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La Successione "mortis causa" nel Diritto Internazionale Privato Italiano

La Successione "mortis causa" nel Diritto Internazionale Privato Italiano | Assistenza Legale in Italia | Scoop.it

Avv. Marco Mendola:

cosa c'è da sapere a proposito di successioni internazionali in Italia...

 

Per successione "mortis causa" si intende il procedimento con il quale il beni del defunto sono attribuiti ai suoi eredi.

 

Procedimento che può attenersi alle disposizioni del "de cuius", nei limiti delle quote di riserva riconosciute ai legittimari (in questo caso si parlerà di successione testamentaria).

Ovvero, nel caso in cui non vi sia un testamento per la ripartizione dei beni agli eredi, si procederà secondo le norme del codice civile.

 

Nel caso in cui nel procedimento successorio si introduca un elemento di estraneità al diritto italiano, è l’esempio di un cittadino italiano morto all’estero o al contrario di un cittadino straniero deceduto in Italia, allora troverà applicazione la normativa del diritto privato internazionale.

 

In questo caso la legge di riferimento è la n. 218 del 1995, dove all’art. 46, primo comma, è previsto che: "la successione per causa di morte è regolata dalla legge nazionale del de cuius al momento della morte."

 

Tuttavia nel secondo comma è prevista già un’eccezione, cioè "il soggetto della cui eredità si tratta può sottoporre con dichiarazione espressa in forma testamentaria, l’intera successione alla legge dello stato in cui risiede. La scelta non ha effetto se al momento della morte il dichiarante non risiedeva più in tale Stato".

 

Tale scelta riservata alla parte, che comunque potrà sempre essere revocata, dovrà essere effettuata in forma di atto di ultima volontà anche senza la redazione di apposito testamento.

 

Altre condizioni per la validità della scelta sono:

 

1) la scelta deve essere limitata alla legge dello stato in cui il testatore risiede;

 

2) la residenza deve essere effettiva ed abituale al momento della morte;

 

3) la scelta deve riferirsi all’intera successione;

 

4) non possono essere pregiudicati i diritti dei legittimari residenti in Italia, ovvero coloro che secondo la normativa italiana hanno diritto di ricevere beni dalla successione.

 

A tale principio generale secondo cui le successioni "mortis causa" devono essere disciplinate dalla legge nazionale del defunto al momento della sua morte, l’art. 50 della stessa legge prevede un’eccezione.

 

infatti, nel caso in cui la successione è stata aperta in Italia o qualora vi siano dei beni immobili in Italia, si applicherà la normativa italiana in virtù del principio del "lex rei sitae".

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Successione testamentaria...

 

La legge italiana permette a chiunque di decidere come disporre dei propri beni una volta avvenuta la morte. Vi sono diversi tipi di testamenti:

 

- il testamento pubblico, redatto da un notaio e sottoscritto dal testatore alla presenza di due testimoni;

 

- il testamento segreto, redatto e sottoscritto dal testatore e consegnato in busta chiusa al notaio alla presenza di testimoni;

 

- il testamento olografo che deve essere scritto per intero, datato e sottoscritto di pugno dal testatore.

 

In linea di principio, in una situazione transfrontaliera un testamento è valido se conforme alla legge dello Stato in cui è stato redatto o alla legge della nazionalità o della residenza del testatore al momento della redazione del testamento o della morte.

 

Il diritto italiano tuttavia pone dei limiti alla libertà del testatore.

 

Infatti, la nostra normativa prevede che in presenza di uno strettissimo legame di sangue o di coniugio con il testatore, alcuni soggetti cosiddetti legittimari, non possono essere esclusi dalla successione. Ecco alcuni esempi:

 

EREDE: coniuge                        

QUOTA DISPONIBILE: 50%                       

QUOTA LEGITTIMA: 50% + diritto abitazione casa coniugale                                                            

EREDE:Coniuge + 1 figlio
QUOTA DISPONIBILE: 33,33%
QUOTA LEGITTIMA: 33,33% + diritto abitazione casa coniugale per il coniuge e 33,33% per il figlio

 

EREDE: Coniuge + 2 o più figli
QUOTA DISPONIBILE: 25%
QUOTA LEGITTIMA: 25% + diritto abitazione casa coniugale per il coniuge e 50% suddiviso in parti uguali per i figli

 

EREDE: Figlio unico
QUOTA DISPONIBILE: 50%
QUOTA LEGITTIMA: 50%

                                          

EREDE: 2 o più figli
QUOTA DISPONIBILE: 33,33%
QUOTA LEGITTIMA: 66,66% suddiviso in parti uguali per i figli                    

                                                              

EREDE: Coniuge + genitore/i
QUOTA DISPONIBILE: 25%
QUOTA LEGITTIMA: 50% + diritto abitazione casa coniugale per il coniuge e 25% per il genitore/i                                     

                               

EREDE: Genitore/i
QUOTA DISPONIBILE: 66,66%
QUOTA LEGITTIMA: 33,33% per il genitore/i

                                                                    

EREDE: Senza figli e ascendenti
QUOTA DISPONIBILE: 100%
QUOTA LEGITTIMA: \

---------------------------------------    

 

Successione legittima...

 

In assenza di testamento, si applicano alle varie fattispecie i seguenti principi:

 

- Coniuge. Al coniuge spetta il diritto di abitazione e l'intera eredità in mancanza di figli, fratelli e ascendenti del "de cuius".

 

In caso di assenza di figli e in presenza di fratelli o ascendenti del "de cuius" spetterà il 66,66%.

 

Il 50% dell'eredità in caso di presenza di un figlio e il 33,33% in caso di presenza di due o più figli.

 

- Figli. In mancanza del coniuge l'eredità spetta ai figli nella sua interezza.

 

- Fratelli. I fratelli/sorelle del "de cuius" accedono al diritto all'eredità in caso di mancanza di figli di questi. In presenza del coniuge superstite hanno diritto al 33,33%.

 

- Ascendenti. Gli ascendenti del de cuius hanno accesso all'eredità per una quota pari al 33,33% in caso di mancanza di figli e di fratelli del de cuius e in presenza del coniuge.

 

La quota scende al 25% in caso di presenza di fratelli del de cuius oltre che del coniuge. Gli ascendenti non hanno accesso all'eredità in presenza di figli del defunto.

 

- Parenti fino al 6° grado. I parenti fino al 6° hanno accesso alla successione legittima soltanto se unici eredi. In tali casi il patrimonio ereditario viene suddiviso in parti uguali tra tutti gli aventi diritto.

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Accettazione eredità...

 

È l’atto con cui il chiamato all’eredità diventa erede a tutti gli effetti.

 

L’accettazione può essere espressa o tacita, nel caso ad esempio, in cui l’erede disponga di beni successori.

 

L’accettazione espressa della successione si ha quando, in un atto pubblico o in un atto privato, la persona chiamata a percepire la successione dichiara di accettare o assume il titolo di erede.

 

Nel caso in cui l’asse ereditario comprenda beni immobili l’accettazione dell’eredità, una volta espletate le formalità imposte dalla legge, dovrà essere trascritta nei registri immobiliari.

 

L’accettazione deve avere luogo entro il termine di 10 anni.

 

 

Per ulteriori informazioni visita il nostro sito: www.vemlegal.com

 

 

 

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Conversione del permesso di soggiorno per studio in permesso di soggiorno per lavoro subordinato

Conversione del permesso di soggiorno per studio in permesso di soggiorno per lavoro subordinato | Assistenza Legale in Italia | Scoop.it

Gli studenti stranieri che hanno raggiunto la maggiore età e conseguito in Italia la laurea o altro titolo di studio post-laurea, possono ottenere la conversione del permesso di soggiorno per studio in permesso di soggiorno per lavoro subordinato...

vemlegal's insight:

Ciò a condizione che nel frattempo abbiano acquisito uno dei seguenti titoli: 

 

--> laurea (3 anni, 180 crediti formativi universitari);
 

--> laurea specialistica/magistrale (300 crediti, comprensivi dei 180 crediti universitari della Laurea o 180 CFU della Laurea oltre ai 120 CFU per la Laurea magistrale);
 

--> diploma di specializzazione (minimo 2 anni);
 

--> dottorato di ricerca (minimo 3 anni);
 

--> master universitario di 1°livello (durata minimo 1 anno - 60 crediti), cui si accede con la laurea;
 

--> master universitario di 2° livello (minimo 60 crediti universitari) cui si accede con il diploma di laurea o con la laurea specialistica o con la laurea magistrale;
 

--> attestato o diploma di perfezionamento (durata annuale - 60 crediti) cui si accede con il diploma di laurea ex L. 341/90 o con laurea specialistica.

 

Tuttavia, il permesso di soggiorno per motivi di studio di cui se ne chiede la conversione, deve essere in corso di validità ed è inoltre necessario che lo straniero, ormai maggiorenne, possa dimostrare di essere in possesso di un’offerta di lavoro.
 

La richiesta di conversione andrà inoltrata allo “Sportello Unico per l’Immigrazione” della città di residenza, a cui si dovrà fornire:
 

--> documento d’identità dello straniero e permesso di soggiorno dal quale si richiede la conversione - copia;
 

--> documento d’identità del datore di lavoro – copia;
 

--> diploma o attestato che certifichi il conseguimento del titolo di studio o il completamento del tirocinio - copia;
 

--> contratto di assunzione, firmato dal solo datore di lavoro e la proposta di contratto di soggiorno per lavoro subordinato (tipologia di contratto, orario di lavoro, località di impiego, etc.) – copia;
 

--> visura camerale e reddito dell’azienda - copia;
 

--> documentazione riguardante l’alloggio – copia;
 

--> marca da bollo da € 16,00
 

Lo “Sportello Unico per l’Immigrazione” dopo aver verificato la sussistenza dei requisiti e in caso di esito positivo, convocherà il richiedente per definire la pratica.

