sa che in uno scenario competitivo la differenza è fatta dai dettagli, mi è sembrato doverso ricordarli in sintesi.

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Radio Siani a Roma per un premio sulla libertà d’informazione

Radio Siani a Roma per un premio sulla libertà d’informazione | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
Avrà luogo nel pomeriggio di giovedì 19 luglio la festa di Articolo21 presso Palazzo Incontro, sito in via dei Prefetti 22 a Roma. L’inizio della manifestazione è previsto per le ore 18. Nel corso dell’evento ci sarà anche la cerimonia per l’assegnazione dei premi “Paolo Giuntella per la libertà di informazione”. Tra i premiati di questa edizione anche Radio Siani.
La premiazione assume un significato ancora più significativo data la giornata in cui avrà luogo, ovvero il ventennale dall’uccisione del giudice Paolo Borsellino, alla cui figura sarà dedicata una fetta della programmazione radiofonica della giornata su www.radiosiani.com
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Il Mattino chiede 48 mila euro di danni ad una ex-collaboratrice. La protesta di Stampa Campana e Fnsi

Il Mattino chiede 48 mila euro di danni ad una ex-collaboratrice. La protesta di Stampa Campana e Fnsi | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

“Assostampa Campania e Commissione Lavoro Autonomo della Fnsi esprimono indignazione e sorpresa per la citazione notificata dal quotidiano “Il Mattino” ai danni della giornalista Amalia De Simone, ex-collaboratrice del quotidiano napoletano, destinataria di una richiesta di risarcimento di euro 48.465,88, in relazione ad un articolo pubblicato a sua firma. Di fronte alla decisione de “Il Mattino”, quanto meno singolare e sorprendente, il Sindacato dei giornalisti, attraverso le sue strutture, è vicino alla collega Amalia De Simone, alla quale esprime totale solidarietà, ed auspica che il quotidiano voglia recedere da questa posizione che lede e mortifica l’esercizio della professione. Finora eravamo stati abituati a difenderci, nei tribunali, dalle aggressioni da parte di soggetti terzi, mai era accaduto che a chiedere i danni ad un giornalista fosse un editore. Cosa ancora più grave se destinatario di una richiesta di risarcimento da parte dell’editore è un giornalista precario. Il Sindacato dei giornalisti ritiene che questa situazione vada al più presto chiarita con la Federazione Editori, al fine di evitare il ripetersi di simili situazioni che ledono l’indipendenza della professione giornalistica e danneggiano gravemente i colleghi e chiederà, più in generale sulle dinamiche dei rapporti di lavoro de Il Mattino, un intervento dell’Inpgi e dell’Ispettorato del Ministero del Lavoro”.

 

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Giornalista MAXIM: “Un anno di articoli mai pagati”

Giornalista MAXIM: “Un anno di articoli mai pagati” | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

Due mesi fa abbiamo pubblicato la storia di Alberto Puliafito, giornalista freelance a cui la rivista Maxim Italia deve pagare un reportage da oltre un anno.

Il caso mette in luce l’ambigua posizione della casa editrice, e il nuovo direttore di Maxim Italia dimostra in quell’occasione di non essere all’altezza di un dialogo trasparente. Menzogne, confusione e arroganza marcano la (cattiva) strategia di comunicazione della rivista. Maxim Italia sostiene fino all’ultimo la tesi di un silenzioso fallimento avvenuto nel novembre 2011, sottolineando che il nuovo editore (Editoriale Mode srl) non è responsabile dei debiti contratti dal vecchio editore (Maxim srl).

Ma la storia del fallimento è fumosa e per certi versi contradditoria. Questo spinge Arianna Ciccone, fondatrice del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, a indagare la fantomatica cessione della rivista da Maxim srl a Editoriale Mode srl. Cessione che non è mai avvenuta, come rivela Arianna in un articolo dettagliato che vi consigliamo di leggere.

Cosa nasconde Maxim Italia? Quanti giornalisti freelance sono stati derubati del loro lavoro negli ultimi anni? Siamo davanti a una truffa?

Nel video che potete vedere sopra il presidente del FNSI Roberto Natale assume l’impegno con L’isola dei cassintegrati di verificare il caso dei giornalisti non pagati da Maxim Italia. Presto riceverà tutto il materiale di cui siamo in possesso.

NUOVA TESTIMONIANZA: “UN ANNO DI ARTICOLI MAI PAGATI!”

In questi mesi abbiamo raccolto diverse testimonianze di giornalisti truffati da Maxim Italia. Alcuni di loro preferiscono restare anonimi per via delle ripercussioni a cui è costantemente esposto chi lavora in questo settore. Quella che vi raccontiamo oggi è la storia di Anna (nome di fantasia) a cui Maxim Italia deve circa un anno di articoli non pagati.

“Ho cominciato a scrivere una rubrica mensile per Maxim Italia nel gennaio 2008. Il caporedattore con il quale avevo contatti era Paolo Giovanazzi, il direttore Gaetano Amici, e a fine 2009 Carlo Croci. I pagamenti venivano effettuati da Christian Canino, poi sparito dalla circolazione.

Non vengo più pagata da novembre 2008. Comincia per me una vera e propria caccia alle varie segretarie di amministratori delegati, con l’inutile invio di fatture a un tal Roberto Giacomini (che pare avesse preso in mano la disastrata situazione del giornale all’epoca).

Nonostante tutto continuo a scrivere: il mio ultimo pezzo lo consegno nell’ottobre 2009. A novembre compro il giornale e scopro che la mia rubrica non esiste più. Dopo ripetuti tentativi mi viene detto che ero stata rimpiazzata perché costavo troppo. Nessuno mi aveva avvertito, nessuno si era degnato di chiedermi o dirmi qualcosa.

Dopo ripetute richieste di saldo effettuate dal mio legale, l’editore dichiara che avrebbe pagato i circa 2500 euro che mi doveva con rate da 400 euro. Ricevo due bonifici: il primo il 2 luglio 2010 e il secondo il 4 ottobre 2010, poi più nulla.

Cosa farò adesso? Verrà probabilmente effettuata un’azione legale per truffa.”

Anche voi siete stati truffati da Maxim Italia? O ingannati da altri giornali? Potete raccontarci la vostra storia a redazione@isoladeicassintegrati.com

di Marco Nurra | @marconurra
(25 giugno 2012)

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Messico. Giornalista scomparsa da giorni insieme al figlio di due anni | Ossigeno Informazione

Messico. Giornalista scomparsa da giorni insieme al figlio di due anni | Ossigeno Informazione | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

La giornalista messicana Hypathia Stephanía Rodríguez Cardoso è scomparsa e, insieme a lei, il suo bimbo di due anni. La reporter è stata vista giovedì sera partecipare a un’iniziativa in favore della libertà di stampa. Alle due del mattino ha telefonato a dei colleghi per confermare di essere arrivata a casa sana e salva e poi non se ne è più saputo nulla. Non si è presentata al lavoro, la sua casa era a soqquadro, la macchina fotografica rotta per terra e la sua automobile non c’era più. Di lei nessuna traccia. La famiglia ne ha denunciato la scomparsa.

L’Istituto internazionale della stampa (Ipi) e l’Associazione mondiale dei giornali e degli editori (Wan-Ifra) premono sulle autorità locali perché si impegnino nelle indagini e possibilmente riescano a ritrovare la Cardoso. “Siamo molto preoccupati per Stephania Cardoso e per suo figlio – spiega il vice direttore dell’Ipi Anthony Mills – Anche se le motivazioni della sua scomparsa al momento sono sconosciute, i giornalisti messicani, specialmente quelli che si occupano di crimine organizzato e attività delle forze dell’ordine, frequentemente diventano bersaglio dei malviventi a causa del proprio lavoro. Le forze dell’ordine locali, statali e federali devono muoversi con urgenza per trovare la reporter e suo figlio vivi”. “È compito dello stato tutelare i professionisti dell’informazione in una democrazia – sottolinea Alison Meston di Wan-Ifra – Le autorità devono immediatamente porre fine all’ondata di violenze che limita l’informazione e la libertà di espressione in Messico”. (fonte: agenzia Informa) Dalla newsletter n.523 di Information Safety and Freedom.

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Five citizen journalists killed over two days in Syria - Committee to Protect Journalists

Five citizen journalists killed over two days in Syria - Committee to Protect Journalists | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
Five citizen journalists have been killed in Syria while documenting unrest in Damascus and Homs, according to news reports and local journalists. All of the deaths occurred over a two-day period at the end of May.

"This is another tragic reminder of the role that citizen journalists have played covering the conflict in Syria, including the documentation of horrific violence perpetrated against civilians," said CPJ Executive Director Joel Simon from New York. "While the Syrian government's efforts to eliminate witnesses to its actions have failed, the cost to local and international journalists has been exceedingly high."

