L’uso degli avverbi nella scrittura | From the translation's world | Scoop.it

Qualunque aspirante scrittore che abbia sfogliato un manuale di scrittura moderna avrà notato una vera e propria demonizzazione degli avverbi con suffisso -mente.

 

Obbedire a una regola senza comprenderne la reale finalità è un po’ come allacciarsi la cintura di sicurezza solo per evitare una bella multa. Questo articolo vuole spingervi a una riflessione in merito all’avverbio di modo e alla sua presunta deprecabilità.

 

Urge fare un piccolo passo indietro. La condanna degli avverbi deriva in primis dallo “show, don’t tell”, l’abusatissima raccomandazione che dovrebbe spronarci a rivelare cose, fatti e personaggi attraverso dialoghi e azione piuttosto che con la semplice descrizione.

 

L’estremizzazione di questo concetto ha portato a una scrittura sempre più cinematografica, divenuta troppo spesso asettica e poco interattiva. A pensarci bene, è proprio l’interattività a costituire la più netta differenza tra il linguaggio dei libri e quello del cinema.

 

Un libro lascia al lettore l’onere e il piacere di immaginare un personaggio sulla base delle peculiarità descritte dall’autore, mentre il cinema impone i suoi tempi, suoni e colori. È quest’ultimo – che piaccia o meno – il modello verso cui romanzi e racconti moderni si stanno evolvendo.

 

Fatta questa doverosa premessa, diventa facile comprendere per quale motivo i guru della scrittura moderna diffidino dall’utilizzare gli avverbi di modo. Questi sono generici, sintetici e a dirla tutta anche un po’ cacofonici.

 

Ma siamo proprio sicuri che il male sia costituito esclusivamente dall’avverbio?

 

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Via ROBERTO P. TARTAGLIA, Fulvio Colasanto