 

Mentre, in caso di esito negativo verrà inviata al richiedente una lettera di comunicazione del preavviso di rigetto dell'istanza e la motivazione dello stesso, avverso cui sarà possibile fare ricorso.


Avv. Marco Mendola

 

 

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Per ulteriori notizie visita: www.vemlegal.com  

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Immigrazione: Visto d’Ingresso e Permesso di Soggiorno

Immigrazione: Visto d’Ingresso e Permesso di Soggiorno | Assistenza Legale in Italia | Scoop.it

Guida sul visto di ingresso e sul permesso di soggiorno che consentono l’accesso ed il soggiorno in Italia.

vemlegal's insight:

Avv. Marco Mendola: l'accesso ed il soggiorno nel territorio italiano degli stranieri è consentito previo accertamento del possesso di determinati requisiti. Ecco una breve descrizione.

 

 

L'ingresso nel territorio italiano è consentito soltanto agli stranieri che:
 

- si presentano attraverso un valico di frontiera;
 

- siano in possesso di un passaporto o di altro documento di viaggio equivalente riconosciuto valido per l'attraversamento delle frontiere;
 

- abbiano un visto di ingresso o di transito, nei casi in cui è richiesto;
 

- non siano segnalati al sistema informativo Schengen ai fini della non ammissione;
 

- non siano considerati pericolosi per l'ordine pubblico, la sicurezza nazionale, la salute pubblica o le relazioni internazionali;
 

- dimostrino di avere mezzi finanziari per il loro sostentamento e abbiano a disposizione la somma necessaria al rimpatrio, eventualmente dimostrabile con l'esibizione del biglietto di ritorno.

 

Lo straniero sprovvisto anche solo di uno dei requisiti richiesti può essere respinto alla frontiera.

 

Tuttavia, il provvedimento può essere attuato dalle Autorità di Frontiera anche in presenza di regolare visto d'ingresso o di transito.

 

 

1) Visto d’ingresso
 

Il visto è un’apposita "vignetta" adesiva (sticker) applicata sul passaporto o su altro valido documento di viaggio del richiedente.

È una autorizzazione concessa allo straniero per l’ingresso nel territorio della Repubblica Italiana o in quello degli altri Parti Schengen.

 

Al momento della richiesta lo straniero deve obbligatoriamente indicare:
 

- finalità del viaggio;
 

- mezzi di sostentamento per il viaggio ed il soggiorno;
 

- condizioni di alloggio.

 

Il visto è rilasciato dalle ambasciate e dai consolati italiani nello stato di origine o della stabile residenza dello straniero. Non è possibile il rilascio del visto, né la proroga, allo straniero che già si trovi in Italia.
 

I cittadini di alcuni Paesi non sono obbligati a richiedere il visto d'ingresso per soggiorni per turismo, missione, affari, invito e gara sportiva purché non superiori a 90 giorni.

 

 

*Motivi del Visto


Sono 20: adozione, affari, cure mediche, diplomatico, familiare al seguito, gara sportiva, invito, lavoro autonomo, lavoro subordinato, missione, motivi religiosi, reingresso, residenza elettiva, ricongiungimento familiare, studio, transito aeroportuale, transito, trasporto, turismo, vacanze-lavoro.

 

 

*Tipologie di Visto

 

Visto tipo A: transito aeroportuale

 

Visto tipo B: transito, è stato abolito di seguito all'entrata in vigore del Regolamento (UE) n. 265/2010 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 25 marzo 2010.

 

Visto tipo C per soggiorni brevi fino a 90 giorni (Visto Schengen Uniforme): per l'ingresso e il soggiorno di breve durata, fino a 90 giorni, con uno o più ingressi.

 

Visto tipo D (Nazionali): Per tutti i soggiorni di lunga durata (oltre 90 giorni) gli stranieri devono avere sempre il visto, anche se cittadini di Paesi non soggetti ad obbligo di visto per soggiorni di breve durata.

 

Il visto di tipo D è valido per l'ingresso ed il soggiorno in Italia superiore a 90 giorni (per uno o più ingressi) e consente al titolare di circolare liberamente nell'area Schengen per un periodo non superiore a tre mesi per semestre.

 

L'esercizio della libera circolazione è consentito solo qualora il visto sia in corso di validità.

 

 

2) Permesso di soggiorno

 

Gli stranieri che intendono soggiornare in Italia per più di tre mesi, devono richiedere il permesso di soggiorno.

 

Chi arriva in Italia per la prima volta ha 8 giorni di tempo per chiedere il permesso di soggiorno. Se si soggiorna in Italia per un periodo inferiore a 3 mesi per motivi di turismo, invito, affari e studio, è sufficiente compilare la dichiarazione di presenza in frontiera o in questura.

 

Chi è già in Italia e ha il permesso di soggiorno in scadenza, deve chiedere il rinnovo almeno novanta giorni prima della scadenza nel caso si tratti di permesso di soggiorno di durata superiore ad un anno, sessanta giorni prima se ha durata di un anno e trenta giorni prima nei casi restanti. 

Tuttavia, il permesso di soggiorno può essere rinnovato fino a 60 giorni successivi alla scadenza.

 

La validità del permesso di soggiorno è la stessa del visto d'ingresso:

 

- fino a sei mesi per lavoro stagionale e fino a nove mesi per lavoro stagionale nei settori che richiedono tale estensione;

 

- fino ad un anno, per la frequenza di un corso per studio o formazione professionale ovviamente documentato;

 

- fino a due anni per lavoro autonomo, per lavoro subordinato a tempo indeterminato e per ricongiungimenti familiari.

 

 

3) Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo

 

Dall'8 gennaio 2007, la carta di soggiorno per cittadini stranieri è stata sostituita dal permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo.

 

Questo tipo permesso di soggiorno è a tempo indeterminato e può essere richiesto solo da chi possiede un permesso di soggiorno da almeno 5 anni.

Il permesso di soggiorno CE non può essere rilasciato a chi è pericoloso per l'ordine pubblico e la sicurezza dello Stato.

 

 

Con il permesso di soggiorno CE è possibile:

 

- entrare in Italia senza visto;
 

- svolgere attività lavorativa;
 

- usufruire dei servizi e delle prestazioni erogate dalla pubblica amministrazione;
 

- partecipare alla vita pubblica locale.
 

 

Lo straniero titolare di un permesso di soggiorno CE, rilasciato da altro Stato membro, può rimanere in Italia oltre i 3 mesi, per:
 

- esercitare un'attività economica come lavoratore regolare;
 

- frequentare corsi di studio o di formazione professionale;
 

- soggiornare, dimostrando di avere sufficienti mezzi di sostentamento e stipulando un'assicurazione sanitaria per l'intero periodo del soggiorno.


La legge prevede divieti e deroghe del permesso di soggiorno CE.

 

 

4) Cittadini della Comunità Europea
 

I cittadini dell'Unione Europea che intendono soggiornare in Italia per un periodo inferiore ai tre mesi, possono presentare presso un ufficio di polizia la dichiarazione di presenza sul territorio nazionale.

 

L'ufficio gli restituirà copia, debitamente timbrata, che andrà esibita ad ogni richiesta da parte delle forze di polizia.


Per periodi superiori ai 3 mesi è necessario iscriversi all'anagrafe del comune di residenza.

Per l'iscrizione è necessario presentare la documentazione che attesti lo svolgimento di un'attività lavorativa, di studio o di formazione professionale.

 

Diversamente, è necessario dimostrare la disponibilità di risorse economiche sufficienti al soggiorno ed essere titolari di un'assicurazione sanitaria.
 

Per i soggiorni di durata superiore a tre mesi, eventuali familiari non comunitari del cittadino comunitario devono chiedere il permesso di soggiorno.

Dopo cinque anni di permanenza continuativa, i familiari non comunitari dei cittadini comunitari potranno chiedere il permesso di soggiorno CE permanente per familiari di cittadini europei.

 

 

Per ulteriori informazioni visita: www.vemlegal.com

 

 

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Il divorzio europeo ed il “divorzio express”

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Il regolamento CE n. 2201/2003 definito “Nuovo Regolamento Bruxelles II” e la disciplina del divorzio comunitario.

vemlegal's insight:

Avv. Marco Mendola: l’intensificarsi degli scambi turistici e commerciali e dei flussi migratori dei cittadini comunitari all’interno dei Paesi membri ha comportato la continua crescita di famiglie legate a gruppi culturali diversi.

 

Tali eventi, che hanno mutato la realtà sociale dell’ultimo ventennio, sono stati oggetto di diversi provvedimenti comunitari che hanno dato luogo ad un vero e proprio “diritto di famiglia comunitario”.

 

In tale direzione, uno dei principali atti comunitari è il regolamento CE n. 2201/2003 definito “Nuovo Regolamento Bruxelles II” tra i cui aspetti disciplina la competenza giurisdizionale degli Stati membri ed il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale, tra cui le sentenze di divorzio dei coniugi, e di responsabilità genitoriale.