Three journalists who worked for the citizen news organization Shaam News Network were killed on May 27 while they filmed clashes between security forces and armed rebels in Damascus, a Shaam News Network representative who asked not to be identified told CPJ. Ammar Mohamed Suhail Zado, the director of Shaam in Homs, Ahmed Adnan al-Ashlaq, a correspondent, and Lawrence Fahmy al-Naimi, the head of live streaming for the network, were filming the clashes from an apartment in the Al-Midan neighborhood when their building was shelled by security forces, the representative said.

Members of the news network believe that due to the heavy presence of intelligence officials in Damascus, security forces could have targeted the journalists based on their location, the Shaam representative told CPJ. The representative also said that the army had taken the bodies of the three journalists and had not returned them to their families in Homs for proper burial.

News accounts reported that the three journalists had been killed in Homs, but the Shaam representative told CPJ they had been killed in Damascus.

Shaam News Network, based in Damascus, has posted thousands of videos documenting the unrest in Syria since the uprising began in March 2011. The organization's footage has been used by international news organizations such as Al-Jazeera and the BBC.

Two more journalists were killed the next day. Bassel al-Shahade, a citizen journalist and filmmaker, along with Ahmed al-Assam, his cameraman, who was also known as Ahmed Abu Ibrahim, were filming the unrest in Homs when they were killed by government shelling in the neighborhood of Safsafa on May 28, according to news reports. Al-Shahade and al-Assam were filming incursions by security forces, when a shell hit their car and killed them, Amer Matar, an exiled Syrian journalist and a close friend of al-Shahade, told CPJ. News reports have suggested that security forces targeted the journalists because they were filming.

Al-Shahade was working on a film commemorating the first anniversary of the Syrian uprising, Matar said. He had received a Fulbright scholarship to study film at Syracuse University in New York, but had taken a leave of absence after the fall semester to return to Syria and cover the uprising, news reports said. In December 2011, he was interviewed by the U.S.-based broadcast program Democracy Now! about the Syrian unrest.

Al-Assam had produced a number of reports on the conflict in Homs, including a report widely used by regional news outlets on the mass emigration of people from the war-torn city, according to news reports.

The journalists were accompanied by two students, who have not been identified.

CPJ research shows that at least nine local and international journalists have been killed on duty in Syria since November, at least six in circumstances that raise questions about government culpability, making it the most dangerous place for journalists in the world.
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Nativi Digitali

Nativi Digitali | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
E’ un termine che non amo molto, potrebbe essere tutto o niente e credo dipenda molto da quel “nativi”. L’altro giorno però, proprio mentre si parlava dell’apertura di Facebook ai bambini che hanno meno di 13 anni (per quanto se ne parli i social network fanno sempre difficoltà nel verificare l’età) ho letto sulla bacheca della pagina del sindaco di una provincia questo messaggio:

Per capire questo messaggio sono andato a vedere se il profilo fosse fasullo e ho scoperto che probabilmente dietro c’è proprio un ragazzo credo controllato dal genitore: su Facebook gioca a Cityville, pubblica foto divertenti o del cugino, video della sua squadra o di gattini. Non ha mai pubblicato in bacheca uno status o sue opinioni tranne il messaggio al sindaco.

Vorrei chiedere a chi usa spesso la parola “antipolitica” se, quando aveva 10 anni, ha mai scritto una lettera (ammesso non ci fosse la mail) al proprio sindaco sollevando un problema.
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Irruzione a Radio Siani fu un’azione della camorra, rinviato a giudizio l’aggressore | Ossigeno Informazione

Irruzione a Radio Siani fu un’azione della camorra, rinviato a giudizio l’aggressore | Ossigeno Informazione | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

Ne è convinto il pm che ha chiuso le indagini ed ha chiesto il rinvio a giudizio con l’aggravante del reato mafioso per il protagonista del blitz e delle minacce a giornalisti e volontari

OSSIGENO – Ercolano, 4 giugno 2012 – Minacce ai ragazzi di Radio Siani a Ercolano: il pm antimafia Pier Paolo Filippelli ha chiuso le indagini nei confronti del 33enne Franco Sannino, che il 21 aprile fece irruzione nella sede dell’emittente web della legalità e insultò e minacciò di morte i volontari e alcuni giornalisti che in quel momento stavano accompagnando una scolaresca di Taranto in visita nella sede della radio.

La procura della Repubblica di Napoli, infatti, ha chiesto il rinvio a giudizio nei confronti dell’uomo che risulta essere il nipote del boss Giovannino Birra, esponente dell’omonimo clan ed ex proprietario del bene confiscato al corso Resina ad Ercolano, dove, appunto, è ospitata la radio web dedicata a Giancarlo Siani, il giornalista de Il Mattino ucciso negli anni Ottanta dai killer della camorra.

Il Pm ha chiesto che Sannino finisca alla sbarra con l’accusa di minacce aggravate dall’articolo 7 della legge antimafia. Per la Dda partenopea l’irruzione dell’uomo – armato anche di uno sfollagente – fu dettata principalmente dal disappunto e dalla rabbia per la presenza del presidio di legalità e dei giovani all’interno dell’appartamento, un tempo fortino della cosca.

Il pregiudicato, sotto l’effetto dell’alcol, dopo aver più volte minacciato i volontari affacciati al balcone, con una scusa riuscì ad entrare nei locali della radio. Trascinato via da un suo conoscente urlò “Guarda ‘sti scemi, fanno parte dell’antiracket” e poi minacciò: “Vi devo uccidere tutti”.

La pronta denuncia e l’attenzione dei carabinieri della tenenza di Ercolano – guidati dal comandante Gianluca Candurra – permisero l’arresto immediato dell’uomo, tranquillizzando i ragazzi e la scolaresca in visita.

Arnaldo Capezzuto per www.ossigenoinformazione.it

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Notizie di libri e cultura del Corriere della Sera

Notizie di libri e cultura del Corriere della Sera | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
Andrebbe studiato, l’Anticomunicatore. Ci ha provato per iscritto, ci ha provato alla radio, ci ha provato in pubblico, ci ha provato in televisione: ma si è accorto che, quando scriveva e parlava, nessuno reagiva. Si fossero arrabbiate, almeno, le comparse del pubblico pagato! Invece, niente: indifferenti anche loro.

Poi il secolo fresco, i social network e tutte quelle novità eccitanti. L’Anticomunicatore ci si è buttato con un entusiasmo di cui non si credeva più capace. Ma ha dovuto scoprire un nuovo significato di 2.0. Ha riprovato. Punto. Zero, ancora una volta, il risultato. Per anni s’era crogiolato nell’illusione d’essere letto, seguito, apprezzato — nel 1992 erano tanti i colleghi che telefonavano! Arriva addirittura qualche fax.

Cos’è accaduto? Semplice. I nuovi canali professionali — Internet in testa — sono diventati strumenti diagnostici; e hanno rivelato quello che l’interessato, in fondo, non voleva sapere.

Triste: perché l’Anticomunicatore, a suo modo, è un entusiasta. Nel 2003 ha creduto a Second Life, producendo l’Avatar più solitario del web. Nel 2006 s’è emozionato con Facebook, poi frettolosamente abbandonato: pochi amici e — cosa grave — erano gli amici veri. Nel 2009 ha scoperto Twitter, l’ansia del retweet e il contatore ipnotico dei follower. Non aumentavano mai, però. Così un giorno ha scritto un elzeviro furibondo contro la nuova moda, sentendosi Jonathan Franzen. Niente da fare: neppure quello, hanno letto.

Perché alcuni di noi riescono a comunicare e altri no? Perché molti, pur avendo idee originali, non riescono a trasferirle? Perché talvolta il messaggio passa, e altre volte s’insabbia nell’indifferenza?

Esiste un elemento oggettivo — legato al messaggio, al linguaggio, all’occasione, allo strumento — e un elemento soggettivo. Ci sono persone e organizzazioni incapaci, apparentemente, di creare un collegamento emotivo con chi legge, ascolta, guarda, segue. Sono comunicatori falliti: tirano i dardi, e non si preoccupano di sapere se hanno centrato il bersaglio. Scrive Annamaria Testa, autrice della metafora: «Qualsiasi comunicatore, in quanto autore di scelte di stile (ehi! di scelte affettive!) produce mondi in cui proietta qualche parte di sé. Sono grandi e scintillanti come quello della campagna della Coca-Cola, piccoli e freddini come quello del bugiardino di un farmaco (Farsi capire. Comunicare con efficacia e creatività nel lavoro e nella vita, 2000).

Ecco: alcuni comunicano con l’entusiasmo degli estensori di quelle indicazioni farmacologiche, e il risultato è simile: lettura distratta, irrilevanza. È più grave quando si tratta di professionisti dei media. Noi dovremmo sapere che nessun messaggio esiste, se non arriva a destinazione. Ecco, allora, la formula magica, evocata prima con pudore, poi gridata nei corridoi, nelle redazioni, sopra gli schermi dei computer accesi: EMPATIA! Dobbiamo capire e condividere i sentimenti e le intenzioni del pubblico! Sperando che il pubblico condivida le nostre, naturalmente.

Se l’emozione è stata la chiave del New Journalism — Michael Herr ci ha portato l’odore del Vietnam, Truman Capote e Tom Wolfe il profumo perfido di New York — l’empatia è la formula del nuovissimo giornalismo? Siamo soffocati da informazioni, e dobbiamo scegliere. Per evitare che la profezia si avveri — sapremo tutto, non capiremo nulla — occorrono strumenti efficaci. L’autorevolezza di una testata o di una firma non bastano. Occorre capacità empatica: il cuore, da sempre, arriva dove la mente si ferma. Non perché sia migliore: segue semplicemente un’altra strada.

L’empatia apre un canale di comunicazione; ed è un canale navigabile a doppio senso. Noi professionisti dei media dobbiamo intuire cosa vuole il pubblico? Certo. Non per dargli tutto ciò che vuole — scorciatoia pericolosa — ma per capire come essere utili. Il giornalista più bravo del mondo, se nessuno lo legge/ lo ascolta, è il giornalista più inutile del mondo.

È un atteggiamento che richiede umiltà e sforzo, e qualcuno non vuole farlo. È necessario, tuttavia. La gente sta imparando a utilizzare mezzi di comunicazione di massa che, fino a poco tempo fa, erano riservati ai professionisti dell’informazione. A metà degli anni Novanta — il secolo scorso, ma non un secolo fa — se non si scriveva su un giornale, non si aveva accesso a una radio o a uno studio televisivo, occorreva rassegnarsi. Le opinioni sarebbero rimaste in famiglia, in ufficio, sulla spiaggia o nella piazza.

Oggi è cambiato tutto. Il Nieman Journalism Lab di Harvard, giorni fa, ha pubblicato le conclusioni di uno studio dell’Università dell’Indiana, e lo ha riassunto così: «You might not be a journalist, but you play one on Twitter», magari non sei un giornalista, ma su Twitter la tua parte è quella. In sostanza: se i lettori passivi sono diventati attivi, al punto da meritare un nome nuovo (quale?), noi giornalisti dobbiamo coinvolgerli, e farli partecipi. Non per bontà: per interesse.

L’empatia è un dovere e uno strumento professionale: uno dei pochi efficaci, in un mercato sempre più difficile. L’empatia vende giornali, genera accessi, produce ascolti, crea curiosità, provoca quell’attenzione che i pubblicitari desiderano, e di cui non sono mai certi. Ecco perché cercano di infilarsi nelle storie (anche quando non potrebbero): perché la narrazione è naturalmente empatica, la pubblicità tradizionale molto meno. Ecco perché oggi hanno dubbi su Facebook (l’andamento del titolo lo dimostra): «Le grandi marche vogliono esserci, ma non capiscono chi vede le loro promozioni, e se queste conducono a maggiori vendite», scriveva giorni fa il «New York Times».

L’empatia è uno sviluppo affascinante del giornalismo. Ma non è sinonimo di buon giornalismo. Però vende: e i media lo hanno capito. Torniamo in Italia, nel mondo dei quotidiani. «Tuttosport» dice le cose che gli juventini vogliono sentire, e solo quelle. «Libero» comunica direttamente col fegato, che notoriamente sta a destra. «Il Manifesto» tocca — toccava? — il cuore, a sinistra. All’estero cambia poco. La sorpresa del web britannico è il «Daily Mail», che sussurra alla middle class conservatrice parole rassicuranti, ne condivide i pregiudizi, ne alimenta l’indignazione. Negli Stati Uniti l’equidistanza CNN non paga quanto la parzialità di Fox News. La prima cerca di essere obiettiva, secondo le regole classiche del giornalismo americano; la seconda si è sintonizzata sull’elettorato repubblicano. Quello risponde e ripaga.

L’empatia — usata bene — è un passepartout che apre porte complicate. Era opportuno pubblicare la fotografia di Melissa Bassi, sedicenne di Mesagne (Brindisi), uccisa da una bomba davanti alla scuola intitolata a Francesca Morvillo Falcone? Alla fine, questo giornale ha ritenuto che fosse l’unico modo per spiegare la gravità di quant’era accaduto davanti a quella scuola. Agli adulti che l’hanno vissuto, per capire l’orrore e l’assurdità del terrorismo, basta un commento di Pietro Ichino. I ragazzi avevano bisogno di quel volto. Hanno capito per empatia.

L’empatia è un fascio di luce che taglia la foresta delle informazioni. Non è né buona né cattiva. Dipende da chi tiene in mano la torcia, e dove vuole portarci. Ma la vita non è una favola: alla fine, la direzione e la meta le scegliamo noi.

L’empatia è la capacità di condividere gli stati d’animo. Una forma di intelligenza emotiva. Un dono naturale concesso a molti, ma non a tutti. Tra i fortunati, c’è chi lo coltiva e chi lo trascura.

L’empatia è parente dell’intuizione, cui ha dedicato un libro di gran successo Malcom Gladwell (In un batter di ciglia. Il potere segreto del pensiero intuitivo, Mondadori). Le decisioni rapide e spontanee — spiega l’autore, riproducendo un’antica convinzione popolare — spesso sono buone quanto le decisioni meditate; se non migliori. Quando ci affidiamo all’\intuizione, il nostro cervello utilizza informazioni sofisticate, e le elabora a velocità prodigiosa. L’intuizione, in sostanza, è intelligenza: così rapida da diventare inspiegabile.

Qualcosa del genere si può dire dell’empatia. Ci sono uomini e donne — più donne che uomini — capaci di leggere e condividere lo stato psicologico degli interlocutori; e ci sono gli ignoranti emotivi. I primi, di solito, hanno più successo dei secondi.

Non esiste la formula dell’empatia:ma di sicuro Fiorello ne possiede in quantità superiore a Sabina Guzzanti (che pure è brava). Gli ascolti lo dimostrano. Un bravo conduttore televisivo deve saper leggere l’umore della nazione, o almeno di quella parte che ha il televisore acceso. Un cattivo conduttore rischia l’ilarità sciocca o la pornografia del dolore: la televisione italiana ci ha mostrato l’una e l’altra, come sapete.

L’empatia è come la fiducia: può essere tradita.

L’empatia è come la seduzione: si rischia di abusarne.

L’empatia è l’arma dei venditori: il contratto conta più del prodotto.

L’empatia è marketing riuscito dei sentimenti: il sacro Graal dei pubblicitari, il sogno segreto di ogni ufficio-stampa.

L’empatia è il lievito della politica. Non da oggi, naturalmente. I grandi populisti di ogni epoca — da Tiberio Gracco a Silvio Berlusconi — sanno che le emozioni arrivano prima dei ragionamenti, dei fatti e dei numeri. E, a differenza di questi, non possono essere confutate.

Gli Stati Uniti sono il laboratorio scientifico dell’empatia politica. Solo i Grandi Empatici entrano alla Casa Bianca (salvo eccezioni, come George Bush padre). Ronald Reagan e GeorgeW. Bush sono stati presidenti con cui gli americani «sentivano di potersi fare una birra» (talvolta si sono fatti una guerra, ma questo è un altro discorso). Bill Clinton e Barack Obama sono esempi di empatia liberale, più sofisticata come formula, ma con effetti simili.

Leggete Primary Colors di Joe Klein, o guardate il film omonimo (con John Travolta ed Emma Thompson): è la descrizione artistica di un fenomeno scientifico. La capacità sovrumana di Bill Clinton di creare legami con gli interlocutori, di qualunque origine, in ogni situazione. Un’empatia bulimica, che il quarantaduesimo presidente riusciva a trasformare in voti, passioni, pulsioni, sostegno, legami personali e sessuali.

Obama è diverso e usa strumenti diversi. Nel 2008 non ha vinto grazie a Internet, come dicono gli ingenui e i disinformati. Ha vinto perché aveva una passione ideale — o ne forniva un’ottima interpretazione, dicono gli avversari e i cinici. Internet era il nuovo canale dove farla passare (insieme alla televisione, ovviamente). Quattro anni dopo, non ha cambiato strategia. Le email elettorali dove il destinatario viene chiamato per nome; l’invito personalizzato per una lotteria, in premio una cena a casa di George Clooney («Obama, Clooney, and You» ). Ricavato: 15 milioni di dollari, due terzi dei quali provenienti dalle tasche degli elettori-sognatori. Empatia hollywoodiana e finanziaria: funziona.

E Twitter? Il presidente ha lanciato 4107 tweet, ma sotto la fotografia sorridente si legge: «Questo account è gestito da #Obama2012 campaign staff. I tweet del Presidente sono firmati -bo». Il Presidente -bo è seguito da 16.076.372 persone e ne segue 677.584: questo è insolito, ed è un tentativo di empatia. Si traduce così: Ehi!, se voi siete interessati a me, io sono interessato a voi!

E al vostro voto, potremmo aggiungere. Ma nei nuovi Empathic States of America, non si fa.
Twitter @beppesevergnini
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Le 5 W del Giornalismo nel 2012

Le 5 W del Giornalismo nel 2012 | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
Le 5 W del giornalismo sono alla prima pagina del bigino per prepararsi all’abilitazione professionale.