 

All’art. 3 di tale atto è prevista una procedura comune a tutti i paesi dell'Unione Europea, ad eccezione della Danimarca; qui sono stati individuati i criteri sulla competenza per poter risolvere il primo problema che si pone nel caso di separazione o divorzio di una “coppia internazionale”, ovvero l’individuazione del Paese ove può essere radicato il giudizio.

 

Dunque, è stabilito che sono competenti a decidere sulle questioni inerenti al divorzio, alla separazione personale dei coniugi e all'annullamento del matrimonio le autorità giurisdizionali dello Stato membro:

 

a) in cui i coniugi risiedono abitualmente;
 

b) in cui il convenuto risiede abitualmente;
 

c) qualora i coniugi non risiedano più nello stesso Stato membro, i tribunali dello Stato membro in cui i coniugi avevano l'ultima residenza abituale, se uno di essi vi risiede ancora;
 

d) in caso di domanda congiunta, i tribunali dello Stato membro in cui uno dei due coniugi risiede;
 

e) a determinate condizioni, i tribunali dello Stato membro in cui il richiedente risiede abitualmente;
 

f) di cui i coniugi hanno la nazionalità.

 

Le parti non possono scegliere un tribunale diverso da quelli cosi individuati.

 

Qualora vengano adite le giurisdizioni competenti di diversi Stati membri per una procedura relativa alle stesse parti, si pronuncia sul divorzio quella che è stata adita per prima...

 

...ovvero, se un tribunale viene adito, resta competente anche se successivamente ne viene adito un altro. Quest'ultimo, invece, deve rifiutarsi di deliberare.

 

Infine, l’art. 7 dello stesso Regolamento prevede la competenza residuale. Infatti, qualora nessun giudice di uno Stato membro sia competente ai sensi degli artt. 3, 4 e 5 del Regolamento stesso, la competenza di ciascuno Stato membro è determinata dalla legge di tale Stato.

 

Una volta ottenuta una sentenza di divorzio da parte di un giudice comunitario, è l’art. 21 dello stesso atto che ne disciplina il riconoscimento presso uno Stato membro diverso da quello in cui si è svolto il procedimento.

 

Ebbene, è previsto che non è necessario alcun ulteriore procedimento per l'aggiornamento delle iscrizioni nello stato civile di uno Stato membro a seguito di una decisione di divorzio, separazione personale dei coniugi o annullamento del matrimonio pronunciata in un altro Stato membro, contro la quale non sia più possibile proporre impugnazione secondo la legge di detto Stato membro.

 

Pertanto, gli interessati possono richiedere la trascrizione delle sentenze nei registri dello stato civile.

 

Tuttavia, all’art. 22 vengono individuati una serie di motivi per i quali non si potrà dar luogo al riconoscimento delle predette decisioni, ovvero nei casi in cui il riconoscimento è manifestamente contrario all'ordine pubblico dello Stato membro richiesto.

 

Oppure quando è stato impedito al coniuge convenuto contumace di poter presentare le proprie difese, salvo che sia stato accertato che il convenuto ha accettato inequivocabilmente la decisione; ancora, quando la decisione è incompatibile con una decisione resa in un procedimento tra le medesime parti nello Stato membro richiesto.

 

Infine, se la decisione è incompatibile con una decisione anteriore avente le stesse parti, resa in un altro Stato membro o in un paese terzo, purché la decisione anteriore soddisfi le condizioni prescritte per il riconoscimento nello Stato membro richiesto.

 

Un ulteriore cenno va fatto al cd “divorzio express” per le coppie italiane: infatti, alla luce della normativa europea è possibile, per le coppie italiane, rivolgersi ad un’autorità giudiziaria estera per mettere fine ad un matrimonio celebrato in Italia.

 

Anche la legislazione interna, la dottrina e la giurisprudenza più recente hanno introdotto interessanti novità, consentendo anche alle coppie italiane, a determinate condizioni, di avvalersi del cosiddetto “divorzio express”, e di adire le autorità giudiziarie di altri paesi europei per chiudere, definitivamente ed in tempi brevi.

 

Ciò consente alle coppie italiane di ottenere la sentenza di divorzio in circa 6 mesi di tempo, a fronte dei 5 anni che occorrono in Italia per l’intera procedura, che prevede dapprima l’ottenimento della sentenza di separazione e successivamente l’inizio del procedimento volto ad ottenere il divorzio.

 

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Un’altra nuova imposta: l’IVIE. Dubbi di legittimità costituzionale.

Un’altra nuova imposta: l’IVIE. Dubbi di legittimità costituzionale. | Assistenza Legale in Italia | Scoop.it

Avv. Marco Mendola:
a partire da quest’anno i contribuenti italiani hanno avuto a che fare con una nuova imposta che colpisce chi è proprietario di immobili all’estero. Per effetto del decreto Salva Italia, che ha introdotto l’IVIE, sono stati tassati anche gli immobili situati fuori dai confini nazionali.

 

 

- Che cos’è l’IVIE

 

Si tratta pertanto di una sorta di Imu per le case all’estero che colpisce tutti i cittadini residenti in Italia che possiedono o detengono per altri diritti, come l’usufrutto, immobili all’estero.

 

Quindi, non solo i cittadini italiani proprietari di una casa all’estero, ma anche i cittadini stranieri, comunitari ed extracomunitari, con residenza nel nostro paese e che qui pagano le imposte.

 

 

- Come si calcola l’IVIE

 

L’imposta si calcola in maniera diversa dall’Imu. Infatti l’importo si determina applicando un’aliquota dello 0,76% alla base imponibile, rappresentata dal valore dell’immobile, da desumere dall’atto d’acquisto o da contratti oppure, se in questi il valore non è riportato, calcolandone il valore di mercato in considerazione del luogo dove si trova.

 

Invece, nel caso in cui l’immobile si trovi in uno dei paesi dell’Unione Europea o nei Paesi aderenti allo Spazio Economico europeo, si può adottare come valore quello considerato per l’assolvimento delle imposte locali.

 

Tuttavia, in quattro Paesi europei, Belgio, Francia, Irlanda e Malta, il riferimento non è il valore catastale ma il prezzo d’acquisto. Se questo non è disponibile, si utilizza il valore di mercato oppure il reddito medio ordinario, eventualmente previsto dalle legislazioni locali, che va però moltiplicato per i coefficienti IMU.

 

E’ prevista un’aliquota ridotta dello 0,4%, analogamente a quanto accade per l’Imu, per gli immobili adibiti ad abitazione principale, da parte di coloro che lavorano all’estero per lo Stato italiano o per un suo ente, e solo limitatamente al periodo in cui questa prestazione lavorativa viene svolta.

 

Inoltre anche a questo caso si applicano le analoghe detrazioni di 200 euro e di 50 euro per ogni figlio minore di 26 anni dimorante abitualmente nell’abitazione; se l’importo è inferiore a 200 euro l’imposta non deve essere versata.

 

Quest’anno si comincia pagando la quota dovuta per l’anno 2011, e la norma chiarisce che è dovuta proporzionalmente alla quota di possesso e ai mesi dell’anno nei quali si è protratto il possesso. Il mese nel quale il possesso si è protratto per almeno quindici giorni è computato per intero.

 

Per quanto riguarda le modalità di pagamento, la legge rimanda alla normativa in materia di IRPEF per i versamenti, la liquidazione, l’accertamento e la riscossione, le sanzioni, i rimborsi e il contenzioso.

 

Per evitare fenomeni di doppia imposizione, il provvedimento stabilisce che dall'imposta dovuta il contribuente potrà dedurre un credito d'imposta, fino a concorrenza del suo ammontare, pari al valore dell'eventuale imposta patrimoniale versata nello Stato in cui è situato l'immobile.

 

In sostanza, se l'imposta patrimoniale pagata all'estero è superiore alla nuova tassa, il proprietario non dovrà pagare nessuna imposta in Italia.

 

 

- Dubbi relativi all’IVIE

 

Nonostante il calcolo dell’imposta sia notevolmente più semplice dell’Imu, questo tipo di tassazione comporta qualche perplessità. Infatti, in alcuni casi risulta difficile risalire ad una possibile proprietà di un contribuente italiano in un paese straniero.

 

Ma anche di fronte ad un’accertata proprietà, potranno esserci i casi di atti d’acquisto di difficile traduzione o non riportanti un prezzo, difficile da valutare in base ai valori di mercato.

 

Soprattutto, appare anche iniquo imporre una tassazione a delle persone che sono in Italia per lavoro e che, molto probabilmente, già nel loro paese d’origine pagano un imposta per la casa dove vivono i loro familiari o che è disabitata e che non rappresenta di certo una fonte di reddito.

 

Oggi queste persone potrebbero trovarsi invece nella situazione di dover versare le tasse sul proprio immobile a due Stati, sebbene il decreto Salva Italia prevede che il contribuente possa dedurre un credito d’imposta, fino a concorrenza del suo ammontare, pari al valore dell’eventuale imposta patrimoniale versata nello Stato in cui è situato l’immobile.

 

Senza contare che gli Stati stranieri possono vedere come un’ingerenza il fatto che l’Italia vada ad imporre un prelievo fiscale sul loro territorio e possono anche non riconoscere l’imposta perché basata su concetti di diritto reale differenti.