Se i criteri basici di questa regola, che risale addirittura all’Ottocento, ai tempi della trasmissione di notizie e articoli attraverso il telegrafo, restono certamente ancora oggi validi, altrettanto certamente le evoluzioni dell’ecosistema dell’informazione ne richiedo un’interpretazione in chiave di coinvolgimento del lettore da parte dei giornalisti e dei giornali.

E’ quello che propone Ike Pigott, ex giornalista televisivo ora votato alla comunicazione d’impresa, che suggerisce una rivisitazione della regola focalizzando l’attenzione su coinvolgimento e gli elementi esperienzali del lettore.

Le 5 W diventano dunque:

Who are we trying to communicate to? – A chi stiamo cercando di comunicare – Elemento di base di riflessione sul gruppo di persone, sul pubblico di riferimento al quale si comunica.
What do they want to talk about? – Di cosa [qs persone] vogliono parlare – Si ribalta l’approccio ed invece di imporre un’agenda, dei temi, si ascolta, si comprende quali temi interessano il gruppo, i gruppi di persone che si vogliono coinvolgere.
Where are they going to be receiving this information? – Dove riceveranno questa informazione – E’ un riferimento sia al luogo fisico nell’epoca della mobilità che di tipo di supporto sul quale le persone riceveranno l’informazione, le notizie. Dalla carta al PC passando per smartphones e tablets.
When are we delivering it? – Quando la esprimeremo, la “consegneremo” – In un ambiente multipiattaforma quando [e come inevitabilmente] scegliere un format piuttosto che un altro.
Why should they care about receiving it from us? – Perchè [le persone, il pubblico] dovrebbero essere interesssate a riceverla da noi – Qual’è la value proposition, la proposta di valore che offriamo alle persone.
5 W alle quali Pigott aggiunge anche la H di How: How will we deliver it? – Come la esprimeremo, la “consegneremo” – Attraverso quale piattaforma e forma esprimeremo la notizia, l’informazione.

Nell’attuale momento con giornalismo partecipativo e social media che assumono una rilevanza crescente all’interno dell’ecosistema dell’informazione sono domande alle quali dare una risposta è divenuto un requisito basico da soddisfare. Credo davvero.

Ad integrazione, sempre in tema, si consiglia la lettura di “Journalism That Matters: An Emerging Cultural Narrative”, non recentissimo ma assolutamente ancora attuale.

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Giornalismo precario, ‘class action’ o una bella cena per i blogger del Fatto Quotidiano? | LSDI

Giornalismo precario, ‘class action’ o una bella cena per i blogger del Fatto Quotidiano? | LSDI | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

Ha senso “pagare” con la visibilità il lavoro giornalistico non retribuito in denaro ? E’ la domanda che si pone Carlo Gubitosa in questo articolo sul contributo dei blogger al successo del Fatto Quotidiano – Sono 449 i blogger censiti sul giornale, che ha chiuso in attivo gli ultimi esercizi, con una produzione di valore pari a centinaia di migliaia di euro – Si arriverà a una class action, come è accaduto per i collaboratori dell’ Huffington Post, che chiedono oltre 100 milioni di dollari? – Oppure, come dice Gubitosa, ”in Italia siamo tipi più tranquilli, mica gente da class action, e di fronte ad una bella tavola imbandita ci riteniamo piu’ che soddisfatti”?

di Carlo Gubitosa

Il Fatto Quotidiano è una prestigiosa testata nata dal coraggio editoriale di alcuni bravi giornalisti e dal sostegno dei lettori che li seguivano. Possiamo quindi escludere per meriti acquisiti sul campo che una testata di questo spessore ospiti degli scritti realizzati da incapaci, che per quanto “blogger” e non “giornalisti” devono comunque mantenere il tenore dei loro scritti al livello del quotidiano che li ospita sul proprio sito. Ne consegue che i blogger del Fatto Quotidiano non possono essere considerati dei dilettanti allo sbaraglio che scrivono tanto per scrivere, e quindi il loro lavoro ha un valore.

E’ altresì risaputo che i blogger del FQ, pur producendo contenuti di valore, collaborano a titolo gratuito con la testata, per la loro irrefrenabile passione giornalistica, per dare la maggiore visibilità possibile a quello che scrivono, per aumentare il valore della propria firma o per un mix di tutte queste motivazioni.

Una spinta ad “esserci comunque”, gia’ sfruttata in passato da altri “aggregatori di blog”, con una produzione di contenuti a costi prossimi allo zero, finalizzata a generare traffico sulle pagine dell’aggregatore per poi produrre ricavi pubblicitari. Piu’ aumenta il numero dei blogger coinvolti, piu’ cresce la visibilita’ dell’ aggregatore, che diventa ancora piu’ appetibile per giornalisti validi ma sconosciuti, alla disperata ricerca di una vetrina che possa valorizzare loro lavoro.

Il potentissimo “effetto valanga” di questo meccanismo e’ stato gia’ sperimentato con successo dall’ Huffington Post, fondato da Arianna Huffington, un aggregatore che ha scatenato polemiche molto accese dopo essere stato venduto ad America On Line (AOL) per la cifra stratosferica di 315 milioni di dollari. I blogger “aggregati” da lady Huffington non hanno sentito nemmeno l’odore di quei soldi, pur avendo contribuito in modo determinante con i loro scritti a costruire il valore di quella testata trasformandola in un “marchio” di successo.

Una logica sposata in pieno anche dall’ ingegner Carlo De Benedetti, come attesta il suo intervento del 2011 al congresso della FNSI, il sindacato unitario dei giornalisti. In quella occasione l’analisi della “tessera numero uno del PD” fu un esempio da manuale di turbocapitalismo, dove il plusvalore in gioco non e’ piu’ il lavoro giornalistico prodotto dal dipendente, ma la vetrina allestita dall’editore, con i giornalisti che a detta di De Benedetti anziche’ pretendere compensi dovrebbero “ringraziare gli editori per la maggiore visibilita’ ottenuta grazie alle nuove tecnologie”.

La “fuga col bottino” di Arianna Huffington ha scatenato una “class action” da oltre cento milioni di dollari, attirando perfino le critiche di un premio pulitzer: il cartoonist Mark Fiore, che ha dedicato alla “regina degli aggregatori” una delle sue efficaci animazioni satiriche.

I ragionamenti di Mark Fiore ci spingono verso una domanda chiave: alla luce del “caso Huffington” e’ possibile stimare il valore dei contenuti creati da quei 426 blogger attualmente censiti sul fattoquotidiano.it, per capire quanto valore giornalistico si e’trasformato in valore aziendale? La risposta e’ che ci si puo’ provare, avvisando il lettore che si tratta comunque di misurazioni “spannometriche”, che vanno considerate come un dato qualitativo approssimato e non come un dato esatto quantitativo.

Partiamo dal dato piu’ difficile da ottenere: qual e’ il totale aggregato dei “post” (articoli) realizzati dai 449 blogger del FQ elencati sul sito? Dopo ripetuti tentativi di contatto, Paola Porciello (la “managing web editor” che segue i blog del Fatto Quotidiano) mi ha spiegato: “Non sono in possesso dei dati scorporati dei soli blog, dovrei calcolarli a mano e mi porterebbe via troppo tempo”.

Il mio primo pensiero e’ stato quello di suggerire ad uno dei siti piu’ visitati d’Italia di dotarsi di strumenti statistici, diagnostici e analitici piu’ avanzati del “calcolo manuale” per monitorare il traffico sulle proprie pagine, ma questo mi avrebbe portato via troppo tempo e quindi non ho ritenuto opportuno approfondire il discorso nella mia veste tecnica di ingegnere delle telecomunicazioni.

Per capire quanto hanno scritto i bloggers del FQ al netto degli articoli realizzati dai redattori ordinari dovremo quindi arrangiarci, cercando una stima per difetto che ci garantisca un buon margine di sicurezza.

Il primo dato e’ che questi 449 blogger devono aver scritto almeno un articolo, altrimenti l’attivazione del blog non sarebbe stata materialmente possibile, perche’ non si apre un nuovo blog se non c’ e’ almeno un post di “esordio”. E quindi sappiamo per certo che il numero degli articoli forniti come contributo gratuito non e’ inferiore ai 449.

Si possono poi fare delle ipotesi su quale puo’ essere stata la produzione ulteriore di articoli successivi al primo, e per usare un numero tondo che suoni realistico possiamo stimare che il numero medio di post per ogni singolo autore sia uguale a 10, il che ci da’ un valore massimo di 4.490 articoli pubblicati online dai blogger. Per arrotondare i numeri, possiamo dire che con questi calcoli “a spanne” il numero di articoli pubblicati oscilla in un intervallo tra i 450 e i 4500.

Quanto vale economicamente uno di questi post? Ci rifiutiamo di credere che un giornale di rango come il “Fatto Quotidiano” ricorra ai mezzucci utilizzati da tanta cattiva editoria per pagare gli articoli pochissimi euro, sfruttando il ritornello “se non ti sta bene, dietro la porta c’e’ la fila di gente che accetterebbe queste tariffe”.