 

Un altro aspetto che va tenuto in considerazione e per il quale sono attese delle circolari esplicative da parte dell’Agenzia delle Entrate, è che molti immobili all’estero sono stati acquistati tanti anni fa, per cui nell’atto di acquisto è riportato un valore sensibilmente inferiore all’attuale valore di mercato, e per di più in valuta estera.

 

Infine c’è da considerare che uno dei punti più deboli di questa tassazione è che l’imposta grava solo sulle persone fisiche e non su quelle giuridiche, per cui in tal modo è possibile essere esclusi dal prelievo fiscale, intestando l’immobile a delle società.

 

 

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Effetti patrimoniali conseguenti alla morte del coniuge divorziato

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Avv. Marco Mendola: le principali conseguenze patrimoniali derivanti dalla morte del coniuge divorziato si incentrano sulle questioni afferenti ai diritti successori in capo al coniuge superstite ed in particolar modo al diritto del medesimo alla pensione di reversibilità.

 

Invece, sempre in relazione all’attività lavorativa dell’ex coniuge, indipendentemente dall’evento luttuoso del medesimo, una precisazione va fatta in merito alla pretesa del coniuge divorziato su una quota sul TFR percepito dall’ex.

 

 

- Successione coniuge divorziato

 

Come è noto, la sentenza di separazione passata in giudicato permette al coniuge separato di mantenere gli stessi diritti successori del coniuge non separato. Tranne nel caso in cui al coniuge cui sia stata addebitata la separazione, infatti in tale ipotesi potrà essergli riconosciuto un assegno vitalizio soltanto se al momento dell’apertura della successione godeva di assegno degli alimenti a carico del coniuge deceduto.

 

Diversamente, nelle ipotesi di divorzio, poiché in considerazione del fatto che vincolo coniugale é totalmente disciolto conseguentemente si perdono anche i diritti successori. Ciò tuttavia solo in linea di principio, poiché nel caso in cui l’ex coniuge defunto si era impegnato a corrispondere al coniuge un assegno periodico ( art. 5 l. n. 898 del 1970), all’ex coniuge superstite può essere attribuita una quota della pensione di reversibilità.

 

Se poi l'ex coniuge versi in stato di bisogno ed era titolare dell'assegno di mantenimento, il tribunale può attribuirgli un assegno periodico a carico dell'eredità ( art. 9 bis l. n. 898 del 1970). Ciò, sempre che all’ex coniuge superstite non sia stato versato l’assegno di mantenimento in un’unica soluzione.

 

 

- Pensione reversibilità

 

Il diritto alla pensione di riversibilità del coniuge divorziato è regolato dall´art. 9 della l. 898/70, come modificato dalla l. 74/87.

 

Secondo tale disciplina al coniuge divorziato va riconosciuto il diritto a percepire la pensione di reversibilità al verificarsi dei seguenti requisiti:

 

--> egli deve essere titolare di assegno divorzile, effettivamente previsto nella sentenza di divorzio. Sempre che il procedimento di divorzio non si sia concluso con l´attribuzione di una somma una tantum sostitutiva dell´assegno. La legge infatti dispone che, nell´ipotesi in cui il versamento dell´assegno di divorzio avvenga in un´unica soluzione, «non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico», quindi neppure la richiesta di pensione.

 

--> Non deve essersi risposato.

 

--> Il rapporto di lavoro, da cui il trattamento pensionistico trae origine, non deve essere successivo alla sentenza di divorzio.

 

Nel caso in cui l´ex coniuge deceduto abbia contratto nuovo matrimonio con persona anch´essa avente i predetti requisiti per la pensione di reversibilità, essa concorrerà con l’ex coniuge divorziato nel percepimento della somma.

 

Sarà compito del tribunale quantificare le quote in cui verrà ripartita la pensione di reversibilità tra l’ex coniuge divorziato e l’attuale coniuge superstite, tenendo conto non solo della durata dei rispettivi rapporti, ma anche di altre circostanze, come le condizioni economiche e l’eventuale stato di bisogno del coniuge attuale e dell’ex coniuge.

 

In relazione alla “durata del rapporto” va detto che, per giurisprudenza consolidata si intende tutto il periodo in cui i coniugi sono stati legati dal vincolo matrimoniale compreso quindi il periodo di separazione legale e non solo quello di effettiva convivenza.

 

 

- Tfr coniuge divorziato

 

Infine, sempre in relazione all’attività lavorativa del coniuge divorziato, concludiamo col descrivere ciò che prevede la normativa in relazione al diritto di una parte del TFR del coniuge divorziato.

 

In particolar modo, la legge riconosce che la “buonuscita o liquidazione”, accantonata ogni anno dal datore di lavoro e restituita al lavoratore al termine del suo percorso lavorativo, vada riconosciuta all’ex coniuge limitatamente ad una quota.

 

In questo caso il diritto dell’ex coniuge discende dall’art. 12 bis della legge 1 dicembre 1970 n. 898, il quale dispone che il coniuge nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, se non passato a nuove nozze e titolare dell’assegno divorzile, ha diritto al 40% dell’indennità di fine rapporto, riferito al solo periodo in cui il rapporto di lavoro era svolto durante il matrimonio.

 

Giova ricordare che tali requisiti devono sussistere al momento della cessazione del rapporto di lavoro.

 

Infine, il diritto dell'ex coniuge alla propria quota di TFR, come sopra descritta, non è avanzabile direttamente nei confronti del datore di lavoro dell’ex coniuge. Bensì, sarà nei confronti dell’ex coniuge, una volta che abbia riscosso l’intero trattamento di fine rapporto, che dovrà invocare quanto di suo diritto.

 

 

Per ulteriori informazioni visita il nostro sito: www.vemlegal.com

 

 

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La Successione "mortis causa" nel Diritto Internazionale Privato Italiano

La Successione "mortis causa" nel Diritto Internazionale Privato Italiano | Assistenza Legale in Italia | Scoop.it

Avv. Marco Mendola:

cosa c'è da sapere a proposito di successioni internazionali in Italia...

 

Per successione "mortis causa" si intende il procedimento con il quale il beni del defunto sono attribuiti ai suoi eredi.

 

Procedimento che può attenersi alle disposizioni del "de cuius", nei limiti delle quote di riserva riconosciute ai legittimari (in questo caso si parlerà di successione testamentaria).

Ovvero, nel caso in cui non vi sia un testamento per la ripartizione dei beni agli eredi, si procederà secondo le norme del codice civile.

 

Nel caso in cui nel procedimento successorio si introduca un elemento di estraneità al diritto italiano, è l’esempio di un cittadino italiano morto all’estero o al contrario di un cittadino straniero deceduto in Italia, allora troverà applicazione la normativa del diritto privato internazionale.

 

In questo caso la legge di riferimento è la n. 218 del 1995, dove all’art. 46, primo comma, è previsto che: "la successione per causa di morte è regolata dalla legge nazionale del de cuius al momento della morte."

 

Tuttavia nel secondo comma è prevista già un’eccezione, cioè "il soggetto della cui eredità si tratta può sottoporre con dichiarazione espressa in forma testamentaria, l’intera successione alla legge dello stato in cui risiede. La scelta non ha effetto se al momento della morte il dichiarante non risiedeva più in tale Stato".

 

Tale scelta riservata alla parte, che comunque potrà sempre essere revocata, dovrà essere effettuata in forma di atto di ultima volontà anche senza la redazione di apposito testamento.

 

Altre condizioni per la validità della scelta sono:

 

1) la scelta deve essere limitata alla legge dello stato in cui il testatore risiede;

 

2) la residenza deve essere effettiva ed abituale al momento della morte;

 

3) la scelta deve riferirsi all’intera successione;

 

4) non possono essere pregiudicati i diritti dei legittimari residenti in Italia, ovvero coloro che secondo la normativa italiana hanno diritto di ricevere beni dalla successione.

 

A tale principio generale secondo cui le successioni "mortis causa" devono essere disciplinate dalla legge nazionale del defunto al momento della sua morte, l’art. 50 della stessa legge prevede un’eccezione.

 

infatti, nel caso in cui la successione è stata aperta in Italia o qualora vi siano dei beni immobili in Italia, si applicherà la normativa italiana in virtù del principio del "lex rei sitae".

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Successione testamentaria...

 

La legge italiana permette a chiunque di decidere come disporre dei propri beni una volta avvenuta la morte. Vi sono diversi tipi di testamenti:

 

- il testamento pubblico, redatto da un notaio e sottoscritto dal testatore alla presenza di due testimoni;

 

- il testamento segreto, redatto e sottoscritto dal testatore e consegnato in busta chiusa al notaio alla presenza di testimoni;

 

- il testamento olografo che deve essere scritto per intero, datato e sottoscritto di pugno dal testatore.

 

In linea di principio, in una situazione transfrontaliera un testamento è valido se conforme alla legge dello Stato in cui è stato redatto o alla legge della nazionalità o della residenza del testatore al momento della redazione del testamento o della morte.

 

Il diritto italiano tuttavia pone dei limiti alla libertà del testatore.