E quindi se usciamo dal terreno della “libera trattativa”, che ha portato tanto precariato e tanta miseria nella categoria dei giornalisti, ci rimane come riferimento “ufficiale e legale” l’unico e l’ultimo tariffario giornalistico disponibile, quello sottoscritto tra la FNSI e l’USPI (Unione Italiana Stampa Periodica) il 30 marzo 2010. Purtroppo da tempo non esiste un tariffario simile per la FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) che rappresenta gli editori dei quotidiani, e quindi faremo l’ipotesi che le tariffe stabilite per la stampa periodica e le riviste si possano estendere anche ai quotidiani come “misura di un equo compenso”.

I dati di questo tariffario vanno incrociati con quelli della tiratura del quotidiano, e questo dato si puo’ facilmente ricavare sul sito “Prima Comunicazione”, dove sono riportati i dati di diffusione comunicati dagli stessi editori, tra i quali possiamo prendere in considerazione quelli relativi ai mesi di aprile e maggio 2012

In base a questi dati, nei mesi considerati il Fatto Quotidiano ha dichiarato una tiratura superiore alle centomila copie, ma soltanto di poco, e quindi per “tenerci bassi” applicheremo le tariffe previste dall’USPI per gli articoli pubblicati sui periodici con una tiratura compresa tra le 40mila e le 100mila copie: 148 euro.

A questo punto ci basta fare una semplice moltiplicazione tra i 148 euro e il nostro intervallo che va da 450 a 4500 articoli, per ottenere una ragionevolissima stima del valore editoriale messo a disposizione dai blogger del Fatto Quotidiano.

Si tratta di una cifra che va dai 66.600 ai 666.000 euro (ogni riferimento a numeri diabolici e’ puramente casuale) che tradotta in euro pro/capite va dai 148 ai 1480 euro per ogni blogger. E questi numeri misurano “a spanne” il valore prodotto a colpi di tastiera da questi blogger, come contributo “in natura” al successo di
una testata che non gode di finanziamenti pubblici o altre forme di sostegno, ma che puo’ vantare degli ottimi risultati commerciali, segnalati da Wikipedia alla voce “Il Fatto Quotidiano”: “Il giornale ha chiuso in attivo – scrive Wikipedia – entrambi gli esercizi 2009 e 2010. Nel 2010 i ricavi e gli utili sono stati rispettivamente di 29,6 e di 5,8 milioni di euro”.

E dopo tutte queste cifre, nasce una ed una sola domanda: cari azionisti del Fatto Quotidiano, di certo non avete l’obbligo morale (e men che meno quello legale) di dirottare sui vostri blogger una parte dei vostri ricavi di tutto rispetto. Ma come mai non vi e’ nemmeno venuto in mente di organizzare almeno una cena, chiamando a raccolta i vostri blogger per invitarli ad una bella mangiata gratuita come ricompensa simbolica per il sostegno ricevuto grazie al loro impegno?

In Italia siamo tipi piu’ tranquilli, mica gente da class action come quelli che si sono ribellati all’Huffington Post, e di fronte ad una bella tavola imbandita ci riteniamo piu’ che soddisfatti. Se verra’ raccolta la mia proposta per una “cena dei blogger”, spero che qualcuno dei diretti interessati si ricordi del mio contributo dato a tutto questo ragionamento, e mi aiuti ad imbucarmi alla festa per consentirmi di fare razzia di tartine e pasticcini anche se non rientro nei 449 valorosi che alimentano i blog sul FQ con la loro benemerita azione di volontariato.

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Se un giornale chiede 50mila euro di danni a una cronista precaria – Vincenzo Iurillo - Il Fatto Quotidiano

Il fantasma di una originale concezione del rischio d’impresa si aggira negli uffici de Il Mattino, il più importante quotidiano di Napoli, edito da Francesco Gaetano Caltagirone. Lo spettro terrorizza i giornalisti: afferma che i costi di una condanna per diffamazione, circostanza da mettere in bilancio per chi stampa e manda in edicola un giornale, vanno scaricati su chi scrive e firma l’articolo. Anche se questi ha agito in buona fede, anche se si tratta dell’ultimo manovale dell’informazione nelle ferree gerarchie della redazione dove un pezzo approda in pagina solo se vistato da più persone. Anche se il cronista in questione è collaboratore a pezzo, senza tutele, spremuto come un limone e infine dimenticato ed emarginato.

Il “Golia” Caltagirone ha notificato alla “Davide” Amalia De Simone, ex precaria del quotidiano di via Chiatamone, una citazione civile con cui le chiede “di restituire al Mattino spa la somma di euro 48.465,88”. Somma calcolata al centesimo perché, secondo il legale della società, la giornalista è responsabile “al 70%” della condanna a un risarcimento di 69.236,98 euro nei confronti di un gruppo di magistrati della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Napoli. “(La De Simone) non ha posto la dovuta cura ed esame delle fonti, è evidente che la responsabilità è sostanzialmente imputabile ad ella e non certo al direttore e all’editore” sostiene l’avvocato dell’editore nell’atto di citazione. Prima udienza a Napoli il 12 novembre.

Proviamo a riassumere la vicenda. Nel gennaio 2007 il Mattino, all’epoca diretto da Mario Orfeo, pubblica, a firma Amalia De Simone, la notizia che una maxi villa sequestrata al boss Luigi Vollaro sta per tornare in possesso del camorrista. Colpa “della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Napoli” che “dopo il sequestro non ha disposto la confisca del bene”. L’articolo nasce su imbeccata di un avvocato che gira ai cronisti un pacco di carte. Ed infatti la notizia non è un’esclusiva del Mattino: la riferiscono più quotidiani locali, con la stessa enfasi. Peccato che la notizia sia falsa e infondata, un pacco in tutti i sensi: l’istanza di revoca della confisca è stata rigettata da più di tre anni, e il 3 dicembre 2004 l’Agenzia del demanio ha consegnato la supervilla dei Vollaro al sindaco di San Sebastiano al Vesuvio. I giornali si sono fidati e hanno sbagliato.

I magistrati della Sezione Misure di Prevenzione – mai citati con nome e cognome nel pezzo del Mattino – reagiscono, come è giusto, attraverso una richiesta di rettifica. Scrivono una lettera a Carlo Alemi, presidente del Tribunale di Napoli, affinché se ne occupi lui attraverso il suo ruolo istituzionale. Alemi prova in tutti i modi a contattare i vertici del Mattino ma non ci riesce. Poi scrive invano una lettera al direttore. La De Simone casualmente apprende l’iniziativa di Alemi e fa da tramite tra il presidente del Tribunale e la redazione, va a trovare il magistrato in ufficio per raccogliere altre dichiarazioni e completare il quadro. Il Mattino però decide di non pubblicare integralmente la rettifica e di tramutarla in un trafiletto di cronaca senza firma. I magistrati non si ritengono soddisfatti e citano il giornale davanti al Tribunale Civile di Roma: “L’anonimo pubblicato – si legge nell’atto di citazione – non tendeva affatto a rettificare le notizie false, addirittura tacendo dell’avvenuta pubblicazione delle stesse su ‘Il Mattino’, richiamando i passi meno significativi della missiva del presidente del Tribunale e omettendo quelli più importanti, ricostruendo infedelmente lo svolgimento dei fatti”. Il processo si conclude con la condanna del giornale – i magistrati hanno però fatto appello perché ritengono la cifra inadeguata al risarcimento del danno e chiedono un milione di euro. Ed ora gli editori vogliono rivalersi sulla cronista, che può avere la colpa di non aver vagliato con attenzione la fonte, ma non certo quella di non aver spazio alla rettifica. E che è stata forse l’unica attrice della vicenda ad aver insistito affinché la voce dei magistrati ottenesse il risalto necessario.

La De Simone non è una sprovveduta e superficiale imbrattacarte. E’ stata finalista del premio “Ilaria Alpi”, ha vinto il premio “Cronista dell’Anno“, è stata ricevuta due volte al Quirinale. Dopo l’esperienza col Mattino, era stata assunta a E-polis, ma è finita nel tritacarne del fallimento della testata. Ora dirige Radio Siani, emittente anticamorra che ha sede in Ercolano, in un immobile confiscato al clan, e collabora alcorriere.it. Su ‘Il Mattino’ ha scritto centinaia di articoli, principalmente sui temi della criminalità e della camorra. Ha seguito vicende scabrose e delicate. Sempre da precaria. Quando i rapporti si interruppero, ha fatto causa di lavoro all’azienda. E l’ha persa. Stavolta tocca a lei difendersi. E se dovesse perdere di nuovo, si stabilirà un pericoloso precedente, che preoccupa migliaia e migliaia di precari che scrivono per due soldi e senza paracadute, ma dovrebbe mettere in guardia anche i giornalisti assunti con tutti i crismi. L’Assostampa Campania e la Commissione Lavoro Autonomo della Fnsi esprimono “indignazione e sorpresa”. “Finora – spiegano – eravamo stati abituati a difenderci, nei tribunali, dalle aggressioni da parte di soggetti terzi, mai era accaduto che a chiedere i danni ad un giornalista fosse un editore. Cosa ancora più grave se destinatario di una richiesta di risarcimento da parte dell’editore è un giornalista precario. Il Sindacato dei giornalisti ritiene che questa situazione vada al più presto chiarita con la Federazione Editori, al fine di evitare il ripetersi di simili situazioni che ledono l’indipendenza della professione giornalistica e danneggiano gravemente i colleghi e chiederà, più in generale sulle dinamiche dei rapporti di lavoro de Il Mattino, un intervento dell’Inpgi e dell’Ispettorato del Ministero del Lavoro”.