 

Infatti, la nostra normativa prevede che in presenza di uno strettissimo legame di sangue o di coniugio con il testatore, alcuni soggetti cosiddetti legittimari, non possono essere esclusi dalla successione. Ecco alcuni esempi:

 

EREDE: coniuge                        

QUOTA DISPONIBILE: 50%                       

QUOTA LEGITTIMA: 50% + diritto abitazione casa coniugale                                                            

EREDE:Coniuge + 1 figlio
QUOTA DISPONIBILE: 33,33%
QUOTA LEGITTIMA: 33,33% + diritto abitazione casa coniugale per il coniuge e 33,33% per il figlio

 

EREDE: Coniuge + 2 o più figli
QUOTA DISPONIBILE: 25%
QUOTA LEGITTIMA: 25% + diritto abitazione casa coniugale per il coniuge e 50% suddiviso in parti uguali per i figli

 

EREDE: Figlio unico
QUOTA DISPONIBILE: 50%
QUOTA LEGITTIMA: 50%

                                          

EREDE: 2 o più figli
QUOTA DISPONIBILE: 33,33%
QUOTA LEGITTIMA: 66,66% suddiviso in parti uguali per i figli                    

                                                              

EREDE: Coniuge + genitore/i
QUOTA DISPONIBILE: 25%
QUOTA LEGITTIMA: 50% + diritto abitazione casa coniugale per il coniuge e 25% per il genitore/i                                     

                               

EREDE: Genitore/i
QUOTA DISPONIBILE: 66,66%
QUOTA LEGITTIMA: 33,33% per il genitore/i

                                                                    

EREDE: Senza figli e ascendenti
QUOTA DISPONIBILE: 100%
QUOTA LEGITTIMA: \

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Successione legittima...

 

In assenza di testamento, si applicano alle varie fattispecie i seguenti principi:

 

- Coniuge. Al coniuge spetta il diritto di abitazione e l'intera eredità in mancanza di figli, fratelli e ascendenti del "de cuius".

 

In caso di assenza di figli e in presenza di fratelli o ascendenti del "de cuius" spetterà il 66,66%.

 

Il 50% dell'eredità in caso di presenza di un figlio e il 33,33% in caso di presenza di due o più figli.

 

- Figli. In mancanza del coniuge l'eredità spetta ai figli nella sua interezza.

 

- Fratelli. I fratelli/sorelle del "de cuius" accedono al diritto all'eredità in caso di mancanza di figli di questi. In presenza del coniuge superstite hanno diritto al 33,33%.

 

- Ascendenti. Gli ascendenti del de cuius hanno accesso all'eredità per una quota pari al 33,33% in caso di mancanza di figli e di fratelli del de cuius e in presenza del coniuge.

 

La quota scende al 25% in caso di presenza di fratelli del de cuius oltre che del coniuge. Gli ascendenti non hanno accesso all'eredità in presenza di figli del defunto.

 

- Parenti fino al 6° grado. I parenti fino al 6° hanno accesso alla successione legittima soltanto se unici eredi. In tali casi il patrimonio ereditario viene suddiviso in parti uguali tra tutti gli aventi diritto.

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Accettazione eredità...

 

È l’atto con cui il chiamato all’eredità diventa erede a tutti gli effetti.

 

L’accettazione può essere espressa o tacita, nel caso ad esempio, in cui l’erede disponga di beni successori.

 

L’accettazione espressa della successione si ha quando, in un atto pubblico o in un atto privato, la persona chiamata a percepire la successione dichiara di accettare o assume il titolo di erede.

 

Nel caso in cui l’asse ereditario comprenda beni immobili l’accettazione dell’eredità, una volta espletate le formalità imposte dalla legge, dovrà essere trascritta nei registri immobiliari.

 

L’accettazione deve avere luogo entro il termine di 10 anni.

 

 

Per ulteriori informazioni visita il nostro sito: www.vemlegal.com

 

 

 

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Acquistare Casa in Costruzione: le tutele previste dal D. Lgs. n. 122/2005 e le lacune della norma

Acquistare Casa in Costruzione: le tutele previste dal D. Lgs. n. 122/2005 e le lacune della norma | Assistenza Legale in Italia | Scoop.it

Breve guida alle tutele per l'acquisto di una casa in costruzione introdotte dal D.Lgs. n. 122/2005.

vemlegal's insight:

Avv. Marco Mendola: l’acquisto di una casa in costruzione impegna la parte venditrice che spesso non concede alcuna trattativa sulle modalità negoziali, imponendo ritmi decisionali veloci e non permettendo quindi una ragionata riflessione al compratore che pertanto, può essere chiaramente individuato quale il soggetto debole della transazione.

 

Infatti, spesso quest’ultimo è costretto a versare acconti o caparre a fronte di un affare dall’esito incerto, col rischio di perdere le somme impegnate.

 

In tale ottica, il legislatore ha introdotto una serie di tutele varando il D. Lgs. n. 122 del 20 giugno 2005, che si applica all’acquisto di fabbricati di tipo residenziale, commerciale, produttivo, direzionale ed altri ancora, e prevede:

--> Garanzia fideiussoria: rilasciata al compratore a garanzia delle somme anticipate.

--> Polizza danni: con durata decennale, a garanzia del risarcimento degli eventuali danni materiali e diretti dell’immobile derivanti da rovina totale o parziale o da gravi difetti costruttivi.

--> Diritto di prelazione: a favore dell’acquirente nel caso di vendita all’asta dell’immobile, già adibito dall’acquirente ad abitazione principale, nell’ambito di una procedura esecutiva anche nel caso in cui egli abbia ottenuto dal fideiussore il rimborso delle spese anticipate.

--> Regole sul rogito: più severe sulla stesura del rogito di compravendita e del preliminare di vendita.

--> Fondo di solidarietà: per risarcire in parte anche chi è stato truffato in questo ambito prima dell’entrata in vigore di queste nuove norme.

 

**La fideiussione**

La fideiussione rappresenta la principale tutela ed è cura del costruttore consegnarla all’acquirente entro la stipula del contratto preliminare.

Essa tuttavia è soggetta a precisi limiti soggettivi ed oggettivi; infatti il promittente venditore deve essere un costruttore che operi in veste imprenditoriale, mentre il promissario acquirente deve invece essere una persona fisica. In relazione all’oggetto, la garanzia deve essere prestata in relazione a contratti di acquisto o di contratti che producano comunque il trasferimento non immediato della proprietà o della titolarità di un diritto reale di godimento su di un immobile da costruire. Ove, per immobili da costruire devono intendersi quelli “per i quali sia stato richiesto il permesso di costruire e che siano ancora da edificare o la cui costruzione non risulti essere stata ultimata versando in stadio tale da non consentire ancora il rilascio del certificato di agibilità”.

 

Invece, l’obbligo di procurare la fideiussione non ricorre quando venga trasferito un immobile non ultimato, nello stato di fatto in cui esso si trova, senza che il costruttore si obblighi a completarlo (vendita a grezzo). La tutela non si applica neanche agli acquirenti di immobili allo stato di progetto.

 

Tale garanzia deve provenire da una banca o da un’impresa assicurativa o da altri intermediari finanziari. Essa garantisce all’acquirente la restituzione delle somme e di ogni altro corrispettivo eventualmente versato al costruttore, nonché degli interessi legali maturati sino al verificarsi di una serie di fatti che il legislatore individua come indicativi di una patologia del rapporto.

 

Tuttavia, la fideiussione può essere azionata quando intervengano circostanze che il legislatore individua quali “situazioni di crisi” del costruttore. Esse annoverano la trascrizione del pignoramento relativo all’immobile oggetto del contratto ovvero la pubblicazione della sentenza dichiarativa di fallimento, del provvedimento di liquidazione coatta amministrativa e della dichiarazione dello stato d’insolvenza dell’impresa costruttrice.

 

Il mancato pagamento del premio o delle commissioni da parte del costruttore non inficia il diritto del promissario acquirente di azionare la garanzia. L’efficacia della fideiussione cessa nel momento in cui viene operato il trasferimento della proprietà o di altro diritto reale di godimento sull’immobile o interviene l’atto definitivo di assegnazione. Mentre, la mancata consegna della garanzia è causa di nullità relativa invocabile solo dall’acquirente.

 

Il costo della fideiussione è ovviamente a carico dell’impresa costruttrice o del promotore dell’acquisto, ma in pratica essa viene poi scaricata sul prezzo finale degli immobili proposti al cliente.

 

**Polizza sui vizi di costruzione**

La seconda importante innovazione del D.lgs. 122/2005 è l'obbligo per il costruttore di fornire una polizza assicurativa decennale, con effetto dalla data di ultimazione dei lavori, a eventuale copertura di danni da rovina totale o da gravi difetti costruttivi.

 

Quest'obbligo è in genere rispettato, perché l'assicurazione decorre dal momento del rogito ed i notai in genere accertano la sua esistenza. Tuttavia, non sono escluse dispute a riguardo della valutazione circa la gravità del rischio.

 

Le regole sul rogito, sul preliminare di vendita e sul capitolato sia nel compromesso che nel rogito vanno inseriti diversi allegati e clausole, che dovrebbero tutelare ulteriormente l’acquirente:

a) indicazioni necessarie per individuare i soggetti del contratto e l’oggetto del contratto;

b) la descrizione dell’immobile e di tutti i suoi accessori di uso esclusivo oggetto del contratto;

c) gli estremi di eventuali atti d’obbligo e convenzioni urbanistiche stipulati per l’ottenimento dei titoli abilitativi alla costruzione e l’indicazione dei vincoli previsti;

d) le caratteristiche tecniche della costruzione, con particolare riferimento alla struttura portante, alle fondazioni, alle tamponature, ai solai, alla copertura, agli infissi e agli impianti;

e) i termini massimi di esecuzione della costruzione, anche eventualmente correlati alle varie fasi di lavorazione;

f) l’indicazione del prezzo complessivo da corrispondersi per la compravendita;

g) gli estremi della fideiussione;

h) l’eventuale esistenza di ipoteche o trascrizioni pregiudizievoli di qualsiasi tipo sull’immobile;

i) gli estremi del permesso di costruire o della sua richiesta se non ancora rilasciato, nonché di ogni altro titolo, denuncia o provvedimento abilitativo alla costruzione;

l) l’eventuale indicazione dell’esistenza di imprese appaltatrici con l’indicazione dei relativi dati identificativi.

 

**Le lacune della norma**

Nonostante la legge prevede nuove tutele a vantaggio dell’acquirente essa presenta ancora delle lacune. La fideiussione infatti garantisce solo gli esborsi effettuati prima del rogito a condizione che si verifichi una crisi del costruttore, ovvero in caso di procedura esecutiva o concorsuale.

 

Una serie di eventi negativi, pur meritevoli di tutela, restano invece scoperti: è il caso ad esempio della doppia vendita effettuata dal costruttore, l’inadempimento sulle modalità costruttive o i tempi di costruzione, il rifiuto del costruttore di andare al rogito. Infine, non trovano tutela altri eventi che provocano situazioni di crisi quali la consegna ritardata dell’immobile o il grave mancato rispetto del capitolato.

 

Per evitare quindi di incappare in brutte sorprese o in una di queste clausole che non tutelano completamente il cliente, si consiglia ai potenziali acquirenti di rivolgersi ai professionisti del nostro studio legale.

 

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Comprare Casa in Italia

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Gli aspetti fondamentali per l'acquisto di un immobile in Italia.

 

vemlegal's insight:

Avv. Marco Mendola: l’acquisto di un immobile è preceduto da diverse fasi che terminano con l’atto pubblico di compravendita rogato da un notaio. Ecco una breve descrizione.

 

1) La fase di “trattativa commerciale”

 

Prima di giungere alla stipula del definitivo atto di compravendita, inizia una fase propedeutica, non meno importante, di “trattativa commerciale”, durante la quale le parti pongono in essere alcune attività e formano alcuni atti che possono avere conseguenze molto importanti sul piano giuridico.

 

Tali atti possono in gran parte predeterminare i contenuti del successivo contratto di compravendita, ma anche regolare le conseguenze del mancato perfezionamento del contratto definitivo.

 

L’acquisto di un immobile in Italia, come nella maggior parte degli altri paesi europei, avviene tramite la stipula di un contratto di compravendita in forma di atto pubblico davanti ad un notaio.

 

Tale prescrizione, oltre alla successiva trascrizione presso i registri immobiliari, è necessaria per rendere opponibile erga omnes il passaggio di proprietà dell’immobile dal venditore all’acquirente.

 

Infatti, la compravendita immobiliare conclusa in forma di scrittura privata produrrebbe effetti soltanto tra le parti.

 

Ancor peggio se la transazione avvenisse con il solo accordo verbale, nella migliore delle ipotesi esso potrebbe dar luogo esclusivamente alla responsabilità precontrattuale, qualora una delle parti interrompa ingiustificatamente la trattativa giunta ad uno stadio tale da ingenerare nell’altra parte un legittimo affidamento circa la conclusione del contratto.

 

Chiaramente, già a partire da questi primi approcci tra le parti è raccomandabile essere assistiti dai nostri professionisti soprattutto per accertare gli aspetti più tecnici dell’operazione, in particolar modo la verifica dei presupposti tecnici dell’immobile.

 

Andrà infatti accertato che l’immobile sia stato regolarmente costruito e quindi che il venditore sia in possesso della concessione edilizia e del certificato di abitabilità.

 

Diversamente, qualora l’abitazione è stata costruita abusivamente, occorre accertare che il venditore sia in possesso della concessione a sanatoria rilasciata dal Comune.

 

Mentre se l’immobile è di nuova costruzione sarà lo stesso costruttore a consegnare la documentazione dimostrante la regolarità dell’edificio.

 

Va inoltre verificato che non vi siano ipoteche sull’abitazione. Inoltre, nel caso in cui si proceda all’acquisto di un appartamento, sarà ulteriormente necessario verificare l’assenza di debiti del venditore nei confronti del condominio poiché, diversamente, il Condominio potrà rivalersi sull’acquirente.

 

Particolare attenzione va rivolta nel caso in cui il venditore sia la società costruttrice. Infatti, il “Pacchetto di garanzie” entrato in vigore nel 2005 prevede una serie di adempimenti da parte di questa proprio a tutela del compratore.

 

2) Il contratto preliminare

 

Il preliminare di vendita, o compromesso, è il contratto con il quale il venditore e l'acquirente si obbligano a concludere una compravendita, stabilendone modalità e termini.

 

Serve a impegnare le parti per il tempo necessario a risolvere eventuali aspetti che non consentono la vendita immediata.

 

Con la firma di tale atto le parti si assumono l’obbligo giuridico di concludere il contratto definitivo di compravendita con il quale si trasferisce la proprietà dell’immobile.

 

Qualora una delle parti si rifiutasse di stipulare il contratto definitivo, senza giustificato motivo, l'ordinamento riconosce alla parte ''non inadempiente'' tre specifici strumenti di per la tutela dei propri diritti:

 

a) può rivolgersi al giudice per ottenere una sentenza sostitutiva del rogito definitivo (esecuzione in forma specifica);

 

b) in alternativa potrà richiedere la risoluzione del contratto nonché il risarcimento del danno subito;

 

c) se nel contratto preliminare è prevista una caparra confirmatoria, la parte ''non inadempiente'' potrà anche richiedere il recesso dal contratto e avvalersi della caparra, trattenendola o esigendone il doppio; se ci si avvale della caparra confirmatoria, peraltro, non si potrà agire per ottenere il risarcimento dei maggiori danni: i due rimedi (per orientamento giurisprudenziale) non sono cumulabili.

 

La proposta d'acquisto viene accompagnata normalmente dal versamento di una somma di denaro a titolo di caparra confirmatoria.

 

Tale somma viene versata per dimostrare la serietà del compratore, il cui importo sarà defalcato dal prezzo finale.

 

Invece, in caso di mancata conclusione della compravendita, se la parte che ha dato la caparra è inadempiente, l’altra parte può recedere dal contratto trattenendo la caparra.

 

Se inadempiente è invece la parte che l’ha ricevuta, l’altra parte può recedere dal contratto ed esigere il doppio della caparra.

 

Una cautela disponibile in questa fase per il promissario acquirente è rappresentata dalla possibilità di trascrivere il contratto preliminare nei registri immobiliari, ciò al fine di tutelare il parte acquirente in tutte le situazioni in cui il suo diritto di conseguire la proprietà possa venire in conflitto con pretese da parte di terzi.

 

Infatti, in seguito alla trascrizione del contratto preliminare i diritti di terzi trascritti successivamente non saranno opponibili al promissario acquirente.

 

3) Contratto di compravendita in forma di atto pubblico

 

La scelta del notaio per la stipula del contratto definitivo di compravendita spetta di norma alla parte acquirente, in quanto la stessa sopporta le spese e gli oneri connessi all'atto medesimo.

 

Al momento della stipula dell’atto le parti esibiranno, oltre ad un documento di identificazione personale in corso di validità, anche il codice fiscale italiano attribuito dall’Agenzia delle Entrate.

 

Occorre tenere presente che tale ultimo documento è richiesto anche ai soggetti non residenti in Italia.

 

Inoltre, sia il venditore che l’acquirente devono informare il notaio circa il loro stato civile, in quanto il regime patrimoniale dei coniugi produce conseguenze sulla validità e sugli effetti della compravendita.

 

La parte potrà poi presenziare personalmente alla stipula del contratto di compravendita, ovvero farsi sostituire da un procuratore speciale.

 

Qualora l’acquirente non sia titolare di un permesso di soggiorno italiano, l’acquisto dell’immobile sarà possibile solo previa verifica da parte del notaio della “condizione della reciprocità”, e nel caso in cui lo stesso non parli italiano, sarà necessario l’intervento alla stipula dell’atto di un interprete.

 

La consegna dell’immobile di regola avviene contestualmente alla stipula del contratto definitivo, ma può comunque capitare che essa sia antecedente o successiva. Il prezzo dell’immobile viene solitamente corrisposto alla firma del rogito notarile, con l’imputazione della caparra versata a titolo di prezzo.

 

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*Suggerimenti

Ogni compravendita ha una propria specificità, per cui se volete comprare casa in Italia, contattate il nostro studio legale poiché i nostri professionisti chiariranno ogni vostro dubbio e potranno assistervi in ogni fase della compravendita.

 

 

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Impresa: pagamenti nelle transazioni commerciali in tempi brevi

Impresa: pagamenti nelle transazioni commerciali in tempi brevi | Assistenza Legale in Italia | Scoop.it

avv. Marco Mendola: L’Italia è il primo grande Paese europeo ad aver dato attuazione alla direttiva 2011/7/UE sui ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali tra imprese, e tra Pubbliche Amministrazioni e imprese.

 

Nonostante il termine per il recepimento della direttiva sia fissato al 16 marzo 2013, il Governo ha voluto provvedere ad una sua attuazione anticipata al 1° gennaio 2013. Ciò, in considerazione dell'importanza della normativa, nonché dell'opportunità di garantire le imprese e più specificatamente le piccole e medie imprese.