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Il Primo Quotidiano per Tablets Chiude

Il Primo Quotidiano per Tablets Chiude | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
Dopo l’annuncio dello spin off di News Corporation , della separazione del ramo di azienda e la realizzazione di due imprese distinte, entertainment e news, autonome e separate tra loro, Murdoch aveva anticipato che l’area publishing dovrà portare alla profittabilità di tutte le testate.

A 18 mesi di distanza dal lancio del «The Daily», testata per tablet che nelle intenzioni avrebbe dovuto segnare l’inizio della rivoluzione editoriale, le evidenze sono a dir poco deludenti e appare davvero distante il break even point per rientrare dell’investimento iniziale di 30 milioni di dollari, ai quali si sommano costi di esercizio ordinario di 500mila $ alla settimana.

Ecco che allora il primo quotidiano per tablets viene messo “on watch”, sotto osservazione, ed è già stata fissata una data – 6 novembre – per deciderne le sorti.

Annunciato come il quotidiano del futuro parrebbe, ad oggi, apportare delusioni giornaliere, confermando come una visione a compartimenti stagni basata sul contenitore invece che sul contenuto, sul profitto atteso invece che sulle attese dei fruitori, non sia un percorso premiante.
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Campania. Giornalisti minacciati. Dossier e proposte alla Commissione Antimafia | Ossigeno Informazione

Campania. Giornalisti minacciati. Dossier e proposte alla Commissione Antimafia | Ossigeno Informazione | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

Le audizioni della Commissione Parlamentare Antimafia sulle minacce e le intimidazioni a moltissimi giornalisti delle regioni meridionali che pubblicano notizie scomode sulle mafie e sul malaffare sono proseguite giovedì 28 giugno a Palazzo San Macuto, dove sono stati ascoltati il presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, Ottavio Lucarelli, il segretario dell’Associazione Napoletana della Stampa, Vincenzo Colimoro, e alcuni giornalisti vittime di minacce ed intimidazioni, che hanno descritto i problemi dell’informazione nella loro regione e hanno fatto alcune proposte.

Secondo i dati di Ossigeno, la Campania è la Regione in cui nel 2011si sono registrati più episodi di minacce nei confronti dei giornalisti: 24 episodi con 47 giornalisti coinvolti (su un totale di 95 episodi con 345 giornalisti coinvolti a livello nazionale), ai quali si sono aggiunti nei primi sei mesi dell’anno in corso 11 episodi con 55 giornalisti coinvolti (su un totale di 85 episodi e 194 coinvolti in tutte le regioni italiane).

Sul fenomeno delle minacce ai giornalisti italiani, messo in luce dal monitoraggio continuativo di Ossigeno, l’Antimafia sta svolgendo una inchiesta. Ha finora ascoltato: Enzo Iacopino (presidente Ordine dei Giornalisti), Giovanni Tizian (giornalista sotto scorta dal 22 dicembre scorso), Franco Siddi (segretario FNSI), Luigi Ronsisvalle (vice segretario FNSI), Alberto Cicero (segretario Associazione Siciliana della Stampa), Alberto Spampinato (direttore Ossigeno, consigliere FNSI).

A Palazzo San Macuto i giornalisti della Campania hanno messo in luce in particolare le difficoltà dei cronisti che lavorano all’esterno delle redazioni, dei collaboratori precari e free lance “che operano con scarse garanzie e bassissimi compensi”. Hanno sollecitato la riforma della legge istitutiva dell’Ordine dei Giornalisti e una revisione delle norme sulla diffamazione a mezzo stampa e sui risarcimenti danni, in modo da creare le premesse per una assicurazione di responsabilità civile per i giornalisti. Hanno inoltre consegnato dei dossier di documentazione e hanno descritto alcune vicende in dettaglio.

Sull’audizione è stato diffuso il seguente comunicato:

Le ripetute minacce e gli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti in Campania, le pressioni e il tentativo di bavaglio anche da parte della politica con le reiterate richieste di risarcimento danni, le crescenti difficoltà della professione sono i temi trattati nella Commissione parlamentare antimafia che a Roma, a palazzo San Macuto, ha ascoltato in audizione il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania Ottavio Lucarelli, il presidente dell’Assostampa Campania e consigliere nazionale Fnsi Vincenzo Colimoro assieme ad Arnaldo Capezzuto, Amalia De Simone, Tina Palomba e Giovanni Taranto in rappresentanza dei cronisti vittime di intimidazioni e minacce che hanno raccontato le proprie esperienze.

Si è trattato di un’audizione congiunta convocata su iniziativa della senatrice Teresa Armato, componente della Commissione antimafia, che ha introdotto i lavori a cui hanno partecipato i senatori Enrico Musso, presidente del Comitato per la cultura della legalità, e Luigi De Sena, vice presidente della Commissione.

In modo particolare sono stati segnalati i casi di intimidazione e violenze compiuti nei confronti dei giornalisti campani ma anche le difficoltà nel fare correttamente informazione per quei cronisti che, lontani dalle redazioni, sono costretti a lavorare con scarse garanzie e bassissimi compensi rendendo in questo senso di massima urgenza l’approvazione della legge sull’equo compenso quale forma di tutela nei confronti di precari e free lance. Assieme alla necessità di una riforma della legge che regola l’attività dell’Ordine e che risale al 1963, è stata sollevata la necessità di una revisione dell’attuale sistema normativo in relazione alla diffamazione a mezzo stampa e alle modalità di richiesta di risarcimento danni. Assostampa e Ordine hanno sottolineato la necessità che il Parlamento intervenga con una legge che renda possibile la richiesta di risarcimento danni solo se il giornalista è riconosciuto colpevole del reato di diffamazione a mezzo stampa. Ordine e Associazione hanno inoltre rappresentato l’esigenza che il Parlamento, sollecitato dalla Commissione antimafia, lavori nella direzione di individuare la possibilità di stipulare polizze assicurative per i giornalisti in relazione al loro rischio professionale come già avviene per tutte le altre categorie professionali.

A conclusione dell’audizione il presidente dell’Ordine Ottavio Lucarelli ha consegnato alla Commissione un dossier in cui sono segnalati i più gravi casi di minacce ai danni sia di numerosi colleghi, solo alcuni dei quali sono sotto scorta o sotto vigilanza, sia delle redazioni di Metropolis, Roma, Cronache di Napoli, Radio Siani. Nel dossier sono indicate anche le iniziative dell’Ordine della Campania a tutela dei colleghi minacciati: le due audizioni dei mesi scorsi nei Comitati per l’Ordine e la sicurezza di Napoli e Caserta, la costituzione di parte civile, con il patrocinio dell’Ordine degli avvocati di Napoli, al fianco del collega Arnaldo Capezzuto minacciato da camorristi del clan Giuliano.

Il presidente dell’Assostampa Vincenzo Colimoro ha poi riferito sul dossier del sindacato sulla Campania, lo stesso già depositato agli atti della Commissione antimafia realizzato da Fnsi, gruppo di lavoro “Ossigeno” e Associazioni regionali di stampa in collaborazione con l’Istituto di previdenza dei giornalisti sull’emittenza televisiva locale in Campania. Il documento evidenzia una serie di anomalie anche in relazione al finanziamento pubblico oltre che alla contrattualizzazione e ai versamenti contributivi dei giornalisti.