 

Per quanto riguarda i pagamenti delle transazioni commerciali, il decreto legislativo dispone un regime rigoroso stabilendo che il termine di pagamento legale sia di 30 giorni, che non può comunque superare i 60 giorni, consentiti solo in casi particolari ed in presenza di obiettive giustificazioni.

In caso di superamento dei termini o di mancato pagamento, il decreto prevede una maggiorazione del tasso degli interessi legali moratori che passa dal 7% all’8% in più rispetto al tasso fissato dalla BCE per le operazioni di rifinanziamento. Gli interessi scatteranno automaticamente, senza che sia necessaria alcuna richiesta del creditore.

 

La disciplina del decreto legislativo si applicherà ai contratti conclusi a partire dal 1° gennaio 2013. Le Pubbliche Amministrazioni e le imprese avranno così il tempo per adeguarsi alle nuove norme e per adottare procedure operative e contabili più funzionali alla nuova prassi di pagamento rapido.

 

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Successioni Internazionali: Regolamento CE 04.07.2012 n. 650 - la nuova normativa comunitaria

Successioni Internazionali: Regolamento CE 04.07.2012 n. 650 - la nuova normativa comunitaria | Assistenza Legale in Italia | Scoop.it

Avv. Marco Mendola: a partire dal 17 agosto 2015 entrerà in vigore la disciplina europea in tema di diritto successorio prevista dal Regolamento CE 04.07.2012 n. 650.

 

Pertanto, gli Stati membri hanno tre anni per adeguare la legislazione nazionale alle nuove norme in modo che queste producano i loro effetti.

 

Tuttavia, tale normativa non è al momento vincolante per la Danimarca, Gran Bretagna ed Irlanda poiché non hanno partecipato all’adozione del presente regolamento, anche se ciò non toglie che potranno recepirlo successivamente. Vediamo cosa prevede nello specifico il nuovo regolamento:

 

 

- Ambito di applicazione

 

Il presente regolamento si estende a tutti gli aspetti di diritto civile della successione a causa di morte, ossia qualsiasi modalità di trasferimento di beni, diritti e obbligazioni a causa di morte, che si tratti di un atto volontario per disposizione a causa di morte ovvero di un trasferimento per effetto di successione legittima. Mentre, non si applica alla materia fiscale, né alla materia amministrativa di diritto pubblico.

 

Pertanto, spetta alla legislazione nazionale di ciascuno Stato membro determinare, per esempio, le modalità di calcolo e versamento delle imposte e degli altri tributi di diritto pubblico, se dette imposte siano a carico del defunto al momento della morte o ogni altro tipo di tassa di successione da riscuotere dal patrimonio ereditario o dai beneficiari.

 

 

- Legge applicabile

 

Il presente regolamento prevede come criterio di collegamento generale, ai fini della determinazione sia della competenza che della legge applicabile la residenza abituale del defunto al momento della morte.

 

Al fine di determinare la residenza abituale, l’autorità che si occupa della successione dovrà procedere a una valutazione globale delle circostanze della vita del defunto negli anni precedenti la morte e al momento della morte, che tenga conto di tutti gli elementi fattuali pertinenti, in particolare la durata e la regolarità del soggiorno del defunto nello Stato interessato nonché le condizioni e le ragioni dello stesso.

 

Comunque, in taluni casi può essere particolarmente complesso determinare la residenza abituale del defunto. Per esempio nel caso in cui per motivi professionali o economici il defunto fosse andato a vivere all’estero per lavoro, anche per un lungo periodo, ma avesse mantenuto un collegamento stretto e stabile con lo Stato di origine.

 

Altri casi complessi possono presentarsi qualora il defunto fosse vissuto alternativamente in più Stati o si fosse trasferito da uno Stato all’altro senza essersi stabilito in modo permanente in alcuno di essi.

 

Ovvero, qualora il defunto si fosse trasferito nello Stato di residenza abituale in un momento relativamente prossimo alla sua morte e tutte le circostanze del caso indichino che aveva collegamenti manifestamente più stretti con un altro Stato.

 

In tali complessi casi l’autorità che si occupa della successione dovrà decidere se non sia da applicare alla successione la legge dello Stato di residenza abituale del defunto, bensì la legge dello Stato con il quale il defunto aveva collegamenti manifestamente più stretti.

 

Infine, il regolamento consente ai cittadini di organizzare in anticipo la loro successione scegliendo la legge di uno Stato di cui abbiano la cittadinanza. Tale scelta va effettuata in modo espresso a mezzo di dichiarazione resa nella forma di disposizione a causa di morte o risultare dai termini di una tale disposizione.

 

 

- Patti successori

 

In merito a tali convenzioni, in virtù delle quali un futuro erede o legatario dispone o rinunzia ai diritti che gli possono spettare su una successione non ancora aperta, va detto che non tutte le leggi nazionali degli Stati membri ne riconoscono la loro validità.

 

A tal proposito, il regolamento prevede che per quanto riguarda l’ammissibilità e gli effetti dei patti successori, essi sono regolati dalla legge che, in forza del presente regolamento, sarebbe stata applicabile alla successione di tale persona se questa fosse deceduta il giorno della conclusione del patto.

 

Mentre, un patto successorio avente a oggetto la successione di più persone è ammissibile solo se è ammissibile in base a ciascuna delle leggi che, in forza del presente regolamento, avrebbero regolato la successione di ciascuna di tali persone se esse fossero decedute il giorno della conclusione del patto.

 

 

- Certificato successorio europeo

 

Si tratta di un certificato, il cui contenuto è previsto nel presente regolamento, rilasciato da parte degli organi giurisdizionali individuati da ciascuna legge nazionale di ciascuno Stato membro.

 

Esso potrà essere utilizzato in un altro Stato membro affinché una successione comunitaria sia regolata in modo rapido, agevole ed efficace.

 

Pertanto, l’erede, il legatario, l’esecutore testamentario o l’amministratore dell’eredità potranno dimostrare con facilità la sua qualità e/o i suoi diritti e poteri in un altro Stato membro, ove ad esempio si trovano beni della successione.

 

Spetta a ciascuno Stato membro determinare nella rispettiva legislazione interna quali autorità debbano essere competenti a rilasciare il certificato.

 

 

Per ulteriori informazioni visita: www.vemlegal.com

 

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La riforma del lavoro 2012 targata Fornero

La riforma del lavoro 2012 targata Fornero | Assistenza Legale in Italia | Scoop.it

Avv. Marco Mendola: le novità principali della riforma riguardano la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il sistema degli ammortizzatori sociali e l’insieme dei contratti di lavoro.

 

 

1. Articolo 18

 

È il punto su cui si è discusso maggiormente e quello più significante della riforma che ha modificato le regole per il reintegro del lavoratore nel suo posto di lavoro.

 

Secondo la vecchia formulazione la norma, che si applicava solo alle aziende con più di 15 dipendenti, statuiva che nei casi in cui il giudice valutava un licenziamento illegittimo disponeva il reintegro automatico, con parità di retribuzione e di posizione.

 

Invece, nella versione riveduta si prevede che, nel caso dei licenziamenti per motivi economici, il giudice può disporre il reintegro solo nei casi di “manifesta insussistenza” delle motivazioni economiche, mentre negli altri casi può assegnare solo un indennizzo compreso tra le 12 e le 24 mensilità.

 

Anche nel caso del licenziamento per motivi disciplinari il reintegro non sarà più automatico, ma dovrà essere valutato sulla base dei contratti collettivi e dei codici disciplinari.

 

Mentre, restano immutate le disposizioni a proposito di licenziamenti discriminatori per motivi politici, sindacali e religiosi per i quali il giudice può disporre il reintegro automatico.

 

Infine, è stato introdotto un rito abbreviato per le cause che coinvolgono i licenziamenti, in modo da abbreviare i tempi dei processi.

 

 

2. Ammortizzatori sociali

 

A partire dal 2013, l’indennità di mobilità e quella di disoccupazione saranno gradualmente sostituite dall’ASPI (Assicurazione Sociale Per l’Impiego).

 

L’ASPI sarà corrisposta per un periodo di 12 mesi, che raggiunge i 18 per chi ha più di 55 anni, e corrisponderà al 75% circa dell’ultimo stipendio.

 

Tale contributo sarà finanziato con un contributo, a carico delle imprese, dell’1,4 per cento sui contratti a tempo determinato, il che renderà tale tipo di contratto più oneroso per le imprese.

 

Il lavoratore che usufruisce dell’ASPI non può rifiutare proposte di lavoro che prevedano una retribuzione superiore del 20% rispetto all’indennità mensile che riceve, a costo di perderla.

 

 

3. Apprendistato


Il contratto di apprendistato è quello principale per l’ingresso nel mondo del lavoro.

 

Per evitare che il datore di lavoro utilizzi unicamente contratti di apprendistato non rinnovati alla loro scadenza, l’assunzione di nuovi apprendisti, per i datori di lavoro che occupano alle loro dipendenza almeno dieci lavoratori, è subordinata al fatto che, nei tre anni precedenti, almeno il 50 per cento degli apprendisti sia stato assunto anche a tempo determinato.

 

 

4. Partite IVA

 

Vengono prese misure per contrastare il fenomeno delle finte partite IVA.