RED www.ossigenoinformazione.it

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Precario? Cornuto & Mazziato

Precario? Cornuto & Mazziato | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

Ormai siamo al teatro dell’assurdo. Solo che al posto di Beckett e di Ionesco ci sono editori sciagurati, che non paghi dello sfruttamento a cui sottopongono legioni di giornalisti precari e di collaboratori un-tanto-al-chilo pretendono di scaricare su di loro il rischio d’impresa e la propria inettidudine. E’ quanto emerge dalla triste vicenda che ha come protagonista Amalia De Simone, una cronista conosciuta da tutti a Napoli – per onestà e bravura – a cui IL MATTINO ha fatto recapitare una citazione per danni – l’importo richiesto è di 52mila euro – a conclusione di una causa civile che si è chiusa con una condanna ma in cui le responsabilità della giornalista, che era solo una collaboratrice esterna, pagata a pezzo, erano minime rispetto a quelle del giornale.
Non è la prima volta. Era già successo qualche anno fa al critico musicale del MESSAGGERO Alfredo Gasponi, anche lui un collaboratore esterno, che è stato rovinato da una vicenda che definire kafkiana è poco. Ed è un possibile incubo per molti giornalisti precari, che non solo vengono sfruttati senza alcuna remora - al MATTINO oggi un collaboratore guadagna 25 euro al pezzo – ma si ritrovano senza nessuna tutela e rischiano perciò di fare il capro espiatorio di una macchina redazionale che, a volte, fa acqua da tutte le parti, quanto a superficialità e controlli. Nella causa civile che ha coinvolto Amalia hanno avuto infatti un peso determinante tutta una serie di fattori – la titolazione del pezzo “incriminato“, la rettifica che non venne pubblicata tempestivamente e con una collcazione non adeguata, ecc… - che non potevano certo competere ad una giornalista precaria, che in redazione non poteva nemmeno metterci piede perchè abusiva.
Sulla vicenda che riguarda Amalia De Simone sarebbe il caso che prendessero posizione sia l’Ordine che la FNSI. E che avviasse al più presto una qualche iniziativa, anche all’interno della redazione del MATTINO, che non possono lavarsene le mani, come se nulla fosse successo. Di seguito pubblico alcuni estratti della mail che Amalia mi ha mandato per annunciarmi la triste novella:
Il mestiere di giornalista è diventato un mestiere troppo rischioso, soprattutto se si decide di essere
liberi. Soprattutto perché le azioni che hanno una forza intimidatoria più incisiva nella vita del cronista, a volte arrivano dagli stessi editori. Purtroppo conosco tutti gli ostacoli possibili . Ad esempio, per anni, in particolare durante il periodo di collaborazione a Il Mattino, sono stata oggetto di
intimidazioni attraverso querele da parte di colletti bianchi della camorra e non. Nessun, e sottolineo nessun, procedimento giudiziario in cui sono stata coinvolta, è mai arrivato a processo. Comunque, l’effetto di dover costringere una precaria/free lance/ abusiva/collaboratrice o come vi pare a perdere
giornate di lavoro, pagare un avvocato, nella migliore delle ipotesi solo per farsi interrogare e chiarire la propria posizione, l’hanno ottenuta.
L’unica vicenda in cui sono stata coinvolta, in cui c’è stata una condanna, riguarda un risarcimento in sede civile per una vicenda molto complessa. E oggi l’editore che per anni ha beneficiato delle mie inchieste, dei miei articoli qualche volta anche richiamati in prima pagina, citati da altre testate o in tanti saggi, i cui rappresentanti ai vertici del Mattino hanno proposto e ottenuto per me riconoscimenti anche davanti al Presidente della Repubblica, oggi proprio quell’editore mi cita per danni, chiedendomi quasi tutto l’importo di quanto dovuto (da me, il direttore e l’editore) in solido per questa condanna. Sottolineando che il direttore, poverino, lui ed evidentemente anche i suoi sottoposti in redazione, non
potevano controllare tutto e che l’unica responsabile di questa vicenda sono io.
Perfino la sentenza di condanna, evidentemente anche a me sfavorevole, evidenzia gravissime responsabilità rispetto alla titolazione dell’articolo e rispetto alla non correttezza della rettifica, cose che certamente non spettavano ad una precaria/abusiva/collaboratrice etc… . Io ho cercato attraverso una causa di lavoro di far valere i miei diritti, ed ho anche perso in primo grado. L’ho fatto solo per una questione di dignità per la mia famiglia che ha sofferto per me e come esempio e testimonianza per gli altri ragazzi che con quel giornale decidevano di cominciare a collaborare. Mi risulta che attualmente Il Mattino paghi i collaboratori 25 euro lordi a pezzo. A quanti pezzi corrisponde la richiesta di 52mila euro che mi ha fatto Il Mattino? Questa citazione in giudizio costituisce un pericoloso precedente per tutti coloro che vivono facendo questo mestiere. Oggi capita a me, domani può succedere a tanti altri colleghi. Il mattino mi chiede soldi, anche i soldi dovuti dall’editore e dal direttore, decidendo sa solo come devono essere ripartite le responsabilità. Riderei, riderei davvero se non ci fosse da piangere. Questa citazione tradisce il principio che il giornalista va tutelato, tutelato dallo stesso imprenditore
che edita e guadagna dal giornale. Io lavoravo sempre sotto pressione, malpagata, con continue promesse di contratto sempre disattese. Stupida io ad averci creduto.
E’ difficile spiegare cosa si prova, ma nella settimana del mio 39esimo compleanno ho ricevuto la notizia del licenziamento collettivo da Epolis, la notizia che qualcuno aveva provato a tagliare tutte e 4 le ruote della mia auto, la citazione de Il Mattino. Nel primo caso è una vergogna che subisco insieme ad altri circa 130 giornalisti. Il secondo caso, ahimè, è la conseguenza diretta dell’impegno civile con cui ho
deciso di fare il mio lavoro da tanti anni a questa parte, firmando anche ultimamente, insieme ad altri, una denuncia per minacce a Radio Siani emittente che coordino per volontariato e che trasmette da una casa confiscata ad un boss. ” (AMALIA DE SIMONE)
P.S. Naturalmente, chiunque voglia saperne di più e leggere le “carte” di questa triste e squallida vicenda può contattarmi o rivolgersi direttamente ad Amalia.

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Partinico. Telejato avrà cinque canali, ha vinto la prova del digitale terrestre | Ossigeno Informazione

Partinico. Telejato avrà cinque canali, ha vinto la prova del digitale terrestre | Ossigeno Informazione | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

La tv antimafia locale diretta da Pino Maniàci continuerà a trasmettere in consorzio con TeleMed, Radio Monte Kronio e Il Tirreno. Disporrà di cinque canali. Il primo sarà attivo il 4 luglio sul canale 273. Appello per acquistare le attrezzature e ottenere un bene confiscato alla mafia in cui lavorare. La battagliera emittente ringrazia le associazioni che l’hanno sostenuta e mette un canale a disposizione delle 40 emittenti che non hanno superato la soglia dello switch off.

OSSIGENO – Partinico, 10 giugno 2012 – TeleJato ha superato la difficile prova del passaggio al digitale terrestre. La piccola emittente dal 4 luglio sarà sul canale 273 ed entro la fine dell’anno potrà attivare altri quattro canali. Dunque Telejato non chiude e si fa in cinque. La bella notizia è arrivata con la pubblicazione delle graduatorie provvisorie per l’assegnazione delle frequenze TV del Ministero dello Sviluppo economico, rese note pochi giorni fa.

Con lo switch off del segnale analogico e il passaggio alla televisione digitale terrestre in Sicilia, TeleJato ha seriamente rischiato la chiusura. Come Pino aveva spiegato a Ossigeno, la legge ha previsto regole restrittive circa i titolari dei requisiti necessari per accedere al nuovo sistema di trasmissione. In particolare, non era consentito alle piccole televisioni comunitarie come TeleJato di accedervi. La prospettiva era di spegnere il segnale.

L’ostacolo è stato superato da Telejato costituendo un consorzio con altre tre emittenti televisive: TeleMed, Radio Monte Kronio e Il Tirreno. «Sono state le altre emittenti, soprattutto l’emittente regionale TeleMed – spiega Maniàci -, a consentirci di raggiungere il punteggio richiesto per passare al nuovo sistema. Da soli non ce l’avremmo fatta». Adesso TeleJato diventa operatore di rete, oltre che fornitore di contenuti, nel nuovo sistema televisivo italiano.

Dunque Pino Maniàci ha vinto, con i suoi famigliari, con le associazioni e i singoli cittadini che hanno sostenuto la battaglia per tenere viva una voce che si è distinta per coraggio e spirito di libertà e impegno contro la mafia. «Noi di TeleJato ringraziamo – tiene a dire Pino Maniàci – tutti coloro che ci sono stati vicini in questa battaglia di democrazia. Soprattutto le associazioni, i giovani, il comitato “Siamo tutti TeleJato” e le scuole che hanno scritto una lettera al presidente della Repubblica Napolitano e al ministro Passera. Continueremo a batterci perché lo stesso diritto sia riconosciuto alle altre emittenti rimaste fuori».

Sono circa 40 le tv locali tagliate fuori dal passaggio al digitale terrestre. La campagna lanciata dal comitato “Siamo tutti TeleJato” continua proprio per ridare la voce anche a loro.

Nuovi problemi. Raggiunto il primo importantissimo traguardo, occorre rimboccarsi le maniche. Per trasmettere con il nuovo sistema servono subito nuove attrezzature e ciò comporta una spesa immediata di 35-40 mila euro. Occorre essere pronti per il 2 luglio, quando a Partinico il segnale analogico verrà spento definitivamente. Pino non vuole mancare l’appuntamento. «Come altre volte – spiega Pino – non chiediamo niente a nessuno, ma diciamo: siamo disponibili ad accettare l’aiuto di chiunque voglia darci una mano. Noi facciamo la nostra parte. Stiamo impegnando anche l’oro di famiglia per comprare le attrezzature, per arrivare all’appuntamento accendendo un paio di canali. Se non li attiviamo tutti e cinque entro sei mesi, corriamo il rischi che ci vengano tolti».

E’ una grande sfida. Ma Pino e i suoi collaboratori non demordono. Faranno di tutto per utilizzare tutti e cinque i canali. Hanno le idee ben chiare.

Un canale realizzerà l’idea di Margherita Ingoglia, una studentessa universitaria che ha fatto uno stage presso l’emittente televisiva: ospiterà TeleJuniores, spazio dedicato esclusivamente ai giovani che “avranno modo e possibilità di capire cosa è la libera informazione fatta senza censure e senza bavagli, una sorta di scuola di giornalismo di strada che permetterà a chiunque lo voglia di fare la propria esperienza sul territorio, realizzando servizi, inchieste, approfondimenti”.

Un altro canale sarà dedicato alla memoria di Peppino Impastato, Danilo Dolci, Rita Atria, e di tutti i giornalisti uccisi dalla mafia.

Un terzo canale ospiterà le sedute dei consigli comunali del territorio, 25 comuni in tutto.

Il quarto invece sarà messo a disposizione delle emittenti locali tagliate fuori dal digitale terrestre, per continuare la battaglia e salvaguardare la pluralità dell’informazione.

Attraverso Ossigeno, inoltre, Pino Maniàci rilancia una vecchia richiesta: «Abbiamo bisogno di una sede più grande in cui lavorare. Adesso le famose due stanze con bagno di TeleJato non sono più sufficienti per cui chiediamo che ci venga assegnato un bene confiscato alla mafia. Abbiamo già lanciato un appello, chiediamo l’aiuto di don Luigi Ciotti».

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Se il giornale diventa una piattaforma, il caso Neue Zurcher Zeitung

Se il giornale diventa una piattaforma, il caso Neue Zurcher Zeitung | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

Il giornale svizzero in lingua tedesca «Neue Zürcher Zeitung [NZZ]» ha deciso di pubblicare online integralmente la propria edizione cartacea rendendola sfogliabile esattamente come quella tradizionale. Alla decisione fa seguito il rifacimento del proprio sito e la disponibilità multipiattaforma per tutti i device mobili: smartphones e tablets.

Associato a questo passaggio, l’integrazione di tutte le aree e competenze degli uffici che operavano in precedenza separatamente, riunendo la redazione giornalistica di NZZ Online e l’edizione di stampa operativamente e raccogliendoli sotto il brand: «Neue Zürcher Zeitung».

Questo non sarà più inteso semplicemente come un “giornale”, ma come una piattaforma per i media di qualità dei servizi di informazione. In futuro, tutti i nostri redattori opereranno secondo il principio: “Un marchio, un impegno di servizio, un prezzo”, spiega Markus Spillmann, Editor in Chief del giornale, nell’articolo in cui descrive la nuova strategia e la nuova organizzazione di NZZ.

Per celebrare ed evidenziare il passaggio epocale del giornale, la prima pagina di ieri, ad eccezione di data, prezzo e dell’annuncio di una nota marca di orologi, è in codice binario con soli 0 ed 1, scritto in linguaggio macchina.

L’esemplificazione concreta di quello che sostenevo nelle mie conclusioni ieri parlando di convergenza per l’industria dell’ informazione.

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Il Terremoto delle Notizie

Il Terremoto delle Notizie | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it

I due terremoti, per parlare delle scosse principali del 20 e 29 maggio, che hanno scosso l’Emilia e coinvolto emotivamente l’Italia intera, hanno avuto una grandissimi copertura mediatica sia dalle fonti tradizionali, giornali e televisioni, che in Rete con Twitter sempre più mezzo di diffusione di notizie anche nel nostro paese.Su entrambi i fronti non sono mancate le polemiche e gli errori, con da un lato il richiamo dell’ordine dei Giornalisti ad evitare allarmismo nella rincorsa allo scoop ad ogni costo da parte dei professionisti dell’informazione e la bufala della RAI, e dall’altro lato l’ingorgo di Twitter che ha creato la necessità di scrivere undecalogo sul suo utilizzo negli eventi di crisi anche a causa di speculazioni tanto dannose quanto inutili che sono state create da alcune imprese.Sono aspetti dei quali ho avuto modo di parlare più volte nel tempo, anche di recente. Se certamente la tempestività dell’informazione non è sempre necessariamente un valore, ancor meno se finisce per essere elemento di disturbo alla selezione qualificata ed all’affidabilità, preferisco guardare al lato positivo, alla solidarietà, ai volontari digitali [e ovviamente a quelli sul campo] ed agli esempi virtuosi di collaborazione che si sono sviluppati.E’ indubbio che vi siamo ancora degli anelli mancanti per sfruttare al meglio le potenzialità informative e di collaborazione, ma se  la “content curation” è la sfida da vincere sui social network, come giustamente scrive Serena Danna nel suo articolo sul tema, esistono gli strumenti per farlo, forse il problema è di conoscerli e saperli utilizzare.– Clicca per Accedere alla Versione Interattiva -Sarà interessante conoscere, quando saranno disponibili, i dati Audiweb con gli accessi durante il mese di maggio ai siti d’informazion e online e i dati ADS sulle diffusioni dei quotidiani in edicola, anche se da una mia indagine pare che per le vendite dei quotidiani il terremoto ha avuto un impatto scarso o nullo. Elemento che, se confermato, fa riflettere sul posizionamento dei giornali generalisti nell’attuale ecosistema dell’informazione.Come nel caso dell’attentato di Brindisi, sono state  analizzate in dettaglio le condivisioni delle 30 testate monitorate da UAC Meter in riferimento al terremoto [che non smette].I risultati evidenziano, come già emergeva dal grafico sopra riportato relativo solo a Twitter,  che la seconda scossa del 29 maggio ha ottenuto un numero di condivisioni su Facebook, Twitter e Google Plus, di gran lunga superiore a quella precedente del 20.Complessivamente, nel perdiodo compreso tra il 20 maggio ed il 03 giugno, sono state circa 350mila [347,743] le condivisioni di articoli sulla notizia.Oltre ai tre “soliti noti”: «La Repubblica», «Il Corriere della Sera» ed «Il Fatto Quotidiano», emerge l’ «Ansa», fonte d’informazione che ottiene il maggior numero di articoli condivisi [183] confermando il valore attribuito alla tempestività dell’informazione in questi casi, anche se il primato del totale condivisioni resta a «La Repubblica» con 64,872 mention totali.Anche «TGcom24» ha ben 157 articoli condivisi con un articolo: “Sisma le banche fanno cassa sulle disgrazie. Commissioni sui bonifici di solidarietà” che da solo ottiene oltre 7mila condivisioni. Rispunta la vocazione social [in particolare su Facebook - vd 1,  2 & 3] di «Giornalettismo», testata all digital di recente entrata nel gruppo Banzai, che ha 83 articoli condivisi per un totale di più di 15mila mention.La quota delle prime sei testate sopra menzionate arriva al 63%. I  tre “soliti noti”, così come li ho convenzionalmente definiti, pesano il 43,3%.L’informazione in Rete continua a mostrare una maggior concentrazione rispetto a quella omologa su carta anche sui social media, è un aspetto non trascurabile sia in termini di prospettive di business che a livello di monitoraggio della pluralità informativa.Anche questa volta, cliccando sull’immagine sottostante avrete accesso ad altre informazioni supplementari, che per sintesi ho tralasciato, nonchè alla versione interattiva e personalizzabile dell’elaborazione realizzata.
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Il video della comunione di Melissa Bassi (con spot): l'ipocrisia dell'Ordine dei giornalisti lombardo

Il video della comunione di Melissa Bassi (con spot): l'ipocrisia dell'Ordine dei giornalisti lombardo | Giornalismo Partecipativo | Scoop.it
Se l'uso di immagini, che non hanno niente a che vedere con il diritto di cronaca, viene giustificato con motivazioni che nulla hanno a che vedere con il giornalismo.

In seguito alla nostra segnalazione sul video della comunione di Melissa Bassi, uccisa nell'attentato di Brindisi, trasmesso da TgCom24, abbiamo ricevuto la seguente risposta dall'Ordine dei Giornalisti della Lombardia.

Rispetto la decisione, ma non posso non dire che non la condivido nel modo più assoluto. Il video della prima comunione, preceduto tra l'altro dalla pubblicità, non ha niente a che vedere con il diritto di cronaca (a differenza semmai della solo foto - e non del saccheggio di foto dalla bacheca di Facebook* - della ragazza). E questo è un fatto, non un'opinione.

Sostenere che le immagini siano un modo per ricordarla e celebrare la memoria è di una ipocrisia imbarazzante. Il giornalismo non ha di certo questo ruolo e per ricordare e celebrare la memoria basta una foto. E per celebrare e onorare la memoria di certo non è accettabile che venga 'sfruttato' il video anche per fini pubblicitari.

Se questa è la risposta dell'Ordine, direi proprio che abbiamo un problema culturale in questo disgraziato Paese.

*In pratica con questa risposta l'Ordine ha anche legittimato il saccheggio di foto da una bacheca privata.
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