 

Infatti, se i rapporti di lavoro con partita IVA soddisfano almeno due di tre requisiti (collaborazione con lo stesso datore di lavoro di durata superiore a otto mesi, collaborazione che fornisce più dell’80 per cento del reddito annuale, postazione fissa presso la sede di lavoro) sono considerati automaticamente contratti di collaborazione coordinata e continuativa.

 

Sono previste eccezioni, come per le professioni che richiedono l’iscrizione a un albo e per le collaborazioni che danno un reddito superiore a 18 mila euro l’anno. Queste norme entrano in vigore subito per i nuovi contratti e tra 12 mesi per i contratti già in corso.

 

 

5. Contratti a progetto

 

I contratti a progetto dovranno sempre indicare un progetto specifico che non potrà più corrispondere all’oggetto sociale dell’azienda, e non potranno consistere nell’esecuzione di compiti ripetitivi che già rientrano in contratti collettivi nazionali.

 

 

6. Contratto a tempo determinato

 

La riforma introduce meccanismi per contrastare l’abuso dei contratti a tempo determinato infatti, la riforma prevede che il limite dei 12 mesi entro cui non vi è l’obbligo di indicare il causalone nei contratti a termine, ovvero l’indicazione dei motivi tecnici, organizzativi, produttivi o sostitutivi che giustificano l’apposizione del termine, valga solo per il primo rapporto a tempo determinato.

 

Tuttavia, i contratti collettivi possono prevedere che, invece dell’esenzione della causale sul primo contratto fino a 12 mesi, l’azienda possa applicare un’esenzione nell’ambito di particolari processi organizzativi fino al 6% dell’organico (avvio di nuova attività, lancio di prodotto o servizio innovativo, implementazione di un rilevante cambiamento tecnologico, fase supplementare di un significativo progetto di ricerca e sviluppo, rinnovo o proroga di commessa consistente).

 

La riforma prevede che qualora il rapporto di lavoro abbia superato i 36 mesi, indipendentemente dai periodi di interruzione tra un contratto e l’altro, il rapporto si considera a tempo indeterminato.

 

Per evitare l’abuso di rinnovi di contratti a termine, al posto di assunzioni a tempo indeterminato, si stabilisce che per il rinnovo di questi ci debba essere una distanza obbligatoria di almeno 60 giorni, che salgono a 90 per quelli che durano più di sei mesi (sono previste eccezioni per i lavori stagionali).

 

Per quanto riguarda i lavoratori assunti a tempo determinato, potranno essere assunti senza specificare la causale solo nel primo contratto, di durata massima di 12 mesi.

 

 

7. Il lavoro intermittente

 

Tra le novità introdotte a tale tipologia di contratto, molto utilizzata soprattutto tra le imprese del commercio e del turismo, è prevista l’introduzione della comunicazione della chiamata, che obbliga il datore di lavoro ad inviare preventivamente al Ministero del Lavoro un avviso che informi di aver assunto un lavoratore con contratto di lavoro intermittente.

 

Tale comunicazione può essere effettuata via fax, email, o anche tramite SMS e deve avvenire prima che la prestazione di lavoro prenda effettivamente il via.

 

La comunicazione dovrà contenere i dati del datore di lavoro, quelli del lavoratore, la durata dell’incarico, nonché informazioni sulla retribuzione e sulla contribuzione del lavoratore. In caso di mancata segnalazione, al datore di lavoro potranno essere applicate sanzioni amministrative.

 

Potrà riguardare lavoratori con età inferiore ai 24 anni o più di 55 anni. I contratti di lavoro intermittente stipulati antecedentemente alla data di entrata in vigore della riforma del lavoro rimarranno validi per un anno.

 

Restano immutate le ipotesi in cui è vietato il ricorso al lavoro intermittente, tassativamente elencate all’art. 34, comma III, del D.Lgs. n. 276/2003.

 

In merito all’indennità di disponibilità, che compensava il lavoratore nel caso in cui il contratto di lavoro prevedesse l’obbligo per questi di dover rispondere alla chiamata del datore di lavoro, oggi non trova più applicazione la vecchia disposizione secondo cui l’indennità in questione era dovuta solo nel caso di effettiva chiamata del datore di lavoro.

 

Pertanto, oggi l’indennità di disponibilità dovrà essere corrisposta indipendentemente dall’effettiva chiamata del datore di lavoro.

 

 

8. Dimissioni in bianco

 

La riforma del lavoro prevede nuove norme pensate per scoraggiare la pratica delle dimissioni in bianco.

 

Infatti, nel caso di dimissioni della lavoratrice in gravidanza, di lavoratrice e lavoratore nei primi 3 anni di vita del bambino, di lavoratrice e lavoratore nei primi 3 anni di accoglienza del minore adottato o in affidamento, è necessaria la convalida presso la Direzione territoriale del lavoro competente per territorio...

 

...ovvero la dichiarazione firmata dalla lavoratrice o lavoratore, in calce alla ricevuta di trasmissione della comunicazione di cessazione del rapporto di lavoro, inviata tramite l’UniLav al Centro per l’Impiego.

 

 

9. Tempi di applicazione

 

La riforma del lavoro è entrata in vigore il 18 luglio 2012, anche se per qualche istituto è previsto un avvio scaglionato.

 

Infatti, sono rimandate di un anno le regole per i professionisti a partita IVA che hanno già in essere un contratto di collaborazione con un’azienda.

 

Inoltre, a partire dal 2013 sarà abolita la normativa sul contratto di inserimento ed inizierà a trovare applicazione la normativa sul contratto di apprendistato in relazione al tetto massimo di apprendisti che un’azienda può prendere.

 

Per ulteriori informazioni visita il nostro sito: www.vemlegal.com

 

 

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Investire nel Fotovoltaico in Italia

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Avv. Marco Mendola:

per coloro che vogliono investire in Italia, il mercato del fotovoltaico risulta essere ancora appetibile.

 

Infatti, dopo svariati mesi di proposte e discussioni è stato varato il decreto sugli incentivi che da il via al Quinto Conto Energia.

 

Ecco le sostanziali novità:

 

1) Partenza del Quinto Conto Energia

 

Il nuovo conto energia verrà applicato a partire da 45 giorni dal raggiungimento del tetto di spesa 6 milioni di euro, che avverrà con tutta probabilità a fine agosto 2012.

 

Per quanto riguarda invece gli impianti realizzati su edifici pubblici e su aree delle amministrazioni pubbliche le nuove tariffe incentivanti partiranno dopo il 31 dicembre 2012.

 

2) Tetto di spesa

 

Verranno incentivati impianti per una spesa di 700 milioni di euro, pertanto al raggiungimento di 6,7 milioni di Euro totali il decreto si disattiva.

 

3) Tariffe incentivanti

 

Le nuove tariffe, decisamente abbassate rispetto al quarto conto energia, saranno omnicomprensive dell'incentivo e della vendita dell'energia, mentre nel quarto conto energia all'incentivo calcolato sulla produzione di energia, si sommava la vendita dell'energia stessa.

 

Un'altra novità riguardante le tariffe incentivanti, che penalizza fortemente i piccoli impianti per l'autoproduzione di energia, è che l'accesso agli incentivi è alternativo alla possibilità di scambio sul posto.

 

4) Accesso ai registri

 

Maggiore semplificazione delle procedure che attengono al meccanismo dei registri, riducendo gli oneri e gli adempimenti da parte degli investitori.

 

La richiesta di iscrizione al registro e la richiesta di accesso agli incentivi può essere fatta con la presentazione di dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, accompagnata dalla documentazione necessaria.

 

Esonerati dall'obbligo d'iscrizione a registro per la richiesta di incentivi:


- impianti sotto i 12 kW;


- impianti fotovoltaici tra 12 e 20 kW che accettino di ricevere una tariffa incentivante decurtata del 20%;


- impianti fino 50 kW realizzati in sostituzione dell'eternit;


- impianti fotovoltaici integrati con caratteristiche innovative (fino al raggiungimento di un costo indicativo cumulato di 50 milioni di euro);


- impianti a concentrazione (sempre con tetto di 50 milioni);


- impianti su edifici e terreni della pubblica amministrazione (purché realizzati con gara d'appalto pubblica e anche qui con un tetto di spesa di 50 milioni di €).

 

L'ottenimento degli incentivi è comunque subordinato all'inserimento in graduatoria da parte del GSE (non è quindi automatico che la realizzazione di un impianto fotovoltaico possa accedere agli incentivi e ciò porta ad una forte insicurezza nel settore, specialmente trattandosi di impianti grandi che necessitano di finanziamenti.

 

5) Impianti in sostituzione dell'Eternit

 

Speciali bonus sono destinati agli impianti che vadano in sostituzione delle coperture in Eternit.


In questo caso sarà possibile, a differenza del quarto conto energia, cumulare due bonus previsti per la sostituzione dei tetti in amianto e per l'installazione di pannelli made in UE.

 

6) Ampliamento dell'applicazione degli incentivi e fotovoltaico a concentrazione

 

Il Quinto conto energia è stato esteso ad altre tipologie di edifici, tra cui i fabbricati rurali, le cave, le miniere e gli edifici produttivi non soggetti all’obbligo di certificazione energetica.

 

Inoltre, potranno beneficiare delle tariffe incentivanti anche gli impianti fotovoltaici a concentrazione con potenza nominale non inferiore a 1 kW e non superiore a 5 MW.

 

7) Oneri Gse

 

Sono previste infine, a differenza del quarto conto energia, spese di istruttoria e spese di gestione da corrispondere al GSE.

 

 

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